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Un abbraccio che fa crescere

La nascita prematura di un bambino è un evento sempre più comune. Ciò nonostante tale situazione sconvolge sempre i genitori che si trovano, senza preavviso, ad affrontare un dolore immenso legato alla paura per la sopravvivenza del proprio figlio ed una profonda sensazione di inadeguatezza a volte correlata ad un senso di colpa della madre.

Passata la vera e propria emergenza, nella quale viene data priorità assoluta alle manovre per salvare la vita del piccolo, spesso i genitori si ritrovano a fare da meri spettatori di tutto ciò che accade al loro bambino durante il ricovero.
 Anche nei casi in cui il bambino è ancora in condizioni critiche, le cure dei genitori rivestono, o dovrebbero rivestire, un ruolo di primo piano. Diversericerche scientifiche dimostrano che il contatto tra i genitori e il loro bambino è indispensabile e benefico per entrambe e fa parte di quelle cure tempestive e globali che tutti gli ospedali dovrebbero poter proporre il prima possibile.
Che cosa significa dare spazio alle cure affettive? Cosa possono realisticamente fare i genitori di un bambino prematuro che appare così fragile e irritabile? All’inizio basterà la sola presenza silenziosa a fianco dell’incubatrice, poi, quando le condizioni del bambino lo permetteranno, il genitore potrà fargli sentire il proprio tocco fermo e contenitivo. Le cure diventeranno man mano più globali e la relazione bilaterale, ma il seme viene gettato in quei primi momenti, in quel primo “esserci” che riconosce l’altro come figlio.
Questo riconoscimento è fondamentale per l’instaurarsi di una buona relazione tra i genitori e il bambino e potrà far loro superare lo shock della nascita prematura permettendo la creazione di un buon legame d’attaccamento.
Il progetto “Un abbraccio che fa crescere”, nato dopo un lungo periodo di studio e grazie ad una fruttuosa collaborazione tra la Cooperativa Focus e L’Associazione Italiana per la Care in Perinatologia  va in questa direzione: ridare valore alle relazioni parentali subito dopo la nascita di un bambino prematuro.
L’intento è quello di portare un sostegno concreto ai genitori di bambini nati prematuri attraverso un processo di sensibilizzazione sull’importanza del contatto corporeo all’interno delle unità di Terapia Intensiva Neonatale.
L’obiettivo  è dare valore alla “cura affettiva” del neonato prematuro come parte integrante della terapia neonatale, sostenendo i genitori e riconoscendo il loro ruolo terapeutico. Intuizione  già del primo neonatologo della storia, Pierre Boudin, che nel 1898 sosteneva:
“Primo salva il bambino, secondo salvalo in modo che poi, quando lascerà l’ospedale abbia una madre in grado di accudirlo”.

foto di Raffaella Doni

Per l’instaurarsi di una relazione fatta di ascolto e rispetto dei tempi di ognuno è fondamentale accettare che il bambino possa non essere pronto a ricevere stimoli complessi e la madre possa sentirsi inadeguata a relazionarsi con il piccolo.
Superato questo momento i genitori devono essere accompagnati dagli operatori ad avvicinarsi al loro bambino passo dopo passo. Un esempio tra tutti è quello di integrare la marsupio terapia con l’utilizzo di una fascia lunga porta bambini che permetta ai genitori non solo di rilassarsi insieme al bambino ma anche di spostarsi e di acquisire  una competenza utile anche dopo le dimissioni.
Il progetto per realizzare tutto questo è stato sviluppato in tre fasi, la prima delle quali ha  visto  lo studio di tutto il materiale disponibile in merito  ai benefici del contatto per i bambini prematuri.
La seconda fase prevede la formazione degli operatori delle Unità di Terapia Intensiva Neonatale e la consegna del materiale: un manuale tecnico-pratico riassuntivo dei temi trattati durante il corso destinato agli operatori, unabrochure dedicata ai genitori con una storia che parla un linguaggio emotivo e che mira a sciogliere quello che gli esperti chiamano “freezeringrappresentazionale” dei genitori (lo stato d’animo nel quale i genitori potrebbero trovarsi dopo la nascita del bimbo: fissano dentro di sé un’ immagine del bimbo che non riescono a modificare anche quando questo cresce e migliora) e una fascia porta bebè, pensata appositamente per i bambini prematuri, per ogni posto letto dell’U.T.I.N. (unità di terapia intensiva neonatale).
La terza fase del progetto è l’accompagnamento dei genitori. Questa fase è seguita giorno per giorno dagli operatori del reparto che sostengono  i genitori stimolandoli a ritrovare fiducia in se stessi e nelle proprie risorse.

foto Daniele Portanome

Al momento delle dimissioni viene consegnata ai genitori che ne hanno fatto uso in reparto, una fascia porta bebè per bambini prematuri identica a quella usata durante il ricovero. Agli stessi è offerta l’opportunità di richiedere la visita domiciliare di un’ostetrica che possa aiutarli nell’utilizzo della fascia e possa rispondere a comuni domande sull’accudimento del bambino. I genitori sono inoltre invitati ad incontri mensili, condotti da una pedagogista e da un’ostetrica. Questi appuntamenti hanno lo scopo di stimolare il confronto tra genitori che hanno vissuto la stessa esperienza per facilitare l’instaurarsi di nuove relazioni nei luoghi in cui vivono.
La durata di questa fase del progetto è assolutamente indicativa perché ci si augura che questo modo di operare diventi una buona pratica dell’Ospedale e che poi proceda spontaneamente nella sensibilizzazione dei genitori in merito a queste tematiche.
La Regione Lombardia, attraverso un bando, ha finanziato parte del progetto che è stato attuato, anche grazie al lavoro volontario del personale, nell’Ospedale Del Ponte di Varese e Buzzi di Milano. L’impegno  per il futuro è quello di riuscire ad attivarlo in molte altre Unità di Terapia Intensiva in Italia.

Alessia Motta
alessia@focuscoop.it

Raffaella Doni
raffaella@focuscoop.it 

Pedagogiste della Cooperativa Sociale Focus

Tratto da:

http://unpediatraperamico.blogspot.it/2012/02/un-abbraccio-che-fa-crescere.html

Pelle: i rimedi più comuni di Marina Macchiaiolo

    La pelle è il più grande organo del corpo umano; è una vera e propria barriera e per la sua posizione di “prima linea” è sottoposta, specie nell’età infantile, ad “attacchi” di vario genere. Fino al 20 per cento dei bambini visitati in un ambulatorio pediatrico presentano problemi di tipo dermatologico, dalla dermatite da pannolino a malattie più complesse come la psoriasi. Per il trattamento di queste patologie, il pediatra ha a disposizione un armamentario piuttosto ampio, sono inoltre disponibili molti farmaci, cosiddetti “da banco”, a cui talvolta i genitori ricorrono in modo autonomo. Poiché alcune medicine sono usate localmente, si ritiene spesso che abbiano meno effetti collaterali; questo non è sempre vero e anche per i farmaci dermatologici conviene seguire il consiglio del medico evitando il fai da te. La pelle ha un alto potere assorbente, che aumenta ad esempio in caso d’infiammazione, quindi anche i farmaci applicati localmente possono avere degli effetti sistemici, cioè simili a quelli di un farmaco assunto per bocca o per via endovenosa. Inoltre, il rapporto tra la superficie cutanea ed il volume del corpo è maggiore nel bambino rispetto all’adulto, per cui una medicina applicata sulla pelle di un bambino può essere assorbita e raggiungere nel suo organismo concentrazioni maggiori di quelle che raggiungerebbe se fosse applicata sulla pelle di un adulto. Nella pelle, inoltre, sono presenti molte delle cellule coinvolte nelle reazioni allergiche, perciò, l’applicazione locale di un farmaco può scatenare, nei soggetti sensibili, delle reazioni. Ci sono poi gli “eccipienti”, sostanze aggiunte al farmaco per diluirlo e/o renderlo spalmabile e assorbibile: però raramente queste sostanze possono causare effetti indesiderati. I farmaci che si usano per curare le malattie della pelle si possono dividere in due categorie: quelli ad uso “sistemico” (che raggiungono la pelle attraverso il sangue che la irrora tutta, e che si prendono quasi sempre per bocca) e quelli ad uso “topico” (che sono applicati localmente, come unguenti, creme, lozioni).

Vediamo le caratteristiche principali dei più comuni e quali precauzioni tenere a mente.

Antibiotici

Sono utilizzati in caso di infezioni cutanee, come l’impetigine, e possono essere somministrati per via locale o sistemica; poiché esiste il rischio di sensibilizzazione e quello di far diventare i batteri resistenti al trattamento, gli antibiotici ad uso locale sono in genere diversi da quelli usati nelle preparazioni per via generale ed il loro uso va riservato a situazioni strettamente necessarie.

