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Spazzolare è meglio che curare

di Nicola D`Andrea

La carie. Pochi lo sanno, ma è una malattia infettiva. In bocca sono presenti centinaia di microbi, che non provocano disturbi: alcuni di questi però (della specie Streptococcus) producono delle sostanze che fanno fermentare gli zuccheri e quindi alterano lo smalto e la dentina, facendo perdere i minerali essenziali per la buona salute del dente. Questi microbi possono vivere solo sulle superfici dure: diventano colonizzatori della bocca solo quando erompono i primi denti. Ormai sembra dimostrato da molti studi che il consumo di zuccheri, soprattutto con modalità del “poco e spesso”, è il principale fattore favorente la comparsa della carie.
La somministrazione di fluoro previene la carie. Sulle modalità di somministrazione ci sono suggerimenti non sempre concordanti tra gli esperti. Semplificando, sulla scorta dei consigli ufficiali del Ministero della Salute, ci si può orientare così: da 6 mesi a 3 anni 0,25 mg di fluoro al giorno; da 3 a 6 anni 0,50 mg e dai 6 ai 16 anni 1 mg. In commercio si trovano compresse e gocce. Questi dosaggi vanno bene per i bambini che vivono in aeree con acqua a basso contenuto di fluoro, cioè di minore di 0,6 ppm (parti per milione – vedi box). Come si può conoscere quanto fluoro contiene l’acqua che scorre dal nostro rubinetto? Ogni azienda-gestore dell’acquedotto di zona deve fornire il dato; alcune rilevazioni sono state condotte da Altroconsumo e sono reperibili al sito: altroconsumo.it/acquapotabile.
Ma per prevenire efficacemente la carie resta fondamentale l’uso dello spazzolino con il dentifricio.
Fino a un anno. Niente spazzolino, né dentifricio. Basta strofinare delicatamente con garza umida o con gli appositi ditalini di gomma sulle gengive e sui denti.
Da un anno a tre anni. Sì allo spazzolino, no al dentifricio. Il bambino deve iniziare a prendere confidenza con lo spazzolino, ma saranno sempre mamma e papà a pulire i denti. Niente dentifricio, quindi, fino a tre anni perché il bambino non è ancora in grado di controllare la deglutizione e ne ingerisce una quantità troppo alta (il 65% secondo alcuni studi).
Dopo i tre/quattro anni. Spazzolino e dentifricio. Sotto l`occhio vigile di mamma e papà, il bambino può iniziare a lavarsi i denti da solo con spazzolino e dentifricio. Quest`ultimo deve avere un contenuto di fluoro non superiore a 500 ppm (controllate in etichetta). Una quantità che garantisce il corretto apporto di fluoro per proteggere i denti, ma è abbastanza basso per evitare la fluorosi (degenerazione dello smalto dei denti, demineralizzazione e macchie).
Dai 6 anni in poi. È il momento dell`emancipazione. Il bimbo si lava i denti da solo e senza limiti di fluoro. Infatti, può usare un dentifricio per adulti (con 1000 ppm di fluoro) anche perché la quantità ingerita involontariamente scende al 30% perché i riflessi di deglutizione sono già sviluppati.

Quanto dentifricio e quale spazzolino? Basta poco dentifricio, la quantità necessaria a “sporcare” lo spazzolino. Infatti, la pulizia è data dal movimento meccanico dello spazzolino, che deve essere piccolo e con setole morbide. Sostituitelo appena le setole si rovinano. Attenzione agli spazzolini con pupazzetti e simili che hanno impugnature non adeguate e dimensioni spesso eccessive per un bambino rendendo difficile la pulizia dei denti.
Come si lavano? Facendo ruotare le setole dello spazzolino dalla gengiva al dente
Sono efficaci le sigillature dei solchi e delle fossette della superficie occlusale dei denti? È una metodica di prevenzione della carie molto efficace se viene praticata nei due anni successivi all’eruzione, controllandone l’integrità una volta l’anno. Consiste nella copertura di quelle irregolarità dello smalto dentario presenti sulle superfici masticatorie dei molari e dura fino a quindici anni. È indicata specialmente per i primi molari permanenti, data la loro posizione molto profonda nel cavo orale e perciò non facilmente aggredibile dallo spazzolino.
I peggiori nemici dei denti dei bambini? Il succhiotto con zucchero o miele e il biberon con acqua o latte zuccherato. Specialmente se utilizzati durante il sonno, quando la produzione di saliva, che ha comunque un’azione di “lavaggio”, è fortemente ridotta. Queste cattive abitudini sono la causa della carie particolarmente severa, che rapidamente distrugge il dente, con notevole disagio per il bambino: comporta dolore, ascessi e fistole, talvolta difficoltà di alimentazione e conseguente malnutrizione. Non è semplice curare tale condizione e quasi sempre bisogna ricorre a estrazioni multiple con disagi per i bambini e le loro famiglie.
Curare l’igiene orale è sempre importante, in gravidanza lo è ancora di più. Studi svolti in Finlandia, Stati Uniti e Cile e pubblicati sul Journal of Peridontology hanno rilevato che il 30% di gestanti con minacce di parto pre-termine prese in esame aveva nel liquido amniotico il Porphyromonas gingivalis, uno dei batteri responsabili dei disturbi paradontali più seri. Questa scoperta dimostra la capacità del microorganismo di attraversare la placenta e diffondersi nel liquido amniotico provocando un’infiammazione che può determinare persino la rottura precoce del sacco amniotico e quindi un parto prematuro. Nella saliva dei bambini si trovano gli stessi tipi di batteri che si trovano nella saliva della madre: la salute orale e dentale della madre, non favorisce lo sviluppo della carie nella dentatura decidua dei figli. Utilizzare regolarmente collutorio alla clorexidina durante la gravidanza impedisce o ritarda l’infezione da parte degli streptococchi responsabili della carie.

BASSA CONCENTRAZIONE
Un milligrammo è un millesimo di grammo, un grammo è un millesimo di chilogrammo. Così un milligrammo è un milionesimo di chilogrammo. Quindi un milligrammo è una parte per milione del chilogrammo: una sostanza ha un certo valore espresso in parti per milione (ppm), come dire “milligrammi per ogni chilogrammo”.

 

ACQUA MINERALE E FLUORO

Abbiamo detto che una parte del fluoro viene assunta bevendo acqua. Uppa, si sa, è per l’acqua del rubinetto, ma in qualche caso, per motivi di inquinamento dell’acqua dell’acquedotto, potrebbe essere necessario ricorrere all’acquisto di acqua in bottiglia, è utile perciò conoscerne il contenuto di fluoro

FLUORO PER BOCCA? NON TUTTI SONO D’ACCORDO
Nonostante si continui a sostenere l’importanza della fluoroprofilassi per bocca per la prevenzione della carie, è curioso notare come la Linea Guida italiana di cui si parla in questo articolo non riesca a risultare convincente in questo senso. Mancano, almeno così ci pare, le prove solide a sostegno di tale tesi (studi randomizzati e controllati). Per la somministrazione in gravidanza le evidenze sembrano addirittura sostenere il contrario. L’onere della prova sta, come sempre, ai sostenitori di tali interventi su tutta la popolazione; in assenza della prova stessa si può forse pensare di condurre uno studio ad hoc. Numerosi e convincenti sembrano, invece, gli studi e le revisioni sistematiche a favore dell’applicazione direttamente sulla superficie dei denti di prodotti a base di fluoro. In questo caso, tuttavia, andrebbero considerati alcuni problemi di fattibilità a livello economico e di acquisibilità di certe abitudini nel comportamento quotidiano. Sarà interessante analizzare i risultati di una nuova revisione degli articoli scientifici più recenti, che ha tra gli obiettivi la valutazione della somministrazione di fluoro per bocca nella prevenzione della carie e la verifica di eventuali differenze tra l’uso del fluoro per bocca, l’applicazione diretta sulla superficie dei denti e altre misure preventive.
Mattia Doria e Roberto Buzzetti
Da Medico e Bambino n. 3/2010 modificato

