Domanda e risposta sull’allattamento..

Questa domanda me la sono fatta anche io tante volte ormai 3 anni fa….

“La mia bambina di 4 mesi mangia ogni due ore, giorno e notte. La allatto al seno, come posso fare per farla mangiare a intervalli più lunghi specie la notte?”

RISPOSTA (da parte della redazione di UPPA)

Cara,
capisco che allattare così di frequente sia stancante per te. Devi sapere però che il latte umano è molto povero di proteine, questo lo rende più digeribile e gli dà delle caratteristiche nutrizionali specifiche per la nostra specie, il fatto che venga digerito in fretta fa si che naturalmente i pasti siano molto ravvicinati. Altra cosa è che di notte la prolattina, l`ormone che regola la produzione di latte, raggiunge concentrazioni più alte e proprio per questo i neonati tendono a mangiare più spesso di notte. Il latte formulato è molto meno digeribile, per questo i bambini allattati artificialmente hanno degli intervalli di sonno a volte più lunghi. Più diventerà grande più i vostri ritmi si coordineranno, ma per ora ti consiglio di non avere come obviettivo le poppate più lunghe ma di migliorare la tua qualità di riposo tenendotela vicino la notte (in modo da non svegliarti completamente fra una poppata e l`altra). Di giorno prova a portarla in un marsupio o in una fascia, così a volte si tranquillizzano, riesci a ricavare qualche minuto in più fra le poppate e, con le mani libere, puoi fare tante belle cose con la tua piccola addosso!
Spero di esserti stata utile

Elena Uga

UPPA-Un pediatra per Amico

Esistono sostanze che aumentano la produzione di latte?

La maggior parte delle mamme che allattano, prima o poi ha comprato una di queste tisane, integratori, gocce, pastigliette e polverine varie “per mamme che allattano”, con il pensiero “magari non funziona, però non si sa mai”.

E’ ovvio, lo spauracchio di tutte le mamme è non avere latte. E le industrie lo sanno bene.

Dagli articoli precedenti avrete già capito due cose:

nella maggior parte dei casi, il poco latte è fasullo: di latte ce n’è quanto basta.

per aumentare la produzione di latte serve una maggior stimolazione del seno, e cioè attacco al seno corretto e poppate frequenti (o una stimolazione adeguata con un buon tiralatte).

Ne consegue che generalmente i galattogoghi, ammesso che funzionino, non servono a nulla se non a farvi buttar via i soldi.

Se realmente c’è poco latte, è necessario come sempre capirne le cause e correggere quegli aspetti (per l’appunto, attacco, frequenza delle poppate eccetera) che hanno portato al calo di produzione, così da risolvere in maniera definitiva il problema e senza dover dipendere dal galattogogo.

E’ importante capire che un galattogogo, per quanto efficace, da solo non serve a nulla. I galattogoghi generalmente stimolano l’ipofisi a produrre più prolattina, ma se il latte non viene rimosso di frequente (dal bambino o con il tiralatte) la produzione di latte non aumenta.

In alcuni casi selezionati i galattogoghi effettivamente possono aiutare una mamma che vuole allattare, ma il loro uso deve essere sempre preceduto da un’attenta valutazione di una persona esperta in allattamento e devono comunque essere utilizzati assieme a tutti gli altri accorgimenti che portano a una maggior stimolazione del seno.

Ad esempio, una mamma che è separata dal proprio bambino, ad esempio per motivi di salute, può mantenere la produzione di latte utilizzano un galattogogo, ovviamente in associazione all’uso del tiralatte. Questo accade tipicamente con i bambini ricoverati in Terapia Intensiva Neonatale.

Anche una mamma che intende allattare un bambino adottato, o che vuole riprendere l’allattamento dopo averlo interrotto può aiutarsi con un galattogogo.

Può essere di aiuto anche quando si vuole ritornare all’allattamento esclusivo dopo essere passati ad aggiunte di latte artificiale.

Ribadisco che è fondamentale un’analisi di tutta la gestione dell’allattamento: non si può prendere il galattogogo per tutto il periodo in cui si allatterà, quindi si tratta di un “aiutino” che serve a sbloccare la situazione, ma poi bisogna attuare tutte le strategie che mantengano la produzione di latte adeguata, senza l’uso del galattogogo.

Ovviamente sto parlando dei galattogoghi “veri”, di quelli che funzionano.

Quali sono i veri galattogoghi?

Alcuni farmaci hanno come effetto collaterale l’innalzamento dei livelli di prolattina.

Questi farmaci sono il metoclopramide, il domperidone, il sulpiride e la clorpromazina.

Non sono farmaci nati per aumentare la produzione di latte, ma sono stati creati e studiati per curare specifiche malattie (ad esempio, metoclopramide e domperidone sono degli antivomito). Essendo dei farmaci, presentano degli effetti collaterali, in alcuni casi anche seri.

Quindi, se qualcuna di voi stava per fiondarsi in farmacia per procurarsi uno di questi farmaci pensando di aver trovato la manna dal cielo, si fermi! Oltretutto sono farmaci che si possono acquistare solo con ricetta medica, proprio perché non sono acqua fresca.

Considerate inoltre che se effettivamente serve un galattogogo, questo andrà preso per qualche settimana (prima deve cominciare a fare effetto, poi bisogna stabilizzare la produzione di latte e poi bisogna gradualmente calare la dose), mentre invece un antivomito in genere si prende solo per qualche giorno, quindi i suoi effetti sono stati considerati nel breve periodo e non per un uso prolungato. Questo deve essere tenuto presente dal medico che eventualmente vi dovesse prescrivere il farmaco.

Proprio per monitorare eventuali effetti collaterali, è necessario che durante il periodo di assunzione del farmaco un medico verifichi periodicamente lo stato di salute di madre e bambino.

Esistono anche alcune erbe per le quali è riconosciuta una certa efficacia nell’aumentare la produzione di latte, pur non essendoci studi scientifici rigorosi.