Antinfiammatori
I farmaci antinfiammatori sono di due categorie, i cortisonici e i non cortisonici (FANS). Cortisonici: si usano per il trattamento di patologie come l’eczema; la loro azione consiste nel sopprimere la reazione infiammatoria, riducendo i sintomi; nella maggior parte dei casi però non sono curativi, migliorano la sintomatologia, ma non eliminano la causa. I cortisonici possono essere divisi in classi, in base alla loro potenza; di solito per curare le malattie della pelle si usano quelli a bassa potenza, (ad esempio l’idrocortisone 1%), sufficienti per ottenere l’effetto desiderato ma privi degli effetti collaterali a cui i bambini, soprattutto i neonati, sono molto sensibili. Comunque i cortisonici si usano, se necessario, con attenzione e per brevi periodi. FANS: alcuni, come il ketoprofene, l’ibuprofene o il piroxicam, hanno una modesta azione antidolorifica, si usano dei dolori muscoloscheletrici e nelle contusioni, L’uso locale di quantità abbondanti, può, raramente causare reazioni sistemiche di ipersensibilità o asma. Sono controindicati in gravidanza e allattamento l’uso nei bambini andrebbe limitato. Altri, come il benzadac e il bufexan sono talvolta utilizzati, come sintomatici, nelle forme lievi di eczema, per la loro azione antinfiammatoria.

Antistaminici
Gli antistaminici, applicati sulla pelle, sono poco efficaci; in caso di necessità per la loro azione contro il prurito possono essere utilizzati brevi cicli per via orale. Alcuni di questi farmaci hanno un’azione sedativa.

Antimicotici
La maggior parte delle infezioni fungine localizzate è trattata con preparati topici. La più frequente è la candida, che spesso complica le dermatiti da pannolino. In alcune tigne è necessario il trattamento per bocca.

Emollienti
Gli emollienti, idratano, rendono liscia la pelle, alleviano l’irritazione cutanea in caso di secchezza o desquamazione. Esistono emollienti leggeri come le creme acquose o preparazioni più grasse tipo la paraffina bianca liquida. Anche in questo caso alcuni ingredienti possono causare reazioni di sensibilizzazione.

Immunosoppressori
In alcune forme gravi di eczema o di psoriasi che non rispondono alle terapie locali più diffuse si usano farmaci sistemici che influenzano la risposta immunitaria. Per i possibili effetti collaterali sono usati raramente dagli specialisti, a volte addirittura in ospedale. Uno di questi farmaci (si chiama tacrolimus) è stato recentemente confezionato sotto forma di crema e viene usato per la cura dell’eczema, quando non si ottengono risultati con il cortisone.

Lenitivi
Non si tratta proprio di farmaci, ma di “parafarmaci”; prodotti generalmente di origine vegetale, venduti in farmacia senza ricetta medica, ma dotati di una buona efficacia antinfiammatoria. Alleviano il fastidio, l’arrossamento e il prurito nelle forme leggere di eczema.

Farmaci per verruche
Le verruche sono causate dal papilloma virus umano; nella maggior parte dei casi nei bambini sono localizzate alle mani e ai piedi. In genere il trattamento consiste nella distruzione del tessuto locale; le verruche possono regredire in modo spontaneo ed il trattamento è necessario se sono dolorose, antiestetiche o fonte di disagio. I preparati hanno lo scopo di rimuovere il tessuto locale quindi vanno usati con cautela e solo sulla zona interessata.

Preparazioni barriera
Queste pomate, non sono veri e propri farmaci ma sono molto usate, soprattutto nei primi anni di vita, per la prevenzione della dermatite da pannolino. Si tratta in genere di preparazioni a base di ossido di zinco che creano una barriera protettiva nei confronti dell’urea contenuta nella pipì e dell’azione macerante del pannolino bagnato. La loro efficacia è dubbia e anzi, spesso l’uso smodato di queste pomate favorisce la sovrainfezione da parte di batteri o funghi (candida). Quando si usano, non è necessario impomatare fino all’ombelico con doppio, triplo strato, poiché diventa più difficile la pulizia, soprattutto tra le pieghe, e una quantità eccessiva di pomata, insieme alla plastica del pannolino, favorisce “l’effetto serra”. È molto più efficace cambiare spesso il bambino e ogni tanto lasciare il culetto all’aria.

 

DA UPPA:

http://www.uppa.it/dett_articolo.php?ida=81&idr=3&idb=0

Bimbo e TV “La televisione sotto i tre anni ? No, otto volte no”

Nei prossimi mesi è atteso nel nostro Paese un nuovo canale satellitare, già attivo negli Usa, dedicato ai bambini tra 0 e 24 mesi, si chiamerà BabyFirstTv. Gli ideatori si difendono dalle critiche degli esperti (come i pediatri dell’Accademia Americana di Pediatria) sostenendo che i bambini molto piccoli vengono già messi davanti alla televisione e quindi è meglio dedicare loro una programmazione che tenga conto delle esigenze e delle capacità percettive tipiche di questa età.

Da sempre i pediatri (ma anche gli psicologici e gli educatori) sostengono la pericolosità del mezzo televisivo nei bambini con meno di tre anni. Questa nuova proposta (con scopi palesemente commerciali) rischia di creare confusione e dubbi nei genitori; occorre forse spiegare e ribadire i motivi per i quali nei bambini molto piccoli lo schermo televisivo è da proscrivere, anche nel caso trasmetta programmi dedicati.

  1. Nei primi due anni di vita il bambino non è ancora capace di distinguere realtà e fantasia, né di fare ragionamenti astratti; vive e pensa per emozioni e percezioni. Nei confronti di un assetto psicologico così particolare qualunque programma televisivo è destinato a provocare estrema confusione, producendo percezioni visive e sonore che potrebbero essere paragonate a vere e proprie allucinazioni, col rischio di deformare e condizionare negativamente la costruzione del senso di realtà da parte del bambino.
  2. Nel primo anno di vita il bambino non ha ancora raggiunto la maturazione che gli permette di avere la consapevolezza di se stesso e della propria individualità; questo processo si realizza attraverso il rapporto con le persone che si prendono cura di lui e l’interazione con l’ambiente. All’interno di una dinamica tanto complessa la televisione può soltanto produrre una grave e pericolosa interferenza senza alcuna possibilità di personalizzare e finalizzare gli stimoli che giungono al bambino.
  3. Nei primi due anni di vita la realtà spaziale e temporale non sono vissute in maniera oggettiva e consapevole, “gli avvenimenti del bambino sono senza connessione”(Fraiberg); sono le figure di accudimento che permettono al bambino di mettere insieme i ‘pezzi’ dell’esistenza che lentamente acquista significato. Lasciare alla televisione questo delicatissimo ruolo può condurre il bambino a farsi un’immagine della realtà completamente falsa ed esterna al suo contesto di vita.
  4. Gli studi di neuroscienza degli ultimi anni hanno permesso di capire che il cervello del bambino nei primi due anni sviluppa specifiche connessioni nervose responsabili della futura attività cerebrale. Gli stimoli esterni compresi nelle esperienze del bambino indirizzano e condizionano il tipo di struttura che progressivamente va organizzandosi. Gli stimoli forniti dalla televisione in questa età sono in grado di condizionare (in una direzione che ancora nessuno ha potuto studiare) lo sviluppo e la maturazione del cervello. Studi scientifici eseguiti su bambini più grandi (3-5 anni) hanno dimostrato che un uso eccessivo e improprio della televisione è in grado di interferire sulla capacità linguistica e sul pensiero matematico, predisponendo in alcuni casi alla sindrome di ADHA (deficit di attenzione e iperattività).
  5. Ancora le ricerche di neuroscienze hanno scoperto che nei primi anni di vita sono molto attivi i cosiddetti ‘neuroni specchio’ i quali, attivando i processi di imitazione, permettono di dare avvio all’apprendimento e alla capacità di relazione e di comunicazione interpersonale (praticamente la base e il senso della nostra vita sociale). La televisione agisce, nel bambino piccolo, in un momento nel quale questo meccanismo è ancora immaturo e privo di qualunque filtro difensivo.
  6. Sappiamo da tempo che il pensiero e la capacità cognitiva nei cuccioli della nostra specie hanno bisogno di svilupparsi attraverso l’interazione con le persone di accudimento. Il bambino piccolo per crescere deve poter toccare ed essere toccato, deve poter inviare un segnale e ricevere una risposta; di fronte ad un viso depresso o inespressivo viene travolto dall’ansia. Per crescere il bambino ha bisogno di lanciare un suono e di ricevere in cambio parole ed espressioni rassicuranti in grado incoraggiare l’invio di altri segnali e di stimolare altri ‘esperimenti’. Tutta questa dinamica e spontanea interazione è impossibile al mezzo televisivo, che non è in grado di rispondere ai segnali-domande del bambino né ha la possibilità di lasciarlo sperimentare alcunché.
  7. E’ falsa l’opinione che stimoli adeguati provenienti dal video (della TV come del PC) possano stimolare l’intelligenza nel bambino piccolo. L’intelligenza nei primi anni di vita inizia a svilupparsi attraverso la coordinazione tra prensione e visione, che significa vedere un oggetto, afferrarlo, assaggiarlo e, più avanti, lanciarlo (magari producendo un bel po’ di rumore e facendo di tutto perché qualcuno lo riporti, con la disponibilità di ripetere l’operazione qualche migliaio di volte). Anche lo sviluppo del linguaggio, e quindi del pensiero astratto, deve prima passare attraverso l’esperienza concreta con gli oggetti ai quali, insieme ai genitori, si deciderà un giorno di attaccare un nome.
  8. Gli autori di questi nuovi programmi definiscono i loro contenuti ‘educativi’, ma nel primo anno di vita nessun bambino può essere veramente ‘educato’, perché la sua esistenza si basa ancora su percezioni e sensazioni, senza ancora la possibilità di rapportarsi a schemi predefiniti (che non siano semplicemente l’interazione con le persone di accudimento); in questa età per uniformare un bambino a schemi esterni ai suoi bisogni occorre impostare un processo più simile all’addomesticamento. I processi educativi saranno operativi più avanti, quando il bambino sarà diventato capace di relazioni consapevoli e personali e avrà iniziato a comunicare direttamente con le persone e con l’ambiente.