Articolo tratto dal sito di UPPA

www.uppa.it

UPPA: domande e risposte su allattamento prolungato e tipo di latte da dare ai bimbi

“Non so se potete togliermi questo fastidioso dilemma che mi assilla: riprendendo il lavoro e continuando ad allattare ho avuto un periodo di “crisi”in cui ero tentata di smettere di allattare la mia bambina di 1 anno, adesso ha 14 mesi ed ho deciso di aspettare che sia lei a “chiedermelo”, ma le persone a cui lo dico mi guardano come se fossi matta, ma è così assurdo? E` davvero impossibile che ciò avvenga? Tutti mi dicono ch non avverrà mai e che lei si attaccherà sempre di più e sarà sempre più difficile farla smettere, e che addirittura le farei del male perché la vizierei troppo. Questo è anche detto da quelli pro allattamento. Ma dopo l`anno di età cosa succede al latte, si trasforma? Grazie per i vostri utilissimi consigli Cristina”

RISPOSTA

Cara Cristina,
l`organizzazione mondiale della sanità consiglia di allattare per due anni e oltre, fin che mamma e bambino lo desiderano. Non esiste il bambino che non si stacca naturalemnte dal seno, ma il bisogno di suzione e l`epoca in cui un bambino è pronto a staccarsi autonomaente sono molto soggettivi. Alcuni studi antropologici hanno evidenziato che in media un bambino abbandona il seno spontaneamente intorno ai tre anni (con molte variabili naturali). Ciò non vuol dire che tutte le mamme debbano allattare fino a tre anni, ma che, naturalmente, tutti i bambini prima o poi si staccano dal seno.

L`allattamento prolungato non è più accettato dalla nostra società perchè i modelli sono cambiati, ma in realtà sono molte le mamme che allattano a lungo (semplicemnte non lo dicono). Inoltre, il latte materno dopo l`anno di vita continua ad avere un`importante funzione nutritiva (pensa che 2-3 poppate al giorno possono arrivare a fornire 1/3 delle calorie necessarie al bambino). Ogni mamma dovrebbe scegliere liberamente quale strada percorrere senza troppi condizionamenti esterni e secondo le proprie modalità (non è che l`allattamento deve per forza essere “selvaggio”, alcune mamme scelgono di offrire il seno solo di giorno, o solo di notte o solo la sera e la mattina o solo in casa); insomma il mio consiglio è che siate tu e il tuo piccolo  a scegliere e non chi ti circonda. Spero di esserti stata utile,
Elena Uga

 

“Dopo l`anno non risultano effetti negativi apprezzabili ma bisogna sempre ricordare che il latte vaccino, anche se biologico, rispetto al latte umano e alla formula sostitutiva è tutto un altro alimento.” Caro UPPA … mi spiega meglio che cosa significa ” è tutto un altro alimento”. Ho preso questa frase da una sua risposta rispetto al latte di crescita. Rispetto a un 3 anni fa i pediatri stanno spingendo molto il latte di crescita o proseguimento al posto di quello vaccino (dopo l`anno), mi domando se sono stati fatti studi scientifici da fonti non interessate a tal proposito Mi aiuta… io tre anni fa con il mio primo figlio a 15 mesi gli ho dato il latte vaccino… e nessuno mi parlava di quello di proseguimento…adesso però i pediatri lasciano intendere che sia migliore per il bambino anche fino ai 3 anni di età… Grazie Valentina Como”

RISPOSTA
Se diamo per scontato che il latte materno resta l`alimento ideale per i bambini anche fino a due tre anni, come dichiara l`OMS, ne consegue che il latte di vacca, ideale per i vitelli, non può considerarsi un vero sostituto, e per convincersene basta guardare la composizione. Questo non significa tuttavia che un latte di vacca più o meno modificato abbia ancora un senso dopo l`anno di vita quando il bambino è in grado di assumere tutto ciò che gli serve anche senza far mai ricorso a qualsivoglia tipo di latte, ma neanche che non possa far uso del latte vaccino come alimento di buona qualità nutrizionale nell`ambito di una dieta varia di tipo “mediterraneo”. Il che vuol dire anche che il latte di vacca e derivati sono benvenuti nella dieta ma non possono essere considerati la componente più importante o maggioritaria, anzi, pena pesanti conseguenze metaboliche a lungo termine.

Allergie e crescita, quanto fa bene il latte di mamma

Un bimbo che mangia fast food annulla gli effetti benefici della poppata ed è a rischio asma. L’allattamento naturale potenzia la salute fisica del piccolo, il sistema immunitario e riduce la probabilità di numerosi disturbi dell’apparato respiratorio, del sistema gastrointestinale e della pelle

di Adele Sarno

Chi mangia male annulla gli effetti benefici dell’allattamento al seno. E, secondo uno studio canadese pubblicato su Clinical and Experimental Allergy, se un bambino mangia hamburger e patatine più di una volta a settimana rischia di andare in contro all’asma. Perché un tipo di alimentazione sbagliata riduce uno dei vantaggi dell’allattamento, ovvero proteggere il bebè dalle malattie respiratorie. Insomma gli studiosi hanno analizzato circa 700 bambini, 250 dei quali con asma e i rimanenti senza. Ne hanno rilevato le abitudini alimentari e la storia personale, per poi arrivare alla conclusione che più aumentava il consumo di hamburger e patatine più cresceva l’asma. Inoltre, i dati raccolti confermavano gli effetti protettivi nei confronti dell’asma derivanti dall’essere stati allattati al seno, anche se questi benefici risultano evidenti solo nei bambini che non mangiano fast food o lo fanno solo occasionalmente.

“L’allattamento naturale – spiega la professoressa Alessandra Graziottin, direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica dell’H. San Raffaele Resnati di Milano – ha un effetto molto positivo sulla salute fisica del bambino, potenziandone il sistema immunitario e riducendo la probabilità di numerosi disturbi dell’apparato respiratorio, del sistema gastrointestinale e della pelle”.

Allergie: l’incidenza e la prevenzione.
L’incidenza di allergia alimentare nei bambini sotto i 3 anni è stata calcolata intorno all’8%, mentre la prevalenza di allergia al latte vaccino nell’età tra 1 e 2 anni risulta essere 2-2,5%, la maggior parte di questi casi (circa l’85%) sembra risolversi entro il terzo anno di età. “L’allattamento materno – aggiunge la Graziottin – stimola il sistema immunitario e restituisce al bambino gli anticorpi necessari. Per questo si può dire che allattare al seno resta la strategia più efficace per prevenire l’insorgenza di allergie alimentari”. Molti studi hanno analizzato hanno messo in relazione l’alimentazione nei primi mesi di vita e la possibilità di sviluppo di allergie alimentari in bambini che avevano in famiglia casi di persone allergiche. Ebbene l’effetto protettivo del latte materno è stato messo in relazione alla scarsa quantità di proteine alimentari che verrebbero trasferite al bambino mentre gli anticorpi presenti nel latte materno avrebbero la capacità di modulare le risposte immunologiche verso eventuali antigeni.