Queste erbe sono il Fieno Greco ( Trigonella Foenum-Graecum), la Ruta Caprina (Galega Officinalis) e il Cardo Mariano (Silibum Marianum). Generalmente devono essere assunte in forma concentrata (capsule, tintura madre), dato che le tisane hanno una concentrazione inferiore e soprattutto più incerta.

Il fatto che si tratti di piante, non significa per forza che gli effetti collaterali siano assenti!

Spesso si pensa “è naturale, quindi non fa male”, e quindi si assumono prodotti a base di erbe con leggerezza, magari prendendone grandi quantità nella speranza di ottenere un effetto maggiore. Invece le erbe hanno delle vere e proprie proprietà farmacologiche, quindi fanno effetto sul nostro organismo, nel bene e nel male.

Credo che nessuno prenderebbe una dose doppia di antibiotico per far passare prima un’infezione. Allo stesso modo, i rimedi a base di piante, chiamati fitoterapici, devono essere assunti con lo stesso rigore con cui si prende una medicina “tradizionale”.

Avrete notato che non ho parlato di dosaggi di nessun galattogogo: la cosa è voluta, per evitare la tentazione del rimedio fai-da-te. Come detto, prima di ricorrere ad un galattogogo bisogna consultare un esperto in allattamento e eventualmente insieme insieme valutare se è veramente necessario.

E tutti gli altri prodotti “per far venire il latte”?

In farmacia, erboristeria e nei negozi di articoli per bambini, è tutto un fiorire di prodotti che evocano fiumi di latte che escono da turgidi seni… Se leggete con attenzione, nessuno di questi prodotti vi promette di avere più latte. Vi cito un esempio (reale):

“X è un integratore dietetico composto dalla selezione e miscelatura di 7 estratti vegetali dalle riconosciute proprietà galattogoghe (Fieno Greco, Galega, Verbena), tradizionalmente utilizzati per calmare le tensioni addominali (Finocchio e Tè di Rooibos) e di gusto estremamente piacevole (Ibisco e Lampone). X disseta con gusto, è ricca di vitamina C e aiuta l’assunzione di acqua da parte della mamma, favorendo la lattazione.”

Qui c’è scritto solamente che alcune piante hanno proprietà galattogoghe, e queste piante sono contenute nel prodotto. In questo prodotto però c’è una quantità ridicolmente bassa di queste piante, quindi è improbabile che ci sia un effetto farmacologico, e cioè che aumenti il vostro latte. Infatti poi c’è scritto che la produzione di latte è favorita dal fatto che la mamma beve (anche se questo è discutibile, leggete oltre) dato che la bevanda è buona. Non c’è scritto che questo prodotto vi fa aumentare il latte grazie alle piante in esso contenute!

Diversi prodotti, pura avendo nomi o immagini che fanno riferimento all’allattamento, alla fin fine vi dicono solo che sono buoni da bere. Oppure dicono “ideale per la mamma che allatta”, ma non si sa bene cosa voglia dire. Intendiamoci, questi prodotti non sono dannosi, a meno di farne un consumo eccessivo (vedere oltre). Se li bevete perché hanno un gusto che vi piace, buon per voi. Ma se li bevete nella convinzione di avere più latte, state buttando via i soldi. E anche parecchi soldi, dato il prezzo di qualcuna di queste “polverine magiche”.

L’azienda produttrice di uno di questi integratori è stata più volte pesantemente multata dall’Antitrust proprio perché la sua pubblicità prometteva mari e monti alle mamme, senza però avere delle sufficienti prove scientifiche a sostegno.

Non metto in dubbio che ci saranno schiere di mamme pronte a difendere questo o quel prodotto.

Avete presente però cos’è l’effetto placebo? E’ una sorta di autosuggestione (molto potente!) per cui ci si convince che un certo farmaco funzioni, anche se magari in realtà si tratta di acqua e zucchero.

Per la riuscita dell’allattamento la componente psicologica è importantissima: se una mamma è insicura o ansiosa, nonostante ci sia tutto il latte che serve l’allattamento potrebbe fallire, magari perché la mamma si convince di avere poco latte (e come ho già scritto la casistica è molto ampia!). Prendendo questi prodotti, una mamma potrebbe sentirsi più sicura di sé, perché ha questo aiuto esterno, e allora ha la sensazione di avere più latte di prima.

E tutto questo le industrie lo sanno molto, molto bene.

Ci sono tre aspetti di questo che non mi piacciono (punto di vista strettamente personale): innanzitutto questi prodotti costano, e la mamma quindi spende soldi per niente, dato che il latte ce lo aveva anche prima.

Poi alimentano il mito del “poco latte”: non fanno altro che confermare alle mamme che il poco latte è un’epidemia da trattare con una specie di medicina, quando invece il più delle volte il poco latte è fasullo e anche nei casi effettivi, la “cura” migliore non è certo quella di utilizzare dei galattagoghi di efficacia molto dubbia.

Inoltre, come consulente per l’allattamento, so quanto è importante che una mamma creda in sé stessa, ma questi prodotti non fanno altro che confermare l’insicurezza di una mamma. In pratica una mamma pensa di riuscire ad allattare solo grazie a questo o quel prodotto, e non grazie a sé stessa e al suo bambino, come in realtà succede.

Avete presente la storia dell’elefantino Dumbo, che sapeva volare da solo ma credeva di riuscirci solo grazie alla piuma che teneva nella proboscide? Questi prodotti sono come la piuma, ma bisognerebbe portare la mamma a capire che può “volare anche senza la piuma”, cioè “allattare anche senza questi prodotti”.

Latte e birra

Nella tradizione popolare, si consiglia alle donne che allattano di bere latte per aumentare la propria produzione di latte. E’ una cosa senza alcun fondamento (e senza alcun senso).

Anche la birra è considerata una bevanda che fa aumentare il latte. Alcuni studi confermerebbero che delle sostanze contenute nella birra aumentano i livelli di prolattina, ma l’eventuale vantaggio viene vanificato dagli effetti negativi dell’alcool. Quindi, evitate di bere birra e alcol in genere durante l’allattamento.

L’acqua

Alzi la mano chi, allattando, non si è mai sentita dire che deve bere di più per via del latte. Lo so, lo dicono a tutte!