Come ha ben sintetizzato la psicologa dell’infanzia Anna Oliverio Ferraris, la televisione nei primi due anni può ‘generare una incompetenza emotiva e cognitiva’.

Noi riteniamo che la vera ‘televisione’ per un bambino piccolo siano i suoi genitori, per i quali il proprio figlio non è un qualunque indefinibile e virtuale (e pagante) telespettatore-cliente-utente, ma l’unico e irripetibile bambino, in ogni caso, il più bello e bravo del mondo.

Di Alessandro Volta

tratto dal sito www.vocidibimbi.it

Popò e pipì, tutte le FAQ di Stefano Gorini

FAQ 
Speciale Popò e pipì
A cura di Stefano Gorini pediatra di famiglia, Rimini e-mail stgorin@tin.it - ritratto

POPÓ
Quali sono le caratteristiche delle feci nel lattante?
Chi assume solo latte (materno o artificiale) emette feci semi-liquide o cremose di colore giallo-oro a volte tendente al verde. Il ritmo delle evacuazioni è naturalmente variabile da bambino a bambino: alcuni lattanti evacuano tutte le volte che prendono il latte, altri anche una volta ogni 5-6 giorni.
Un bambino che non evacua tutti i giorni è stitico?
La stipsi è l’emissione difficoltosa di feci dure; la caratteristica principale non è tanto la frequenza delle evacuazioni, ma la difficoltà di evacuare. Alcuni bimbi si liberano tutti i giorni o anche 2-3 volte al giorno, altri una volta ogni 3-4 giorni, ma se questo avviene senza fatica e le feci sono normali non c’è stipsi.
Quali sono le cause della stipsi?
La stipsi può essere dovuta a cause organiche, psicologiche e infine funzionali, le più frequenti. In questo caso si vede che il bambino tende “a trattenere” le feci, ad esempio perché queste sono dure a causa di una dieta povera di fibre (frutta e verdura) e vuole evitare il dolore legato all’evacuazione, oppure perché non riesce ad abituarsi al fatto che è stato tolto il pannolino.
Cosa fare?
Le buone abitudini alimentari si apprendono da piccoli ed è necessario abituare i bambini precocemente a mangiare frutta e verdura. Utili in particolare prugne e kiwi, verdure verdi, legumi e cibi integrali. Bisogna poi educare il bambino ad evacuare sempre allo stesso orario e a gambine ben aperte e appoggiate per terra. Se questo non è sufficiente sarà compito del medico ricorrere eventualmente ai farmaci.

PIPÍ
È normale trovare delle macchie rosse sul pannolino bagnato di pipì?
Nei neonati e dei bambini piccoli possono comparire delle macchie sul pannolino bagnato dovute alla presenza di sostanze contenute nell’urina (urati) che depositandosi sul pannolino danno una caratteristica colorazione rosata. È un fenomeno transitorio e non patologico.
È necessario curare l’enuresi?
Prima di decidere se curare e quale terapia sia più corretta occorre considerare che l’enuresi è un fenomeno che si risolve, nella quasi totalità dei casi, spontaneamente. Gli interventi che vengono attuati sono tesi ad accelerare la maturazione del controllo della vescica e/o a ridurre il volume totale di liquidi che arrivano alla vescica durante la notte. Il fine è quello di permettere al bimbo di condurre una vita normale e di evitare che possa manifestare un disagio. La terapia può essere farmacologica o comportamentale: sta al medico insieme alla famiglia decidere quale sia più adatta.
Quando togliere il pannolino anche la notte?
È del tutto normale che i bambini piccoli si bagnino durante la notte perché la vescica non ha ancora raggiunto una piena maturazione, sia riguardo al volume di urina che è in grado di contenere, sia riguardo ai meccanismi che permettono al bambino di controllare la fuoriuscita della pipì. Ma quando ci si accorge che la mattina il pannolino è quasi sempre asciutto vuol dire che questa maturazione è ormai completata e perciò il pannolino non serve più.
Cosa fare in caso di disturbi urinari diurni?
Si può fare la “rieducazione minzionale”, una specie di ginnastica per abituare la vescica a svuotarsi nei tempi e modi corretti. Se il bimbo trattiene la pipì la vescica tende a dilatarsi con la conseguenza di non funzionare correttamente.
Perciò spiegate al bambino che non appena sente il bisogno di fare pipì deve andare in bagno e, se lui non ci pensa da solo, programmare almeno 6 momenti della giornata in cui portarvelo. Insegnategli a gestire il suo bisogno suggerendogli di contare fino a 10 prima di iniziare a urinare; questo lo aiuta a prendere coscienza della propria capacità di controllare lo stimolo. Ditegli che è meglio svuotare completamente la vescica, non accontentandosi di fare solo un po’ di pipì: spesso il bimbo pensa di avere esaurito la minzione in modo rapido dopo la prima “spinta”, invece è meglio non avere fretta e rilassarsi aspettando che tutta la pipì sia uscita in modo spontaneo, senza sforzi. La minzione potrà concludersi con un’altra piccola spinta. Quindi: piccola spinta, rilassamento con fuoriuscita pressoché completa, un’altra piccola spinta, svuotamento! Insegnate alle bambine a urinare a gambe ben aperte senza mutandine o con queste ben abbassate.

Da Uppa:

http://www.uppa.it/dett_articolo.php?ida=853&idr=56&idb=99

ESOGESTAZIONE (di L. Braibanti)

Il feto-bambino è un essere ‘ambiguo’, insituabile: prima e dopo il parto non si ha più a che fare con la medesima ‘cosa’, ma non si tratta ovviamente di una ‘cosa’ che abbia perduto la propria unicità e continuità. Questo paradosso è confermato dal fatto che non abbiamo nomi generali per indicare la totalità della vita, dentro e fuori dall’utero materno. Ciò si spiega forse con il disagio delle culture di fronte ad una così radicale frantumazione dell’esistenza che solo la morte sembra pareggiare.

 Ma proprio per la nascita e il suo trauma inducono a una attenzione significativa verso questo essere vivente e i suoi bisogni. Non solo va tutelato nel suo diritto alla vita, ma gli va riservata tutta l’attenzione e l’amore che lo portino a superare l’esperienza totale di solitudine, angoscia e dolore.

Il feto-neonato è protagonista di una vicenda in cui predomina il senso di abbandono e di lacerazione dell’esistenza, che può lasciare a lungo segni profondi e che non può essere sottovalutata solo per il fatto che egli non sa esprimersi in modi riconoscibili. Il dolore del feto-neonato non può essere raccontato e quindi semplicemente lo si nega. Tuttavia l’operatore deve riuscire a rappresentarsi questa lacerazione profonda, a riscoprirla nel proprio intimo, costruendo su di essa un rapporto empatico ed affettivo assai intenso. 

Ma soprattutto deve fare in modo che chi nella situazione è più ‘esperto’, cioè la madre, possa esercitare nei confronti del piccolo un’azione di riparazione affettiva, ripristinando e restaurando con altri mezzi il legame che la nascita ha così traumaticamente turbato.

Esaurita la gestazione endouterina, il neonato umano si trova in una condizione alquanto diversa rispetto a quella della maggior parte degli animali, in parte assimilabile alle specie nidicole con prole inetta. Nei gradini della scala zoologica più prossima alla specie umana i piccoli presentano alla nascita un grado maggiore di autonomia e, conseguentemente, minore necessità di cure parentali. Il neonato umano invece si trova in uno stato di relativa impotenza e, come sostiene Hartmann, la ridotta gamma degli istinti lo costringe ad una dipendenza pressochè totale nei confronti dei genitori e, in generale, dell’ambiente circostante.

Questo stato evolutivo è messo in relazione, da parte degli antropologi, al peculiare sviluppo del sistema nervoso centrale e al conseguente ingrossamento della capacità cranica. La selezione naturale avrebbe via via favorito la nascita di piccoli ‘prematuri’, con una dimensione della testa e uno sviluppo cerebrale incompleto, rispetto a piccoli più maturi ma che avrebbero potuto essere partoriti solo con gravi difficoltà, a causa dell’abnorme grandezza cranica rispetto a quella del canale del parto. Da ciò deriverebbe il fatto che una parte significativa di ciò che poteva considerarsi l’accrescimento endouterino si trova invece ad avvenire dopo la nascita, restando il bambino nelle prime settimane in gran parte disadattato alla sopravvivenza sia sotto il profilo dell’adattamento motorio sia dal punto di vista dell’adattamento cognitivo e sociale.

Questa ipotesi giustifica la considerazione dei primi mesi di vita come periodo di ‘esogestazione’, di completamento esterno della gestazione endouterina. Tale interpretazione è sostenuta anche dalla comparazione del rapporto gestazione/accrescimento nelle varie specie, che nell’uomo tocca un livello estremamente basso. Ciò nonostante non si deve enfatizzare eccessivamente il carattere passivo e impotente della presenza del neonato nella scena delle prime relazioni sociali.