Gli altri effetti benefici dell’allattamento al seno.
“Più tempo si allatta meglio è. Dopo la battaglia a favore del latte artificiale operata dal marketing negli anni Settanta, oggi per fortuna si è di nuovo consapevoli dell’importanza di questo gesto antico, al punto che – anche in Italia – il tempo medio di allattamento è cresciuto. Secondo l’Istat oggi si alimenta il bambino al seno per quasi sette mesi, contro i sei di dieci anni fa. Questo è un elemento molto positivo – spiega la Graziottin – perché significa che le mamme stanno più tempo con i propri figli. L’allattamento al seno, infatti, non solo placa il bisogno di cibo nel modo più naturale, ma costituisce per un bambino la più gratificante delle esperienze a livello sensoriale, emotivo ed affettivo. Il piccolo cresce meglio, acquista sicurezza, dorme meglio e, in generale, ha un bioritmo più regolare”. Insomma il calore del seno, il contatto rassicurante dell’abbraccio, le parole sussurrate con dolcezza, il profumo della pelle della mamma (il primo stimolo sensoriale che il piccolo impara a riconoscere fra mille, ben prima del volto o della voce) inducono una calma profonda e gettano le basi per il miglior sviluppo affettivo, cognitivo ed emotivo del cucciolo d’uomo e del futuro adulto.

(20 febbraio 2009)

http://www.repubblica.it/salute/benessere-donna/gravidanza-e-parto/2009/02/20/news/allergie_e_crescita_quanto_fa_bene_il_latte_di_mamma-5586887/

Perché piange?

Di Dee Kassing, da Leaven, Dic. 1996-Gen 1997

 

Il bimbo piccolo ha pochi mezzi per comunicare i suoi bisogni. Non importa se si tratta di fame, dolore o solitudine, per lui che non capisce cosa significhi il tempo, sono tutte esigenze ugualmente urgenti ed immediate. Quindi, quando ha un bisogno, apre la bocca e fa l’unico rumore che riesce a fare: è un meccanismo di sopravvivenza arcaica che si mette in atto. Fino a che non impara altri modi di comunicare, e i genitori non cominciano a comprenderli, distinguerli e a rispondere meglio, quindi, il piccolo piange, e può anche piangere spesso.

Cosa vorrà dire? Come farlo smettere?

Finché il bambino ed i suoi genitori non si conoscono meglio, bisogna provare le possibili alternative, una alla volta. Poiché i pianti dei bambini piccoli sono programmati per suscitare comportamenti di conforto o attaccamento nei genitori, le risposte sono praticamente “scritte” nel nostro inconscio. Sentiamo il bisogno di prendere il bambino in braccio, di attaccarlo al seno, di dondolarlo. A volte funziona, ma non sempre. Succede anche che a volte un bambino pianga talmente tanto che la madre, emotivamente e fisicamente esaurita, smette di rispondere nella maniera più adatta al bambino. Forse, una volta accertato che il bambino non ha nessun problema fisico, i genitori, stremati, dopo aver sentito più volte da persone estranee il consiglio di lasciar piangere il bambino perché “ha bisogno di piangere per far maturare i polmoni”, fanno proprio questo.

Prima o poi la maggior parte dei bambini tende a piangere meno. Ma il bambino chiaramente non ne riceve beneficio, e ricerche recenti hanno dimostrato che questo non è un bene per altri motivi.[1]

· Il bambino che piange molto sta consumando molte energie che potrebbero altrimenti essere utilizzate per la crescita.

· Le madri che decidono che i loro bambini sono difficili tendono a interagire meno facilmente con loro, parlando loro meno spesso. Queste interazioni sono invece molto importanti per lo sviluppo del linguaggio.

· In più, se il genitore evita il bambino, anche il bambino a sua volta tende a ritirarsi.

È importante quindi cercare di capire le motivazioni del pianto e cercare una soluzione.

Quali sono le motivazioni più frequenti per il pianto del neonato?

Qui di seguito potrete trovare alcune idee. Se una singola soluzione non funzionasse, può essere utile scegliere alcuni suggerimenti da mettere in pratica contemporaneamente.

Motivazioni possibili (solo alcune!) del pianto
1. L’uso di anestesia epidurale o di altri farmaci durante il parto può causare irrequietezza per un periodo che va da alcuni giorni ad alcune settimane dopo il parto.

2. Il bambino allattato al seno ha bisogno di essere allattato più spesso di un bambino nutrito artificialmente. Il latte materno viene digerito molto velocemente, perciò i bambini allattati al seno potrebbero richiedere poppate ogni due ore o più frequentemente. I bambini nutriti con formula artificiale tendono a poppare invece ogni tre-quattro ore.

3. Molti bambini hanno periodi di irrequietezza per alcune ore, di solito durante il pomeriggio o la sera.

4. Durante gli scatti di crescita, i bambini richiedono poppate più frequenti per alcuni giorni. Queste fasi solitamente si verificano intorno alle due settimane, alle sei settimane ed ai tre-quattro mesi del bambino.

5. Una produzione di latte troppo bassa è una causa frequente di pianti o irrequietezza nel bambino. Per assicurarsi una produzione adeguata di latte, è importante allattare a richiesta (vedi punto 2 qui sopra). Ci sono però altri fattori che influiscono sull’ abilità della madre di produrre latte a sufficienza:
- il fumo inibisce il riflesso di emissione del latte, e quindi gioca un ruolo nella diminuzione della quantità di latte prodotto.
- Un consumo eccessivo di caffeina può rendere nervoso il bambino, che quindi, non succhiando bene, può a sua volta provocare una riduzione della quantità di latte. Sul consumo di caffeina incide la quantità di caffè consumato, ma anche diverse bibite la contengono in quantità significative. Mentre certi bambini non sono sensibili, altri la tollerano molto poco.
- L’abilità di estrarre il latte dal seno potrebbe essere influenzata negativamente da problemi di suzione del bambino. Se il latte non viene rimosso dal seno, non è possibile aumentarne la quantità prodotta. Il dolore persistente ai capezzoli è spesso un indicatore affidabile di problemi di posizionamento e di suzione.
- Un livello di stress insolitamente alto nella mamma può avere effetti negativi sul riflesso di emissione. La maggior parte delle neo-mamme vive situazioni di stress “normali”, ma alcune di loro devono far fronte a stress aggiuntivi, per esempio, la morte di un membro della famiglia o un trasloco.
- L’uso di alcuni farmaci, p.e. diuretici, antistaminici o contraccettivi ormonali può avere un effetto negativo sulla quantità di latte prodotta.
- L’ipotiroidismo non diagnosticato e quindi non trattato potrebbe diminuire la produzione del latte nella madre, e in più può essere causa di una stanchezza eccessiva.
- Un’alimentazione adeguata, compreso un consumo di liquidi in quantità sufficiente, può aiutare la mamma ad affrontare meglio i bisogni del suo bambino.

6. Il bambino potrebbe avere male al pancino? I bambini succhiano anche per confortarsi, e questo significa che stanno mettendo ancora più latte nella pancia già piena.
- Il bambino è allergico a qualcosa nell’ambiente o nella dieta della mamma?
- La mamma sta passando troppo spesso il bambino da un seno all’altro durante la poppata, con il risultato che questi riceve troppo primo latte?
- La mamma ha un riflesso d’emissione troppo forte? Se il latte passa con molta forza dall’esofago allo stomaco, può irritare i tessuti. In più, se un bambino rimane attaccato al seno quando il latte esce con forza, potrebbe ingoiare tanta aria.

7. Il bambino è stato controllato da un medico per escludere eventuali problemi? È il caso di ricontrollare il bambino, se piange spesso o in maniera preoccupante senza motivi evidenti.

8. Il cosiddetto “bambino ad alto bisogno” richiede molto contatto fisico. Quando viene preso in braccio si tranquillizza.

9. Alcuni bambini si annoiano e richiedono di essere più stimolati. Il bambino piccolo non può intrattenersi da solo, e gradisce a volte un cambiamento di ambiente.