Questo è un grande equivoco, è stata invertita la causa con l’effetto.

La realtà è che siccome allattate allora avete più sete e quindi bevete di più. E non il contrario! Non è che siccome bevete di più allora riuscite ad allattare. Non dovete quindi sforzarvi a bere più, questo non vi farà avere più latte. E’ logico che per produrre latte, composto in gran parte da acqua, avrete bisogno di ingerire più liquidi, ma il nostro organismo ha un bellissimo sistema di allarme che si chiama “sete”: quando avete sete, significa che avete bisogno di bere. Punto.

Non è vero quindi, come è scritto su certe tisane, che bere più liquidi fa venire più latte. Questo potrebbe portare la madre (convinta di avere poco latte proprio grazie a certe frasi riportate su questi prodotti) a bere grosse quantità di acqua o tisane varie, oltre il necessario.

Ingerire eccessive quantità di liquidi è molto dannoso per l’organismo.

Una volta un papà mi raccontò che sua moglie praticava l’allattamento misto perché non aveva abbastanza latte. Io gli offrii il mio aiuto, dicendo che se voleva la moglie poteva contattarmi. Lui serio mi rispose che il pediatra aveva già dato alla moglie le indicazioni per aumentare la produzione di latte, ma che lei proprio non se la sentiva e che anzi stava pensando di abbandonare del tutto l’allattamento al seno. Le indicazioni erano “bere 8 – 10 litri di acqua al giorno”. Mi auguro vivamente che sia stata una bugia da parte della moglie, che forse voleva smettere di allattare ma non osava dirlo apertamente al marito. Un consiglio del genere non solo non fa aumentare il latte, ma avrebbe spedito la mamma che lo avesse osservato dritto dritto in ospedale, se non peggio.

In conclusione, quasi certamente non avete bisogno di un galattogogo. Se realmente la produzione di latte non è adeguata alle richieste del vostro bambino, bisogna capirne la ragione e attuare di conseguenza una strategia. Nei pochi casi in cui un galattogogo può essere di aiuto alla mamma, deve essere usato sotto supervisione medica e con il supporto di una persona esperta in allattamento.

Sara Cosano

Per saperne di più:

- Un dono per tutta la vita di Carlos Gonzales – Il leone verde Edizioni

- Allattare, un gesto d’amore di Tiziana Catanzani e Paola Negri – Bonomi Editore

- Allattare.net di Maria Ersilia Armeni – Castelvecchi Editore

Chi può aiutarti:

Le tre figure principali nel sostegno alle mamme che allattano sono:

- Consulenti professionali in Allattamento Materno (IBCLC): professionisti sanitari specializzati nella gestione clinica dell’allattamento al seno.

- La Leche League: associazione a livello mondiale con più di 50 anni di storia che aiuta le donne tramite consulenti che sono mamme con esperienza di allattamento al seno.

- Peer counsellors (consulenti alla pari): mamme che aiutano altre mamme nei gruppi di auto-aiuto.

Potete trovare I contatti nell’articolo Vuoi allattare? Ecco chi ti aiuta…

Bibliografia:

- The Academy Of Breastfeeding Medicine – Protocol #9: Use of galactogogues in initiating or augmenting maternal milk supply

- Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato – bollettino 19/2008

- European Network for Public Health Nutrition: Networking, Monitoring, Intervention and Training (EUNUTNET). “Alimentazione dei lattanti e dei bambini fino a tre anni: raccomandazioni standard per l’Unione Europea”. European Commission, Directorate Public..

- Gardner JW. Death by water intoxication. Mil Med 2002; 167(5):432-434

 

Articolo tratto dal sito www.bambinonaturale.it

http://www.bambinonaturale.it/2010/01/esistono-sostanze-che-aumentano-la-produzione-di-latte/

Famiglia e Scuola

Alla ricerca di un dialogo all’interno dei cambiamenti sociali.

Conversazione con la dott.ssa Daria Vettori, psicologa-psicoterapeuta.

L’incontro si terrà il 27 Febbraio 2012 a Barco di Bibbiano presso la sala conferenze dell’Unione Val d’Enza (ex Scuole elementari) via XXIV Maggio, 47 secondo piano alle ore 20.30. L’ingresso è gratuito. Per informazioni: Centro per le Famiglie della Val d’Enza tel. 0522.373049 email: centrofamiglie@unionevaldenza.it

Televisione: piccolo schermo, grande nemico

Questo articolo è tratto da sito di UPPA
L’abbiamo scritto e riscritto, ma non siamo ancora paghi, soprattutto perché stavolta sono loro, gli scienziati a dirlo! La televisione, se utilizzata in modo indiscriminato, fa male. E qualcuno adesso ci ha spiegato anche perché.
L’esperimento di cui scriveremo è stato condotto in America nel 2008 e muove da studi precedenti, nei quali si affermava che la prolungata esposizione alla televisione, in bambini con età inferiore ai 30 mesi, produce uno sviluppo cognitivo e del linguaggio più modesto del normale. L’obbiettivo era capire in che modo la televisione interferiva sullo sviluppo di questi bambini.
Il campione era costituito da 50 bambini di età compresa tra i 17 e i 36. Il gruppo venne diviso in due sottogruppi. Sono stati allestiti due setting sperimentali di uguali dimensioni collegati ad una stanza di osservazione. I bambini del primo gruppo venivano fatti entrare in una stanza dove, per i primi 30’ minuti, la televisione rimaneva accesa; viceversa i bambini dell’altro gruppo giocavano prima con la televisione spenta, poi, per i rimanenti 30’ con la televisione accesa. La televisione trasmetteva un popolare gioco televisivo per adulti, compresa la pubblicità.
I risultati dell’osservazione hanno evidenziato che i bambini più piccoli, se pure distratti dalla televisione soltanto per pochi secondi, risultavano più disturbati rispetto ai bambini più grandi; l’attività che stavano svolgendo veniva interrotta più frequentemente e per periodi più lunghi; lo schema di gioco dimenticato ogni volta e ricominciato da capo, compromettendone in modo significativo la complessità e la maturità.
Tenuto conto del valore imprescindibile del gioco come strumento di sperimentazione e di crescita nel processo di sviluppo cognitivo, e del fatto che un bambino impegnato in un gioco lo fa in modo serio, difficile da interrompere, bisogna ritenere che la televisione accesa, se pure utilizzata come semplice sottofondo per altre attività, costituisca un elemento di fortissimo disturbo per un bambino piccolo e costituisca un ostacolo alla normale attività di apprendimento di un bambino sotto i 30 mesi di età.
Cos’altro dovranno dirci per spiegarci che la televisione usata come presenza continua e invasiva nella vita familiare non è una compagnia, ma solo un’illusione di compagnia, che non aggiunge ma toglie, che non avvicina agli altri ma allontana; che i nostri bambini non ne sentono il bisogno e che per tenerli impegnati basta farli sedere a terra con una pentola, un coperchio e qualcosa da metterci dentro? In fondo, non chiedono molto per crescere, possiamo accontentarli.