A partire dagli anni Settanta si è affermata una posizione più pertinente che, senza mettere in discussione l’indispensabilità per il neonato di un ambiente sociale ricco e di cure parentali adeguate, ha peraltro messo in luce una competenza precoce del bambino rispetto a quello stesso ambiente sociale e alle cure parentali, che ne fanno un protagonista attivo, in grado di indirizzare il corso dell’interazione con gli adulti e, in parte, di anticiparlo intenzionalmente. Il neonato, insomma, non sarebbe affatto privo di proprie strategie di adattamento ma, piuttosto, queste strategie sarebbero specializzate per il contesto sociale entro cui la specie ha ‘scelto’ di collocare l’esperienza delle prime fasi di sviluppo.

(…) Più in generale, la tendenza a considerare e a giudicare separatamente madre e bambino, al di fuori del contesto relazionale, conduce ad una serie impressionante di errori, sia sul piano teorico che su quello pratico, errori fortunatamente superabili proprio per la forza che l’equilibrio dinamico della relazione esercita sullo sviluppo di entrambi. Né va sottovalutato il fatto che i primi mesi di vita rappresentano, come già gravidanza e parto, un momento di sviluppo della personalità materna, sviluppo che va posto in continuità con le fasi precedenti, ma sul quale esercita ora una potente azione il bambino come agente della socializzazione materna.

Anche in questo senso si può dire che il bambino ‘costruisce’ l’ambiente del proprio sviluppo, mentre l’ambiente contribuisce a favorirne la crescita. L’intercambiabilità dei ruoli materno e infantile quali agenti-oggetto di socializzazione è una caratteristica estremamente importante dell’evoluzione della nostra specie. Qui torniamo allora alla considerazione unitaria della gestazione, del parto, dell’esogestazione, evento di estrema rilevanza nella vita della persona, al quale occorre attribuire un’attenzione non divisa, ma costantemente focalizzata su ciò che avviene ‘dentro’ i protagonisti diretti.

 Contemporaneamente si lasci ad essi spazio per vivere questa esperienza da protagonisti nella pienezza dell’esistenza, cercando di rimuovere gli ostacoli che si frappongono fra l’individuo, il suo ambiente sociale e questa fondamentale esigenza.

 

Tratto da “Parto e nascita senza violenza”

http://www.vocidibimbi.it/Mondobimbo/Approfondire/esogestazione.htm

 

 


Latte: più lo mandi giù, più ritorna su

di Chiara Tavernari , Vincenzo Calia

 

Tutti a dirmi assomiglia più a te, assomiglia più a tuo marito, ma Michele ed io quando
guardavamo Sofia dopo la poppata notavamo una terrificante somiglianza a… Fantozzi,
quando si ritrova a bocca semi-aperta di fronte a domande a cui non sa rispondere. La
piccolina infatti mostrava un`espressione impacciata, perplessa, talvolta disgustata come se
avesse ingoiato qualcosa di cattivo. Doveva essere il primo segnale di allarme, ma Sofia
come tutti i neonati non è stata “fornita” con il manuale di istruzioni. Il secondo segnale
è stato purtroppo ben più evidente: la vocina esile dei primi giorni, nei quali tutti ci
dicevano “è un angelo”, si è trasformata in un pianto acuto, stridulo, inconsolabile. Prima
solo dopo i pasti serali, poi anche di giorno. Da Fantozzi all`Abominevole Uomo delle Nevi.
Passando dal panico al pediatra, ci è stato detto che Sofia soffre di reflusso
gastro-esofageo silente, ossia senza vomito. Ci sono volute due settimane e la provvida corrispondenza telematica con un un pediatra abbonato a uppa per scoprire che il reflusso non è una malattia, ma un disturbo fisiologico dovuto alla temporanea apertura della valvola tra esofago e stomaco, che col tempo finirà la sua formazione e assolverà a puntino il suo compito. Purtroppo capire la natura del problema, non è semplice come risolverlo, ma i consigli sono piovuti come il diluvio universale, lasciando però sull`arca solo mamma, papà e la piccola urlante.

Dall`inclinazione del materasso ai farmaci, dalle poppate brevi e frequenti a quelle lunghe
ma almeno con un intervallo di quattro ore, dal rassicurante “passerà con lo svezzamento” al terrorifico “durerà fino ai due anni”. Chi mi ha detto di non mangiare latte e latticini, chi di non mangiare pasta e pane, chi di seguire la dieta prescritta per gli adulti che soffrono di
reflusso: se avessi sommato tutti i divieti, a quest`ora addio latte materno e avvio dello
sciopero della fame. Sono stata sgridata perché davo latte a richiesta e, volendo Sofia ricacciare in giù l`acido fetente, ovvio che chiedeva sempre. Ho letto decine di pagine di internet, mi sono iscritta a parecchi forum di neo-mamme alla ricerca di solidarietà e condivisione di esperienze, ho cambiato pediatra, sono stata persino al pronto soccorso dell`ospedale pediatrico dopo un pianto di cinque ore consecutive. Dopo la poppata, Sofia è stata messa in tutte le posizioni possibili, pancia su, pancia giù, in braccio eretta per tutto il tempo tra una poppata e l`altra, sciroppo prima o sciroppo dopo, massaggino sul pancino e sulla schiena, nanna in carrozzina sul divano nel lettone. La verità? Non siamo ancora venuti a capo del disturbo e siamo arrivati a credere che il disturbo non abbia né capo né coda. Ogni tanto la poppata è tranquilla, ogni tanto drammatica e, a ripetere esattamente gli stessi gesti fatti quando va bene, potrei giocarci la reputazione che la seconda volta va male. Le mie uscite con la piccola si sono drasticamente ridotte, le occhiaie aumentate, l`ansia cresciuta straripata e poi ricacciata in fondo allo stomaco. Ma soprattutto… mi sono trovata a dare un farmaco (Raniditina) a mia figlia di un mese, senza sapere se avrà effetti collaterali nel suo
futuro. Reflusso…”come è umano lei…”.

Il reflusso gastroesofageo (RGE) è diventato una malattia “di moda”, nel senso che negli ultimi anni se ne parla molto, viene spesso diagnosticata e molto spesso anche “curata”. Eppure, lo giuro, fino a non molti anni fa nessuno l`aveva mai sentito nominare questo RGE, o meglio, lo chiamavamo semplicemente “rigurgito” e davamo per scontato che fosse un evento praticamente normale. Dava fastidio, è vero, si sporcavano tanti bavaglini, ma, tutto sommato, si riusciva a sopportare finché non passava con la crescita e con l`aumento di consistenza degli alimenti.
La parola “reflusso” infatti significa semplicemente che il contenuto dello stomaco tende a tornare indietro nell`esofago e, poiché il transito del cibo nell`apparato digerente è un percorso a “senso unico” dalla bocca al culetto, percorre la strada in “direzione vietata”.
Sarebbe meglio dire che il percorso del cibo nell`apparato digerente dovrebbe essere a senso unico, se non fosse che:
- qualche volta capita che nel nel punto in cui l`esofago si congiunge allo stomaco la valvola che impedisce al cibo di tornare indietro (il cardias) non si chiuda perfettamente;
- il contenuto dello stomaco di un lattante è liquido e lo stomaco è sempre pieno (appena si svuota il bambino richiede altro latte);
- i neonati trascorrono la maggior parte della giornata in posizione orizzontale.
Insomma è come se il neonato fosse una bottiglia sempre piena, con un tappo che si chiude male, tenuta in posizione orizzontale: impossibile che dal collo non esca neppure una goccia.
Questa la spiegazione di un fenomeno che, da quando l`ecografia viene praticata correntemente e senza rischi, può essere anche facilmente osservato sullo schermo dell`ecografo.
Il guaio è che questa dimostrazione ecografica di un fenomeno comune (il reflusso) si trasforma troppo spesso in una diagnosi: Reflusso Gastro Esofageo (RGE). E quando c`è una diagnosi, si sa, ci vuole per forza anche una terapia.

Ma soffrivano così tanto i bambini di una volta, quando questa “diagnosi” non veniva praticamente formulata quasi mai e meno che mai veniva fatta alcuna terapia, come oggi invece si fa spesso?  No, direi proprio di no. Il “reflusso” si affrontava con la santa pazienza, cambiando il bavaglino e aspettando che passasse?
E i pianti, i dolori?
I bambini piangono, a volte si disperano, muovono le gambe, si irrigidiscono e tutto questo viene interpretato quasi sempre come un “dolore”; le stesse “coliche gassose” sono un`esperienza che moltissimi genitori fanno. Però nessuno ha mai saputo con certezza se questo dolore esiste davvero oppure no, anzi molti mettono in dubbio l`esistenza stessa delle coliche del lattante (vedi box).
Ma da quando esiste il RGE sempre più spesso la risposta a questi sintomi è una diagnosi (il più delle volte basata impropriamente su una ecografia) e quindi una terapia con farmaci specifici. Già, perché, guarda caso, negli ultimi anni sono stati commercializzati alcuni farmaci, relativamente costosi, che agiscono sull`acidità del contenuto dello stomaco e dell`esofago. A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca: nessuno mi toglie dalla testa che l`esplosione di diagnosi di RGE, clamorosa soprattutto negli USA, potrebbe essere un caso classico di “disease mongering”, o mercificazione della malattia un`operazione di marketing finalizzata alla diffusione sul mercato di un farmaco: si inventa una malattia per poter vendere una medicina.

