| Sono un’infermiera professionale e, avendo lavorato in un nido ospedaliero, conosco il ruolo che da operatori sanitari abbiamo nel renderci complici involontari di allattamenti falliti, di sentimenti di frustrazione e inadeguatezza nelle madri. Nonostante le migliori intenzioni, mi è capitato di essere talvolta testimone e protagonista di interventi che hanno sortito effetti opposti a quelli desiderati. Oggi mi rendo conto che ogni volta che ho tolto dalle braccia di una madre un bimbo che piangeva per farle vedere come calmarlo o, con gesti rapidi e precisi, le ho mostrato come si cambia un pannolino o come si fa un bagnetto, non mi sono soffermata a pensare che forse, con l’ottima intenzione di insegnarle qualcosa, le ho trasmesso il messaggio più temuto: “non sei capace”. Quando una mamma stremata da un pianto inconsolabile del piccolo va dalle infermiere chiedendo un’aggiunta di latte, o va dal pediatra con il suo carico di dubbi riguardo la propria capacità di allattare, convinta che sia la fame l’unico demone che può turbare la serenità di suo figlio, dare quell’aggiunta di latte artificiale senza esitazione, significa dare fondamento ai suoi timori e dirle che da sola non è in grado di sfamare il suo bambino. In poche parole, non è capace di fare la mamma. La fretta non aiuta, ma spesso l’assistenza data alle madri durante il puerperio è fatta di gesti troppo veloci, soluzioni troppo rapide che non richiedono tempo. Anche perché in ospedale di tempo c’è n’è sempre troppo poco. Spesso i reparti sono pieni e le madri da seguire sono più di quelle che il personale è in grado di assistere. Così, succede che gli operatori si trovino ad improvvisare consigli e suggerimenti scorretti, basati unicamente sulla propria esperienza personale, e non su evidenze scientifiche, cosa che innesca spesso meccanismi scorretti e un forte senso di inadeguatezza delle madri al proprio ruolo. Assistere una donna che ha appena partorito significa lavorare con quella ridda di sentimenti ed insicurezze che una nascita può provocare, significa sapere che quello che la madre sta vivendo è un momento di estrema fragilità emotiva, significa che chi deve aiutarla deve essere dotato di una grande capacità di ascolto e di empatia. DA UPPA: |
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Un abbraccio che fa crescere
La nascita prematura di un bambino è un evento sempre più comune. Ciò nonostante tale situazione sconvolge sempre i genitori che si trovano, senza preavviso, ad affrontare un dolore immenso legato alla paura per la sopravvivenza del proprio figlio ed una profonda sensazione di inadeguatezza a volte correlata ad un senso di colpa della madre.
Passata la vera e propria emergenza, nella quale viene data priorità assoluta alle manovre per salvare la vita del piccolo, spesso i genitori si ritrovano a fare da meri spettatori di tutto ciò che accade al loro bambino durante il ricovero.
Anche nei casi in cui il bambino è ancora in condizioni critiche, le cure dei genitori rivestono, o dovrebbero rivestire, un ruolo di primo piano. Diversericerche scientifiche dimostrano che il contatto tra i genitori e il loro bambino è indispensabile e benefico per entrambe e fa parte di quelle cure tempestive e globali che tutti gli ospedali dovrebbero poter proporre il prima possibile.
Che cosa significa dare spazio alle cure affettive? Cosa possono realisticamente fare i genitori di un bambino prematuro che appare così fragile e irritabile? All’inizio basterà la sola presenza silenziosa a fianco dell’incubatrice, poi, quando le condizioni del bambino lo permetteranno, il genitore potrà fargli sentire il proprio tocco fermo e contenitivo. Le cure diventeranno man mano più globali e la relazione bilaterale, ma il seme viene gettato in quei primi momenti, in quel primo “esserci” che riconosce l’altro come figlio.
Questo riconoscimento è fondamentale per l’instaurarsi di una buona relazione tra i genitori e il bambino e potrà far loro superare lo shock della nascita prematura permettendo la creazione di un buon legame d’attaccamento.
Il progetto “Un abbraccio che fa crescere”, nato dopo un lungo periodo di studio e grazie ad una fruttuosa collaborazione tra la Cooperativa Focus e L’Associazione Italiana per la Care in Perinatologia va in questa direzione: ridare valore alle relazioni parentali subito dopo la nascita di un bambino prematuro.
L’intento è quello di portare un sostegno concreto ai genitori di bambini nati prematuri attraverso un processo di sensibilizzazione sull’importanza del contatto corporeo all’interno delle unità di Terapia Intensiva Neonatale.
L’obiettivo è dare valore alla “cura affettiva” del neonato prematuro come parte integrante della terapia neonatale, sostenendo i genitori e riconoscendo il loro ruolo terapeutico. Intuizione già del primo neonatologo della storia, Pierre Boudin, che nel 1898 sosteneva:
“Primo salva il bambino, secondo salvalo in modo che poi, quando lascerà l’ospedale abbia una madre in grado di accudirlo”.
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| foto di Raffaella Doni |
Per l’instaurarsi di una relazione fatta di ascolto e rispetto dei tempi di ognuno è fondamentale accettare che il bambino possa non essere pronto a ricevere stimoli complessi e la madre possa sentirsi inadeguata a relazionarsi con il piccolo.
Superato questo momento i genitori devono essere accompagnati dagli operatori ad avvicinarsi al loro bambino passo dopo passo. Un esempio tra tutti è quello di integrare la marsupio terapia con l’utilizzo di una fascia lunga porta bambini che permetta ai genitori non solo di rilassarsi insieme al bambino ma anche di spostarsi e di acquisire una competenza utile anche dopo le dimissioni.
Il progetto per realizzare tutto questo è stato sviluppato in tre fasi, la prima delle quali ha visto lo studio di tutto il materiale disponibile in merito ai benefici del contatto per i bambini prematuri.
La seconda fase prevede la formazione degli operatori delle Unità di Terapia Intensiva Neonatale e la consegna del materiale: un manuale tecnico-pratico riassuntivo dei temi trattati durante il corso destinato agli operatori, unabrochure dedicata ai genitori con una storia che parla un linguaggio emotivo e che mira a sciogliere quello che gli esperti chiamano “freezeringrappresentazionale” dei genitori (lo stato d’animo nel quale i genitori potrebbero trovarsi dopo la nascita del bimbo: fissano dentro di sé un’ immagine del bimbo che non riescono a modificare anche quando questo cresce e migliora) e una fascia porta bebè, pensata appositamente per i bambini prematuri, per ogni posto letto dell’U.T.I.N. (unità di terapia intensiva neonatale).
La terza fase del progetto è l’accompagnamento dei genitori. Questa fase è seguita giorno per giorno dagli operatori del reparto che sostengono i genitori stimolandoli a ritrovare fiducia in se stessi e nelle proprie risorse.
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| foto Daniele Portanome |
Al momento delle dimissioni viene consegnata ai genitori che ne hanno fatto uso in reparto, una fascia porta bebè per bambini prematuri identica a quella usata durante il ricovero. Agli stessi è offerta l’opportunità di richiedere la visita domiciliare di un’ostetrica che possa aiutarli nell’utilizzo della fascia e possa rispondere a comuni domande sull’accudimento del bambino. I genitori sono inoltre invitati ad incontri mensili, condotti da una pedagogista e da un’ostetrica. Questi appuntamenti hanno lo scopo di stimolare il confronto tra genitori che hanno vissuto la stessa esperienza per facilitare l’instaurarsi di nuove relazioni nei luoghi in cui vivono.
La durata di questa fase del progetto è assolutamente indicativa perché ci si augura che questo modo di operare diventi una buona pratica dell’Ospedale e che poi proceda spontaneamente nella sensibilizzazione dei genitori in merito a queste tematiche.