Sonia Bozzi, redattrice di UPPA, bozzi.sonia@gmail.com

Ritorno a lavorare: devo lasciare il latte per il mio bambino

Ritornerò a lavorare a tempo pieno quando il mio bambino avrà solo sei settimane. Di quanto latte al giorno avrà bisogno?

Jan Ellen Brown risponde:

Intanto complimenti per la tua previdenza e per il tuo impegno nell’allattamento al seno, pensando già da ora ai problemi che dovrai affrontare col ritorno al lavoro. Come Consulente de LLL e Consulente professionale per l’allattamento al seno, ho aiutato molte donne a conciliare l’allattamento al seno con il proprio impiego.

Il permesso di maternità di sei settimane accelera spesso il bisogno di introdurre il biberon e di costituirsi le proprie riserve di latte, ma con un po’ di riflessione e flessibilità si può continuare ad allattare al seno fino a quando lo si desidera. La realtà italiana è spesso divers; nella maggior parte dei casi, la mamma rimane per meno ore consecutive lontana dal figlio e rientra ala lavoro nonprima dei tre mesi. Di conseguenza è ancora più evidente come ogni donna si debba regolare in base alla propria situazione personale.

Se si rimane separate dal proprio figlio di sei settimane per sette-nove ore al giorno, è consigliabile pianificare le cose per diverse poppate. L’ideale sarebbe ovviamente allattare immediatamente prima di uscire di casa e subito dopo il ritorno dal lavoro. Il bimbo avrà probabilmente bisogno di essere nutrito tre o quattro volte durante l’assenza della mamma. Ma poiché ogni bambino è diverso, solo dopo una o due settimane si avranno le idee più chiare su come organizzare gli orari delle poppate.

Un bambino di sei settimane ha bisogno dai 60 ai 120 grammi di latte a poppata: sarà la persona che alimenta il bimbo che valuterà la quantità esatta che lo soddisfa. All’inizio, ogni porzione di latte non deve superare i 120 grammi. Si possono tenere a disposizione nel freezer un paio di piccoli “spuntini” contenenti dai 30 ai 60 grammi di latte, per quando il bimbo dimostra di avere ancora fame. A mano a mano che il bimbo cresce e attraversa i vari “scatti di crescita”, si può aumentare la quantità di latte oppure aumentare il numero di “spuntini”.

Per costituirsi le riserve di latte, bisogna diventare esperte nell’estrarlo. Molte mamme hanno trovato che la maniera più facile e veloce di farlo fosse quella di affittare un tiralatte elettrico ad attacco doppio. Se non ci si può permettere questo kit o non è disponibile, si può provare con un tiralatte a pile o con la spremitura manuale. Indipendentemente dal metodo usato, si deve iniziare a togliersi e a congelare il latte quando il bimbo ha circa tre settimane. Il momento in cui si riesce ad estrarre più latte è spesso quello del risveglio, perché si è più riposate. Spremere il latte un’ora o due dopo la prima poppata della mattina aiuta ad assicurarci che le esigenze del bimbo saranno state soddisfatte. Alcune madri si tolgono il latte dopo ogni poppata, raccogliendo il latte da più poppate in sacchettini di 60-120 gr. Un altro sistema è quello di spremere un seno mentre il bimbo sta poppando dall’altro, per approfittare del riflesso che facilita l’uscita del latte anche dal seno non direttamente stimolato.

L’ideale sarebbe riuscire, nelle prime tre settimane, a conoscere il proprio piccolo e a produrre una quantità adeguata di latte per le sue poppate al seno. Valutando un ritorno al lavoro quando il bimbo ha sei settimane, un mamma può considerare l’idea dell’introduzione del biberon alla terza o alla quarta settimana. Di solito è preferibile che sia già un’altra persona ad offrirlo al bimbo. Non bisogna dimenticare di estrarsi il latte durante queste “sessioni di prova” e di congelarlo per dopo!

Qualche altro suggerimento per ottimizzare il vostro ritorno al lavoro:

Un giorno di “prova generale” che simuli il vostro orario di lavoro può aiutare a risolvere ogni intoppo nel vostro schema di lavoro, o a farvene formulare uno! Programmate un appuntamento dal dentista, dal dottore o dall’estetista, o ritornate al vostro posto di lavoro e familiarizzate con ogni cambiamento che si è verificato durante la vostra assenza. Programmate di tirarvi il latte durante questo periodo, al momento della poppata persa e aggiungetelo alle vostre riserve.

Ritornate a lavorare part-time per la prima settimana oppure cominciate di giovedì o di venerdì. Cominciate subito a cercare chi si occuperà del piccolo, assicurandovi che sia una persona che capisca in pieno le vostre esigenze di mamma e bimbo ancora uniti dall’allattamento al seno.

Una mamma espone la sua esperienza:

Sono ritornata al lavoro quando il mio primo bimbo, Carter, aveva sette settimane. Quando mi toglievo il latte per qualunque motivo, lo mettevo da parte. Molte mamme attraversano nelle prime settimane degli ingorghi mammari e si tolgono il latte per avere sollievo… Bisogna approfittare di questi surplus e congelali per usarli in seguito! Per il resto il miglior impiego del tempo nelle primissime settimane è quello di imparare a conoscere il piccolo e di riposare.