10. Altri bambini, invece, hanno bisogno di meno stimoli di quanti ne ricevono. Alcuni proprio non gradiscono luce e rumori forti, mentre altri ricevono talmente tante attenzioni che a volte è il caso di stabilire delle regole che limitino prevalentemente alla madre il compito di tenere il bambino in braccio.

Possibili soluzioni
Se il problema è effettivamente uno scatto di crescita o una produzione di latte insufficiente, sarà necessario semplicemente attaccare il bambino più spesso al seno, e tenerlo lì per più tempo. Se è necessario del tempo per lavorare a una soluzione, allora la madre ha anche bisogno di utilizzare strategie per calmare il bambino, in attesa di risolvere il problema. Ci vogliono alcuni giorni per far abbassare i livelli di caffeina, nicotina o sostanze allergeniche presenti nel corpo della madre, è necessaria forse anche una settimana se il bambino è stato malato e deve recuperare la salute, e a volte servono alcune settimane per crescere e superare problemi di suzione, di noia, o altri di origine sconosciuta.

L’esperienza insegna diverse tecniche utili ai genitori di bambini irrequieti. Sono utilizzabili da chiunque desideri calmare un bambino. Anche i bambini nutriti artificialmente piangono, e queste tecniche sono utili per calmare anche loro.

Non esiste alcuna tecnica che funzioni comunque per tutti i bambini e, spesso, anche per il medesimo bambino tutte le volte. A volte ciascuna tecnica funziona solo per pochi minuti, e quindi la madre dovrà sviluppare diversi approcci e scegliere quale usare in quale momento, cambiando ed alternando secondo il bisogno. È utile stabilire una sequenza da ripetere più volte, magari nelle prime ore del mattino: i bambini tendono spesso ad essere irrequieti e svegli durante la notte, e per una mamma molto stanca è più facile cavarsela se per calmare il bambino non è costretta ad inventare continuamente qualcosa di nuovo.

1. Tenere il bambino in una fascia o marsupio. Alcuni bambini preferiscono essere girati all’infuori da poter “vedere il mondo”. Provate entrambe le soluzioni, fascia e marsupio, per vedere che cosa il bambino preferisce.

2. Fasciare il bambino in una copertina o in un lenzuolo. Alcuni bambini sentono il bisogno di essere “tenuti insieme” con le braccia sul petto, altrimenti si sentono persi e “disorganizzati”.

3. Dondolare il bambino.

4. Camminare con il bambino.

5. Utilizzare un movimento oscillatorio. Con i piedi fermi e tenendo il bambino fra le braccia o sulla spalla, muovere i fianchi da un lato all’altro.

6. Dondolare il bambino in un’ “amaca”. Mettere il bambino in un lenzuolino o in una copertina, con due persone che muovono insieme le due estremità raccolte. Il movimento laterale è preferito da alcuni bambini.

7. Utilizzare l’aspirapolvere mentre il bambino è nel marsupio. Forse troverà calmante il movimento e il rumore basso e costante.

8. Fare un giro in macchina. Più genitori di quanto si immagini hanno dormito alcune ore seduti in macchina dopo aver addormentato il piccolo nel seggiolino facendo un giro dell’isolato.

9. Tenere il bambino in una posizione da dove potrà vedere un disegno interessante. I disegni in bianco e nero o quelli che contengono il colore rosso interessano alcuni bambini.

10. Farlo guardare allo specchio. Molti bambini si divertono guardando la loro faccia riflessa.

11. Se il tempo è bello, andare fuori a guardare le foglie che si muovono sugli alberi con il vento.

12. Fargli vedere altre cose interessanti, per esempio i pesci in un acquario.

13. Tenere il bambino in una di queste varianti della “presa per le coliche”:
· Tenere il bambino pancia in giù sull’avambraccio piegato all’altezza del gomito, con la testa al gomito, la mano che tiene la gamba, e la parte interna del polso contro la pancia. In questa maniera la pressione aiuta l’aria ad uscire dalla pancia.
· Se il bambino non gradisce la pressione sulla pancia, si può tenere il bambino nella stessa posizione tranne per il polso che rimane al lato cosicché la pancia è libera. Con entrambe le variazioni si può anche fare massaggi alla schiena o far “volare” avanti e indietro il bambino.
· L’avambraccio piegato contro la pancia della mamma funge da sedia per il bambino, che ha la schiena contro il petto della madre ed è sostenuto dall’altro braccio all’altezza del petto. Questa posizione tiene aperto il sederino del bambino permettendogli di far uscire più facilmente l’aria.
· Tenere il bambino a cavalcioni sul fianco della mamma, girato all’infuori, mentre questa fa i soliti lavori o giri.

14. Provare a fare il massaggio “I love you” (o “I-L-U”)[2]. Tenete il bambino sulla schiena, steso sul letto o per terra, con la testa vicina a voi e i piedi più lontani. Il primo passo è di massaggiare dolcemente il bambino al lato sinistro dell’addome, iniziando alla vita e spostando la mano fino all’inguine, ripetendo il movimento tre-quattro volte. Questo è la “I”. Poi viene la “L”: prima un movimento dalla destra alla sinistra, al livello dell’ombelico, poi giù fino all’inguine sinistro, sempre diverse volte. E poi viene la “U”, iniziando all’inguine destro, spostando la mano verso il lato destro fino all’altezza della vita, poi verso il fianco sinistro e giù all’inguine sinistro. Così facendo, seguendo il tracciato dell’intestino in tre fasi, l’aria esce gradualmente senza accumularsi o bloccarsi, il che potrebbe causare dolore all’intestino.

15. Tenendo il bambino sulla spalla, massaggiargli la schiena, invece di dargli colpetti. I colpetti sono utili quando si cerca di far fare il ruttino al bambino, ma possono anche disturbare alcuni bambini. Quando si tratta di calmare un bambino che piange, spesso funziona meglio un movimento liscio.

16. Alcuni bambini che hanno un bisogno forte di suzione possono beneficiare dell’uso del succhiotto. Tuttavia, visto il rischio di confondere la tecnica di suzione del bambino, il succhiotto non dovrebbe essere introdotto fino a che l’allattamento non è ben stabilito. Prima di questo momento, se il bambino dovesse avere bisogno di succhiare, la mamma può fargli succhiare un suo dito (ben pulito e con l’unghia tagliata).

17. Un bel bagno tiepido insieme può essere rilassante. È necessario tenere la zona dell’ombelico asciutta fino a che non è completamente cicatrizzata.

18. Cantare. I bambini amano la voce della mamma e non criticano mai!!

19. Ballare con il bambino.
Conclusioni

La  ricetta per far smettere di piangere un bambino non sempre è nelle mani della mamma. Ci sono cause su cui non abbiamo nessun controllo. A volte una neo-mamma ci mette un po’ di tempo per capire che il suo bambino non sta piangendo perché lei lo lascia piangere. “Lasciarlo piangere” significa metterlo nella culla e andare via mentre lui strilla. A volte, tutto quello che si può fare è tenerlo in braccio, dondolandolo e cantandogli dolcemente nell’orecchio (una volta che i pianti si sono calmati). A volte, c’è solo da aspettare che smetta di piangere.
Bibliografia:

Boehle, D: Quando i neonati piangono. Opuscolo n. 20 LLL Italia
L’arte dell’allattamento materno, LLL Italia 2005.
Heffern, D: Helping breastfeeding moms cope with exhaustion, Midwifery today 1989; 12-14
Jones, S. Crying baby, sleepless nights. Harvard Common press 1992
Mohrbacher, N: Lo sciopero del poppante. Opuscolo n. 62 LLL Italia
Mohrbacher, N e Stock, J: Il Libro delel Risposte, LLL Italia 2006
Schwarz, A. Management of colic in breastfed infants in New Beginnings Sett-Ott 1997
Sears, W e M: The Baby Book. Little Brown &Co, 1993
Sears, W: The Fussy Baby, LLL International, 1985
Sears, W. Genitori di giorno e … di notte, LLL Italia 1991
Zeretzke, K, Allergies and the breastfeeding family, in New Beginnings, Luglio Agosto 1998
Altre letture utili in italiano:
Sears, W: Bambini “capricciosi” RED, 1996
Kitzinger, S. Quando il bambino piange, Sperling e Kupfer 1992

Note

[1] Vedere l’articolo “Non lasciate piangere i bambini – Rischi inerenti ai pianti dei lattanti” in L’allattamento moderno n. 14 primavera 1997, che sintetizza brevemente (elencando i riferimenti bibliografici) le ricerche disponibili ad oggi sugli effetti del pianto sul bambino piccolo. La pubblicazione in questione è disponibile presso le Consulenti de La Leche League.
[2] Questa tecnica è descritta nel libro della RED Bambini “capricciosi”, del dott. Sears.