La Regione Lombardia, attraverso un bando, ha finanziato parte del progetto che è stato attuato, anche grazie al lavoro volontario del personale, nell’Ospedale Del Ponte di Varese e Buzzi di Milano. L’impegno per il futuro è quello di riuscire ad attivarlo in molte altre Unità di Terapia Intensiva in Italia.
Alessia Motta
alessia@focuscoop.it
Raffaella Doni
raffaella@focuscoop.it
Pedagogiste della Cooperativa Sociale Focus
Tratto da:
http://unpediatraperamico.blogspot.it/2012/02/un-abbraccio-che-fa-crescere.html
I nostri figli ci guardano… e imparano da noi
Cari genitori, è così, imparano da soli. I bambini, i lattanti vi guardano, si guardano, guardano cosa bisogna fare, vedono cosa non bisogna fare. Lo fanno gli scimmiotti, i leoncini, i lupacchiotti, gli orsetti, gli elefantini, i puledri. Quando andare e quando non andare a cercare la mammella, quando e come giocare con gli altri cuccioli, se allontanarsi un po’ dal gruppo, o dalla tana, oppure stare vicini vicini, fare il bagno, piangere, non piangere, attaccarsi al collo della mamma, strofinarsi. Non ci dovrebbe essere fatica nell’educare: comportarsi bene perché i figli si comportino bene; essere come si vorrebbe che i figli fossero. Loro crescono e continuano a guardarvi; loro crescono e voi dovete continuare a essere come vorreste che loro fossero. E sapere che aspettano da voi di sapere come comportarsi: che non ci sono figli capricciosi, figli maleducati, figli disobbedienti, se non siete voi che li “diseducate”; se non siete voi che li spingete a essere come voi non vorreste che siano. Le cose in realtà sono meno semplici nella società degli umani che nella società degli scimmioni. Da noi i tempi dell’educazione durano molto a lungo, quasi vent’anni, e le agenzie educative sono diverse, e complesse, e cominciano a entrare in funzione molto presto, i compagni d’asilo, i compagni della materna, la baby sitter, i nonni, il nonno, la nonna, e poi tutto il tempo della scuola, i compagni buoni e i compagni cattivi, e gli amici della squadra di calcio, e i libri, e la televisione (cattiva maestra) eccetera, eccetera. Ma se, come ci dice Roccato nell’articolo a pagina 12 e 13 di questo numero di Un pediatra per amico, l’auto-educazione, il formarsi, il modellarsi, l’imparare le regole comincia così presto, fin dai primi mesi della vita, ecco che i “veri” responsabili dei nostri figli restiamo noi: il padre e la madre. E l‘oggetto che abbiamo costruito, che ci è nato così, tra le mani, nostro figlio, costruirà se stesso secondo le istruzioni segrete che noi gli avremo dato senza saperlo; e anche secondo le istruzioni aperte che lui stesso ci chiede: perché per lui, per un bel po’ di tempo, per il tempo della prima formazione e poi per tutto il tempo in cui continueremo a esserne degni, noi siamo l’autorità “vera”, quella a cui rifarsi, quella che ha sempre ragione. E questa sua fiducia, noi dobbiamo meritarcela. Non tradiamola. Franco Panizon
http://unpediatraperamico.blogspot.it/2012/05/i-nostri-figli-ci-guardano-e-imparano.html
Baby Blues
Baby Blues, o più correttamente Maternity Blues, significa avere un momento triste e malinconico nel primo periodo dopo il parto. Proprio come gli schiavi neri d’america che sulle rive del Mississipi cantavano i loro tristi e dolci blues ricordando la patria lontana.
Attenzione: non significa che la mamma è diventata la schiava del suo bambino, però è vero che il mondo di prima è ormai lontano e niente sarà più come allora….
Questa tristezza, o semplice alterazione dell’umore, non è una malattia e neppure un vero disturbo, è semplicemente una difficoltà momentanea che se ne va spontaneamente così come è venuta; se viene voglia di piangere è meglio lasciare che i sentimenti facciano il loro lavoro. Dopo il pianto, come dopo un temporale, torna il sereno e ci scopriamo più felici di prima per aver vissuto, e superato, un’esperienza forte. Nascere e far nascere è una esperienza intensa e ambivalente, anche per il nostro bambino, infatti anche lui piange, e piangere un po’ insieme ci rende più sensibili e più uniti.
Che il Baby Blues non sia una malattia lo dimostra l’alto numero di mamme che nei primi giorni dopo il parto presentano questo tipo di umore: 40-70%, a secondo degli studi. Nonostante il momento di crisi le mamme un po’ tristi riescono a prendersi cura sia del bambino che di loro stesse, senza manifestare bisogni e aiuti particolari (ma un sorriso e due parole di incoraggiamento sono comunque sempre opportuni).
E’ utile sapere che dopo l’esperienza del parto possono nascere altre alterazioni dell’umore, che a volte disturbano la mamma fino a renderle difficile l’accudimento del bambino; in questi casi può essere necessario un sostegno, a volte è opportuno anche l’intervento di uno specialista. Ma come riconoscere un semplice blues da un inizio di depressione?
Intanto possiamo considerare il periodo di comparsa del disturbo: il blues di solito si presenta nei primi giorni dopo il parto e già dopo 10-15 giorni la situazione migliora sensibilmente fino a normalizzarsi, una forma (anche lieve) di depressione invece è più frequente dopo 2-4 mesi dal parto e può peggiorare col tempo. Dobbiamo però tenere presente che la depressione è un disturbo che può colpire in qualunque momento della vita (anche nel corso della gravidanza), e sembra che qualcuno sia predisposto a sviluppare questo disturbo. Dopo il parto il particolare assetto ormonale, la nuova identità acquisita, l’impegno e la responsabilità dell’accudimento, possono destabilizzare l’assetto emotivo della mamma.
Un altro modo per capire se il nostro umore è ancora ‘normale’ o inizia ad essere alterato è quello di valutare le capacità di cura verso se stessi e verso il bambino; è evidente che, soprattutto con il primo figlio, i momenti di preoccupazione non mancano e la paura di fare errori è sempre lì in agguato, ma questa piccola ansia normalmente non impedisce la gestione delle quotidiane occupazioni. La mamma che inizia una vera depressione non è semplicemente triste, può essere inappetente, con molte paure, incapace di dormire e di prendere una qualunque decisione, può essere irrequieta e irritabile verso i parenti e gli amici, a volte anche verso il bambino e gli altri figli; non si sente semplicemente una mamma ‘inadeguata’, ma può sentirsi una mamma ‘cattiva’.
In questi rari casi è necessario chiedere aiuto a qualcuno un po’ competente, che possa verificare (con un semplice colloquio) se effettivamente il nostro stato emotivo sta uscendo dai binari della normalità. A volte la mamma rimuove il suo problema e cerca di farsi vedere forte, nascondendo i suoi veri sentimenti per paura di essere giudicata, ma è come coprirsi con molti vestiti per non far vedere a nessuno che abbiamo preso il morbillo, ammalarsi non è mai un colpa e se abbiamo bisogno di cure dobbiamo farlo sapere a chi ha il compito di curarci.
Il compito di curare i disturbi dell’umore è degli psicologi, che attraverso colloqui particolari sono in grado di farci superare le difficoltà; nel caso il disturbo sia più serio può intervenire lo psichiatra il quale dispone anche di farmaci specifici per trattare situazioni selezionate.
l primo aiuto però dovrebbe venire dall’interno della famiglia, prima di tutto dal marito/compagno che ci conosce ed è in grado di leggere nel nostro sguardo e nei nostri gesti se c’è un problema importante; anche gli altri parenti più vicini e gli amici più intimi possono essere di grande aiuto.