Le prime volte che ho provato a togliermi il latte, fui delusa dal fatto che non riuscivo ad ottenerne neanche 50 grammi. Cominciai a farmi prendere dal panico. Ma non era affatto il caso! Trenta, sessanta grammi al giorno per due settimane bastano per alimentare il bambino nei suoi primissimi giorni.
Ho sempre etichettato il latte con la data e con i grammi, quindi davo istruzioni alla baby-sitter di usare sempre il latte con la data più vecchia.
Se si tratta di lavoro part-time, per un paio di giorni può servire provare a simulare un giorno di spremitura, annotando gli orari in cui si presenta la sensazione naturale del rilascio del latte (riflesso di emissione). Per me questi tempi sono stati facilmente prevedibili, così fui in grado di organizzarmi in modo da essere libera. Questo ha reso la spremitura del latte più veloce e meno stressante, visto che la quantità di latte era abbondante.

Quando sentivo arrivare il riflesso di emissione, afferravo il mio tiralatte e correvo in bagno. Altre volte, lo confesso, chiudevo a chiave la porta e mi toglievo il latte durante lunghissime telefonate: una volta, qualcuno mi chiese “Cos’è questo ronzìo?” e io risposi, in buona fede: “Stanno facendo dei lavori fuori, per strada”, rendendomi poi conto che invece era il mio tiralatte!

Non bisogna dimenticare di togliersi il latte durante i fine settimana. Anche se ne esce solo un centinaio di grammi in tutto perché il bambino è sempre attaccato per riequilibrare il bisogno di ”mamma”, saranno già a disposizione per la settimana seguente. Per quanto mi riguarda, notavo che il venerdì non ottenevo le stesse quantità dei quattro giorni precedenti, ma potendo rimettermi in pari nel fine settimana riuscivo a contenere il mio livello di stress. Al contrario, la produzione del lunedì era più che abbondante, in modo da poter ottenere anche uno “spuntino” in più.

Fonte: La Leche Laeague

Lavoro e allattamento al seno

Di Claude Didierjean Joveau.
tratto da “Allaiter ajourd’hui”, bollettino de La Leche League Francia, n. 22 di gennaio-febbraio marzo 1995
traduzione di Silvia Colombini

Il lavoro delle donne non è un fenomeno nuovo. In ogni epoca, le donne hanno svolto vari compiti in aggiunta al loro lavoro domestico (sia occuparsi della casa che dei bambini). Ma questi compiti si svolgevano generalmente a domicilio o non lontano da casa (lavoro dei campi). In questi casi il bambino poteva rimanere con sua madre e il lavoro1 di questa non era un ostacolo all’allattamento2.

Il problema è cominciato a porsi quando, in massa, le donne sono diventate lavoratrici stipendiate e il loro lavoro implicava un’assenza prolungata da casa (orario di lavoro e tempo di trasporto spesso molto lunghi). Ed è innegabile che il lavoro delle donne all’esterno è stato uno dei fattori scatenanti per l’abbandono della pratica dell’allattamento materno nel corso del XX° secolo.

Cosa ne è oggi?

Paradossalmente, tutti gli studi statistici recenti fatti nei paesi industrializzati mettono in evidenza che l’allattamento al seno è più frequente nelle donne che hanno fatto studi superiori o che esercitano una professione.

Purtroppo, la maggior parte di queste donne svezzano i loro bambini al momento della ripresa del lavoro. É una necessità indispensabile? Assolutamente no. L’esperienza ci dimostra che è possibile continuare ad allattare pur lavorando, per il beneficio della madre e del bambino.

Riconosciamo che si tratta di un’idea che va a scontrarsi con la mentalità dominante da noi: qui, qualsiasi donna che va dal medico con il suo bambino di un mese e gli annuncia che deve riprendere il lavoro uno o due mesi dopo, si vede immediatamente proporre un “piano di svezzamento” in modo che il bambino sia completamente alimentato al biberon al momento della ripresa del lavoro. Si capisce che in queste condizioni molte donne, anche se sono convinte dei benefici dell’allattamento3 al seno, rinunciano totalmente ad esso. A cosa serve impegnarsi in questa avventura se è per interromperla poco tempo dopo, aggiungendo alla difficoltà della separazione madre-figlio quella di uno svezzamento precoce? Tanto più che tutte le piccole difficoltà che possono venir fuori nel corso di un allattamento si concentrano nei primi 2-3 mesi. Non c’è da stupirsi se, dopo tutto questo, per molte donne l’allattamento al seno è stato soltanto un susseguirsi di problemi, se non peggio.

L’unico modo per uscire da questa situazione è proprio interrompere questa equazione fatale: ripresa del lavoro = svezzamento definitivo del bambino dal seno.

Bisogna che si sappia, a cominciare dai medici, che continuare ad allattare al seno lavorando non è un’impresa sovrumana riservata a delle super-donne, né alle stranezze di qualcuna. Il giorno in cui questo farà parte della cultura attuale, si può sperare che l’allattamento materno sbocci e vada oltre i 2-3 mesi scontati per la maggior parte dei bambini.

Perché farlo?

Tutte le ragioni che hanno fatto preferire l’allattamento materno alla nascita, sono sempre valide quando il bambino ha 3 o 6 mesi. Il latte materno rimane l’alimento più adatto al bambino: miglior digeribilità, miglior protezione contro i rischi allergici e contro le infezioni recidive della laringe e dell’orecchio. Sapete che, nei paesi Scandinavi, i pediatri dosano gli IgE4 nel sangue del cordone ombelicale alla nascita? Nel caso in cui i valori sono alti si prendono misure preventive prolungate tra le quali l’allattamento materno esclusivo fino all’età di 6 mesi (Dott. Reinert, capo del servizio pediatrico del CHIC di Greitel).