Tratto da “La Leche League”

http://www.lllitalia.org/index.php?option=com_content&task=view&id=83&Itemid=47

UPPA:POSTA E RISPOSTA (domanda su svezzamento e problema stitichezza)

“Sono la mamma di un bimbo di quasi 8 mesi. Da circa 2 settimana abbiamo introdotto la seconda pappa, ma purtroppo è iniziato il “problema” stitichezza. Stiamo usando il latte di proseguimento Humana2 e le pappe sono sempre con passato di verdura in aggiunta a pastina con carne o prosciutto o formaggi. La domanda che rivolgo è questa: ci sono verdure più adatte di altre a favorire la stitichezza? E` meglio frullarle o darle in pezzi? E nel momento in cui capita che non riesce a defecare come mi comporto? Cosa devo somministrargli? Grazie mille dell`aiuto. Serena”

RISPOSTA

Come prima cosa vi invitiamo a consultare l`archivio di UPPA sul tema “svezzamento” e “latte artificiale”. Tutte le verdure, e tutta la frutta fresca, sono idonee a mantenere attivo l`intestino. Vanno necessariamente frullate, sia per ottenerne il massimo beneficio nutrizionale, sia per sfruttarne al massimo l`azione sulla progressione delle feci. Nel caso di evacuazione difficoltosa l`intervento di emergenza è una stimolazione con supposte o microclismi, anche ripetuti. Detto questo ci permetta di avvertirla che la dieta che voi offrite al bambino, con  ”carne o prosciutto o formaggi” ad ogni pasto, è pesantemente squilibrata nutrizionalmente e anche favorente la stipsi. Premesso che l`ideale sarebbe un regime vegetariano, iniziate almeno a limitare il “secondo” di origine animale ad un solo pasto al giorno, inserendo un paio di volte il pesce. Il secondo pasto della giornata sarà utilmente integrato con altre verdure e legumi. Infine: i cosiddetti latti di proseguimento non hanno alcun vantaggio rispetto al latte tipo 1, se non forse il prezzo, e i cosiddetti “latti artificiali”, al fine di una crescita ottimale, sono tutti uguali, e il migliore è quello che costa meno.

Lucio Piermarini

Tratto da UPPA

http://www.uppa.it/dett_posta_risposta.php?id_domanda=971

Pappe, biberon, compiti e cartelle Se il papà è bravo come la mamma

NON PORTANO il bimbo in grembo per nove mesi, ma quando arriva lo accudiscono come le mamme. Cambiano pannolini, si occupano di giochi, pappe e bagnetto, fino a cullarlo con dolci ninne nanne. Poi quando cresce lo portano a scuola, in palestra e lo aiutano a fare i compiti. Sono i nuovi padri, scesi in campo per aiutare le compagne nella crescita dei figli. Da un anno all’altro il giorno della Festa del papà racconta storie di uomini molto più partecipi alla vita familiare rispetto al passato. Anche loro, come le donne, sono spesso divisi tra doveri familiari e lavoro. Non tutti i padri si dedicano così alla crescita dei bambini, ma sono numerosi quelli sempre più in prima linea. “Poiché la famiglia si è trasformata e il ruolo della donna nella società e tra le mura domestiche è mutato, anche il ruolo paterno si è modificato, ciò non significa però che non si possa individuare un modello di riferimento”, dice Anna Oliverio Ferraris, ordinaria di Psicologia dello sviluppo all’università La Sapienza, e autrice di Padri alla riscossa. Crescere un figlio oggi.

Studio europeo boccia i padri italiani: stanno poco con i figli 1

Quando arriva il neonato. Il coinvolgimento del padre è importante fin dai primi giorni. Oggi dai papà non ci si aspetta solo che contribuiscano a sostenere materialmente la famiglia, ma che si impegnino anche nella crescita. Questo “crea con i figli un legame diverso dal passato e una maggiore comprensione dei loro bisogni di crescita”, dice Oliverio Ferraris. “La presenza attiva aiuta la madre nelle cure al neonato e crea un legame con il piccolo fin dai primi mesi. Il bambino differenzia il papà dalla mamma e questa duplice presenza gli servirà in seguito per non avere un legame troppo esclusivo con la mamma e riuscire quindi ad adattarsi a situazioni e persone diverse”, dice Oliverio Ferraris.

Ruoli diversi, ma vicini. 
“Questo anche perché la mamma dà radici alla vita di un figlio offrendogli protezione. Un padre regala un paio di ali a un figlio aiutandolo a diventare un esploratore della vita e del mondo”, spiega Alberto Pellai, autore del programma e del libro Questa casa non è un albergo! . Infatti “la maggiore vicinanza psicologica non implica però” che i padri debbano essere “iperprotettivi: una funzione tipicamente paterna è proprio quella di aiutare i figli a trovare gradualmente  la propria autonomia, la propria strada o vocazione”, aggiunge Oliverio Ferraris.

Libri e siti. Storicamente, la cura della prole è sempre stata tacitamente relegata alle donne. I padri erano distanti e meno coinvolti nei problemi quotidiani dei ragazzi. “Un tempo il papà pretendeva obbedienza da un figlio ed era un padre potente. Ora invece vuole essere amato dai figli e cerca di essere un padre competente”, aggiunge Pellai. Oggi anche i padri sono più coinvolti nella quotidianità. Aumenta la voglia di seguire i bambini e si moltiplicano siti, blog e manuali dedicati alla paternità. Fra i libri più recenti Genitori competenti, di Jesper Juul un libro con molti esempi pratici e schede per aiutare gli “insicuri” ad affrontare ogni fase della vita familiare. Spesso lo spunto sono storie di vita per trovare soluzioni a problemi quotidiani. Molte anche le iniziative e i siti dedicati ai separati o a quegli uomini che si ritrovano soli a gestire il figlio.

INTERATTIVO Le buone abitudini dei papà 2

Il gioco e lo sport. Spesso sono i padri a occuparsi dei giochi di movimento e a coinvolgere i ragazzi nella vita sportiva. Tutti in campo di Manuela Cantoia, per avviare i figli alla vita sportiva, compito spesso affidato ai padri. “Tendono a fare giochi di movimento che piacciono ai bambini, perché rispondono alle loro esigenze di crescita. Ma vanno adeguati all’età del bimbo, favorendo anche i giochi tra coetanei – dice Oliverio Ferraris – La competizione è connaturata allo sport. È quando diventa troppo seria e il genitore troppo esigente che rappresenta un problema, soprattutto se il figlio non riesce a soddisfare le attese”.