Poi non dimentichiamo l’ostetrica che è una donna attenta e sensibile a questi problemi, competente per capire se siamo ancora in una situazione di normalità; potrà essere lei a favorire e organizzare gli eventuali primi contatti con lo specialista. A volte soltanto parlare e aprirsi con l’ostetrica può favorire la soluzione o la limitazione del nostro disturbo, che riesce così a spegnersi come un fuocherello scoppiato in modo fastidioso e inopportuno.
Comunque ricordiamoci che dopo il parto è inevitabile dover ricostruire un nuovo equilibrio e una nuova organizzazione, anche mentale.Forse possiamo tenere presenti alcuni consigli in grado di sostenere il nostro umore:
- passeggiamo all’aperto tutti i giorni e se possiamo più volte al giorno
- cerchiamo di incontrare altre persone e di comunicare
- confrontiamoci e sfoghiamoci con chi è disposto ad ascoltarci con pazienza
- riposiamo e dormiamo quando è possibile, trascurando la casa se necessario
- se i parenti sono intrusivi e creano confusione invitiamoli a farsi una vacanza
- cerchiamo un aiuto domestico o facciamoci regalare piatti già cucinati
- evitiamo di saltiamo i pasti e mangiamo un po’ di tutto (anche i dolci)
- chiediamo al papà di prendersi un po’ di ferie (è adesso che ne abbiamo bisogno!)
- allattiamo il nostro bambino e facciamoci aiutare a farlo con piacere
- se abbiamo dubbi sulla salute nostra o del bambino facciamoci rassicurare da qualcuno di cui ci fidiamo
Ricordiamo che:
come dice un proverbio africano ‘per crescere un bambino occorre un intero villaggio’, e quindi non basta soltanto la mamma
esistono anche bambini un po’ più difficili ed esigenti (ma se è il nostro, è comunque il migliore possibile)
si impara a conoscere e ad accudire il bambino gradualmente
a volte è amore a prima vista, altre volte ci si affeziona lentamente
si procede sempre per tentativi ed errori e nessuno è perfetto, come disse Bettelheim, ogni genitore è quasi perfetto
la realtà è sempre diversa da come l’avevamo immaginata (e molte volte è migliore!)
Una mamma ha definito il suo disturbo dell’umore come una ‘mancanza di baricentro’, è sufficiente quindi appoggiarsi per un attimo a qualcuno e il ‘baricentro’ ritornerà al suo posto.
Articolo di Alessandro Volta
Tratto dal sito www.vocidibimbi.it
Popò e pipì, tutte le FAQ di Stefano Gorini
FAQ
Speciale Popò e pipì
A cura di Stefano Gorini pediatra di famiglia, Rimini e-mail stgorin@tin.it - ritratto
POPÓ
Quali sono le caratteristiche delle feci nel lattante?
Chi assume solo latte (materno o artificiale) emette feci semi-liquide o cremose di colore giallo-oro a volte tendente al verde. Il ritmo delle evacuazioni è naturalmente variabile da bambino a bambino: alcuni lattanti evacuano tutte le volte che prendono il latte, altri anche una volta ogni 5-6 giorni.
Un bambino che non evacua tutti i giorni è stitico?
La stipsi è l’emissione difficoltosa di feci dure; la caratteristica principale non è tanto la frequenza delle evacuazioni, ma la difficoltà di evacuare. Alcuni bimbi si liberano tutti i giorni o anche 2-3 volte al giorno, altri una volta ogni 3-4 giorni, ma se questo avviene senza fatica e le feci sono normali non c’è stipsi.
Quali sono le cause della stipsi?
La stipsi può essere dovuta a cause organiche, psicologiche e infine funzionali, le più frequenti. In questo caso si vede che il bambino tende “a trattenere” le feci, ad esempio perché queste sono dure a causa di una dieta povera di fibre (frutta e verdura) e vuole evitare il dolore legato all’evacuazione, oppure perché non riesce ad abituarsi al fatto che è stato tolto il pannolino.
Cosa fare?
Le buone abitudini alimentari si apprendono da piccoli ed è necessario abituare i bambini precocemente a mangiare frutta e verdura. Utili in particolare prugne e kiwi, verdure verdi, legumi e cibi integrali. Bisogna poi educare il bambino ad evacuare sempre allo stesso orario e a gambine ben aperte e appoggiate per terra. Se questo non è sufficiente sarà compito del medico ricorrere eventualmente ai farmaci.
PIPÍ
È normale trovare delle macchie rosse sul pannolino bagnato di pipì?
Nei neonati e dei bambini piccoli possono comparire delle macchie sul pannolino bagnato dovute alla presenza di sostanze contenute nell’urina (urati) che depositandosi sul pannolino danno una caratteristica colorazione rosata. È un fenomeno transitorio e non patologico.
È necessario curare l’enuresi?
Prima di decidere se curare e quale terapia sia più corretta occorre considerare che l’enuresi è un fenomeno che si risolve, nella quasi totalità dei casi, spontaneamente. Gli interventi che vengono attuati sono tesi ad accelerare la maturazione del controllo della vescica e/o a ridurre il volume totale di liquidi che arrivano alla vescica durante la notte. Il fine è quello di permettere al bimbo di condurre una vita normale e di evitare che possa manifestare un disagio. La terapia può essere farmacologica o comportamentale: sta al medico insieme alla famiglia decidere quale sia più adatta.
Quando togliere il pannolino anche la notte?
È del tutto normale che i bambini piccoli si bagnino durante la notte perché la vescica non ha ancora raggiunto una piena maturazione, sia riguardo al volume di urina che è in grado di contenere, sia riguardo ai meccanismi che permettono al bambino di controllare la fuoriuscita della pipì. Ma quando ci si accorge che la mattina il pannolino è quasi sempre asciutto vuol dire che questa maturazione è ormai completata e perciò il pannolino non serve più.
Cosa fare in caso di disturbi urinari diurni?
Si può fare la “rieducazione minzionale”, una specie di ginnastica per abituare la vescica a svuotarsi nei tempi e modi corretti. Se il bimbo trattiene la pipì la vescica tende a dilatarsi con la conseguenza di non funzionare correttamente.
Perciò spiegate al bambino che non appena sente il bisogno di fare pipì deve andare in bagno e, se lui non ci pensa da solo, programmare almeno 6 momenti della giornata in cui portarvelo. Insegnategli a gestire il suo bisogno suggerendogli di contare fino a 10 prima di iniziare a urinare; questo lo aiuta a prendere coscienza della propria capacità di controllare lo stimolo. Ditegli che è meglio svuotare completamente la vescica, non accontentandosi di fare solo un po’ di pipì: spesso il bimbo pensa di avere esaurito la minzione in modo rapido dopo la prima “spinta”, invece è meglio non avere fretta e rilassarsi aspettando che tutta la pipì sia uscita in modo spontaneo, senza sforzi. La minzione potrà concludersi con un’altra piccola spinta. Quindi: piccola spinta, rilassamento con fuoriuscita pressoché completa, un’altra piccola spinta, svuotamento! Insegnate alle bambine a urinare a gambe ben aperte senza mutandine o con queste ben abbassate.
Da Uppa:
IMPARARE IL LINGUAGGIO DALLA TV O DA VIDEO DEDICATI?