Per un bambino che dovrà essere affidato durante l’orario del lavoro della madre in genere fuori di casa sua (sia al nido sia presso una baby sitter) e si troverà quindi in contatto con molti germi nuovi, gli anticorpi trasmessi dal latte materno possono creare una grande differenza.

I benefìci psicologici sono anch’essi molto importanti; ed è su questi soprattutto che insistono le donne che hanno vissuto quest’esperienza. Separazione addolcita per il bambino e per la madre, minima gelosia tra la madre e la baby-sitter, gioia nel ritrovarsi e ciucciare, sicurezza data da questo legame salvaguardato, tutte trovano all’incirca le stesse parole per descrivere i loro sentimenti.

Una mamma racconta: “Quando tornavo dal lavoro, era festa, ci accoccolavamo tutti e due nel letto, la bimba succhiava e recuperavamo il tempo della separazione in un meraviglioso momento di tenerezza.” E un’altra: “Mi è stato meno difficile lasciare mia figlia al nido la mattina, sapendo che c’era qualcosa di me nel suo corpo”.

Come farlo?

Il vero segreto della riuscita è semplicemente … sapere che è possibile, che non si tratta di una “performance” riservata a poche “strane” e masochiste, ma di una possibilità reale per tutte le donne che lo desiderano. É naturalmente importante per la madre essere sostenuta da chi le sta intorno: in primo luogo il padre del bambino, poi il proprio medico, e il supporto di altre donne che hanno vissuto o che stanno vivendo la stessa esperienza5.

Due piccoli “segreti” permettono anche di avere tutte le probabilità dalla propria parte; sono molto semplici ma possono sembrare insoliti perché si scontrano con molti consigli ricevuti.

La prima cosa è continuare ad allattare completamente fino alla ripresa del lavoro senza preoccuparsi se il bambino rifiuta il biberon o il cucchiaio: lo accetterà dalla persona che si prenderà cura di lui, perchè ne capirà allora la necessità e l’utilità. Ci eviteremo così non poche angosce e conflitti che possono portarci ad un vero e proprio “tour de force”, e avremo più garanzie che l’allattamento, ben avviato, non si esaurisca.

La seconda cosa è, dopo la ripresa del lavoro, continuare ad allattare a richiesta appena si ha il bambino con sè (mattino, sera, notte, ferie, vacanze). Il bambino non ha bisogno di avere lo stesso ritmo che ha al nido o con la baby sitter, quando è a casa con voi. Di fatto questo lo aiuterà a distinguere bene tra “quando sono con la mamma e posso ciucciare” e “quando la mamma non c’è e non posso ciucciare”.

In più, questo permetterà di mantenere un certo numero di poppate e quindi una buona quantità di latte.

Le paure più frequenti.

La prima riguarda la “perdità del latte”. É evidente che se il bambino ciuccia meno, la madre avrà meno latte. Da lì l’interesse a mantenere il più gran numero di poppate possibili quando si è con il bambino. Da lì anche l’interesse – quando è la madre a sceglierlo – a tirarsi il latte. Ma in ogni caso, il latte non si perderà come per incanto: finché il bambino succhia ci sarà latte, anche se in quantità inferiore.

La seconda paura è la stanchezza: spesso chi sta intorno alla madre farà pressione imputando sistematicamente la stanchezza all’allattamento. É vero che stanca avere un lavoro fuori casa e un bambino piccolo, ma continuare ad allattare non aumenterà questa stanchezza, al contrario… come diceva una madre: “Non è certo sempre facile, ma l’allattamento ci porta ad avere uno sguardo diverso sui compiti che si hanno, o che si crede di avere, e a riconoscere le priorità. É vero, bisogna organizzarsi per risparmiarsi al massimo gli altri compiti, ma è una tale gioia allattare un bambino che questo cancella tutto il resto e mette le ali!”

E poi questo ci evita di preparare qualcosa apposta per il bambino quando si rientra a casa!

Un timore frequente sono gli ingorghi e le perdite di latte sui vestiti. Questo può effettivamte accadere i primi giorni, e la madre dovrà fare attenzione ad alleviare la tensione eventuale dei seni tirandosi un po’ di latte. Ma molto in fretta, e in modo quasi miracoloso per chi non l’ha vissuto, i seni si adatteranno a questo nuovo ritmo. Un ultimo trucco per evitare le “fuoriuscite”: generalmente basta premere forte sui seni (p.es. incrociando le braccia) appena si comincia a sentire il formicolio, per impedire al latte di colare.

In conclusione

É evidente che più le circostanze sono favorevoli, più sarà facile conciliare lavoro e allattamento: per esempio, se la madre può rientrare quando il bambino è più grande, o se lo può portare sul luogo di lavoro. Ed è chiaro che anche le disposizioni legislative come maternità prolungata, possibilità del part-time, degli orari flessibili, dei nidi sul luogo di lavoro, migliorerebbero enormemente la situazione.

Ma il messaggio da far passare è che anche in circostanze meno favorevoli, è possibile continuare l’allattamento. Ci sono donne che l’hanno fatto, come per esempio P. che ha ripreso il suo lavoro di ostetrica (con gli orari che questo implica) quando il suo bambino aveva 3 mesi. Allora sempre più donne potranno dire come questa madre : “Non è stancante, al contrario mi aiuta a sopportare queste separazioni perché so che lui ed io abbiamo questo nostro piccolo giardino, questa relazione privilegiata che neanche l’assenza può offuscare.”

Note:

1. Per comodità, utilizziamo la parola “lavoro” nel senso di lavoro all’esterno della casa. Lungi da noi l’idea che le donne a casa non lavorano!

2. É ancora il caso di numerosi paesi del terzo mondo, dove le donne si spostano per lavoro (nei campi, artigianato, commercio) tenendo il bambino con sé.

3. E non c’è dubbio che sono in molti ad esserne convinte. Negli Stati Uniti, uno studio recente del ministero della Sanità, ha rilevato che anche le donne che allattano con il biberon ammettono la superiorità dell’allattamento materno.

4. Le immunoglobuline E sono degli anticorpi che, se trovate in un tasso superiore alla norma, segnalano uno stato o un terreno allergico.