La ricerca. Nella crescita il ruolo paterno ha un ruolo fondamentale. Secondo una ricerca della New York University pubblicata su Maternal and Child Health Journal quando a soffrire di depressione è un padre, le conseguenze sullo sviluppo e autonomia dei figli possono essere pesanti. La ricerca, condotta su un campione di 22mila famiglie americane lungo l’arco di quattro anni  ha evidenziato come le possibilità dei bambini e ragazzi di sviluppare problemi emotivi o comportamentali aumentano se vivono con un padre che mostra sintomi depressivi.

L’adolescenza. Negli anni dell’adolescenza i genitori, con ruoli diversi, si completano e la presenza di un padre è ancora più importante. “Adolescenza e preadolescenza sono periodi di trasformazioni e metamorfosi importanti che richiedono da parte dei genitori sensibilità e fermezza. Bisogna vincere il desiderio di abbandonare il campo e di lasciare tutta la responsabilità alla madre, perché sia il figlio che la figlia, anche se protestano e si ribellano, sono in linea di massima avvantaggiati dalla presenza della figura paterna, sempre che questa sia valida, a cui sono spesso più inclini ad obbedire. C’è  in casa un secondo adulto con cui confrontarsi”, spiega Oliverio Ferraris.

Le regole. Anche se i padri di oggi sono più affettuosi e meno distanti di un tempo, non va dimenticato il rispetto delle regole. “Le regole svolgono un ruolo importante nella regolazione del comportamento – dice Maria Carmen Usai, coautrice di Diamoci una regolata!, in uscita ad aprile – . Con le regole diamo loro informazioni su quali comportamenti siano più accettabili. Sono efficaci se sono realmente accessibili e alla portata delle capacità  del bambino. Per assicurarsi ciò l’adulto deve individuarne poche, ma essere fermo e coerente nel farle rispettare. Spesso pensiamo che i papà  con un atteggiamento più severo abbiano maggiori possibilità di successo nel regolare il comportamento dei bambini. Il problema non è essere più o meno severi, ma essere efficaci nel comunicare al bambino ciò che da lui ci si aspetta”.

Una guida per il futuro. “Le regole rappresentano una guida, una protezione e consentono ai figli di pianificare i propri comportamenti e di fare delle previsioni. Bisogna parlarne e  spiegarle. La differenza con il passato è che i padri autoritari di un tempo non davano spiegazioni, oggi invece si dà molto più spazio al dialogo e se ne vedono gli effetti benefici”, conclude Oliverio Ferraris.

(17 marzo 2012)

L’articolo è tratto da:

http://www.repubblica.it/salute/prevenzione/2012/03/17/news/pannolini_pappe_e_biberon_la_rivoluzione_dei_nuovi_pap-31730560/?ref=HRERO-1

Televisione: piccolo schermo, grande nemico

Questo articolo è tratto da sito di UPPA
L’abbiamo scritto e riscritto, ma non siamo ancora paghi, soprattutto perché stavolta sono loro, gli scienziati a dirlo! La televisione, se utilizzata in modo indiscriminato, fa male. E qualcuno adesso ci ha spiegato anche perché.
L’esperimento di cui scriveremo è stato condotto in America nel 2008 e muove da studi precedenti, nei quali si affermava che la prolungata esposizione alla televisione, in bambini con età inferiore ai 30 mesi, produce uno sviluppo cognitivo e del linguaggio più modesto del normale. L’obbiettivo era capire in che modo la televisione interferiva sullo sviluppo di questi bambini.
Il campione era costituito da 50 bambini di età compresa tra i 17 e i 36. Il gruppo venne diviso in due sottogruppi. Sono stati allestiti due setting sperimentali di uguali dimensioni collegati ad una stanza di osservazione. I bambini del primo gruppo venivano fatti entrare in una stanza dove, per i primi 30’ minuti, la televisione rimaneva accesa; viceversa i bambini dell’altro gruppo giocavano prima con la televisione spenta, poi, per i rimanenti 30’ con la televisione accesa. La televisione trasmetteva un popolare gioco televisivo per adulti, compresa la pubblicità.
I risultati dell’osservazione hanno evidenziato che i bambini più piccoli, se pure distratti dalla televisione soltanto per pochi secondi, risultavano più disturbati rispetto ai bambini più grandi; l’attività che stavano svolgendo veniva interrotta più frequentemente e per periodi più lunghi; lo schema di gioco dimenticato ogni volta e ricominciato da capo, compromettendone in modo significativo la complessità e la maturità.
Tenuto conto del valore imprescindibile del gioco come strumento di sperimentazione e di crescita nel processo di sviluppo cognitivo, e del fatto che un bambino impegnato in un gioco lo fa in modo serio, difficile da interrompere, bisogna ritenere che la televisione accesa, se pure utilizzata come semplice sottofondo per altre attività, costituisca un elemento di fortissimo disturbo per un bambino piccolo e costituisca un ostacolo alla normale attività di apprendimento di un bambino sotto i 30 mesi di età.
Cos’altro dovranno dirci per spiegarci che la televisione usata come presenza continua e invasiva nella vita familiare non è una compagnia, ma solo un’illusione di compagnia, che non aggiunge ma toglie, che non avvicina agli altri ma allontana; che i nostri bambini non ne sentono il bisogno e che per tenerli impegnati basta farli sedere a terra con una pentola, un coperchio e qualcosa da metterci dentro? In fondo, non chiedono molto per crescere, possiamo accontentarli.

Sonia Bozzi, redattrice di UPPA, bozzi.sonia@gmail.com

Latti di crescita, inutili e costosi

I latti di crescita, detti anche latti 3, si presentano come prodotti necessari per lo sviluppo dei bambini tra 1 e 3 anni. In realtà non lo sono e in più sono costosi e contengono troppi zuccheri.
Si tratta di un alimento a tutti gli effetti industriale che non contiene solo latte: farina di riso, amido di patata, olio di pesce, saccarosio sono solo alcuni degli ingredienti che possono essere presenti in questi prodotti. Nonostante questo, si considerano un’alternativa valida, se non migliore, al latte vaccino per i bambini che hanno compiuto un anno e fino ai tre.

Non solo latte
Se in un bicchiere di latte vaccino troviamo solo latte, in uno di latte 3 ce n’è solo metà: il resto è altro. E quasi mai questo “altro”, a dispetto dei richiami dei produttori alla genuinità e al benessere dei piccoli consumatori, è necessario al corretto sviluppo del bambino. Anzi, le sostanze aggiunte per rendere questi alimenti migliori rispetto al latte vaccino, all’analisi di laboratorio si sono rivelate inutili o addirittura del tutto inopportune. Nonostante ciò, gli alimenti per l’infanzia sono molto usati dai genitori, perché rapidi e pratici da usare. Da non sottovalutare il peso che hanno sul bilancio familiare, costando molto più del latte vaccino.

In 13 sotto esame
Nella nostra analisi, abbiamo preso in considerazione 13 prodotti, in vendita sia nella grande distribuzione sia nelle farmacie. In particolare abbiamo cercato di evidenziare le differenze esistenti rispetto al latte vaccino: dai risultati è emerso che si tratta di prodotti abbastanza deludenti, anche se migliorati nelle formulazioni rispetto al passato. Dal punto di vista legislativo questi prodotti non sono sottoposti a una normativa specifica. Questo fa sì che ai produttori venga concessa ampia libertà su molti aspetti, primo tra tutti quello della formulazione, molto diversa da latte a latte. Si parte da una base del 40-60% di latte in polvere parzialmente o totalmente scremato cui si aggiunge acqua e altri ingredienti.