Se lo scopo che ci prefiggiamo è quello di migliorare le competenze del bambino in riferimento al linguaggio recettivo ed espressivo, esporre il bambino alla TV o a programmi video interattivi tramite DVD potrebbe favorire un miglioramento del linguaggio? Per rispondere a questo interrogativo sono stati effettuati diversi studi di intervento realizzati con l’obiettivo di valutare l’efficacia dei diversi supporti multimediali e video rivolti ai bambini dei primi mesi o primi anni di vita. In uno dei più recenti studi sono stati testati 88 bambini tra i dodici e i venticinque mesi di età. Metà dei bambini utilizzarono per sei settimane il DVD “Baby Einstein”, mentre metà fungeva da gruppo di controllo. Alla fine del periodo di esposizione è risultato che i bambini del gruppo di intervento con il DVD non avevano presentato nessun arricchimento di vocabolario rispetto al gruppo di controllo.
Richert RA, Robb MB, Fender JG, Wartella E. Word learning from baby videos. Arch Pediatr Adolesc Med. 2010 May;164(5):432-7.
OBJECTIVE: To examine whether children between 12 and 25 months of age learn words from an infant-directed DVD designed for that purpose. DESIGN: Half of the children received a DVD to watch in their home over the course of 6 weeks. SETTING: All participants returned to a laboratory for testing on vocabulary acquisition every 2 weeks. PARTICIPANTS: Ninety-six 12- to 24-month-old children. MAIN EXPOSURE: Baby videos. MAIN OUTCOME MEASURES: Parent report and observational measures of vocabulary acquisition related to words highlighted in the DVD; parent report of general language development; and parent report of children’s media use. RESULTS: The age at first viewing of baby DVDs was related to children’s general language development. There was no evidence of learning words highlighted in the infant-directed DVD independent of parental intervention. CONCLUSIONS: Researchers should continue to examine whether infant-directed media are effective in teaching infants and toddlers content and consider the cognitive factors related to whether very young viewers should be expected to learn from a DVD.
Per imparare dal video è necessaria l’interazione sociale, ossia la presenza di un adulto che si relazioni affettivamente con il bambino: è questa la conclusione che tutti gli studi rivolti a valutare l’efficacia. Ormai sono numerosissimi gli studi che hanno valutato l’esposizione dei bambini verso i media e l’esito sul linguaggio. Non solo non vi è un miglioramento del linguaggio anche se l’esposizione al video è su programmi dedicati per la fascia di età, ma, più spesso, è presente una riduzione nello sviluppo del linguaggio, soprattutto se l’esposizione video è con contenuti per adulti. Di più, il peggioramento dell’esito sul linguaggio è associato proporzionalmente alla quantità di esposizione al contenuto mediale.
Robb MB, Richert RA, Wartella EA. Just a talking book? Word learning from watching baby videos. Br J Dev Psychol. 2009 Mar; 27(Pt 1):27-45.
This study examined the relationship between viewing an infant DVD and expressive and receptive language outcomes. Children between 12 and 15 months were randomly assigned to view Baby Wordsworth, a DVD highlighting words around the house marketed for children beginning at 12 months of age. Viewings took place in home settings over 6 weeks. After every 2 weeks and five exposures to the DVD, children were assessed on expressive and receptive communication measures.
Results indicated there was no increased growth on either outcome for children who had viewed the DVD as compared to children in the control group, even after multiple exposures. After controlling for age, gender, cognitive developmental level, income, and parent education, the most significant predictor of vocabulary comprehension and production scores was the amount of time children were read to.
Nelle ultime decadi la quantità di tempo libero dedicato dai genitori ai loro figli è diminuita in termini consistenti, mentre cresce a dismisura il fatturato plurimiliardario dell’industria dei prodotti video che promettono un miglior sviluppo dell’intelligenza dei bambini. Lo studio di Zimmerman e coll. sulla valutazione dell’efficacia di uno tra questi prodotti video DVD per bambini, il più reclamizzato e venduto sul mercato, portò alla conclusione che non solo non vi era un miglioramento delle capacità linguistico cognitive nei bambini, ma si associava ad un peggioramento delle abilità comunicative rispetto al gruppo di controllo. La presenza di familiari adulti non migliorava l’esito all’esposizione del DVD. La Walt Disney Company, proprietaria del marchio e del prodotto video chiese ufficialmente all’Università di Washigton una ritrattazione dello studio, contestando numerose inesattezze. (v. Walt Disney domanda ritrattazione ). Dopo una consultazione con gli autori dello studio, l’Università emise un comunicato stampa in cui rifiutava di accettare le richieste della Company, confermando i risultati dello studio (v. risposta Univ. Washington )
Zimmerman FJ, Chirstakis, DA, Melzoff, AN. Associations between Media Viewing and Language Development in Children Under Age 2 Years. J Pediatr 2007;151:364-8
Objective To test the association of media exposure with language development in children under age 2 years. Study design A total of 1008 parents of children age 2 to 24 months, identified by birth certificates, were surveyed by telephone in February 2006. Questions were asked about child and parent demographics, child-parent interactions, and child’s viewing of several content types of television and DVDs/videos. Parents were also asked to complete the short form of the MacArthur-Bates Communicative Development Inventory (CDI). The associations between normed CDI scores and media exposure were evaluated using multivariate regression, controlling for parent and child demographics and parent–child interactions. Results Among infants (age 8 to 16 months), each hour per day of viewing baby DVDs/videos was associated with a 16.99-point decrement in CDI score in a fully adjusted model (95% confidence interval__26.20 to _7.77). Among toddlers (age 17 to 24 months), there were no significant associations between any type of media exposure and CDI scores. Amount of parental viewing with the child was not significantly associated with CDI scores in either infants or toddlers. Conclusions Further research is required to determine the reasons for an association between early viewing of baby DVDs/videos and poor language development.
Schmidt ME, , Rich M, Rifas-Shiman SL, Emily Oken E, Taveras EM. Television Viewing in Infancy and Child Cognition at 3 Years of Age in a US Cohort. Pediatrics 2009;123:e370–e375
OBJECTIVE. To examine the extent to which infant television viewing is associated with language and visual motor skills at 3 years of age. MEASURES.We studied 872 children who were participants in Project Viva, a prospective cohort. The design used was a longitudinal survey, and the setting was a multisite group practice in Massachusetts. At 6 months, 1 year, and 2 years, mothers reported the number of hours their children watched television in a 24-hour period, from which we derived a weighted average of daily television viewing. We used multivariable regression analyses to predict the independent associations of television viewing between birth and 2 years with Peabody Picture Vocabulary Test III and Wide-Range Assessment of Visual Motor Abilities scores at 3 years of age. RESULTS. Mean daily television viewing in infancy (birth to 2 years) was 1.2 (SD: 0.9) hours, less than has been found in other studies of this age group. Mean Peabody Picture Vocabulary Test III score at age 3 was 104.8 (SD: 14.2); mean standardized total Wide-Range Assessment of Visual Motor Abilities score at age 3 was 102.6 (SD: 11.2). After adjusting for maternal age, income, education, Peabody Picture Vocabulary Test III score, marital status, and parity, and child’s age, gender, birth weight for gestational age, breastfeeding duration, ace/ethnicity, primary language, and average daily sleep duration, we found that each additional hour of television viewing in infancy was not associated with Peabody Picture Vocabulary Test III or total standardized Wide-Range Assessment of Visual Motor Abilities scores at age 3. CONCLUSION. Television viewing in infancy does not seem to be associated with language or visual motor skills at 3 years of age.
DeLoache JS, Chiong C, Sherman K, Islam N, Vanderborght M, Troseth GL, Strouse GA, O’Doherty K. Do Babies Learn From Baby Media? Psychological Science 21(11) 1570 –1574
Abstract In recent years, parents in the United States and worldwide have purchased enormous numbers of videos and DVDs designed and marketed for infants, many assuming that their children would benefit from watching them. We examined how many new words 12- to 18-month-old children learned from viewing a popular DVD several times a week for 4 weeks at home. The most important result was that children who viewed the DVD did not learn any more words from their monthlong exposure to it than did a control group. The highest level of learning occurred in a no-video condition in which parents tried to teach their children the same target words during everyday activities. Another important result was that parents who liked the DVD tended to overestimate how much their children had learned from it. We conclude that infants learn relatively little from infant media and that their parents sometimes overestimate what they do learn.