5. É a questo scopo che, in alcune località, La Leche League organizza riunioni specifiche per le donne che lavorano.

Fonte: la Leche League

http://www.llli.org/lang/ital/italmamma45.96.2.html

L’amore materno rende più svegli “Ippocampo più sviluppato del 10%”

NOI ITALIANI, è noto, siamo dei ‘mammoni’. Ed è probabile, con buona pace di chi ci critica, che sia questo il segreto della nostra genialità. Una ricerca della Washington University School of Medicine di St. Louis dimostra infatti che i bambini che in età prescolare godono di cure materne particolarmente amorevoli sviluppano del 10 per cento in più l’ippocampo, area del cervello fondamentale nella gestione di apprendimento, memoria e stress.

In altre parole, chi fino ai quattro-cinque anni di vita trascorre molto tempo in compagnia della madre e viene da lei coccolato e vezzeggiato, anche “più del dovuto”, da quel rapporto trarrà, crescendo, un enorme vantaggio sul piano psico-fisico, ritrovandosi molto più sveglio dei coetanei.

“Ecco perché dico sempre ai neo-papà: smettetela di ‘giocare’ a fare le mamme”, spiega il pedagogista Daniele Novara, fondatore e direttore del Cpp (Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti) di Piacenza. “Nel primo anno di vita (e non solo) il rapporto tra mamma e bambino è fondamentale per lo sviluppo cerebrale. E finalmente uno studio conferma questa teoria”.

Una teoria – detta “dell’attaccamento primario”, già elaborata dallo psicanalista britannico John Bowlby – che studia le componenti etologiche del comportamento umano e aveva concluso che il neonato è un mammifero e che, come tutti i mammiferi, nel primo anno di vita deve continuare ad essere trattato come se si trovasse ancora nel grembo materno, con un continuo e forte contatto epidermico con la madre.

“Studi successivi – precisa Novara – hanno poi dimostrato che i bambini che vengono allevati in questo modo, da grandi raggiungono performance cognitive migliori. Una situazione che io stesso ho riscontrato personalmente”.

Quella pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences è però la prima ricerca che lega gli accudimenti materni allo sviluppo strutturale di una regione chiave del cervello, in questo caso l’ippocampo. “Il nostro lavoro – spiega il coordinatore del progetto, Joan Luby – fornisce una prova affidabile dell’importanza di coltivare in anticipo lo sviluppo cerebrale e potrebbe avere enormi implicazioni per la salute pubblica”.

Per giungere a queste conclusioni, Luby e il suo team hanno condotto un esperimento costringendo bambini dai 3 ai 6 anni ad affrontare una situazione frustrante: lasciati in una stanza con un pacchetto dai colori molto vivaci, avrebbero potuto aprire il regalo solo dopo che la mamma avesse portato a termine una serie di disegni. Osservando come madre e figlio gestivano la situazione, pensata proprio per replicare i fattori di stress tipici della quotidianità (in cui una mamma non può assecondare in ogni momento le richieste del figlio), gli studiosi hanno classificato sotto la categoria “accudimento” i casi in cui le madri offrivano rassicurazione e supporto al bambino, e diversamente quelli in cui lo ignoravano o rimproveravano.

Tempo dopo, quando i bambini avevano compiuto dai 7 ai 10 anni, i ricercatori hanno effettuato scansioni con risonanza magnetica al cervello di 92 di loro, riscontrando, in quelli con mamme più amorevoli, un ippocampo più grande del 10 per cento rispetto a quelli rientrati nell’altra categoria.

Nello studio, i ricercatori hanno escluso i bambini che soffrivano di depressione o altri disturbi psichiatrici in grado di influenzare la dimensione dell’ippocampo. “Decenni di ricerche avevano suggerito l’importanza di un caregiver particolarmente amorevole (che si tratti di mamma, papà o nonni) ai fini dello sviluppo emotivo e comportamentale del bambino – ha concluso Luby – ma questo studio fornisce prove concrete circa il fatto che una regione chiave del cervello cresca più sana e meglio sviluppata nei bambini che ricevono un accudimento più attento”.

“Che esista un rapporto tra sviluppo dell’ippocampo e cure materne è perfettamente vero – spiega Enrico Cherubini, coordinatore del settore di Neurobiologia della Sissa di Trieste, la Scuola internazionale superiore di studi avanzati, e presidente della Società italiana di neuroscienze – e lo confermano anche diversi studi già condotti sul mondo animale. Nei primi anni di vita il bambino ha un cervello plastico, in grado di formare continuamente nuove connessioni. Quindi è altamente probabile che gli stimoli materni contribuiscano all’aumento di questo network, favorendo lo sviluppo delle sinapsi dell’ippocampo”.

Articolo tratto da “Repubblica.it

http://www.repubblica.it/salute/benessere-donna/2012/02/05/news/amore_materno-29185422/?ref=HRERO-2

Il mio bambino soffre di reflusso gastroesofageo. Posso allattarlo ugualmente?

Negli ultimi anni c’è stato un grande aumento del numero di bambini cui è stato diagnosticato il reflusso gastroesofageo. In questi casi, l’allattamento non andrebbe interrotto. Sono stati condotti pochissimi studi sull’alimentazione dei bambini che soffrono di reflusso; tuttavia, è stato provato che i bambini con questo tipo di disturbo soffrono meno di reflusso notturno quando sono allattati.

Per capire meglio cosa si intende con reflusso :

 

  • Per reflusso gastroesofageo si intende il ritorno nell’esofago del contenuto dello stomaco.
  • I sintomi e le complicazioni di questo disturbo variano da paziente a paziente e possono comprendere:

difficoltà a deglutire, singhiozzo e ruttini frequenti, conati di vomito o soffocamento, frequente dolore o arrossamento della gola, sonno disturbato, pianto improvviso o inconsolabile, dolore acuto, inarcamento durante le poppate, rigurgito e vomito frequenti, vomito molte ore dopo il pasto, rifiuto del cibo o costante richiesta di cibo o bevande, aumento di peso rallentato, otiti frequenti, problemi respiratori compreso il broncospasmo, respiro faticoso, asma, bronchite, polmonite, apnea.