Non esagerare
All’analisi delle informazioni in etichetta, tutti i latti sono a norma di legge (ma nessuno riporta le informazioni semplificate, che saranno obbligatorie a partire dal 2010). Si esagera però sulle dosi consigliate: la quantità di 500 ml al giorno è superiore a quella suggerita dall’Oms (tra i 200 e i 400 ml per la fascia di età tra 1 e 3 anni). Riteniamo che serva per spingere i consumi. Se il bambino è in buona salute, l’utilizzo di questi latti è inutile e costoso: per rispondere al fabbisogno nutrizionale, latte materno o vaccino (dopo il primo anno d’età) e una dieta equilibrata sono sufficienti.

Allattare fa bene a tutti
Sono molteplici i benefici, riconosciuti dalla scienza, che derivano dall’allattamento al seno, sia per il bambino sia per la madre.

Vantaggi per il bambino: il latte materno protegge dalla diarrea e dalle infezioni acute delle vie respiratorie, stimola il sistema immunitario, aiuta lo sviluppo neurologico. Inoltre, il bambino allattato al seno è maggiormente protetto dai tumori (in particolare dalla leucemia e dal linfosarcoma), dalla polmonite, dall’asma, dalle allergie, dal diabete e dalle infezioni gastroinstestinali.

Vantaggi per la madre: l’allattamento al seno rafforza il legame con il figlio, facilita il recupero fisico dopo il parto, diminuisce il rischio di depressione post-parto. Riduce il rischio di cancro della mammella prima della menopausa. Alcuni studi, inoltre, hanno ipotizzato che il latte materno possa contribuire anche a ridurre il rischio di cancro dell’ovaio e di osteoporosi.

Le marche del test

  1. Coop
  2. Esselunga
  3. Hipp
  4. Humana
  5. Mellin
  6. Milte
  7. Milupa
  8. Nestlè
  9. Nipiol
  10. Parmalat
  11. Plasmon
  12. Sterilfarma

 

Fonte: Altroconsumo

http://www.altroconsumo.it/alimentazione/nc/news/latti-di-crescita-inutili-e-costosi-test-salute-82

“In principio era il suono”

Il feto sviluppa molto precocemente la capacità di ascoltare, di riconoscere e memorizzare le voci e i suoni. Già durante la gravidanza, attraverso la voce, il canto e la
musica, è possibile favorire una comunicazione tra la madre e il bambino; in particolare la modalità di esprimersi in motherese si è dimostrata in grado di attivare nel
neonato specifiche zone cerebrali normalmente interessate alla regolazione delle emozioni. Gli studi di neuroscienze stanno indicando che il suono, vocale o strumentale,
svolge un ruolo importante per lo sviluppo neurologico. La componente prosodica
della voce materna (cioè la parte ritmica e melodica) è quindi da considerare una vera
e propria forma di contatto emozionale, una forma di abbraccio non corporeo. La
grande plasticità cerebrale del periodo perinatale può trovare nella voce e nella musica un potente attivatore in grado di produrre contemporaneamente stimolo e piacere.
Per questi motivi i progetti “Nati per Leggere” e “Nati per la Musica” vanno considerati strettamente collegati e integrati.
Parole chiave Feto. Voce materna. Musica. Neuroscienze

“In principio era il suono, e il suono era
presso la madre, e il suono era la madre”
[1]. Con questa frase dello psicanalista Franco Fornari apriamo la porta della percezione uditiva del feto e del neonato ed entriamo in un mondo nuovo, il
mondo dell’inizio. Per almeno un terzo della gravidanza l’essere umano vive
immerso in un ambiente sonoro; come un cieco il feto vive ciò che sente, e la sua esistenza è completamente contenuta in un liquido che parla. Questa continua stimolazione uditiva e questo costante esercizio d’ascolto producono una veloce maturazione dell’udito, così che alla nascita questo appare come un’unico organo già completamente mielinizzato [2].