Uno studio prospettico che ha coinvolto 253 coppie madre-figlio di bassa estrazione sociale ha voluto misurare l’impatto dell’esposizione al video di bambini di sei mesi di età associando questa all’interazione con il genitore. I dati sui tempi di esposizione ai media (televisione, DVD, cinema, video games) così come i momenti di interazione con il genitore sono stati raccolti tramite intervista o per mezzo di un diario ed è stata eseguita una misurazione del linguaggio al bambino all’età di quattordici mesi. I risultati dello studio hanno dimostrato che l’interazione verbale durante l’esposizione al video riduce l’impatto negativo sul linguaggio, confermando altresì l’impatto negativo del video in assenza di interazione ma non un impatto positivo sul linguaggio dovuto all’interazione verbale tra genitore e bambino durante l’esposizione video. In alcuni casi l’impatto della relazione verbale genitore-bambino può migliorare l’esito sul linguaggio anche se questo non può essere completamente confermato in quanto possono essere presenti altri tipi di stimolazione cognitiva ed educativa nel contesto ambientale in cui vive la famiglia (Fig 3).
Alan L. Mendelsohn AL, Brockmeyer CA, Dreyer BP, Fierman AH, Berkule-Silberman SB and Tomopoulos S. Do Verbal Interactions with Infants During Electronic Media Exposure Mitigate Adverse Impacts on their Language Development as Toddlers? Inf. Child. Dev. 2010; 19: 577–593
The goal of this study was to determine whether verbal interactions between mothers and their 6-month-old infants during media exposure (‘media verbal interactions’) might have direct positive impacts, or mitigate any potential adverse impacts of media exposure, on language development at 14 months. For 253 low-income mother–infant dyads participating in a longitudinal study, media exposure and media verbal interactions were assessed using 24-hour recall diaries. Additionally, general level of cognitive stimulation in the home [StimQ] was assessed at 6 months and language development [Preschool Language Scale-4] was assessed at 14 months. Results suggest that media verbal interactions play a role in the language development of infants from low-income, immigrant families. Evidence showed that media verbal interactions moderated adverse impacts of media exposure found on 14-month language development, with adverse associations found only in the absence the these interactions. Findings also suggest that media verbal interactions may have some direct positive impacts on language development, in that media verbal interactions during the co-viewing of media with educational content (but not other content) were predictive of 14-month language independently of overall level of cognitive stimulation in the home.
Da una relazione del Dott.Panza Costantino
Il ruolo del padre quando la mamma allatta
Che fortunato quel bambino che ha un rapporto solido di amore con tutti e due i suoi genitori! I bimbi hanno moltissimo bisogno di contatto fisico e quando non stanno poppando, le amorevoli braccia del padre sono davvero un posto fantastico dove riposare.
Se stiamo a quello che ci mostra la televisione, dovremmo pensare che l’unico legame possibile tra un padre e il figlio piccolo sia rappresentato dal biberon. Tuttavia, non è il nutrimento di per sé che porta all’attaccamento tra madre e bambino, quanto piuttosto lo stretto contatto fisico, che è una parte costitutiva del rapporto di allattamento. Un padre non ha necessariamente bisogno di nutrire il suo bambino, per creare con lui un forte legame di affetto; piuttosto deve tenerlo in braccio, amarlo, giocare con lui, semplicemente passare del tempo insieme a lui.
Anche il bambino allattato molto spesso può avere un bellissimo rapporto con suo padre. Provate a sdraiare il piccolo appena allattato sul petto del papà, oppure sulla sua spalla, che è spesso uno dei posti preferiti dove essere cullati. Molti padri trascorrono momenti di grande soddisfazione mostrando ai loro piccoli il vasto e vario mondo in cui viviamo e anche le cose più semplici possono incantare un bimbo! Ci sono talmente tanti modi per coinvolgere i papà, oltre cambiare pannolini, fare il bagnetto o calmare un bimbo agitato. Siate creativi!
Uno dei modi migliori per aiutare un bambino a costruire un forte legame di attaccamento con i genitori consiste nel rispondere alle sue esigenze. Il bambino ha bisogno di sapere che sia la mamma sia il papà rispettano le sue esigenze. Porta il bimbo alla mamma quando vedi che ha bisogno di poppare: il legame del bambino con il suo papà si rafforza proprio nella misura in cui si sente sicuro del suo legame con la mamma.
Il sostegno fattivo del padre può essere di grandissimo aiuto per far funzionare bene il rapporto madre-bambino durante l’allattamento: l padre può difendere la madre dalle critiche provenienti da amici o parenti; può aiutare a calmare il bambino agitato; può semplicemente portare qualcosa da bere o da mangiare alla mamma mentre allatta e, cosa ancora più importante, può ricordare alla neo-mamma che allattare è la cosa più importante che possa fare per avviare nel modo migliore la crescita del loro bambino.
Nelle prime settimane specialmente, quando la mancanza di riposo e gli squilibri ormonali possono scoraggiare la mamma e spingerla a interrompere l’allattamento, un padre che suggerisce di “provarci ancora una volta” o che ricorda alla sua compagna che “dicono tutti che i bambini diradano le poppate dopo le prime tre settimane” è di grandissimo aiuto. Un papà che sistema i cuscini per permettere alla mamma di allattare meglio il bambino o che le porta il telefono per incoraggiarla a chiamare la sua Consulente LLL, sta davvero facendo la sua parte per nutrire il figlio!
A volte i padri si scoraggiano quando pensano che nessun’altra madre stia allattando o che nessun’altra famiglia stia affrontando gli stessi problemi. Se il più vicino gruppo de La Leche League organizza incontri dedicati alla coppia, sarà molto utile parteciparvi, per incontrare altri padri che condividono le stesse idee e vedere come altre famiglie hanno affrontato le difficoltà. Se non sono previste riunioni aperte alla coppia, è sempre possibile organizzare personalmente incontri con altre famiglie delle partecipanti al gruppo de La Leche League - e consolarsi vedendo come crescono bene i bambini allattati al seno…! Chiedi alla tua compagna di contattare una Consulente de La Leche League e mettiti in contatto con altri padri coinvolti come te nel rapporto di allattamento!
Il nutrimento è solo uno dei tanti bisogni di un bambino piccolo. Un padre può prendersi cura del suo piccolo in molti modi diversi: fargli il bagnetto, cambiargli i pannolini, aiutarlo a fare il ruttino, calmarlo quando è un po’ agitato e, naturalmente, giocare con lui. Il turno del papà, nell’alimentazione del bambino, arriva quando il piccolo passa ai cibi solidi. Anzi, può darsi che il bambino sia più propenso ad accettare alimenti solidi dal padre che non dalla madre, che il bambino associa invece all’allattamento.
Il ruolo del padre, specialmente nei primi mesi, è principalmente un ruolo di sostegno e di accudimento della madre, così che lei possa a sua volta concentrarsi sull’accudimento del bambino. Il rapporto del padre con i bambini più grandi diventa a questo punto ancor più importante. Per la mamma, può essere infatti di grande aiuto che il papà porti ai giardinetti i fratelli più grandi o faccia loro il bagnetto e così via. I papà possono anche preparare i pasti o aiutare nelle pulizie di casa. La cosa da avere sempre ben presente è che la madre e il neonato hanno bisogno di essere continuamente a stretto contatto. Certamente, la vita dei papà può non essere facile nei primi mesi. Si può a buon diritto parlare di “gratificazione rimandata”. Ben presto, però, si renderanno conto che è valsa la pena di aspettare per godere appieno di un dono meraviglioso come un bambino sano e sensibile.