Quando allatti un bambino che soffre di reflusso gastroesofageo è importante ricordare prima di tutto le basi dell’allattamento: il bambino dovrebbe ricevere cibo a sufficienza, il bambino dovrebbe essere attaccato al seno nel modo corretto e nella giusta posizione.

Posizione da assumere per il bambino con reflusso gastroesofageo:

 

 

    • Il bimbo dovrebbe essere messo in una posizione tale che la gravità sia di aiuto nell’impedire al latte di tornare indietro.
    • Il bambino potrebbe preferire una posizione eretta.
    • Utilizza un marsupio per tenere il bambino a livello del seno sia da seduta sia camminando.
    • Allatta da coricata, tenendo il bambino davanti a te e appoggiandolo sul braccio in modo che sia leggermente sollevato.
    • Prova ad allattare su una sedia a sdraio o adagiata sui cuscini sul letto. Metti il bambino pancia contro pancia, con il volto rivolto al seno.

Il pediatra potrebbe consigliarti di somministrare al bambino dei pasti resi meno liquidi con l’uso di cereali. Sebbene non ci siano dimostrazioni che questo espediente sia efficace, molti medici vogliono tentare questa strada prima di passare alla prescrizione di medicinali.

Questo espediente può essere messo in atto come tentativo.

 

  • Prova ad utilizzare latte materno o acqua invece del latte artificiale.
  • Dai i cereali al bambino con il cucchiaio o con una tazzina per evitare di introdurre tettarelle prima che l’allattamento sia ben avviato (rischio di confusione del capezzolo).

Alcuni bambini che soffrono di reflusso gastroesofageo poppano al seno in maniera accettabile. Vogliono essere allattati e non chiedono alle mamme di poppare 24 ore al giorno.

Altri bambini che soffrono dello stesso disturbo imparano presto che l’atto di nutrirsi causa loro dolore e smettono di mangiare. Questi bambini possono trarre beneficio dalle tecniche di spremitura del latte in modo che la calata avvenga prima che il bambino cominci a succhiare; dall’essere allattati in differenti posizioni o mentre dormono; dall’eliminazione delle distrazioni; dal camminare mentre si sta allattando; da un bagno caldo; dal contatto pelle a pelle o dal massaggio infantile.

Altri bambini che soffrono di reflusso gastroesofageo vogliono mangiare continuamente! Il latte infatti agisce come naturale antiacido ed è di conforto. In questo modo però, se il bambino si riempie troppo e supera la capacità del suo stomaco, i sintomi del reflusso possono peggiorare. Quando si ha a che fare con bambini di questo tipo, può essere meglio offrire loro solo un seno ad ogni poppata; poiché il seno non si svuota mai completamente, il bimbo avrà a disposizione un flusso meno copioso di latte che può essere di sollievo alla gola infiammata senza riempire troppo il suo stomaco. Alcune mamme hanno notato che anche il ciuccio può essere un modo per aiutare questi bambini. Ci può essere la tentazione di cambiare il modo con cui si alimentano i bambini che soffrono di reflusso gastroesofageo, nella speranza che i sintomi migliorino: ma questo disturbo è una malattia diagnosticata dal medico, non è un problema di alimentazione. In molti casi, con il passare del tempo il disturbo si attenua.

Continuare ad allattare è fonte di molti benefici sia per il bimbo sia per la mamma poiché migliora lo state di salute, lo sviluppo e, cosa ancora più importante, rafforza il legame madre-figlio che potrà aiutarti a superare anche un momento difficile come questo.

 

FONTE: La Leche League

http://www.lllitalia.org/index.php?option=com_content&task=view&id=121&Itemid=26

 

Svezzamento – Introduzione precoce di alimenti solidi

Riportiamo la risposta del dott. Piermarini in UPPA relativa all’introduzione precoce dei cibi solidi, proposta da alcuni pediatri.

Avrei una domanda su allattamento al seno. I dettami OMS parlano di allattamento esclusivo per i primi 6 mesi, come si relazione con la finestra temporale dei 4 e 6 mesi, dove l`introduzione degli alimenti sembrerebbe diminuire la probabilità di malattia atopiche? Lo chiedo, perchè diverse mamme raccontano il consiglio di pediatri di introdurre assaggi di “alimenti della tavola” e ci sono articoli di diverse riviste che sembrano andare in questa direzione (Medico e bambino 3/2009 “La dieta dei primi mesi e lo sviluppo dell`atopia”) Grazie Lucia

RISPOSTA

Chiariamo innanzitutto che la finestra per lo sviluppo della tolleranza è in realtà aperta fino a 7 mesi compiuti e che superare i limiti massimi significa solo ridurre gradualmente l`efficienza del meccanismo e non abolirlo. e che, limitatamente a, conviene. Premesso questo, anche accettando per buoni i limiti superiori, per i quali aspettiamo ulteriori studi di conferma, bisogna necessariamente fare i conti con la maturità generale dei bambini, che non sempre sono disposti ad accettare un`offerta di cibo intempestiva. Forzare un bambino che non mostra interesse non solo provoca  problemi dell`alimentazione di vario tipo ma il frequente rifiuto del cibo vanifica anche il tentativo di sfruttamento della finestra.

Lucio Piermarini

Crema alla Sogliola e verdure

 

Ingredienti (per 4 porzioni di pappa… poi dipende dall’appetito del vostro cucciolo)

1 sogliola piccola

1 carota piccola

1 zucchina

1 gamba di sedano

1 patata grande (o tre piccole)

3-4 foglie di salvia

Dopo aver tolto la pelle alla sogliola cuocetela intera al vapore insieme a tutte le verdure.

Una volta cotta pulite la sogliola, stando attente a togliere tutte le lische e le spine (io, per essere certa che non ne fossero rimaste, ho spezzato la sogliola con le mani) e omogeneizzate tutto – pesce e verdure- compresa la salvia.

Servite con un cucchiaino di olio d’oliva e, mi raccomando, NON aggiungete il parmigiano!!! Voi di solito mangiate il pesce con il formaggio?