 

Articolo tratto dal sito di UPPA:

http://www.uppa.it/dett_articolo.php?ida=766&idr=51&idb=59

Come le coccole cambiano il DNA

Una grave carenza di attenzioni parentali può agevolare lo sviluppo di disturbi mentali: la cosa è ben nota a livello clinico, ma per la prima volta una ricerca ha individuato i meccanismi molecolari – di carattere epigenetico – che sottostanno a questa correlazione. Nel corso degli ultimi decenni sono state trovate prove del fatto che le esperienze possono indurre nel DNA cambiamenti che alterano la capacità di espressione dei geni. Quando questo cambiamenti avvengono nella primissima infanzia hanno la potenzialità di produrre un impatto a lunga scadenza sul comportamento e sulla salute: studi recenti hanno già mostrato la possibile presenza di meccanismi epigenetici nello sviluppo dell’obesità e dei tumori.

In un nuovo studio pubblicato su The Journal of Neuroscience un gruppo di ricercatori della McGill University diretti da Tie-Yuan Zhang ha studiato se questi cambiamenti possono interessare anche i geni attivi a livello cerebrale. In particolare, gli autori hanno esaminato come l’attenzione materna influisca sul gene GAD1, che controlla la produzione di un neurotrasmettitore di primaria importanza, il GABA, che modula la capacità di controllare le emozioni e che nelle persone affetta da schizofrenia è deficitaria.

A questo scopo i ricercatori hanno preso in esame il comportamento di ratti appositamente selezionati per manifestare o cure parentali eccezionalmente intense, o al contrario, una ridotta attenzione alla prole. Hanno così scoperto che nei piccoli di ratto che erano stati allevati con un scarso contatto materno, specifiche regioni del DNA che hanno a che fare con la modulazione dell’espressione di GAD1 apparivano “ostruite”, determinando una minor produzione di GABA. Per contro i ratti adulti che da piccoli erano stati accuditi e “coccolati” in modo particolarmente intenso mostravano un aumento dell’espressione del gene GAD1.

“Una caratteristica critica degli effetti sul gene GAD1 è che, per quanto l’influenza immediata delle cure materne sia limitata a un breve periodo successivo alla nascita, i cambiamenti che ne seguono sono di lunga durata, persistendo anche da adulti”, ha osservato Zhang.

Questi risultati suggeriscono che l’ambiente del periodo iniziale della vita può determinare cambiamenti molecolari che influenzano l’attività cerebrale e che possono determinare una predisposizione a disturbi mentali.

“Già si sapeva che le cure materne influenzano la risposta stressoria del piccolo attraverso un meccanismo analogo, ma questa è la prima volta che le cure materne sono collegate, via un meccanismo epigenetico, con un enzima chiave che provoca un disturbo maggiore nell’uomo”, ha commentato Jonathan Seckl. (gg)

Articolo tratto da:

http://www.lescienze.it/news/2010/09/29/news/come_le_coccole_cambiano_il_dna-554569/

Dislessia. La musica come opportunità

A Montebelluna il 5 febbraio 2011, con ACP Asolo, si è parlato di “musica e dislessia”: una stimolante associazione tra un disturbo della sfera della lettura, la dislessia, e la musica con la sua peculiarità di sviluppo delle capacità comunicative, di attenzione e di ascolto. L’ampia sala della locale biblioteca comunale era gremita di pediatri, genitori, insegnanti e maestri di musica. Dopo un’“Ouverture in versi” il professor G. Stella, docente universitario e presidente del comitato professionale dell’Associazione Italiana Dislessia, ci ha accompagnato nei complessi sentieri di questo disturbo specifico di apprendimento. L’ascolto di una lettura registrata di una bambina dislessica ha reso la drammaticità dell’impegno scolastico per questi bambini. La dislessia ha prevalenze differenti a seconda della complessità ortografica e di lettura della lingua considerata: inglese e francese sono le lingue più penalizzate. I sistemi di apprendimento procedurale ed esplicito sono alla base della spiegazione di questa difficoltà. L’incremento di efficienza della memoria procedurale non si manifesta, quindi non si realizza il risultato automatico all’esposizione degli stimoli: l’allenamento alla lettura non sortisce l’effetto atteso e il bambino sembra essere di fronte, in ogni momento di lettura, a una nuova esperienza. Vissuti faticosi che consumano il grado di attenzione dei bambini e spesso deludono o addirittura irritano quegli insegnanti che non riconoscono il grande sforzo del bambino.
Non ci sono lesioni cerebrali ma una diversa migrazione neuronale del sistema magno-cellulare durante la vita fetale: una delle tanti varianti della normalità. Inoltre, un terzo dei dislessici ha una diversa visione para-foveale che riduce le capacità di inseguimento visivo: una difficoltà in più. G. Stella ha sottolineato che il dislessico non è un disabile, ma è un “neurodiverso”, con uno sviluppo
neuronale atipico: piccole modificazioni funzionali con esiti macroscopici della lettura. Anche la lettura dello spartito musicale porta al dislessico gli stessi problemi di transcodifica delle lettere stampate. Un grande problema per i musicisti che devono spesso leggere lo spartito musicale a prima vista. O. Bergadano, mamma di una ragazza dislessica che frequenta il Conservatorio di musica, ha portato una testimonianza autobiografica forte, equilibrata, di grande impatto emotivo, e sostenuta dalla professoressa M. Bufano, docente per alunni dislessici presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano. Solo riconoscendo il problema e affrontandolo con idonei ausili, motivazione professionale e mo di ficando le regole scolastiche – in questo caso le prove di solfeggio – questi ragazzi possono esprimere le loro capacità musicali e proseguire nel percorso scolastico. M. L. Zuccolo con grande entusiasmo ha illustrato il progetto “Nati per la Musica”, le basi neurofisiologiche che ne sono i presupposti, l’importanza delle relazioni affettive per la maturazione armonica neurosinaptica e lo sviluppo dell’intelligenza. La comunicazione musicale (“l’abbraccio sonoro”) è tra i migliori stimoli a disposizione dei genitori.
“Offrire la musica ai nostri cuccioli è come offrire frecce in più alla faretra che il bambino ha alla nascita” sono le parole con cui il maestro di musica Roberto Spremulli ha chiuso l’intensa mattinata.
Costantino Panza

Tratto da http://www.quaderniacp.it/

SIDS and Other Sleep-Related Infant Deaths: Expansion of Recommendations for a Safe Infant Sleeping Environment

TASK FORCE ON SUDDEN INFANT DEATH SYNDROME
KEY WORDS
SIDS, sudden infant death, infant mortality, sleep position, bed- sharing, tobacco, pacifier, immunization, bedding, sleep surface
ABBREVIATIONS
SIDS—sudden infant death syndrome SUID—sudden unexpected infant death AAP—American Academy of Pediatrics
This document is copyrighted and is property of the American Academy of Pediatrics and its Board of Directors. All authors have filed conflict of interest statements with the American Academy of Pediatrics. Any conflicts have been resolved through a process approved by the Board of Directors. The American Academy of Pediatrics has neither solicited nor accepted any commercial involvement in the development of the content of this publication.
www.pediatrics.org/cgi/doi/10.1542/peds.2011-2284 doi:10.1542/peds.2011-2284
All policy statements from the American Academy of Pediatrics automatically expire 5 years after publication unless reaffirmed, revised, or retired at or before that time.
PEDIATRICS (ISSN Numbers: Print, 0031-4005; Online, 1098-4275). Copyright © 2011 by the American Academy of Pediatrics

abstract
Despite a major decrease in the incidence of sudden infant death syn- drome (SIDS) since the American Academy of Pediatrics (AAP) released its recommendation in 1992 that infants be placed for sleep in a non- prone position, this decline has plateaued in recent years. Concur- rently, other causes of sudden unexpected infant death that occur during sleep (sleep-related deaths), including suffocation, asphyxia, and entrapment, and ill-defined or unspecified causes of death have increased in incidence, particularly since the AAP published its last statement on SIDS in 2005. It has become increasingly important to address these other causes of sleep-related infant death. Many of the modifiable and nonmodifiable risk factors for SIDS and suffocation are strikingly similar. The AAP, therefore, is expanding its recommenda- tions from focusing only on SIDS to focusing on a safe sleep environ- ment that can reduce the risk of all sleep-related infant deaths, includ- ing SIDS. The recommendations described in this policy statement include supine positioning, use of a firm sleep surface, breastfeeding, room-sharing without bed-sharing, routine immunizations, consider- ation of using a pacifier, and avoidance of soft bedding, overheating, and exposure to tobacco smoke, alcohol, and illicit drugs. The rationale for these recommendations is discussed in detail in the accompanying “Technical Report—SIDS and Other Sleep-Related Infant Deaths: Expansion of Recommendations for a Safe Infant Sleeping Environment,” which is included in this issue of Pediatrics (www.pediatrics.org/cgi/content/full/ 128/5/e1341). Pediatrics 2011;128:1030–1039