I Convegni nazionali de La Leche League, che si tengono normalmente una volta l’anno, sono molto utili per i papà, perché possono conoscere altri padri con idee e problematiche famigliari sostanzialmente comuni e spesso si tengono in questa sede incontri dedicati solo ai papà.
Altre fonti di informazione
L’arte dell’allattamento materno, la guida all’allattamento de La Leche League, disponibile in una nuova edizione italiana aggiornata e adattata.
Da mamma a mamma n. 50, 80
L’articolo è tratto da:
http://www.lllitalia.org/index.php?option=com_content&task=view&id=138&Itemid=26
Depressione post-partum: quello che sappiamo
di Katleen Kendall-Tackett, Professore associato in psicologia al Family research Laboratory, University of New Hampshire; IBCLC; membro della American Psychological Association
The impact of maternal stress and depression on breasfeeding: what we know so far. Breastfeeding Abstract 2005;(24):4.
La depressione post-partum colpisce circa il 10-20% delle neomamme a livello mondiale e può portare a serie conseguenze sia per la madre sia per il bambino. Anche se negli ultimi 15 anni sono stati pubblicati centinaia di studi sulla depressione post-partum, pochi hanno incluso l’allattamento tra le variabili e questi si sono generalmente focalizzati sulla trasmissione di farmaci attraverso il latte materno. Tuttavia recentemente alcuni studi hanno esaminato la relazione tra stress, depressione materna e allattamento. Nancy Aaron Jones ha descritto come l’allattamento protegga i bambini di madri depresse dall’impatto negativo della depressione materna.
Questo articolo riassume altri studi recenti che hanno preso in esame la relazione tra depressione, stress e allattamento.
Depressione e interruzione dell’allattamento.
Alcuni ricercatori hanno preso in esame la relazione tra interruzione dell’allattamento e depressione. In uno studio nelle Barbados,
Galler e collaboratori hanno scoperto che le madri con sintomi di depressione a 7 settimane dal parto dimostravano una ridotta preferenza per l’allattamento al momento della valutazione e pensieri negativi circa l’allattamento per il futuro. Gli autori concludono che la depressione post-partum dovrebbe essere curata allo scopo di migliorare le speranze di buon esito dell’allattamento.
Misri, Sinclair e Kuan , nel loro studio su 51 donne nel post-parto con depressione maggiore, riportano che nell’83% delle donne la depressione ha preceduto l’interruzione dell’allattamento. Solo il 17% riferiva che la depressione era iniziata dopo la sospensione dell’allattamento. In uno studio inglese, Bick e collaboratori hanno avuto risultati simili con donne nel post-parto. Hanno intervistato 906 donne 45 settimane dopo il parto. In questo campione il 63% aveva allattato, ma di queste il 40% aveva interrotto entro il terzo mese. I fattori predittivi di interruzione precoce dell’allattamento comprendevano depressione, ritorno al lavoro entro 3 mesi e la regolare cura del bambino da parte di altri famigliari di sesso femminile. Uno studio australiano su 790 donne a 8-9 mesi dal parto ha rilevato che donne che non avevano allattato dalla nascita o che non stavano allattando a 3 mesi dal parto erano in modo significativo più inclini alla depressione. Uno studio in Pakistan ha riportato risultati simili. Questo campione comprendeva 100 donne con figli in età da allattamento compresa tra 2 mesi e 2 anni. Di queste donne il 38% aveva sospeso l’allattamento al seno, con il 36,8% che riferiva che la depressione aveva preceduto l’interruzione dell’allattamento e l’1,2% che riferiva che la depressione si era sviluppata dopo la conclusione dell’allattamento. Le donne che avevano sospeso l’allattamento avevano conseguito, sulla versione Urdu della HADS (Hospital anxiety and depression scale), un punteggio del valore medio di 19,66, contro il 3,27 delle donne che allattavano. Gli autori concludono che la depressione materna è stata la causa dell’interruzione dell’allattamento per queste donne.
Stress post-parto e allattamento.
Dall’esperienza clinica gli specialisti di allattamento sono consapevoli da tempo che l’allattamento riduce lo stress materno.
Tuttavia è stato difficile dimostrarlo empiricamente perché spesso ci sono notevoli differenze preesistenti tra le madri che allattano e quelle che danno il biberon. Mezzacappa e Katkin hanno presentato dati da 2 studi che indicano che l’allattamento difende le donne dall’umore
negativo. Nel primo studio hanno confrontato 28 madri che allattavano al seno e 27 che allattavano artificialmente sul livello di stress percepito nel mese precedente. Come previsto le madri che allattavano riferivano meno stress anche dopo aver controllato per possibili variabili confondenti. In un secondo studio hanno confrontato 28 madri, che allattavano sia al seno sia con il biberon, immediatamente dopo aver allattato e immediatamente dopo aver dato la formula con il biberon. Il disegno di questo studio ha permesso agli autori di tenere conto delle differenze preesistenti nelle madri che sceglievano di allattare piuttosto che nutrire con il biberon, dato che ogni madre veniva confrontata con se stessa. Essi hanno rilevato che l’allattamento era associato a una riduzione dell’umore negativo e la nutrizione artificiale a una riduzione dell’umore positivo nelle stesse donne.
Le difficoltà nell’allattamento al seno tuttavia possono aumentare lo stress e la depressione materna. In un campione di 41 madri che allattavano la stanchezza era moderatamente correlata con depressione, stress percepito e gravità dei problemi nell’allattamento. Queste rilevazioni sono state fatte a 3 giorni e a 3,6 e 9 mesi dal parto. Come previsto le madri depresse riferivano più stanchezza in ciascuno di
questi periodi. Le madri più anziane e quelle i cui figli avevano temperamento difficile riportavano i livelli più alti di stanchezza.
In un altro studio su 465 donne i pensieri negativi 1 mese dopo il parto erano predittivi di depressione a 4 mesi. Le donne che allattavano al
seno i loro bambini non differivano dalle donne che li allattavano artificialmente nello sviluppo di depressione, ma le donne preoccupate per l’allattamento avevano più probabilità di diventare depresse rispetto a quelle non preoccupate.
Il dolore ai capezzoli, un tipo di dolore relativamente comune nelle donne che allattano, può portare a svezzamento prematuro anche in madri motivate ad allattare e può anche avere un impatto psicologico sulle madri. In uno studio di Amir e collaboratori su madri australiane, 48 donne che allattavano con dolore ai capezzoli furono confrontate con 65 donne che allattavano senza dolore. Le donne con dolore avevano una probabilità significativamente maggiore di essere depresse. Delle donne con dolore il 38% aveva un punteggio oltre la soglia per la depressione contro il 14% nel gruppo di controllo. In modo simile le donne nel gruppo con dolore avevano punteggi significativamente più alti su tutti gli indici della scala Profile of Mood States (Profilo degli stati dell’umore). Tali stati sono tensione, depressione, stanchezza, aggressività, confusione e vigore. Una volta risolto il dolore i punteggi su questa scala scendevano a livelli normali.
Ormoni dello stress e allattamento.
Secondo Marshall livelli elevati di stress alterano l’equilibrio tra i neurotrasmettitori acetilcolina e noradrenalina portando a un eccesso di acetilcolina. Lo stress prolungato non inibisce più l’attività colinergica con conseguente aumento dell’ormone dello stress: il cortisolo. I livelli di cortisolo sono spesso elevati in persone depresse e elevati livelli di cortisolo possono influire sull’allattamento.