Ma cosa ascolta il bambino nella pancia? Ascolta soprattutto la madre, e come ricorda Fornari, per lui la madre è un suono, nel senso che è proprio attraverso il suono che ne può fare esperienza diretta. È stato molto enfatizzato il rumore del battito cardiaco, ma questo essendo un rumore ‘bianco’ (cioè costante e sempre uguale) probabilmente è percepito nel momento in cui sparisce (quindi subito dopo la nascita); è sicuramente più interessante il rumore del respiro materno, più variabile e ritmico e simile alla risacca sulla spiaggia; ma il concerto viene dai suoni degli organi addominali connessi alle numerose funzioni materne:
alimentazione, digestione, evacuazione (nelle ultime settimane la testa del feto è separata dalla vescica e dall’ampolla rettale materne soltanto dalla sottile parete dell’utero). Su questo ricco sfondo sonoro si inserisce la vera musica: la voce della mamma. Questa proviene al feto direttamente dall’interno, propagandosi attraverso gli organi, in particolare l’apparato scheletrico; dalla laringe la voce scende lungo la colonna vertebrale e giunge al bacino che funge da cassa di risonanza (ma anche il movimento del diaframma, direttamente collegato con l’emissione del suono soprattutto durante il canto, è in grado di produrre variazioni pressorie addominali percepibili dal feto). Nel liquido l’orecchio esterno e quello medio hanno una scarsa funzione uditiva e lo stimolo acustico arriva direttamente alla coclea (e per il feto anche l’olfatto è una percezione di natura liquida e non aerea) [2-3]. Nel corso della gravidanza i suoni vengono filtrati dal liquido amniotico che li trasforma in vibrazione; questo provoca un effetto di filtro sui suoni acuti, mentre vengono mantenuti quasi inalterati i suoni gravi (< 500 Hz). Ne consegue che le basse frequenze sono quelle per le quali il feto dimostra maggiore interesse (nel senso di risposta comportamentale specifica e selettiva); così a un concerto il feto sentirà meglio violoncello e contrabbasso, un po’ meno violini e flauti. I suoni esterni (comprese le voci del papà e dei fratellini) vengono percepiti in forma attenuata (soprattutto se di bassa entità, < 60 dB); anche per questi è sempre il corpo materno a garantire la loro trasmissione al feto (la madre cioè continua a svolgere una formidabile azione di filtro tra il mondo e il bambino) [4-5]. Sono numerosi gli studi che hanno documentato la capacità del feto di riconoscere un brano musicale o un testo letto ad alta voce dopo un ascolto reiterato dell’ultimo trimestre di gravidanza (lo studio di Hepper ha utilizzato brani musicali delle trasmissioni televisive delle soap opera; altre ricerche invece hanno usato la lettura di favole o filastrocche) [6-9]. Con queste ricerche è stato possibile documentare una preferenza per la voce femminile, soprattutto se cantata (nel liquido la voce cantata subisce una minore deformazione, mantenendo intonazione e ritmo); uno studio recente ha evidenziato la capacità nel feto (dopo le 33 settimane di gestazione) di distinguere la voce della propria madre rispetto a una voce femminile estranea e di riconoscere la lingua ‘madre’ rispetto a un altro idioma [10]. Il decremento di risposta (habituation) mostrato dal feto a seguito di uno stimolo uditivo ripetuto deve essere considerato una forma primitiva di apprendimento con funzioni adattive all’ambiente uterino [3-11]. Fin dalla gravidanza il bambino conosce e riconosce la voce materna; in particolare diventano familiari gli aspetti prosodici della voce. Sono il tono e la melodia a stimolare il bambino e a coinvolgerlo, perché per lui questa voce è prima di tutto musica e ritmo. Il ritmo vocale può tranquillizzarlo o eccitarlo, rassicurarlo o preoccuparlo; attraverso il suono il feto può riconoscere i sentimenti della madre ed entrare in sintonia con lei. L’ascolto e la conoscenza di questa voce sono per lui un’esperienza globale e profonda, in grado di coinvolgere tutti gli altri sensi e ren dere attiva la sua mente in formazione. Altre ricerche hanno evidenziato che anche i neonati pretermine (all’incirca dalla 32ª settimana) sono sensibili e reattivi alla voce materna; per loro è possibile predisporre esperienze positive utilizzando la voce dei genitori (anche l’ef fetto calmante e analgesico della voce è stato documentato e misurato) [12]. Secondo lo psicofonologo Alfred Tomatis “per un bambino perdere la voce della madre significa perdere l’immagine del proprio corpo”, perché questo suono all’inizio della vita è parte di lui e possiede una valenza identitaria [2]; in questa fase della vita la sua identità coincide con quanto è in grado di percepire: “egli pensa per emozione e sentimento”. Il ritmo della voce materna è probabilmente il principale attore di continuità tra la vita prenatale e quella postnatale; dobbiamo ricordarci che quando il bambino nasce ha già vissuto esperienze significative che ne determinano i comportamenti fin dai primi momenti dopo il parto. Le localizzazioni prosodiche prelinguistiche (prive quindi di significati simbolici e astratti) sono da considerare delle vere e proprie forme di contatto emozionale; la voce diventa una sorta di estensione non corporea dell’abbraccio e del contatto materno. Nel feto coclea e apparato vestibolare maturano insieme verso il 5° mese di gestazione, rendendo l’ascolto e il movimento interdipendenti [2]. Si può pensare che lo stimolo uditivo sia quindi al contempo anche uno stimolo tattile e la madre attraverso la voce possa in un certo qual modo “massaggiare” il bambino; le ninnenanne infatti sono vere e proprie forme di cullamento vocale che si sono selezionate nel corso di migliaia di anni; dobbiamo considerarle primitive abilità genitoriali, probabilmente vantaggiose anche dal punto di vista evolutivo (ed è per questo che sono simili in tutte le culture di ogni parte del mondo). La lingua materna è quindi il prodotto di una lunga selezione che permette una prima forma di legame madre-bambino, in grado di attivare quel processo di attaccamento che si affinerà col tempo. Il cosiddetto motherese o “mammese” è la modalità cantilenante caratteristica di chi si rivolge a un bambino piccolo; in maniera non consapevole vengono utilizzati vocali allungate, toni alti, ritmo lento, pause lunghe, ripetizioni, sottolineature e accentuazioni esagerate. Nel motherese il contenuto del messaggio è rappresentato dalla melodia stessa; in questa modalità di comunicazione vengono resi leggibili i sentimenti e le intenzioni di chi parla.  Attraverso la musicalità dell’espressione materna il neonato (e il feto) inizia a conoscere se stesso e a “sentirsi sentito”; questo tipo di comunicazione va considerata una profonda e raffinata modalità di “rispecchiamento” tra la mamma e il bambino. Recentemente alcuni studi di neuroscienze hanno evidenziato e documentato come la lettura di un testo in motherese, rispetto allo stesso testo letto dalla stessa persona con voce ordinaria, sia in grado di attivare nel neonato specifiche zone cerebrali normalmente interessate alla regolazione delle emozioni [13]. Sembra proprio che di questo stimolo primario il feto-neonato abbia bisogno, come fosse un cibo per la mente; e sembra che le mamme, senza esserne pienamente consapevoli, conoscano benissimo questo bisogno del bambino. Dal linguaggio sonoro primordiale, mano a mano che lo sviluppo cerebrale procede la propria maturazione, nasce quel linguaggio simbolico, ricco e articolato, che permette alla nostra specie una comunicazione raffinata e un pensiero elaborato. Si ritiene che la specializzazione per la lingua materna non sia innata ma acquisita, e quindi quella che appare come un’abilità innata è in realtà soltanto una competenza appresa molto precocemente. Ormai sappiamo che l’esperienza ha un ruolo fondamentale nel guidare la modulazione del potenziale genetico, ed esistono prove a favore della supremazia della funzione sulla struttura. È ormai noto che sono i neuroni mirror a generare una “rappresentazione interna” di quanto esperito, rendendo possibili la comprensione e l’apprendimento attraverso l’imitazione, ed è la selettività di risposta di queste cellule altamente specializzate a produrre quello ‘spazio condiviso’ che funge da base per l’inter soggettività e le relazioni sociali [14]. Nel prossimo futuro sarà possibile definire meglio l’ontogenesi dei neuroni specchio e quindi comprendere cosa li favorisce e cosa li inibisce; potremo quindi capire come si sviluppano e come agiscono i cosiddetti neuroni ‘eco’, cioè quel gruppo di cellule dedicate alla comprensione e alla produzione dei suoni [14]. Intanto che la ricerca prosegue, dobbiamo soltanto continuare a fare quanto da migliaia di anni le madri vanno facendo con i loro piccoli: parlare, cantare, ninnare.

In base a quanto esposto finora l’Autore ritiene che i progetti “Nati per Leggere” e “Nati per la Musica” in un certo senso si sovrappongano e si integrino. Inizialmente la parola è suono e il suono è il linguaggio, e pertanto fin dalla gravidanza, attraverso la voce e il canto, è possibile favorire una comunicazione tra la madre e il bambino. Anche l’ascolto della musica deve essere favorito: quello che ascolta la madre lo ascolta anche il feto, e i brani musicali già sperimentati in utero potranno essere usati per rilassare il bambino dopo la nascita. La musica vocale o strumentale può facilitare l’acquisizione di un ritmo e stimolare lo sviluppo neurologico. La grande elasticità cerebrale tipica del primo semestre di vita può trovare nel suono un potente attivatore, in grado di produrre contemporaneamente stimolo e piacere. Verrà il giorno in cui la voce si trasformerà in linguaggio, la parola in pensiero e il pensiero in conoscenza, ma la voce della mamma udita all’inizio del tempo rimarrà dentro nel profondo fino alla fine del tempo.

Articolo di Alessandro Volta tratto da Quaderni ACP:

http://db.acp.it/Quaderni2007.nsf/bb932302c16c9a9dc1256f430065da21/0c69b93a3b34fcb6c125772d004c9628/$FILE/89-91.pdf

Mamma e Papà nella pubblicità

In base a quali stereotipi la pubblicità rappresenta i giovani papà? Per rispondere alla domanda dell’Osservatorio per la responsabilità sociale d’impresa, in collaborazione con l’agenzia BETC Euro RSCG, il sociologo Eric Macé ha analizzato 43 spot pubblicitari comparsi a partire dal 2002.

Secondo lui, “le pubblicità hanno preso in considerazione le trasformazioni della famiglia e l’evoluzione della parità tra uomini e donne”.

Egli ha tuttavia sottolineato che spesso i pubblicitari mettono in scena uomini incompetenti o egocentrici. La pubblicità Lactel, per esempio, mostra un padre il cui solo obiettivo è far pronunciare la parola “papà” a suo figlio.

Un altro esempio è quello della pubblicità in cui il padre approfitta della gravidanza della moglie per acquistare una nuova auto…

Un’altra sceneggiatura amata dai pubblicitari? Quella in cui “si gira un film d’azione quando il papà va a prendere il proprio figlio a scuola. Mentre quando le madri compiono la stessa operazione, tutto avviene con calma”, nota Eric Macé.

Secondo Muriel Fagnoni, vice-presidente di BETC, le pubblicità riflettono anche tutte le contraddizioni dei francesi.

“Abbiamo valutato l’ipotesi di pubblicizzare omogeneizzati utilizzando i padri come protagonisti. Con mia grande sorpresa, le donne non hanno voluto perché si sentivano private della loro identità di madri”, ha precisato.

(Fonti: 20 minutes.fr del 16 giugno e Le Figaro del 17 giugno 2010).

Traduzione dal francese di Laura Tenorini
tratto da www.famili.fr

Articolo tratto da:

http://www.bambinonaturale.it/2011/12/papa-mamma-pubblicit/#more-12380