INTRODUCTION
Sudden infant death syndrome (SIDS) is a cause assigned to infant deaths that cannot be explained after a thorough case investigation, including a scene investigation, autopsy, and review of the clinical history.1 Sudden unexpected infant death (SUID), also known as sudden unexpected death in infancy, is a term used to describe any sudden and unexpected death, whether explained or unexplained (including SIDS), that occurs during infancy. After case investigation, SUIDs can be at- tributed to suffocation, asphyxia, entrapment, infection, ingestions, metabolic diseases, arrhythmia-associated cardiac channelopathies, and trauma (accidental or nonaccidental). The distinction between SIDS and other SUIDs, particularly those that occur during an observed or unobserved sleep period (sleep-related infant deaths), such as ac-cidental suffocation, is challenging and cannot be determined by autopsy alone. Scene investigation and review of the clinical history are also re- quired. Many of the modifiable and nonmodifiable risk factors for SIDS and suffocation are strikingly similar. This document focuses on the subset of SUIDs that occurs during sleep.
The recommendations outlined herein were developed to reduce the risk of SIDS and sleep-related suffocation, as- phyxia, and entrapment among infants in the general population. As defined by epidemiologists, risk refers to the probability that an outcome will occur given the presence of a particular fac- tor or set of factors. Although all of the 18 recommendations cited below are intended for parents, health care pro- viders, and others who care for in- fants, the last 4 recommendations are also directed toward health policy makers, researchers, and profession- als who care for or work on behalf of infants. In addition, because certain behaviors, such as smoking, can in- crease risk for the infant, some recom- mendations are directed toward women who are pregnant or may be- come pregnant in the near future.

Table 1 summarizes the major recom- mendations, along with the strength of each recommendation. It should be noted that there have been no random- ized controlled trials with regards to SIDS and other sleep-related deaths; instead, case-control studies are the standard.
Because most of the epidemiologic studies that established the risk fac- tors and on which these recommenda- tions are based include infants up to 1 year of age, these recommendations for sleep position and the sleep envi-ronment should be used consistently for infants up to 1 year of age. Individ- ual medical conditions might warrant that a physician recommend other- wise after weighing the relative risks and benefits.
For the background literature review and data analyses on which this policy statement and recommendations are based, please refer to the accompany- ing “Technical Report—SIDS and Other Sleep-Related Infant Deaths: Expansion of Recommendations for a Safe Infant Sleeping Environment,” available in the online version of this issue of Pediatrics.2

TABLE 1 Summary and Strength of Recommendations
Level A recommendations Back to sleep for every sleep Use a firm sleep surface Room-sharing without bed-sharing is recommended Keep soft objects and loose bedding out of the crib Pregnant women should receive regular prenatal care Avoid smoke exposure during pregnancy and after birth Avoid alcohol and illicit drug use during pregnancy and after birth Breastfeeding is recommended Consider offering a pacifier at nap time and bedtime Avoid overheating Do not use home cardiorespiratory monitors as a strategy for reducing the risk of SIDS Expand the national campaign to reduce the risks of SIDS to include a major focus on the safe sleep environment and ways to reduce the risks of all sleep-
related infant deaths, including SIDS, suffocation, and other accidental deaths; pediatricians, family physicians, and other primary care providers should
actively participate in this campaign Level B recommendations
Infants should be immunized in accordance with recommendations of the AAP and Centers for Disease Control and Prevention Avoid commercial devices marketed to reduce the risk of SIDS Supervised, awake tummy time is recommended to facilitate development and to minimize development of positional plagiocephaly
Level C recommendations Health care professionals, staff in newborn nurseries and NICUs, and child care providers should endorse the SIDS risk-reduction recommendations from
birth Media and manufacturers should follow safe-sleep guidelines in their messaging and advertising Continue research and surveillance on the risk factors, causes, and pathophysiological mechanisms of SIDS and other sleep-related infant deaths, with the
ultimate goal of eliminating these deaths entirely
These recommendations are based on the US Preventive Services Task Force levels of recommendation (www.uspreventiveservicestaskforce.org/uspstf/grades.htm). Level A: Recommendations are based on good and consistent scientific evidence (ie, there are consistent findings from at least 2 well-designed, well-conducted case-control studies, a systematic review, or a meta-analysis). There is high certainty that the net benefit is substantial, and the conclusion is unlikely to be strongly affected by the results of future studies. Level B: Recommendations are based on limited or inconsistent scientific evidence. The available evidence is sufficient to determine the effects of the recommendations on health outcomes, but confidence in the estimate is constrained by such factors as the number, size, or quality of individual studies or inconsistent findings across individual studies. As more information becomes available, the magnitude or direction of the observed effect could change, and this change may be large enough to alter the conclusion. Level C: Recommendations are based primarily on consensus and expert opinion.

RECOMMENDATIONS

1. Back to sleep for every sleep—To reduce the risk of SIDS, infants should be placed for sleep in a supine position (wholly on the back) for every sleep by every caregiver until 1 year of life.3–7 Side sleeping is not safe and is not advised.4,6

a.The supine sleep position does not increase the risk of choking and aspiration in in- fants, even those with gastro- esophageal reflux, because they have protective airway mechanisms.8,9 Infants with gastroesophageal    reflux should be placed for sleep in the supine position for every sleep, with the rare exception of infants for whom the risk of death from complica- tions of gastroesophageal re- flux is greater than the risk of SIDS (ie, those with upper air- way disorders, for whom air- way protective mechanisms are impaired),10 including in- fants with anatomic abnormal- ities such as type 3 or 4 laryn- geal clefts who have not undergone antireflux surgery. Elevating the head of the in- fant’s crib while the infant is supine is not recommended.11 It is ineffective in reducing gas- troesophageal reflux; in addi- tion, it might result in the infant sliding to the foot of the crib into a position that might com- promise respiration.
b.Preterm infants are at in- creased risk of SIDS,12,13 and the association between prone sleep position and SIDS among low birth weight in- fants is equal to, or perhaps even stronger than, the asso- ciation among those born at term.14 Preterm infants and other infants in the NICU should be placed in the su- pine position for sleep as soon as the infant is medi- cally stable and significantly before the infant’s antici-pated discharge, by 32 weeks’ postmenstrual age.15 NICU personnel should endorse safe-sleeping guidelines with parents of infants from the time of admission to the NICU.
c. There is no evidence that placing infants on the side during the first few hours of life promotes clearance of amniotic fluid and decreases the risk of aspiration. Infants in the newborn nursery and infants who are rooming in with their parents should be placed in the supine position as soon as they are ready to be placed in the bassinet.
d. Although data to make spe- cific recommendations as to when it is safe for infants to sleep in the prone or side po- sition are lacking, studies that have established prone and side sleeping as risk fac- tors for SIDS include infants up to 1 year of age. Therefore, infants should continue to be placed supine until 1 year of age. Once an infant can roll from supine to prone and from prone to supine, the in- fant can be allowed to remain in the sleep position that he or she assumes.
2. Useafirmsleepsurface—Afirm crib mattress, covered by a fit- ted sheet, is the recommended sleeping surface to reduce the risk of SIDS and suffocation.

a. A crib, bassinet, or portable crib/play yard that conforms to the safety standards of the Consumer Product Safety Commission and ASTM Inter- national (formerly the Ameri- can Society for Testing and Materials) is recom- mended.16 In addition, par- ents and providers should check to make sure that the product has not been re- called. Cribs with missing hardware should not be used, and the parent or provider should not attempt to fix bro- ken components of a crib, be- cause many deaths are asso- ciated with cribs that are broken or have missing parts (including those that have presumably been fixed). Local organizations throughout the United States can help to pro- vide low-cost or free cribs or play yards for families with fi- nancial constraints.
b. Only mattresses designed for the specific product should be used. Mattresses should be firm and maintain their shape even when the fitted sheet designated for that model is used, such that there are no gaps between the mattress and the side of the crib, bassinet, portable crib, or play yard. Pillows or cushions should not be used as substitutes for mattresses or in addition to a mattress. Soft materials or objects such as pillows, quilts, com- forters, or sheepskins, even if covered by a sheet, should not be placed under a sleep- ing infant. If a mattress cover to protect against wetness is used, it should be tightly fit- ting and thin.
c. Infants should not be placed for sleep on beds because of the risk of entrapment and suffocation.17,18 In addition, portable bed rails should not be used with infants because of the risk of entrapment and strangulation.
d. The infant should sleep in an area free of hazards, such as dangling cords, electric wires, and window-covering cords, because they might present a strangulation risk.
e. Sitting devices, such as car safety seats, strollers, swings, infant carriers, and infant slings, are not recom- mended for routine sleep in the hospital or at home.19–23 Infants who are younger than 4 months are particularly at risk, because they might as- sume positions that can cre- ate risk of suffocation or air- way obstruction. When infant slings and cloth carriers are used for carrying, it is impor- tant to ensure that the in- fant’s head is up and above the fabric, the face is visible, and that the nose and mouth are clear of obstructions.24 Af- ter nursing, the infant should be repositioned in the sling so that the head is up, is clear of fabric, and is not against the adult’s body or the sling. If an infant falls asleep in a sitting device, he or she should be removed from the product and moved to a crib or other appropriate flat surface as soon as is practical. Car safety seats and similar prod- ucts are not stable on a crib mattress or other elevated surfaces.25–29
3. Room-sharing without bed- sharing is recommended— There is evidence that this ar- rangement decreases the risk of SIDS by as much as 50%.5,7,30,31 In addition, this arrangement is most likely to prevent suffoca- tion, strangulation, and entrap- ment that might occur when the infant is sleeping in an adult bed.

a. The infant’s crib, portable crib, play yard, or bassinet should be placed in the par- ents’ bedroom close to the parents’ bed. This arrange- ment reduces SIDS risk and removes the possibility of suf- focation, strangulation, and entrapment that might occur when the infant is sleeping in the adults’ bed. It also allows close parental proximity to the infant and facilitates feed- ing, comforting, and monitor- ing of the infant.
b. Devices promoted to make bed-sharing “safe” (eg, in- bed co-sleepers) are not recommended.
c. Infants may be brought into the bed for feeding or com- forting but should be re- turned to their own crib or bassinet when the parent is ready to return to sleep.6,32 Because of the extremely high risk of SIDS and suffocation on couches and arm- chairs,3,5,6,31,32 infants should not be fed on a couch or arm- chair when there is a high risk that the parent might fall asleep.
d. Epidemiologic studies have not demonstrated any bed- sharing situations that are protective against SIDS or suffocation. Furthermore, not all risks associated with bed- sharing, such as parental fa- tigue, can be controlled. Therefore, the American Academy of Pediatrics (AAP) does not recommend any specific bed-sharing situa- tions as safe. Moreover, there are specific circumstances that, in epidemiologic stud- ies, substantially increase the risk of SIDS or suffocation while bed-sharing. In particu- lar, it should be stressed to parents that they avoid the following situations at all times:
i. Bed-sharing when the in- fant is younger than 3 months, regardless of whether the parents are smokers or not.5,7,31–34
ii. Bed-sharing with a current smoker (even if he or she does not smoke in bed) or if the mother smoked during pregnancy.5,6,34–36
iii. Bed-sharingwithsomeone who is excessively tired.
iv. Bed-sharing with some- one who has or is using medications (eg, certain antidepressants,    pain medications) or sub- stances (eg, alcohol, il- licit drugs) that could im- pair his or her alertness or ability to arouse.7,37
v. Bed-sharing with anyone who is not a parent, in- cluding other children.3
vi. Bed-sharing with multi- ple persons.3
vii. Bed-sharing on a soft surface such as a water- bed, old mattress, sofa, couch, or armchair.3,5,6,31,32
viii. Bed-sharing on a surface with soft bedding, including pillows, heavy blankets, quilts, and comforters.3,38
e. It is prudent to provide sepa- rate sleep areas and avoid co- bedding for twins and higher- order multiples in the hospital and at home.39
4. Keepsoftobjectsandloosebed- ding out of the crib to reduce the risk of SIDS, suffocation, entrap- ment, and strangulation.

a. Softobjects,suchaspillowsand pillow-like toys, quilts, comfort-ers, and sheepskins, should be kept out of an infant’s sleeping environment.40–45
b. Loose bedding, such as blan- kets and sheets, might be hazardous and should not be used in the infant’s sleeping environment.3,6,46–51
c. Because there is no evidence that bumper pads or similar products that attach to crib slats or sides prevent injury in young infants and because there is the potential for suf- focation, entrapment, and strangulation, these products are not recommended.52,53
d. Infant sleep clothing that is designed to keep the infant warm without the possible hazard of head covering or entrapment can be used.
5. Pregnantwomenshouldreceive regular prenatal care—There is substantial epidemiologic evi- dence linking a lower risk of SIDS for infants whose mothers obtain regular prenatal care.54–57
6. Avoid smoke exposure during pregnancy and after birth— Both maternal smoking during pregnancy and smoke in the in- fant’s environment after birth are major risk factors for SIDS.

a.Mothers should not smoke during pregnancy or after the infant’s birth.1,58–61
b.There should be no smoking near pregnant women or in- fants. Encourage families to set strict rules for smoke- free homes and cars and to eliminate secondhand to- bacco smoke from all places in which children and other nonsmokers spend time.62,63
c.The risk of SIDS is particularly high when the infant bed-shares with an adult smoker.5,6,34–36

7. Avoid alcohol and illicit drug use during pregnancy and after birth—There is an increased risk of SIDS with prenatal and postnatal exposure to alcohol or illicit drug use.
a. Mothers should avoid alco- hol and illicit drugs pericon- ceptionally and during pregnancy.64–70
b. Parental alcohol and/or illicit drug use in combination with bed-sharing places the infant at particularly high risk of SIDS.7,37
8. Breastfeeding is recommended.
a. Breastfeeding is associated with a reduced risk of SIDS.71–73 If possible, mothers should exclusively breastfeed or feed with expressed hu- man milk (ie, not offer any formula or other non– human milk– based    supplements) for 6 months, in alignment with recommendations of the AAP.74
b. The protective effect of breastfeeding increases with exclusivity.73 However, any breastfeeding has been shown to be more protective against SIDS than no breastfeeding.73
9. Consider offering a pacifier at nap time and bedtime— Although the mechanism is yet unclear, studies have reported a protective effect of pacifiers on the incidence of SIDS.3,7,32 The protective effect persists throughout the sleep period, even if the pacifier falls out of the infant’s mouth.

a. The pacifier should be used when placing the infant for sleep. It does not need to be reinserted once the infant falls asleep. If the infant re- fuses the pacifier, he or she should not be forced to take it. In those cases, parents can try to offer the pacifier again when the infant is a little older.
b. Because of the risk of stran- gulation, pacifiers should not be hung around the infant’s neck. Pacifiers that attach to infant clothing should not be used with sleeping infants.
c. Objects such as stuffed toys, which might present a suffo- cation or choking risk, should not be attached to pacifiers.
d. For breastfed infants, delay pacifier introduction until breastfeeding has been firmly established,74 usually by3to4weeksofage.
e. There is insufficient evidence that finger-sucking is protec- tive against SIDS.

10.Avoid overheating—Although studies have revealed an in- creased risk of SIDS with over- heating,75–78 the definition of overheating in these studies varied. Therefore, it is difficult to provide specific room- temperature guidelines for avoiding overheating.

a. In general, infants should be dressed appropriately for the environment, with no more than 1 layer more than an adult would wear to be com- fortable in that environment.
b. Parents and caregivers should evaluate the infant for signs of overheating, such as sweating or the infant’s chest feeling hot to the touch.
c. Overbundling and covering of the face and head should be avoided.79

d.There is currently insufficient evidence to recommend the useofafanasaSIDSrisk- reduction strategy

11. Infants should be immunized in ac- cordance with recommendations of the AAP and the Centers for Dis- ease Control and Prevention— There is no evidence that there is a causal relationship between immunizations and SIDS.80 In- deed, recent evidence suggests that immunization might have a protective effect against SIDS.81–83 Infants should also be seen for regular well-child checks in accordance with AAP recommendations.
12. Avoid commercial devices mar- keted to reduce the risk of SIDS—These devices include wedges, positioners, special mattresses, and special sleep surfaces. There is no evidence that these devices reduce the risk of SIDS or suffocation or that they are safe.
a. The AAP concurs with the US Food and Drug Administra- tion and Consumer Product Safety Commission that man- ufacturers should not claim that a product or device pro- tects against SIDS unless there is scientific evidence to that effect.

13. Donotusehomecardiorespira- tory monitors as a strategy to reduce the risk of SIDS— Although    cardiorespiratory monitors can be used at home to detect apnea, bradycardia, and, when pulse oximetry is used, decreases in oxyhemo- globin saturation, there is no evidence that use of such de- vices decreases the incidence of SIDS.84–87 They might be of value for selected infants but should not be used routinely There is also no evidence that routine in-hospital cardiorespi- ratory monitoring before dis- charge from the hospital can identify newborn infants at risk of SIDS.

14. Supervised, awake tummy time is recommended to facilitate development and to minimize development    of plagiocephaly.
positional
a. Although there are no data to make specific recommenda- tions as to how often and how long it should be undertaken, supervised, awake tummy time is recommended on a daily basis, beginning as early as possible, to promote motor development, facilitate development of the upper body muscles, and minimize the risk of positional plagiocephaly.88
b. Diagnosis, management, and other prevention strategies for positional plagiocephaly, such as avoidance of exces- sive time in car safety seats and changing the infant’s ori- entation in the crib, are dis- cussed in detail in the recent AAP clinical report on posi- tional skull deformities.88
15. Health care professionals, staff in newborn nurseries and neo- natal intensive care nurseries, and child care providers should en- dorse the SIDS risk-reduction rec- ommendations from birth.89–91
a. Staff in NICUs should model and implement all SIDS risk- reduction recommendations as soon as the infant is clini- cally stable and significantly before anticipated discharge.
b. Staff in newborn nurseries should model and implement these recommendations beginning at birth and well be- fore anticipated discharge.
c. All physicians, nurses, and other health care profession- als should receive education on safe infant sleep.
d. All child care providers should receive education on safe infant sleep and imple- ment safe sleep practices. It is preferable that they have written policies.