Grajeda e Perez-Escamilla hanno misurato i livelli di cortisolo di 136 donne cittadine del Guatemala prima e dopo il parto. Hanno scoperto che
le donne primipare hanno nell’insieme livelli di cortisolo più elevati, in particolare dopo il parto.
Per le donne con i più alti livelli di cortisolo la montata lattea (lattogenesi II) era ritardata di parecchi giorni Più recentemente Groër e collaboratori hanno esaminato la relazione tra stanchezza materna e depressione, trovando una correlazione positiva tra cortisolo sierico e stanchezza in donne che stavano allattando. Hanno inoltre scoperto che le madri stressate, affaticate o con umore negativo avevano livelli più bassi di prolattina e livelli più alti di melatonina nel latte rispetto a madri non stanche e stressate. Inoltre la prolattina sierica era più bassa nelle donne depresse. Livelli più bassi di prolattina possono ridurre la produzione di latte che a sua volta può condurre a interruzione dell’allattamento.
Implicazioni
• Dato che la depressione è un importante fattore di rischio per la sospensione dell’allattamento, gli specialisti
dell’allattamento dovrebbero effettuare uno screening per identificarla (2 scale per lo screening della depressione, libere da diritti
d’autore sono disponibili sul sito: www.GraniteScientific.com).
• Stress e stanchezza materna riducono i livelli di prolattina e possono condurre a interruzione dell’allattamento. Alti livelli di cortisolo possono ritardare la lattogenesi II.
• Difficoltà nell’allattamento al seno, in particolare il dolore ai capezzoli, possono condurre a depressione e devono essere affrontate
prontamente.
• Le madri depresse dovrebbero essere incoraggiate a continuare l’allattamento dal momento che questo protegge il
bambino dagli effetti dannosi della depressione materna.
Bibliografia
Kendall-Tackett KA. Depression in new mothers. Binghanton, New York: Haworth 2005.
Jones NA. The protective effects of breastfeeding for infant of depressed mothers. Breastfeed Abstr 2005;24(3):19-20.
Galler JR et al. Maternal moods predict breastfeeding in Barbados. J Dev Behav Pediatr 1999;20:80-87.
Misri S, Sinclair DA, Kuan AJ. Breasfeeding and postpartum depression: Is there a relationship? Can J Psichiatr 1997;42:1061-65.
Bick DE, MacArthur C, Lancashire RJ. What influences the uptake and the early cessation of breastfeeding? Midwifery 1998;14:242-47.
Astbury J et al. Birth events, birth experiences, and social differences in postnatal depression. Austr J Pub Health 1994;18:176-84.
Taj R, Sikander KS. Effects of maternal depression on breastfeeding. J Pakistani Med Assoc 2003;53:8-11.
Mezzacappa ES, Katkin ES. Breastfeeding is associated with reduced perceived stress and negative mood in mothers. Health Psychology 2002;21:187-93.
Wambach KA. Maternal fatigue in breastfeeding primiparae during the first nine weeks postpartum. J Hum Lact 1998;14:219-29. L’Allattamento Moderno
Chaudron LH et al. Predictors, prodromes, and incidence of postpartum depression. J Psichosom Obstet Gynaecol 2001;22:103-12.
Schwartz K et al. Factors associated with weaning in the first 3 months postpartum. J Fam Pract 2002;51:439-44.
Amir LH et al. Psichological aspects of nipple pain in lactating women. J Psichosom Obstet Gynaecol 1996;17:53-58.
Marshall P. Allergy and depression: A neurochemical thresold model of the relation between the illnesses. Psych Bull 1993;113:23-43.
Grajeda R, Perez-Escamilla R. Stress during labor and delivery is associated with delayed onset of lactation among guatemalan women. J Nutr 2002;132:3055-60.
Groër M et al. Neuroendocrine and immune relationships in postpartum fatigue. MCN 2005;30:133-38.
Traduzione di Marisa Fogliati.
Tratto da
http://www.lllitalia.org/index.php?option=com_content&task=view&id=294&Itemid=49
Nostro figlio ci legge nel pensiero
I bambini, fin da piccolissimi, riescono a percepire l’intenzione degli adulti di riferimento, essendo in grado di sintonizzarsi con gli stati d’animo, con le emozioni e con le sensazioni di chi li accudisce e si prende cura di loro.
Qualche anno fa è stata scoperta nel cervello una nuova classe di neuroni, detti specchio (neuro mirror), i quali si attivano e fanno sì che ognuno di noi sia provvisto di un simulatore interno che gli consente di sentire quello che fa un nostro simile, percependone sensazioni, emozioni e intenzioni. Questi neuroni, insieme ad altre strutture neurofisiologiche del cervello, costituiscono probabilmente la base dell’empatia fin dai primi mesi di vita (scientificamente pare dal 4 mese).
Durante la crescita tali competenze possono svilupparsi o meno quindi in base alla qualità dell’interazione tra genitori e figli (l’incontro tra l’attaccamento e l’accudimento è cruciale per lo sviluppo di ogni futuro itinerario di vita).
Solamente attraverso rispecchiamenti nutrienti e sintonie decodificabili i figli, fin da piccolissimi, sono in grado di crescere forti e autonomi, sviluppando un attaccamento sicuro foriero di indipendenza, autostima e buona capacità di connettersi con gli altri lungo l’intero arco dell’esistenza.
Questi studi, confermati da sofisticate metodiche di indagine non invasiva quali la Risonanza magnetica funzionale (REM) o la Tomografia a emissione di positroni (PET), abbattono quindi una grande quantità di luoghi comuni sull’educazione e relativizzano numerose teorie psicologiche giudicate fino ad ora incrollabili: i bambini non sono una tabula rasa né possiedono alla nascita caratteri preformati ed ogni figlio, per sviluppare appieno la propria personalità, necessita di realizzare una buona sintonia con gli adulti che lo circondano, affinché possa sentire serenamente e chiaramente che gli altri sentono quello che lui sta percependo.
Una buona educazione emotiva appare quindi il migliore rapporto da istaurare con il proprio figlio per renderlo competente, efficace, autonomo, sicuro e in grado di affrontare con successo le inevitabili frustrazioni della vita. Una sorta di “vaccino” in grado di aiutare ciascun figlio ad evitare quei pericoli che soprattutto nella preadolescenza e nell’adolescenza diventano insidiosi (bullismo, tossicodipendenza, alcolismo, anoressia, bulimia, ecc…).
Articolo tratto da:
http://ilmondodialichia.com/2012/01/06/nostro-figlio-ci-legge-nel-pensiero/
Allattamento prolungato, vizio o pregiudizio?
“Non esistono evidenze scientifiche secondo le quali l’allattamento oltre i primi mesi possare provocare danni pscicologici nel bambino, nè che rivela eventuali disturbi della madre che sceglie di allattare i propri figli a lungo.” (1)
In genere infatti sono proprio gli psicologi a mettere in quardia dall’allattamento al seno prolungato, ma di fatto questo è dovuto esclusivamente ad una mancanza di informazione.
Va chiarito, innanzi tutto, che in Italia, nessun corso di laurea in psicologia, né scuole di specializzazione post-lauream, prevedono formazione specifica in psicologia perinatale, cioè riguardo i temi del periodo intorno alla nascita.
L’equivoco è ancor più evidente se consideriamo inoltre, che è rarissimo che uno psicologo si occupi di fisiologia, cioè di ciò che è normalmente presente nei processi di sviluppo fisici e mentali di ognuno di noi, fin dal concepimento. Non avendo avuto una formazione specifica è evidente che uno psicologo ignori l’anatomia della mammela, la composizione del altte materno, il ruolo fondamentale degli ormoni dell’ossitocina e della prolattina ed il legame che ne deriva tra madre e bambino.(2)
Numerosi studi nel nostro paese e nel mondo dimostrano i benefici dell’allattamento al seno oltre i primi anni, ma tali studi purtroppo non sono diffusi tra numerosi operatori sanitari come gli psicologi ed i pediatri, i quali continuano ad ignorare gli effetti positivi sul sistema immunitario, sullo sviluppo del sistema nervoso e sulla relazione madre/figlio.