16. Media    and    manufacturers should follow safe-sleep guide- lines in their messaging and advertising.
Media exposures (including movie, television, magazines, newspapers, and Web sites), manufacturer advertisements, and store displays affect individ- ual behavior by influencing be- liefs and attitudes.89,91 Media and advertising messages contrary to safe-sleep recommendations might create misinformation about safe sleep practices.92
17. Expandthenationalcampaignto reduce the risks of SIDS to in- clude a major focus on the safe sleep environment and ways to reduce the risks of all sleep- related infant deaths, including SIDS, suffocation, and other acci- dental deaths. Pediatricians, family physicians, and other primary care providers should actively participate in this campaign.
a. Public education should con- tinue for all who care for in- fants, including parents, child care providers, grandparents, foster parents, and baby- sitters, and should include strategies for overcoming bar- riers to behavior change.
b. The campaign should con- tinue to have a special focus on the black and American In- dian/Alaskan Native popula- tions because of the higher incidence of SIDS and other sleep-related infant deaths in these groups.
c. The campaign should specifi- cally include strategies for in- creasing breastfeeding while decreasing bed-sharing and eliminating tobacco smoke exposure.
d. These recommendations should be introduced before preg- nancy and ideally in second- ary school curricula for both boys and girls. The im- portance of maternal pre- conceptional health and avoidance of substance use (including alcohol and smoking) should be in- cluded in this training.
e. Safe-sleep messages should be reviewed, revised, and re- issued at least every 5 years to address the next genera- tion of new parents and prod- ucts on the market.

18. Continue research and surveil- lance on the risk factors, causes, and pathophysiological mecha- nisms of SIDS and other sleep- related infant deaths, with the ul-timate goal of eliminating these deaths entirely.
a. Education campaigns need to be evaluated, and innovative intervention methods need to be encouraged and funded.
b. Continued research and im- proved surveillance on the etiology and pathophysiologi- cal basis of SIDS should be funded.
c. Standardized protocols for death-scene investigations should continue to be imple- mented. Comprehensive au- topsies that include full exter- nal and internal examination of all major organs and tis- sues (including the brain), complete radiographs, meta- bolic testing, and toxicology screening should be per- formed. Training about how to conduct comprehensive death-scene investigation of- fered to medical examiners, coroners, death-scene inves- tigators, first responders, and law enforcement should continue, and resources for maintaining training and con- duct of these investigations need to be allocated. In addi- tion, child death reviews, with involvement of pediatricians and other primary care pro- viders, should be supported and funded.
d.Improved and widespread surveillance of SIDS and SUID cases should be imple- mented and funded.
e.Federal and private funding agencies should remain com- mitted to all aspects of the aforementioned research.

LEAD AUTHOR
Rachel Y. Moon, MD
TASK FORCE ON SUDDEN INFANT DEATH SYNDROME, 2010 –2011 Rachel Y. Moon, MD, Chairperson Robert A. Darnall, MD
Michael H. Goodstein, MD Fern R. Hauck, MD, MS
CONSULTANTS
Marian Willinger, PhD – Eunice Kennedy Shriver National Institute for Child Health and Human Development
Carrie K. Shapiro-Mendoza, PhD, MPH – Centers for Disease Control and Prevention
STAFF
James Couto, MA
ACKNOWLEDGMENTS
The task force acknowledges the con- tributions provided by others to the collection and interpretation of data examined in preparation of this report. The task force is particularly grateful for the report submitted by Dr Suad Wanna-Nakamura (Consumer Product Safety Commission).

Nell’articolo non sono citate le “REFERENCE”, si possono trovare sul sito di PEDIATRICS, prossimamente cercheremo di tradurre il testo in lingua italiana per una più facile comprensione.

Plasmon contro Barilla: baby food? No grazie Una strana coincidenza e tre domande

Plasmon contro Barilla: baby food? No grazie
Una strana coincidenza e tre domande
05/12/2011

Nell`arco di pochi giorni si sono verificati due eventi, che non possono non interessare le famiglie.
Plasmon, famosa ditta di prodotti per l`alimentazione dei bambini ha lanciato una campagna di pubblicità comparativa, in cui sostiene che la pastina e i biscotti prodotti da Barilla, un`altrettanto famosa ditta di prodotti alimentari, non dovrebbero essere utilizzati per i bambini fino a 3 anni: conterrebbero dosi troppo alte di pesticidi.
Il presidente di un sindacato di pediatri ha diramato un comunicato i cui contenuti sono sostanzialmente gli stessi (senza citare però nomi commerciali), ma con un`aggiunta: sono i pediatri che garantiscono sull`alimentazione dei bambini piccoli.
Si tratta di una normale guerra commerciale e di un`altrettanto normale presa di posizione “scientifica”, oppure c`è in ballo qualcosa di più?
Intanto la coincidenza di questi due eventi è quantomeno curiosa: difficile sfuggire al sospetto che si tratti di un`azione coordinata. Se così fosse, sarebbe deplorevole che un`organizzazione di pediatri (anche se si tratta solo di un sindacato e non di una società scientifica) si fosse accordata con una multinazionale per influenzare gli acquisti delle famiglie italiane. Ma noi non ci occuperemo di questo aspetto, perché ci sembra, tutto sommato marginale.
Le vere questioni in ballo, a nostro parere, sono tre: è vero che gli alimenti destinati al mercato contengono sostanze potenzialmente tossiche? E` indispensabile che i bambini si alimentino esclusivamente con prodotti industriali studiati per loro, oppure possono utilizzare il cibo di tutti? Sono i pediatri che devono gestire l`alimentazione dei bambini, o sono le famiglie che devono curare un`alimentazione sana per tutti, compresi i figli piccoli?
Alla prima domanda si può rispondere così: sappiamo che la legge italiana prevede un doppio standard per quello che riguarda i prodotti alimentari (le concentrazioni di pesticidi ammesse per i prodotti destinati al bambini sono molto inferiori a quelle ammesse per i prodotti destinati agli adulti), ma se esiste il sospetto che concentrazioni ritenute sicure per gli adulti possano essere pericolose, allora si fissino concentrazioni più basse, se non vogliamo ridurci tutti ad una dieta a base di biscottini solubili e pennette. Se invece i limiti per i pesticidi ammessi nei prodotti per adulti sono sicuri, va benissimo che esistano in commercio prodotti ancora meno “inquinati”, ma sarà anche bene che le famiglie si sentano libere di scegliere, senza subire campagne terroristiche.
La seconda risposta non può non tenere conto di una doppia considerazione: quello che si mangia fino a tre anni rappresenta una quota infinitesimale di quanto si mangi in tutta la vita; i bambini non mangiano solo pastina e biscottini e neppure si alimentano esclusivamente con vasetti e scatolette “prescritti” dal pediatra, ma, grazie al cielo, sgranocchiano croste di pane e pezzi di pizza, affondano i primi dentini in ciambelloni preparati dalle mani amorose delle loro mamme ecc. ecc. E allora come la mettiamo? La vita di ciascuno sarebbe composta da due fasi: la prima (breve) tutta a base di baby food (e giù botte sulle manine, se si allungano su una fetta di panettone), e la seconda (lunghissima) in cui si mangia di tutto. Ma la nostra salute sarebbe condizionata in maniera determinante da una parte di quello che si mangia nei primi tre anni, cioè da una quota sostanzialmente irrilevante degli alimenti introdotti nel corso della vita. Non ci sembra un`ipotesi verosimile.
E veniamo alla terza questione che, come pediatri, ci riguarda più da vicino. La letteratura scientifica internazionale ci offre continuamente nuove dimostrazione dei danni che la medicina ha fatto quando ha deciso di appropriarsi della gestione dell`alimentazione dei bambini, sottraendola alla responsabilità delle famiglie ed espropriando così le mamme del loro “sapere”, tramandato da generazioni. Tanto per fare un esempio che tutti possono capire, la crescente diffusione delle allergie alimentari dipende in gran parte, ormai lo sappiamo per certo, dalle “regole”, dalle “esclusioni” e delle insensate “progressività” che proprio noi pediatri abbiamo imposto fin`ora alle famiglie. Lo stesso divieto di aggiungere sale alle pappe dei bambini (che noi pediatri abbiamo imposto per decenni) sembra essere, oltre che non giustificato da alcuna evidenza scientifica, responsabile di una parte dei disturbi della condotta alimentare dei bambini piccoli. E allora, vogliamo imparare dall`esperienza, come si addice a chi vanta un background scientifico, oppure no? Vogliamo che la pediatria progredisca e acquisisca un ruolo sempre più consapevole nella difesa dei bambini dalle malattie, oppure preferiamo fermarci alla vecchia figura del pediatra, alle prese con i “dosaggi” delle patate e delle carote nel brodo vegetale o con la “prescrizione” (sul ricettario, mi raccomando!) di questo o quell`alimento in vendita, chissà perché, in Farmacia?
Noi non possiamo che ribadire la nostra proposta: bambini allattati al seno nei primi mesi, e poi alimentazione sana ed equilibrata per tutta la famiglia, con prodotti sicuri e gustosi.
Che le ditte produttrici di alimenti per grandi e piccini si facciano pure tutte le guerre che vogliono. Noi pediatri preferiamo starne fuori.
Di redazione UPPA

http://www.uppa.it/articolo.php?id=102