Non è un caso se un autorevole psicologa come Mary Ainsworth (3), grazie ad alcune ricerche da lei compiute in Africa, già nel 1972 ipotizzava che l’età di svezzamento dei bambini dovesse essere intorno ai due/tre anni e che le modalità di allattamento al seno a richiesta, anche di notte, dormendo vicino al bambino e allattandolo per farlo addormentare, contribuirebbero a rendere il bambino più sicuro di sé e aumenterebbero la sua fiducia nel fatto che la madre comprenda i suoi segnali ed i suoi bisogni.
Ciò costituirebbe una sorta di iniezione di fiducia e di sicurezza a cui il bambino farebbe riferimento per tutta la vita nei momenti di difficoltà.
John Bowlby (4), ricercatore britannico di scuola psicoanalitica, affermava che gli esseri umani hanno una predisposizione innata a formare relazioni di attaccamento con le figure genitoriali, che queste relazioni hanno la funzione di proteggere la persona accudita ed esistono in forma stabile già alla fine del primo anno.
L’attaccamento, sistema innato osservabile nei mammiferi e specialmente nei primati, ha una notevole importanza evolutiva (assicura la sopravvivenza dell’individuo giovane e quindi la futura diffusione della specie) e, per questo, è profondamente radicato.
Nell’età evolutiva l’attaccamento riveste un’importanza fondamentale e permea tutto lo sviluppo psichico.
La funzione propria dell’attaccamento è di assicurare la protezione del bambino dai pericoli: come negli animali, il piccolo dell’uomo, se protetto dall’adulto, corre minori pericoli.
Katherine Dettwailer (5), antropologa americana, comparando l’allattamento dei primati e analizzando la letteratura sull’età di svezzamento nelle varie culture, fa notare come esistano usanze molto diverse fra i vari popoli della Terra, sull’età ideale in cui si dovrebbero svezzare i bambini; in base ai suoi studi questa autrice afferma che se lo svezzamento avvenisse senza farsi condizionare dalle regole della società di appartenenza e fosse rispettato il processo biologico scelto dalla natura da migliaia di anni attraverso la selezione naturale, questo avverrebbe in un’età compresa fra i due anni e mezzo ed i sette.
Maria Ersilia Armeni (6), pediatra italiana e consulente IBCLC di allattamento, afferma che: “La psicologia italiana è uno dei pilastri della legittimazione a sospendere l’allattamento protratto oltre i primi mesi poichè non è al corrente del profondo radicamento dal punto di vista ormonale e fisiologico dell’allattamento nella donna e nel bambino. Questo rappresenta una copertura che la nostra società adotta per rivestire di legittimità comportamenti e pratiche che non rispondono affatto alle esigenze biologiche dei nostri bambini”.
Carlos Gonzales (7), pediatra spagnolo, padre di tre figli e fondatore dell’associazione catalana per l’allattamento materno, afferma che non esiste nessun limite all’allattamento materno, che non esiste alcune motivazione, medica, psicologica o nutrizionale per svezzare obbligatoriamente ad una certa età. Che le donne sono libere di decidere quanto allattare senza farsi condizionare dalle opinioni di esperti o presunti tali. Il bambino ha bisogno di essere dipendente dalla madre per la conquista della propria autonomia con i suoi tempi. Purtroppo alcuni psicologi e pediatri colpevolizzano addirittura le madri che proseguono l’allattamento oltre il primo anno, dandole la colpa addirittura di creare dipendenza, insicurezza ed incapacità di autoregolazione nei propri bambini. Contribuiscono così a generare in loro sentimenti di sfiducia in se e di confusione circa l’ascolto di accudimento dei propri figli.
Tale sentimento poi è ulteriormente rafforzato dai condizionamenti delle persone che si hanno intorno, da ciò che una mamma sente dire o legge sui libri e sulle riviste a loro dedicate a tal punto che le mamme che allattano a lungo , il più delle volte, sono portate a nascondersi o a mentire a chi gli sta intorno (8).
I dati tratti dall’indagine ISPO indicano che il 27% delle mamme se avesse avuto un sostegno maggiore da parte di figure sanitarie, forse o sicuramente avrebbe potuto allattare più a lungo.
Risulta evidente quindi, che il problema è esclusivamente culturale, una cultura non del sapere, ma dell’ignoranza nel vero senso della parola, perché di fatto, l’allattamento non è materia di studio nei programmi universitari delle facoltà di Psicologia italiane.
Alexander Lowen (9), psicologo, padre della bioenergetica, afferma che.” Il neonato ha bisogno del contatto fisico con sua madre così come ha bisogno del cibo e dell’aria.
L’intimità necessaria si raggiunge soprattutto attraverso l’allattamento al seno. Soltanto il bambino sa di quanto contatto ha bisogno e per quanto tempo, alcuni bambini ne avranno bisogno più di altri. Il contatto del bambino col sistema energetico della madre eccita l’energia del suo sistema e lo fa avvicinare al petto di sua madre.
Se il bambino viene allattato circa tre anni lo svezzamento non sarà traumatico e molti disturbi mentali potrebbero essere spiegati”.
Secondo il mio modesto parere è chiaramente deducibile che spesso noi mamme siamo più informate in materia di allattamento rispetto a numerosi operatori sanitari.
Ciò che ci guida è soprattutto al nostro istinto che ci porta a fare del nostro meglio per accudire i nostri cuccioli.
Pertanto fidiamoci un pò più di noi stesse e facciamoci guidare dal nostro bambino.
La mia speranza è che, nell’attesa di un percorso fomativo specifico, così come molti pediatri si stanno informando, anche gli psicologi facciano altrettanto per potenziare un reale lavoro di squadra a sostegno delle mamme.
Bibliografia:
1. Paola Negri, Sapore di mamma – Allattare dopo i primi mesi, Il leone verde edizioni
2. Nell’articolo dal titolo “Ossitocina e attaccamento” dell’ACP (Associazione Culturale Pediatri) si afferma: “un posto a parte va riservato all’allattamento al seno che presso le nostra cultura è troppo precocemente abbandonato a favore del latte in formula o vaccino. Tale pratica, che secondo le indicazioni OMS va promossa fino al secondo anno di vita, non solo ha effetti positivi sulla salute del neonato e della madre ma,attraverso lo stimolo ossitocinico costante nel tempo, promuove il legame madre bambino. Pratiche prossimali, come il cosleeping, dimostratamente si associano al successo dell’allattamento al seno in una relazione causale non chiarita. Non è difficile ipotizzare però che le due pratiche prossimali, entrambe sotto il governo dell’azione dell’OT, in un’azione concertata e ne dell’OT, in un’azione concertata e simultanea interagiscano potenziandosi vicendevolmente”
3. http://www.eric.ed.gov
4. Bowlby J., (1989) Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Cortina, Milano.
5. Dettwailer, articolo tratto dal sito www.allattiamo.it link http://www.allattiamo.it/kdsvezz.htm
6. Armeni M.E., (2008), Allattare.net, Castelvecchi Edizioni.
7. Gonzales C. (2007), Un dono per tutta la vita, Il Leone verde, Torino.
8. Bortolotti A. (2008), “Ricordi di latte”
9. Lowen A. (2003), Il linguaggio del corpo, Feltrinelli, Milano.
L’articolo è stato tratto da:



