Tag Archive | UPPA

Pelle: i rimedi più comuni di Marina Macchiaiolo

    La pelle è il più grande organo del corpo umano; è una vera e propria barriera e per la sua posizione di “prima linea” è sottoposta, specie nell’età infantile, ad “attacchi” di vario genere. Fino al 20 per cento dei bambini visitati in un ambulatorio pediatrico presentano problemi di tipo dermatologico, dalla dermatite da pannolino a malattie più complesse come la psoriasi. Per il trattamento di queste patologie, il pediatra ha a disposizione un armamentario piuttosto ampio, sono inoltre disponibili molti farmaci, cosiddetti “da banco”, a cui talvolta i genitori ricorrono in modo autonomo. Poiché alcune medicine sono usate localmente, si ritiene spesso che abbiano meno effetti collaterali; questo non è sempre vero e anche per i farmaci dermatologici conviene seguire il consiglio del medico evitando il fai da te. La pelle ha un alto potere assorbente, che aumenta ad esempio in caso d’infiammazione, quindi anche i farmaci applicati localmente possono avere degli effetti sistemici, cioè simili a quelli di un farmaco assunto per bocca o per via endovenosa. Inoltre, il rapporto tra la superficie cutanea ed il volume del corpo è maggiore nel bambino rispetto all’adulto, per cui una medicina applicata sulla pelle di un bambino può essere assorbita e raggiungere nel suo organismo concentrazioni maggiori di quelle che raggiungerebbe se fosse applicata sulla pelle di un adulto. Nella pelle, inoltre, sono presenti molte delle cellule coinvolte nelle reazioni allergiche, perciò, l’applicazione locale di un farmaco può scatenare, nei soggetti sensibili, delle reazioni. Ci sono poi gli “eccipienti”, sostanze aggiunte al farmaco per diluirlo e/o renderlo spalmabile e assorbibile: però raramente queste sostanze possono causare effetti indesiderati. I farmaci che si usano per curare le malattie della pelle si possono dividere in due categorie: quelli ad uso “sistemico” (che raggiungono la pelle attraverso il sangue che la irrora tutta, e che si prendono quasi sempre per bocca) e quelli ad uso “topico” (che sono applicati localmente, come unguenti, creme, lozioni).

Vediamo le caratteristiche principali dei più comuni e quali precauzioni tenere a mente.

Antibiotici

Sono utilizzati in caso di infezioni cutanee, come l’impetigine, e possono essere somministrati per via locale o sistemica; poiché esiste il rischio di sensibilizzazione e quello di far diventare i batteri resistenti al trattamento, gli antibiotici ad uso locale sono in genere diversi da quelli usati nelle preparazioni per via generale ed il loro uso va riservato a situazioni strettamente necessarie.

Antinfiammatori
I farmaci antinfiammatori sono di due categorie, i cortisonici e i non cortisonici (FANS). Cortisonici: si usano per il trattamento di patologie come l’eczema; la loro azione consiste nel sopprimere la reazione infiammatoria, riducendo i sintomi; nella maggior parte dei casi però non sono curativi, migliorano la sintomatologia, ma non eliminano la causa. I cortisonici possono essere divisi in classi, in base alla loro potenza; di solito per curare le malattie della pelle si usano quelli a bassa potenza, (ad esempio l’idrocortisone 1%), sufficienti per ottenere l’effetto desiderato ma privi degli effetti collaterali a cui i bambini, soprattutto i neonati, sono molto sensibili. Comunque i cortisonici si usano, se necessario, con attenzione e per brevi periodi. FANS: alcuni, come il ketoprofene, l’ibuprofene o il piroxicam, hanno una modesta azione antidolorifica, si usano dei dolori muscoloscheletrici e nelle contusioni, L’uso locale di quantità abbondanti, può, raramente causare reazioni sistemiche di ipersensibilità o asma. Sono controindicati in gravidanza e allattamento l’uso nei bambini andrebbe limitato. Altri, come il benzadac e il bufexan sono talvolta utilizzati, come sintomatici, nelle forme lievi di eczema, per la loro azione antinfiammatoria.

Antistaminici
Gli antistaminici, applicati sulla pelle, sono poco efficaci; in caso di necessità per la loro azione contro il prurito possono essere utilizzati brevi cicli per via orale. Alcuni di questi farmaci hanno un’azione sedativa.

Antimicotici
La maggior parte delle infezioni fungine localizzate è trattata con preparati topici. La più frequente è la candida, che spesso complica le dermatiti da pannolino. In alcune tigne è necessario il trattamento per bocca.

Emollienti
Gli emollienti, idratano, rendono liscia la pelle, alleviano l’irritazione cutanea in caso di secchezza o desquamazione. Esistono emollienti leggeri come le creme acquose o preparazioni più grasse tipo la paraffina bianca liquida. Anche in questo caso alcuni ingredienti possono causare reazioni di sensibilizzazione.

Immunosoppressori
In alcune forme gravi di eczema o di psoriasi che non rispondono alle terapie locali più diffuse si usano farmaci sistemici che influenzano la risposta immunitaria. Per i possibili effetti collaterali sono usati raramente dagli specialisti, a volte addirittura in ospedale. Uno di questi farmaci (si chiama tacrolimus) è stato recentemente confezionato sotto forma di crema e viene usato per la cura dell’eczema, quando non si ottengono risultati con il cortisone.

Lenitivi
Non si tratta proprio di farmaci, ma di “parafarmaci”; prodotti generalmente di origine vegetale, venduti in farmacia senza ricetta medica, ma dotati di una buona efficacia antinfiammatoria. Alleviano il fastidio, l’arrossamento e il prurito nelle forme leggere di eczema.

Farmaci per verruche
Le verruche sono causate dal papilloma virus umano; nella maggior parte dei casi nei bambini sono localizzate alle mani e ai piedi. In genere il trattamento consiste nella distruzione del tessuto locale; le verruche possono regredire in modo spontaneo ed il trattamento è necessario se sono dolorose, antiestetiche o fonte di disagio. I preparati hanno lo scopo di rimuovere il tessuto locale quindi vanno usati con cautela e solo sulla zona interessata.

Preparazioni barriera
Queste pomate, non sono veri e propri farmaci ma sono molto usate, soprattutto nei primi anni di vita, per la prevenzione della dermatite da pannolino. Si tratta in genere di preparazioni a base di ossido di zinco che creano una barriera protettiva nei confronti dell’urea contenuta nella pipì e dell’azione macerante del pannolino bagnato. La loro efficacia è dubbia e anzi, spesso l’uso smodato di queste pomate favorisce la sovrainfezione da parte di batteri o funghi (candida). Quando si usano, non è necessario impomatare fino all’ombelico con doppio, triplo strato, poiché diventa più difficile la pulizia, soprattutto tra le pieghe, e una quantità eccessiva di pomata, insieme alla plastica del pannolino, favorisce “l’effetto serra”. È molto più efficace cambiare spesso il bambino e ogni tanto lasciare il culetto all’aria.

 

DA UPPA:

http://www.uppa.it/dett_articolo.php?ida=81&idr=3&idb=0

Fare meglio con meno: tutti i consigli dalla A alla Z

Acqua
Quanto si spende per comprare l’acqua? Gli italiani sono i più grandi consumatori di acqua minerale del mondo: 196 litri pro-capite all`anno. E pensare che sono stati i nostri progenitori (gli antichi romani) a inventare gli acquedotti e fra i ruderi di Pompei ed Ercolano si vedono ancora chiaramente i tubi che portavano l’acqua corrente nelle case. Chiara fresca e dolce acqua: meglio dal rubinetto e gratis. Attenzione però: anche l’acqua del rubinetto sta diventando una risorsa preziosa, non sprecatela!
http://simobre.wordpress.com/2007/09/04/contro-lo-spreco-di-acqua-potabil=e/

Antibiotici

Farete sicuramente meglio se non somministrerete mai antibiotici di vostra iniziativa (è proprio quello che il pediatra ha prescritto l’ultima volta che ha avuto la tonsillite, la mia vicina lo usa sempre e fa tanto bene, ce l’ho in casa, quasi quasi glie lo do…): gli antibiotici sono farmaci importanti e a volte anche salvavita, ma vanno somministrati solo quando servono. In caso di prescrizione, chiedete senza vergognarvi al vostro medico di indicarvi un farmaco “equivalente” (il cosiddetto generico): in molte regioni risparmierete sul ticket e il Servizio Sanitario Nazionale risparmierà sul costo del farmaco.

Asilo

L’asilo nido: un servizio indispensabile, ma spesso caro e spessissimo inaccessibile. C’è un modo diverso per fare meglio? Ce n’è più di uno: se si ha una camera in più, una ragazza alla pari, costa meno del nido, aiuta di più e arricchisce la famiglia di una “figlia maggiore”; la “tagesmutter” è invece una mamma che si occupa del suo e di altri bambini; infine, i piccoli asili “condominiali” e di vicinato si stanno sviluppando un po’ dappertutto.

MA SI TROVANO LE TAGESMUTTER?
Non è facile e non dappertutto si è sviluppato questo tipo di servizio, che però ha sicuramente un futuro. Ma per fortuna c’è la rete; ecco alcuni indirizzi.
http://www.tagesmutter-ilsorriso.it/
http://www.tagesmutter-domus.it/
http://europa.eu/youth/working/au_pair/index_it_it.html


Bagnetto
Con il bimbo arrivano in casa anche le inevitabili e variopinte boccette dei prodotti cosmetici, i sacchetti piatti delle salviette detergenti, i tubetti e le scatoline tonde delle cremine da spalmare qua e là. Tutto si accumula vicino al fasciatoio o sulle mensole del bagno. E pensare che la maniera migliore per detergere la cute del neonato è usare soltanto l’acqua e, non più di una volta al giorno, un po’ di semplice sapone di Marsiglia: costo medio per il bagnetto 0,50 euro al mese, con garanzia di pelle liscia, elastica e sana.

Batterie

Tutto va a pile: dai giocattoli alle macchine fotografiche. Frugate nei vostri cassetti: ne troverete a decine, probabilmente anche di quelle scariche che non vi ricordate più se funzionano o meno e non avete il coraggio di buttare nella spazzatura (per non inquinare, naturalmente). Eppure basterebbe comprare un carica-batterie e delle batterie ricaricabili: si spende qualcosa all’inizio, ma poi si risparmia, non si inquina e si fa spazio nei cassetti. Qualche consiglio? Leggete qui: http://www.buonaidea.it/home_idee_casa_acquisti_81_batterie-ricaricabili-=-consigli-utili-per-un-acquisto-intelligente-del-caricabatterie.aspx

Bilancia

“Dottore, abbiamo affittato la bilancia per fare la doppia pesata…” Acquistare una bilancia per neonati che non sia almeno utilizzabile per pesare gli ingredienti in cucina è il modo migliore per buttare dei soldi. Ma anche l’affitto può essere un modo di fare peggio, spendendo di più: nel senso che pesare troppo di frequente un lattante può far male (genera ansia inutilmente) e in più, per avere questo male, si dà in cambio del denaro. Meglio rinunciare al peso “domestico” e regolarsi “a occhio”. Se poi ci dovesse essere davvero un problema di crescita, state tranquilli, al vostro pediatra non sfuggirà.

Cameretta
L’arredamento di una cameretta, per chi ha la fortuna di averne una, può richiedere l’accensione di un piccolo mutuo, senza contare che lo stile “azzurro o rosa” con pupazzetti e ninnoli vari fa presto a diventare obsoleto: i bimbi crescono più in fretta di quanto non immaginiate. E allora puntate su mobili che si adattano a tutte le età, decorazioni semplici (belli e divertenti gli stencil), pochi oggetti (presto sarete sommersi di regali). Vedi anche la voce “lettino”.

Carrozzina

Non è necessario che le carrozzine sembrino Maserati: troppi accessori aumentano il costo, senza migliorare la funzionalità. Prima di un acquisto calcolate bene le misure, soprattutto la grandezza di un eventuale ascensore: non farlo potrebbe risultarvi fatale. Ma soprattutto non è educativo “scarrozzare” i bambini grandi che potrebbero camminare da soli.

Certificati medici

Richiedere e produrre certificati medici è uno dei modi più efficaci di sprecare tempo e denaro con l’obiettivo preciso di peggiorare la qualità della propria vita e quella dell’ambiente. Pensate alla riammissione a scuola: se un bimbo della materna si assenta 5 volte nell’anno scolastico il suo pediatra dovrà scrivere 5 foglietti di carta che uno dei suoi genitori dovrà ritirare 5 volte recandosi presso l’ambulatorio e poi consegnare a qualcuno che non lo degnerà neppure di uno sguardo e lo riporrà, insieme a centinaia di altri foglietti simili, in un cassetto dimenticato. Sarebbe meglio farne a meno, come ormai in alcune regioni del Nord Italia è stabilito per legge. Chi invece vive ancora nel regno delle scartoffie potrebbe cominciare a ribellarsi e a rifiutarsi di produrre almeno quelli più stupidi.

CERTIFICATO

“Il certificato è il documento rilasciato dall`autorità o dall`ente che ne ha competenza per attestare un fatto, una condizione, un diritto…”
La definizione è di Wikipedia, la grande enciclopedia universale on line.
http://www.uppa.it/dett_articolo.php?ida=196&idr=12&idb=109

Corsi
Denominati anche con il sostantivo “attività”, ve ne saranno offerti di tutti i tipi: direttamente a voi o ai vostri bimbi più grandicelli. Sembra che una vita, per essere degna di essere vissuta, debba prevedere lo svolgimento di almeno un’attività e la frequenza di un corso. Per restare solo nell’ambito psicologico vi diamo qualche esempio di “offerta formativa” tratto dal sito internet di uno dei tanti “centri”:
“Come affrontare la gelosia tra bambini”, “Come preparare un bambino/una bambina alla nascita di un fratellino/di una sorellina”; “Come accrescere l`autostima del/la bambino/a”; “Come parlare di prevenzione degli abusi sessuali con bambini”; “Parlare dell`AIDS ai bambini”; “Bambini e televisione”; “Lo sviluppo psicosessuale nel/la bambino/a; “L`educazione alla differenza sessuale”; “L`educazione ai sentimenti”; “L`intelligenza emotiva del bambino”; “Come parlare della morte con i bambini”; “L`elaborazione del trauma nel bambino”; “Le paure dei bambini”.

Culla
Difficile pensare ad un oggetto più effimero, ma anche difficile immaginare qualcosa di più bello da vedere in casa e anche da ricordare con nostalgia. Perciò la ricerca o l’acquisto di una culla sono momenti importanti. Il meglio è la culla di quando erano neonati i genitori (inevitabilmente vintage, senza dubbio a costo zero, il massimo è se a coprirla c’è la copertina fatta a mano dalla nonna). In mancanza di questo reperto archeologico, cercate qualcosa fra gli amici: troverete di sicuro. Ultima risorsa la rete: su ebay trovate un’infinità di cullette che, se non avete spazio in casa, potrete rimettere all’asta appena non vi serviranno più.

Denti

Tutto fa credere che il dente esca dalla gengiva senza che il lattante se ne accorga, così come è successo a tutti noi coi denti permanenti. Inutili probabilmente i prodotti anestetici locali. Quando la dentizione decidua è quasi completa (più o meno alla fine del 2° anno) è il momento di cominciare con l’igiene orale: lo spazzolino deve essere piccolo, di buona qualità e cambiato di frequente; del dentifricio si potrebbe fare anche a meno, e comunque ne basta poco, anzi pochissimo. Meglio avere denti sani, meglio evitare il costoso intervento del dentista: perciò pulizia, cibi consistenti da masticare e niente zuccheri fuori dai pasti (anche le bevande dolci vanno considerate così), niente succhiotto dolce; lavarsi i denti dopo che si è mangiato e specialmente dopo che si è mangiato un dolce. Lo zucchero favorisce la crescita dei batteri che cariano i denti.

Esami del sangue
“Dottoressa, non abbiamo mai fatto gli esami del sangue; non sarà il caso di fare un controllino?” Ci sono pochi modi per spendere denaro senza avere in cambio nulla, uno di questi è fare periodicamente analisi del sangue ad un bambino. Nonostante l’apparente sensazione di sicurezza che deriva dall’aver “guardato dentro” e aver letto un responso fatto di numeretti messi in fila, la ripetizione di analisi di routine, messe in sequenza standard, non dà alcuna garanzia di prevenire le malattie. Senza contare il fatto che, più numerose sono le analisi richieste, più lunga la lista dei parametri cercati, e maggiore è la probabilità di trovare valori che si discostano da quelli normali solo per caso, senza che ciò abbia un significato clinico.
E allora? Nessun esame per un bambino che non mostra sospetti segni di malattia; esami sempre e solo “mirati” e sempre e solo di pertinenza del pediatra. Se ne avvantaggia il vostro portafogli, le casse del Servizio Sanitario… e la vostra salute mentale.

Fascia

Una fascia legata intorno al corpo della mamma in cui il bimbo possa rannicchiarsi comodamente non è solo un’alternativa economica al passeggino o al marsupio, è anche un modo per stare più vicini al proprio cucciolo e dargli sicurezza, mantenendo contemporaneamente le mani della mamma (o del papà) libere di muoversi, la coppia genitore-bambino autonoma negli spostamenti sui mezzi pubblici, in casa e in qualsiasi altro luogo si desideri andare. UPPA ne ha già parlato più volte.

NON SOLO MARSUPI
Fascia lunga, fascia elastica, marsupio, zaino, amaca: tutti strumenti semplici che consentono di portare a contatto con il proprio corpo, bambini fino all’età in cui possono camminare. Si trovano in vendita nei negozi di articoli per l’infanzia e su internet; ma non è difficile realizzarli semplicemente con il “fai da te”: basta una striscia di stoffa resistente e lavabile, di lunghezza variabile fra 2,5 e 5 metri, a seconda della taglia del genitore, della larghezza di 70 cm, con i bordi a doppia cucitura: la mamma (o il papà) imparerà presto come legarla intorno al suo corpo.

MADRI CANGURO
Si chiama anche “marsupio terapia” (Kangoroo Mother Care), non richiede attrezzature biomediche, può essere applicato ovunque a bassi costi e condotto anche a domicilio, dopo una prima fase di avvio ospedaliero. è l`uovo di Colombo che ha rivoluzionato l’assistenza ai neonati di basso peso nei paesi poveri. Da alcuni anni è stata adottata anche nei paesi industrializzati. Molto semplicemente, il corpo della madre viene utilizzato come “incubatrice”: il neonato di basso peso (dai 600 grammi in su) può venire “attaccato” al corpo della madre (o del padre) mantenendo il contatto pelle a pelle per tutto il tempo necessario a raggiungere una sufficiente omeotermia. è provato che in questo modo i bambini raggiungono una temperatura migliore, si ammalano meno e vengono allattati al seno più facilmente dei bambini tenuti solo in incubatrice.


Giocattoli

I giocattoli sono una grande spesa e  spesso anche una delusione: luccicanti e attraenti nella scatola esposta in vetrina, fragili e deludenti quando la scatola si apre e rivela il suo contenuto. Destinati a durare lo spazio di un giorno, per finire poi in fondo a qualche armadio. Ma qualche giocattolo resiste e appassiona e, usato e riusato, viene gelosamente riposto e riappare dopo diversi anni nelle mani di un figlio. Si tratta in genere dei giochi “di costruzione” composti da elementi assemblabili in infinite combinazioni (il LEGO e il DUPLO sono quelli più famosi, ma anche i cubi, le piramidi, i parallelepipedi e i ponticelli di legno colorato): si possono acquistare anche in più riprese aggiungendo nuovi elementi volta per volta, perché venduti in infinite varianti.


Girello

Questo è un oggetto di cui si dovrebbe semplicemente fare a meno. Se vi venisse proposto in regalo, rifiutate gentilmente l’offerta orientando la scelta su qualcos’altro di più utile e duraturo. A parte i molti dubbi in merito alla sua reale influenza sulla deambulazione, a parte i rischi (relativi) di cadute, resta il fatto che si tratta di un “accessorio” usato per poche settimane e poi abbandonato quando il bimbo comincia a camminare da solo. A quel punto vi resta solo il dilemma: “E adesso dove lo metto?”

Hotel
Scelta quasi obbligata: in italiano le parole che cominciano per H sono davvero poche! Ma non scelta casuale: le vacanze si avvicinano e sistemarsi confortevolmente con i bimbi non è facile e spesso neppure economico. I bambini hanno bisogno di spazio e di libertà e non è facile trovarne in un albergo a un costo accessibile. Ci sono alternative valide. La più interessante, per una famiglia con bambini, è lo scambio di casa. Praticato ormai da moltissimi anni da decine di migliaia di persone in Europa e in America, lo scambio non è solo un modo per risparmiare (cedendo la propria casa ad un’altra famiglia si ha in cambio gratis un’altra casa, che è molto di più della più bella stanza del miglior albergo) è anche un modo per conoscere altri paesi e altre persone in maniera più profonda. È un’emozione infatti prendere possesso della casa che ci ospiterà nelle vacanze, scoprire le abitudini di un’altra famiglia, i libri che leggono, la musica che ascoltano, le foto di famiglia; se poi, come spesso capita, si tratta di un’altra famiglia con bambini più o meno coetanei dei nostri, allora la gioia di correre nelle loro camerette e rovistare fra i loro giochi sarà il massimo. In più, questa modalità offre la possibilità di rilassarsi come a casa propria, cucinare se non si ha voglia di andare fuori, fermarsi un po’ di più, approfittando di questo scambio di ospitalità. Ciliegina sulla torta: se la famiglia è abituata a scambiare, lascerà ai suoi ospiti preziose indicazioni: il ristorante migliore nelle vicinanze, la meta di una gita, l’indirizzo per fare la spesa, il contatto con una famiglia di vicini che avrà voglia di fare amicizia. Insomma, quasi il massimo, spendendo niente.

ALCUNI SITI PER SCAMBIO CASA
Tutto era cominciato con un librone che girava per posta, foto in bianco e nero ed ordine alfabetico, tipo elenco del telefono; poi si scriveva, si mandavano le foto e si telefonava (con il rischio di qualche piccolo malinteso). Oggi con internet lo scambio è veloce, sicuro e inequivocabile.
www.intervac.it: sezione italiana dell’organizzazione intervac.org. Quota di iscrizione minima 100 euro annue.
www.homelink.it: sezione italiana dell’internazionale homelink.org. Quota di iscrizione minima 110 euro euro l’anno.
www.homeforexchange.com: sito americano, gratis l’iscrizione per il primo anno.

Igiene

Fare meglio nel campo dell’igiene personale è difficile: siamo a livelli eccellenti e i nostri bambini sono fra i più puliti e profumati che esistano, tuttavia ottenere gli stessi risultati con meno è possibile, anzi auspicabile. Intanto ricordiamoci che l’acqua corrente è la principale garanzia di igiene: se si parla di igiene personale, per esempio nella zona del pannolino dei bambini piccoli, il lavaggio con acqua corrente non solo non costa, ma rispetta quel sottile film di grasso che ricopre e protegge la pelle; perciò più acqua e meno salviettine, che oltre che costose sono anche dannose. Nell’acquisto dei prodotti per l’igiene personale e degli ambienti, possiamo risparmiare ricorrendo ai “detersivi alla spina” in vendita in molti supermercati. Costano meno (non si paga la confezione) e migliorano l’ambiente (meno plastica da smaltire).

Latte
L’allattamento di un neonato rappresenta il primo impegno per i genitori (la mamma soprattutto) sia sul piano pratico ed emotivo, che sul piano economico (se si usa il latte in polvere). Il meglio, in questo caso, coincide più che con il meno con il niente: nel senso che il latte migliore è proprio quello gratis, cioè il latte materno. Il principale ostacolo in questo caso, duole dirlo, siamo noi, cioè medici, ostetriche e infermieri che, soprattutto alla nascita, non aiutiamo la mamma ad allattare. Allora, attrezzatevi nel modo giusto e seguite questi consigli:
1.Scegliete, se è possibile, un ospedale o una clinica in cui si pratichi il rooming-in;
2. Chiedete con insistenza che il bambino appena nato vi venga portato e attaccatelo subito al seno;
3. Una volta a casa, resistete alla tentazione di somministrare un biberon alle prime difficoltà e fatevi consigliare dal vostro pediatra o da una consulente per l’allattamento;
E se proprio il latte artificiale fosse indispensabile? Cercate nei supermercati e in farmacia: troverete facilmente il latte in polvere più conveniente; considerate che tutte le formule “di partenza” (latte N. 1) sostanzialmente si equivalgono per composizione e caratteristiche nutrizionali.

Letto
Quando la culla non basta più, si comincia a cercare un letto o più spesso, un lettino. In genere si comincia a pensarci intorno al compimento di un anno, quando il bambino sa già muoversi autonomamente, è diventato piuttosto alto e ha bisogno di spazio. Ci possono essere molte tappe da percorrere fra la culla e un letto, ma noi vi suggeriamo di saltarle tutte e mettere il bimbo a dormire direttamente in un letto da grandi. Non è, come al solito, solo un problema di risparmiare comprando un letto che vada bene una volta per tutte, è anche un problema di autonomia e sicurezza. Il bambino che sa camminare vuole potersi muovere e cercherà di superare gli ostacoli, scavalcando magari le spondine di un lettino a forma di gabbia. Questi tentativi di “evasione” potrebbero concludersi in un sonoro capitombolo. Viceversa un letto normale molto basso non è un pericolo (cadere da un’altezza di 30 centimetri non può far male) e il bimbo può scendere e risalire da solo senza pericolo. Qualche volta lo abbonderà per venire nel vostro letto, ma questo, si sa, fa parte del gioco.

LETTO MONTESSORI
Un letto che potete facilmente costruire da voi e usare dai sei mesi ai venti anni, un modello adottato da sempre nei nidi Montessori. È formato da una cornice di legno alta 10 cm fissata intorno a un piano di multistrato spesso un paio di cm, sotto al quale, se volete, potete montare delle rotelle metalliche piroettanti che vi consentiranno di spostare facilmente il letto. Per lucidare il legno potete usare cera d’api (in vendita già pronta nei negozi di vernici e bricolage). Quanto alle dimensioni, vi conviene adeguarle a quelle di un materasso ad una piazza, ma, se avete poco spazio, potete farlo su misura (attenzione però, il materasso vi costerà di più e, prima o poi, bisognerà comprarne uno più grande). Il lettino sarà alto circa 20 cm da terra, compreso il materasso: perciò anche un bambino piccolo potrà facilmente scendere e salire senza pericolo e voi potrete stendervi comodamente con lui per addormentarlo, allattarlo o leggergli un libro senza essere costretti a guardarlo attraverso le sbarre.

Medicine

Strumenti preziosi per la nostra salute (meno male che ci sono!) perché facciano bene bisogna usarle a ragion veduta: questo significa certamente usare quelle giuste, ma anche usarne di meno. Nel box qui sotto potete leggere le conclusioni di un’ampia indagine promossa e realizzata ai massimi livelli scientifici nel nostro Paese sull’uso dei farmaci nei bambini, da cui si deduce che noi tutti (medici e pazienti) tendiamo ad abusarne. Un altro mito da sfatare: spesso il farmaco migliore è quello più datato, più vecchio e sperimentato e che, quindi, costa meno.

UNA BABELE DI PRODOTTI
Nel 2003 il 63% dei bambini ha ricevuto almeno una ricetta. La percentuale cresce al 76% se si considerano solo i bimbi fino ad un anno, in sintonia con quanto descritto anche a livello internazionale. La visita dal dottore si conclude quasi sempre con la prescrizione di un farmaco: in media, ogni piccolo paziente ottiene 3,1 ricette e 4,8 confezioni di farmaci, a cui vanno aggiunte quelle comprate dai genitori di tasca propria. Tre classi di farmaci – antibatterici, antiasmatici e corticosteroidi sistemici – rappresentano l`87,7% delle confezioni prescritte. Ben il 56,7% dei bambini ha ricevuto almeno un antibiotico, il 24,9% almeno un farmaco del sistema respiratorio. Sui principi attivi, questa “concentrazione” appare ancora più evidente: solo venti coprono l`81% delle confezioni dispensate, ma ne vengono utilizzati 645, per un totale di 2.813 specialità farmacologiche. Le conseguenze sono anche economiche: metà della spesa totale, che ammonta a 45 milioni, è determinata da pochi medicinali, “di seconda scelta” (come macrolidi o cefalosporine) o impiegati in maniera non appropriata (come i cortisonici inalatori). Per ogni assistito sono stati spesi in media 72,12 euro.
Arno-Pediatria 2003, rapporto realizzato dal Consorzio interuniversitario Cineca e dall`Istituto Mario Negri.


Naso chiuso – naso che cola

Non c’è bambino senza naso chiuso o naso che cola: da qui il termine “moccioso” adoperato scherzosamente per definire un bambino. La rinite (il comune raffreddore) accompagna tutta l’infanzia a causa delle relativamente scarse difese immunitarie dei soggetti giovani; all’infiammazione delle mucose si accompagna la secrezione del muco che può ostruire il naso e rendere difficile la respirazione. I bambini fanno molta fatica a respirare con la bocca e perciò il raffreddore li infastidisce non poco, soprattutto di notte e ci mettono qualche anno prima di imparare a soffiarsi il naso. Ecco perché hanno tanta fortuna commerciale i preparati a base di soluzioni saline adoperati per lavare il nasino e “curare” il raffreddore. Peccato che tutti questi prodotti abbiano un costo molto alto, si tratta tutto sommato soltanto di acqua e sale. La stessa soluzione che si trova in commercio,  si può anche preparare molto più economicamente a livello domestico, facendo sciogliere in mezzo litro di acqua bollita due cucchiaini da caffé di sale fino da cucina (4,5 grammi circa).

Ospedale

Gli ospedali assorbono la maggior parte della spesa sanitaria, in Italia e in tutto il resto del mondo: e questo è giusto, perché l’ospedale è il luogo deputato alla cura delle malattie più importanti e perciò ha bisogno di costose attrezzature e di molto personale. Non possiamo più fare a meno di avere buoni ospedali, efficienti, qualificati e confortevoli, ma le risorse economiche sono sempre limitate e occorre fare delle scelte. Ma se l’ospedale è il posto ideale per la cura delle malattie importanti, non è detto che in ospedale si curino meglio le malattie più semplici; anzi è esattamente il contrario. Rivolgersi all’ospedale per curare una malattia febbrile banale, una semplice enterite o anche una comune broncopolmonite è un errore: si spende tantissimo e spesso la qualità dell’intervento (condizionata da procedure terapeutiche invasive, eccesso di esami clinici, scarso confort per il bambino, facilità di insorgenza di altre malattie che si aggiungono a quella di base) è quasi sempre inferiore a quella di una cura a casa, gestita dal medico curante. Perciò, anche se il ricovero in ospedale non incide economicamente sul paziente, per fare meglio, risparmiando risorse, bisogna scegliere bene quando andare in ospedale e quando no. Questa scelta dipende molto dal nostro comportamento: se ci si reca in ospedale per una semplice febbre o una malattia banale che dovrebbe essere gestita dal pediatra di famiglia ci si mette da soli sulla strada di un ricovero inappropriato. Il risultato sarà sgradevole per il bambino e per la sua famiglia e inutilmente dispendioso per il Servizio Sanitario. Se invece si utilizza sempre (o almeno il più spesso possibile) il filtro del pediatra curante, le malattie più semplici saranno curate meglio a casa e il vostro medico potrà concordare con l’ospedale solo i ricoveri necessari.

Pannolini

Fare meglio con meno? Un consiglio solo: levate il pannolino già a un anno e 1/2: non solo è possibile, ma è più facile che a due anni e 1/2, migliora l’autonomia del bambino, rinforza la sua autostima e vi fa risparmiare un sacco di soldi.

Pappe
Si trova di tutto, al supermercato e in farmacia, ma che prezzi! E se invece delle pappe offrissimo ai nostri bimbi delle normali e ben cucinate pietanze? Molto, molto meglio, con molto, molto meno.

CHIAMIAMOLO “AUTOSVEZZAMENTO”
Potremmo chiamare questo nuovo e antico modo di svezzare i bambini “autosvezzamento”. Dobbiamo aver fiducia in ciò che la scienza e la quotidiana osservazione dei bambini ci suggeriscono: solo quando i bambini raggiungono una maturità sufficiente è per loro possibile assumere alimenti diversi dal latte, materno o artificiale, in tutta sicurezza, gioiosamente, senza astruse combinazioni di più o meno esotici prodotti industriali, con minima spesa e grande soddisfazione dei genitori. Le più importanti organizzazioni sanitarie ci suggeriscono i sei mesi di vita come limite minimo da superare prima di iniziare lo svezzamento. Ebbene da quel momento in poi, al primo segnale di interesse da parte del bambino nei confronti del pasto dei grandi, gli si offrirà un piccolo assaggio di ciò che si sta mangiando, e così per tutte le portate. Si smetterà quando il bambino non farà più richieste. Lo stesso si farà ai successivi pasti. Le poppate intanto continueranno con la cadenza abituale, ma inevitabilmente quelle vicino al pranzo e alla cena diventeranno sempre meno consistenti fino a scomparire. In questo modo, insensibilmente e ognuno con un proprio ritmo, i bambini si adeguano alle abitudini alimentari delle loro famiglie.

Passeggino
Utile, quasi indispensabile, può essere sostituito da una fascia, ma poi, quando il bimbo diventa più pesante è difficile farne a meno. Facile trovarlo da parenti o amici, soprattutto se, appena possibile, si riesce a farne a meno, abituando il bambino a camminare. Ancora una volta cresce l’autonomia e l’abitudine al movimento. Che sarà preziosa quando il bimbo crescerà e comincerà, probabilmente, a diventare “cicciottello”.

Qualità

Certo scrivere un ABC non è facilissimo; quando si arriva alla Q, per esempio cosa ci si mette? Ecco: qualità. Qualità della vita del bimbo, ma anche qualità del rapporto fra il bimbo e i suoi genitori: due cose che il consumismo, la spesa senza fine minacciano e che invece trarrebbero grandi vantaggi da uno stile di vita più sobrio. Due esempi: se invece di mettere un televisore (magari corredato di una playstation o di un lettore di DVD) in cameretta mettessimo un semplice scaffale di libri, da cui prenderne uno ogni sera per sedersi accanto a lui e leggergli delle storie, scopriremmo prestissimo quanto è piacevole il legame che si crea, quanto è dolce quella mezzora e quanto poco, pochissimo ci sarà costato; se invece di fare una megafesta di compleanno, con decine di regalini inutili e destinati a finire presto nel secchio della spazzatura, magari organizzata in un locale da cui usciremo frastornati e assordati, si scegliesse una festa più intima (tanti bimbi invitati, quanti sono gli anni compiuti) fatta quietamente in casa, vivremmo i compleanno come una ricorrenza lieta e non come una specie di incubo che si ripete.

Ragadi
Fastidiose, antipatiche vi sorprendono proprio appena il vostro bimbo è nato e cerca di attaccarsi avidamente al seno e lì, dai con le cremine, i lavaggi speciali. E invece è tutto molto semplice ed economico: intanto si prevengono attaccando correttamente il bambino e consentendogli di mettere in bocca tutto il capezzolo e la cosiddetta “areola mammaria”, non solo la punta del capezzolo; e, quando ci sono non è difficile farle rimarginare evitando i lavaggi frequenti del capezzolo con saponi o detergenti, e tenendo il seno scoperto, lasciando che sulla superficie del capezzolo si asciughi un po` di latte materno.

Scarpe

Capita spesso che il pediatra si senta chiedere dai genitori di un bambino che appena comincia a camminare: “Quali scarpe gli devo mettere?” C’è un perché di questa domanda: generazioni di genitori sono state abituate a pensare che esistessero delle (costosissime naturalmente) scarpe speciali capaci nientepopodimenoche di “insegnare” i primi passi. Quando è vero esattamente il contrario: si impara a camminare d’istinto e scalzi; e scalzi i bambini camminano a lungo, perché lo fanno prevalentemente in casa, un posto dove tutti noi, appena entrati, ci leviamo le scarpe. E quando camminano fuori casa? Scegliete pure delle scarpe carine e comode, ma senza svenarvi: dureranno pochissimo.

Sterilizzazione
Quando un neonato sta in Ospedale o in clinica, tutti gli oggetti con cui entra in contatto vengono sterilizzati. E vorremmo ben vedere: si tratta di ambienti in cui circolano decine di persone, fra bimbi, personale e genitori, se non si applicassero regole igieniche accurate si rischierebbero epidemie, piccole, ma pericolose. Ma quando arriva a casa l’uso di sterilizzatori e/o di soluzioni disinfettanti diventa assolutamente superfluo. Il bimbo è già “colonizzato” da miliardi di batteri e virus contro i quali dovrà imparare a difendersi; non circolano intorno a lui tante persone e gli stessi ciucci estratti con circospezione dalla sterilizzatrice, nel momento in cui vengono presi in mano si riempiono nuovamente di germi, per poi finire in una bocca che di germi pullula. E allora? Basta un po’ di acqua corrente e detersivo per tenere tutto pulito.

Tisane
Camomille, finocchietti, miscugli di erbe in infusione somministrati ad ignari lattantini agitati il più delle volte… dalla fame. Prima di prodigarvi nei biberon, magari per arrivare alle fatidiche 3 ore di intervallo, provate con il latte, magari dal seno materno.

Tosse

Spazzino dei bronchi, indispensabile meccanismo per ripulire le vie respiratorie dei piccoli “mocciosi”, d’accordo, però quando cominciano e non smettono più, e magari si svegliano di notte o non riescono a prendere sonno qualcosa bisognerà pur fare! E lì sotto con gli aerosol, le supposte, le gocce e gli sciroppi; mentre tutti gli studi clinici ci dicono che questi rimedi non portano quasi nessun beneficio. Resta il problema del fastidio notturno: ma è stato dimostrato che un semplice, economico e gradevole cucchiaino di miele potrebbe aiutare più di un farmaco. Non è un “consiglio della nonna” è il risultato di un esperimento scientifico.

TOSSE E MIELE
RCT – Randomized Controlled Trial
In medicina non basta l’esperienza personale o l’opinione di pazienti e medici ad orientarci nelle scelte, per esempio fra due farmaci; l’esperienza potrebbe dipendere dal caso e l’opinione potrebbe essere influenzata da mille suggestioni. In medicina invece abbiano bisogno di essere certi di fare la scelta giusta. Perciò, quando si mettono a confronto due terapie (come nel caso del miele e del destrometorfano, usati entrambi contro la tosse) occorre utilizzare un Randomized Controlled Trial, cioè un esperimento capace di controllare gli effetti su più gruppi di persone scelte in maniera casuale.
Nel caso del miele e del destrometorfano i gruppi sono 3: meglio il miele, il destrometorfano oppure niente? Naturalmente i gruppi di “pazienti” che dobbiamo studiare devono essere perfettamente equivalenti, occorre evitare che in un gruppo finiscano, per esempio, quelli più “gravi”; perciò ciascun paziente verrà assegnato per sorteggio ad uno dei gruppi secondo un criterio che si definisce “random”.
Ma dobbiamo anche essere sicuri che le valutazioni del paziente e quelle del medico che conduce l’esperimento non siano influenzate da qualche suggestione (si di stare prendendo un farmaco e perciò mi sento già meglio): ecco perché né i pazienti né gli sperimentatori sanno cosa contiene il cucchiaino che prendono 8° somministrano): lo sapranno solo alla fine dell’esperimento. Questo metodo si chiama “doppio cieco”.

Utensili

Sono infiniti gli “utensili” apparentemente indispensabili per la gestione di un bimbo. Ecco un elenco di quelli di cui potete fare tranquillamente a meno, gestendo le singole problematiche molto meglio con altri mezzi.
Bilancia pesa neonati: meglio affidarsi al pediatra.
Box: parola inglese che significa “scatola”; ogni altro commento è superfluo.
Cucchiaini morbidi o variamente sagomati: non c’è motivo per non usare le posate di tutti.
Mangiapannolini o altri sistemi di sigillatura e profumazione: profumare e sigillare la cacca e la pipì: che idea bizzarra!
Omogeneizzatore: se proprio volete, basta il frullatore di casa.
Portabiberon termico: non conviene girare con il latte tiepido al seguito, meglio preparare il biberon lì per lì.
Scalda biberon (domestico e da auto): meglio scaldare l’acqua sul fornello e poi aggiungere la polvere del latte.
Scolabiberon: perché non basta lo scolapiatti di cucina?
Scolatettarelle: idem.
Sterilizzatore: meglio lavare e sciacquare (vedi anche lettera S).
Termometri auricolari o altre sofisticate apparecchiature per la misurazione istantanea della febbre: un termometro tradizionale a mercurio, per chi ne ha uno in casa, sarà sufficiente; in alternativa si può ricorrere a un termometro elettronico a bulbo che funziona più o meno allo stesso modo.

Vestitini
Ebbene sì: i nostri bimbi sono i meglio vestiti del Mondo! Che c’è di male? Ci piace il bello, siamo famosi per questo noi italiani. E infatti basta dare un’occhiata ai negozi nelle nostre strade per innamorarsi di quello che c’è in vetrina. Che prezzi però! E poi quando mai li consumeremo questi eleganti vestiti che in poche settimane o in pochi mesi saranno piccoli e stretti? La soluzione c’è e si chiama “riciclo”: metto a disposizione di un bambino più piccolo il vestito poco usato del mio e ne prendo un altro più grande poco usato da un altro bimbo.

VINTAGE È PIÙ BELLO
L`acquisto di abiti e attrezzature usate ci dà la possibilità di occuparci dei nostri bimbi senza rinunciare alla qualità. In tutta Europa questi negozi esistono da decenni. Nei punti di scambio si può trovare merce in perfette condizioni ed igienicamente trattata.
E per le mamme più mondane e intraprendenti, che amano coniugare l’utile e il dilettevole, è nato da poco lo “swapping”, un vero e proprio baratto di vestiti usati. L’evento si organizza attraverso il web, in un luogo pubblico o, possibilmente, in un parco, ognuno arriva con il proprio sacco di vestiti da scambiare, e volendo anche qualche stand di metallo su cui appenderli. Così tra una chiacchera e una merenda i pargoli si rifanno il guardaroba. 

Zanzare
In caso di puntura di zanzara, mettere un cubetto di ghiaccio avvolto in un involucro di cotone sulla zona colpita. Per il prurito potete risparmiarvi l’acquisto di antistaminici in crema (non ne è dimostrata l’efficacia e possono indurre dermatiti da contatto), ma non servirà neppure l’economicissima ammoniaca. Possono essere utili creme contenenti cortisonici (ce n’è sempre in casa). Ma, come sempre, i risultati migliori si ottengono dalla prevenzione che, in questo caso, non costa quasi niente: indossare pantaloni e indumenti a manica lunga, possono essere utili i repellenti (DEET, o NN-Diethyl-m-toluamide – Autan, Off, Zanzara stop adulti), che tengono lontane zanzare e tafani, ma solo sopra i due anni. Al di sotto di questa età la soluzione migliore è una semplice zanzariera sulla culla.
Tratto dalla Campagna informativa “Lo sai mamma?” realizzata in collaborazione tra la Federfarma Lombardia, l`Associazione Culturale Pediatri e il Laboratorio per la Salute Materno-Infantile dell’Istituto “Mario Negri” di Milano.

http://www.marionegri.it/mn/it/servizi/mamma.html

Di Vincenzo Calia

Da UPPA:

http://www.uppa.it/dett_articolo.php?ida=626&idr=43&idb=86

I nostri figli ci guardano… e imparano da noi

Cari genitori, è così, imparano da soli. I bambini, i lattanti vi guardano, si guardano, guardano cosa bisogna fare, vedono cosa non bisogna fare. Lo fanno gli scimmiotti, i leoncini, i lupacchiotti, gli orsetti, gli elefantini, i puledri. Quando andare e quando non andare a cercare la mammella, quando e come giocare con gli altri cuccioli, se allontanarsi un po’ dal gruppo, o dalla tana, oppure stare vicini vicini, fare il bagno, piangere, non piangere, attaccarsi al collo della mamma, strofinarsi. Non ci dovrebbe essere fatica nell’educare: comportarsi bene perché i figli si comportino bene; essere come si vorrebbe che i figli fossero. Loro crescono e continuano a guardarvi; loro crescono e voi dovete continuare a essere come vorreste che loro fossero. E sapere che aspettano da voi di sapere come comportarsi: che non ci sono figli capricciosi, figli maleducati, figli disobbedienti, se non siete voi che li “diseducate”; se non siete voi che li spingete a essere come voi non vorreste che siano. Le cose in realtà sono meno semplici nella società degli umani che nella società degli scimmioni. Da noi i tempi dell’educazione durano molto a lungo, quasi vent’anni, e le agenzie educative sono diverse, e complesse, e cominciano a entrare in funzione molto presto, i compagni d’asilo, i compagni della materna, la baby sitter, i nonni, il nonno, la nonna, e poi tutto il tempo della scuola, i compagni buoni e i compagni cattivi, e gli amici della squadra di calcio, e i libri, e la televisione (cattiva maestra) eccetera, eccetera. Ma se, come ci dice Roccato nell’articolo a pagina 12 e 13 di questo numero di Un pediatra per amico, l’auto-educazione, il formarsi, il modellarsi, l’imparare le regole comincia così presto, fin dai primi mesi della vita, ecco che i “veri” responsabili dei nostri figli restiamo noi: il padre e la madre. E l‘oggetto che abbiamo costruito, che ci è nato così, tra le mani, nostro figlio, costruirà se stesso secondo le istruzioni segrete che noi gli avremo dato senza saperlo; e anche secondo le istruzioni aperte che lui stesso ci chiede: perché per lui, per un bel po’ di tempo, per il tempo della prima formazione e poi per tutto il tempo in cui continueremo a esserne degni, noi siamo l’autorità “vera”, quella a cui rifarsi, quella che ha sempre ragione. E questa sua fiducia, noi dobbiamo meritarcela. Non tradiamola. Franco Panizon

http://unpediatraperamico.blogspot.it/2012/05/i-nostri-figli-ci-guardano-e-imparano.html

Spazzolare è meglio che curare

di Nicola D`Andrea

La carie. Pochi lo sanno, ma è una malattia infettiva. In bocca sono presenti centinaia di microbi, che non provocano disturbi: alcuni di questi però (della specie Streptococcus) producono delle sostanze che fanno fermentare gli zuccheri e quindi alterano lo smalto e la dentina, facendo perdere i minerali essenziali per la buona salute del dente. Questi microbi possono vivere solo sulle superfici dure: diventano colonizzatori della bocca solo quando erompono i primi denti. Ormai sembra dimostrato da molti studi che il consumo di zuccheri, soprattutto con modalità del “poco e spesso”, è il principale fattore favorente la comparsa della carie.
La somministrazione di fluoro previene la carie. Sulle modalità di somministrazione ci sono suggerimenti non sempre concordanti tra gli esperti. Semplificando, sulla scorta dei consigli ufficiali del Ministero della Salute, ci si può orientare così: da 6 mesi a 3 anni 0,25 mg di fluoro al giorno; da 3 a 6 anni 0,50 mg e dai 6 ai 16 anni 1 mg. In commercio si trovano compresse e gocce. Questi dosaggi vanno bene per i bambini che vivono in aeree con acqua a basso contenuto di fluoro, cioè di minore di 0,6 ppm (parti per milione – vedi box). Come si può conoscere quanto fluoro contiene l’acqua che scorre dal nostro rubinetto? Ogni azienda-gestore dell’acquedotto di zona deve fornire il dato; alcune rilevazioni sono state condotte da Altroconsumo e sono reperibili al sito: altroconsumo.it/acquapotabile.
Ma per prevenire efficacemente la carie resta fondamentale l’uso dello spazzolino con il dentifricio.
Fino a un anno. Niente spazzolino, né dentifricio. Basta strofinare delicatamente con garza umida o con gli appositi ditalini di gomma sulle gengive e sui denti.
Da un anno a tre anni. Sì allo spazzolino, no al dentifricio. Il bambino deve iniziare a prendere confidenza con lo spazzolino, ma saranno sempre mamma e papà a pulire i denti. Niente dentifricio, quindi, fino a tre anni perché il bambino non è ancora in grado di controllare la deglutizione e ne ingerisce una quantità troppo alta (il 65% secondo alcuni studi).
Dopo i tre/quattro anni. Spazzolino e dentifricio. Sotto l`occhio vigile di mamma e papà, il bambino può iniziare a lavarsi i denti da solo con spazzolino e dentifricio. Quest`ultimo deve avere un contenuto di fluoro non superiore a 500 ppm (controllate in etichetta). Una quantità che garantisce il corretto apporto di fluoro per proteggere i denti, ma è abbastanza basso per evitare la fluorosi (degenerazione dello smalto dei denti, demineralizzazione e macchie).
Dai 6 anni in poi. È il momento dell`emancipazione. Il bimbo si lava i denti da solo e senza limiti di fluoro. Infatti, può usare un dentifricio per adulti (con 1000 ppm di fluoro) anche perché la quantità ingerita involontariamente scende al 30% perché i riflessi di deglutizione sono già sviluppati.

Quanto dentifricio e quale spazzolino? Basta poco dentifricio, la quantità necessaria a “sporcare” lo spazzolino. Infatti, la pulizia è data dal movimento meccanico dello spazzolino, che deve essere piccolo e con setole morbide. Sostituitelo appena le setole si rovinano. Attenzione agli spazzolini con pupazzetti e simili che hanno impugnature non adeguate e dimensioni spesso eccessive per un bambino rendendo difficile la pulizia dei denti.
Come si lavano? Facendo ruotare le setole dello spazzolino dalla gengiva al dente
Sono efficaci le sigillature dei solchi e delle fossette della superficie occlusale dei denti? È una metodica di prevenzione della carie molto efficace se viene praticata nei due anni successivi all’eruzione, controllandone l’integrità una volta l’anno. Consiste nella copertura di quelle irregolarità dello smalto dentario presenti sulle superfici masticatorie dei molari e dura fino a quindici anni. È indicata specialmente per i primi molari permanenti, data la loro posizione molto profonda nel cavo orale e perciò non facilmente aggredibile dallo spazzolino.
I peggiori nemici dei denti dei bambini? Il succhiotto con zucchero o miele e il biberon con acqua o latte zuccherato. Specialmente se utilizzati durante il sonno, quando la produzione di saliva, che ha comunque un’azione di “lavaggio”, è fortemente ridotta. Queste cattive abitudini sono la causa della carie particolarmente severa, che rapidamente distrugge il dente, con notevole disagio per il bambino: comporta dolore, ascessi e fistole, talvolta difficoltà di alimentazione e conseguente malnutrizione. Non è semplice curare tale condizione e quasi sempre bisogna ricorre a estrazioni multiple con disagi per i bambini e le loro famiglie.
Curare l’igiene orale è sempre importante, in gravidanza lo è ancora di più. Studi svolti in Finlandia, Stati Uniti e Cile e pubblicati sul Journal of Peridontology hanno rilevato che il 30% di gestanti con minacce di parto pre-termine prese in esame aveva nel liquido amniotico il Porphyromonas gingivalis, uno dei batteri responsabili dei disturbi paradontali più seri. Questa scoperta dimostra la capacità del microorganismo di attraversare la placenta e diffondersi nel liquido amniotico provocando un’infiammazione che può determinare persino la rottura precoce del sacco amniotico e quindi un parto prematuro. Nella saliva dei bambini si trovano gli stessi tipi di batteri che si trovano nella saliva della madre: la salute orale e dentale della madre, non favorisce lo sviluppo della carie nella dentatura decidua dei figli. Utilizzare regolarmente collutorio alla clorexidina durante la gravidanza impedisce o ritarda l’infezione da parte degli streptococchi responsabili della carie.

BASSA CONCENTRAZIONE
Un milligrammo è un millesimo di grammo, un grammo è un millesimo di chilogrammo. Così un milligrammo è un milionesimo di chilogrammo. Quindi un milligrammo è una parte per milione del chilogrammo: una sostanza ha un certo valore espresso in parti per milione (ppm), come dire “milligrammi per ogni chilogrammo”.

 

ACQUA MINERALE E FLUORO

Abbiamo detto che una parte del fluoro viene assunta bevendo acqua. Uppa, si sa, è per l’acqua del rubinetto, ma in qualche caso, per motivi di inquinamento dell’acqua dell’acquedotto, potrebbe essere necessario ricorrere all’acquisto di acqua in bottiglia, è utile perciò conoscerne il contenuto di fluoro

FLUORO PER BOCCA? NON TUTTI SONO D’ACCORDO
Nonostante si continui a sostenere l’importanza della fluoroprofilassi per bocca per la prevenzione della carie, è curioso notare come la Linea Guida italiana di cui si parla in questo articolo non riesca a risultare convincente in questo senso. Mancano, almeno così ci pare, le prove solide a sostegno di tale tesi (studi randomizzati e controllati). Per la somministrazione in gravidanza le evidenze sembrano addirittura sostenere il contrario. L’onere della prova sta, come sempre, ai sostenitori di tali interventi su tutta la popolazione; in assenza della prova stessa si può forse pensare di condurre uno studio ad hoc. Numerosi e convincenti sembrano, invece, gli studi e le revisioni sistematiche a favore dell’applicazione direttamente sulla superficie dei denti di prodotti a base di fluoro. In questo caso, tuttavia, andrebbero considerati alcuni problemi di fattibilità a livello economico e di acquisibilità di certe abitudini nel comportamento quotidiano. Sarà interessante analizzare i risultati di una nuova revisione degli articoli scientifici più recenti, che ha tra gli obiettivi la valutazione della somministrazione di fluoro per bocca nella prevenzione della carie e la verifica di eventuali differenze tra l’uso del fluoro per bocca, l’applicazione diretta sulla superficie dei denti e altre misure preventive.
Mattia Doria e Roberto Buzzetti
Da Medico e Bambino n. 3/2010 modificato

Articolo tratto dal sito di UPPA

www.uppa.it

UPPA: domande e risposte su allattamento prolungato e tipo di latte da dare ai bimbi

“Non so se potete togliermi questo fastidioso dilemma che mi assilla: riprendendo il lavoro e continuando ad allattare ho avuto un periodo di “crisi”in cui ero tentata di smettere di allattare la mia bambina di 1 anno, adesso ha 14 mesi ed ho deciso di aspettare che sia lei a “chiedermelo”, ma le persone a cui lo dico mi guardano come se fossi matta, ma è così assurdo? E` davvero impossibile che ciò avvenga? Tutti mi dicono ch non avverrà mai e che lei si attaccherà sempre di più e sarà sempre più difficile farla smettere, e che addirittura le farei del male perché la vizierei troppo. Questo è anche detto da quelli pro allattamento. Ma dopo l`anno di età cosa succede al latte, si trasforma? Grazie per i vostri utilissimi consigli Cristina”

RISPOSTA

Cara Cristina,
l`organizzazione mondiale della sanità consiglia di allattare per due anni e oltre, fin che mamma e bambino lo desiderano. Non esiste il bambino che non si stacca naturalemnte dal seno, ma il bisogno di suzione e l`epoca in cui un bambino è pronto a staccarsi autonomaente sono molto soggettivi. Alcuni studi antropologici hanno evidenziato che in media un bambino abbandona il seno spontaneamente intorno ai tre anni (con molte variabili naturali). Ciò non vuol dire che tutte le mamme debbano allattare fino a tre anni, ma che, naturalmente, tutti i bambini prima o poi si staccano dal seno.

L`allattamento prolungato non è più accettato dalla nostra società perchè i modelli sono cambiati, ma in realtà sono molte le mamme che allattano a lungo (semplicemnte non lo dicono). Inoltre, il latte materno dopo l`anno di vita continua ad avere un`importante funzione nutritiva (pensa che 2-3 poppate al giorno possono arrivare a fornire 1/3 delle calorie necessarie al bambino). Ogni mamma dovrebbe scegliere liberamente quale strada percorrere senza troppi condizionamenti esterni e secondo le proprie modalità (non è che l`allattamento deve per forza essere “selvaggio”, alcune mamme scelgono di offrire il seno solo di giorno, o solo di notte o solo la sera e la mattina o solo in casa); insomma il mio consiglio è che siate tu e il tuo piccolo  a scegliere e non chi ti circonda. Spero di esserti stata utile,
Elena Uga

 

“Dopo l`anno non risultano effetti negativi apprezzabili ma bisogna sempre ricordare che il latte vaccino, anche se biologico, rispetto al latte umano e alla formula sostitutiva è tutto un altro alimento.” Caro UPPA … mi spiega meglio che cosa significa ” è tutto un altro alimento”. Ho preso questa frase da una sua risposta rispetto al latte di crescita. Rispetto a un 3 anni fa i pediatri stanno spingendo molto il latte di crescita o proseguimento al posto di quello vaccino (dopo l`anno), mi domando se sono stati fatti studi scientifici da fonti non interessate a tal proposito Mi aiuta… io tre anni fa con il mio primo figlio a 15 mesi gli ho dato il latte vaccino… e nessuno mi parlava di quello di proseguimento…adesso però i pediatri lasciano intendere che sia migliore per il bambino anche fino ai 3 anni di età… Grazie Valentina Como”

RISPOSTA
Se diamo per scontato che il latte materno resta l`alimento ideale per i bambini anche fino a due tre anni, come dichiara l`OMS, ne consegue che il latte di vacca, ideale per i vitelli, non può considerarsi un vero sostituto, e per convincersene basta guardare la composizione. Questo non significa tuttavia che un latte di vacca più o meno modificato abbia ancora un senso dopo l`anno di vita quando il bambino è in grado di assumere tutto ciò che gli serve anche senza far mai ricorso a qualsivoglia tipo di latte, ma neanche che non possa far uso del latte vaccino come alimento di buona qualità nutrizionale nell`ambito di una dieta varia di tipo “mediterraneo”. Il che vuol dire anche che il latte di vacca e derivati sono benvenuti nella dieta ma non possono essere considerati la componente più importante o maggioritaria, anzi, pena pesanti conseguenze metaboliche a lungo termine.

Popò e pipì, tutte le FAQ di Stefano Gorini

FAQ 
Speciale Popò e pipì
A cura di Stefano Gorini pediatra di famiglia, Rimini e-mail stgorin@tin.it - ritratto

POPÓ
Quali sono le caratteristiche delle feci nel lattante?
Chi assume solo latte (materno o artificiale) emette feci semi-liquide o cremose di colore giallo-oro a volte tendente al verde. Il ritmo delle evacuazioni è naturalmente variabile da bambino a bambino: alcuni lattanti evacuano tutte le volte che prendono il latte, altri anche una volta ogni 5-6 giorni.
Un bambino che non evacua tutti i giorni è stitico?
La stipsi è l’emissione difficoltosa di feci dure; la caratteristica principale non è tanto la frequenza delle evacuazioni, ma la difficoltà di evacuare. Alcuni bimbi si liberano tutti i giorni o anche 2-3 volte al giorno, altri una volta ogni 3-4 giorni, ma se questo avviene senza fatica e le feci sono normali non c’è stipsi.
Quali sono le cause della stipsi?
La stipsi può essere dovuta a cause organiche, psicologiche e infine funzionali, le più frequenti. In questo caso si vede che il bambino tende “a trattenere” le feci, ad esempio perché queste sono dure a causa di una dieta povera di fibre (frutta e verdura) e vuole evitare il dolore legato all’evacuazione, oppure perché non riesce ad abituarsi al fatto che è stato tolto il pannolino.
Cosa fare?
Le buone abitudini alimentari si apprendono da piccoli ed è necessario abituare i bambini precocemente a mangiare frutta e verdura. Utili in particolare prugne e kiwi, verdure verdi, legumi e cibi integrali. Bisogna poi educare il bambino ad evacuare sempre allo stesso orario e a gambine ben aperte e appoggiate per terra. Se questo non è sufficiente sarà compito del medico ricorrere eventualmente ai farmaci.

PIPÍ
È normale trovare delle macchie rosse sul pannolino bagnato di pipì?
Nei neonati e dei bambini piccoli possono comparire delle macchie sul pannolino bagnato dovute alla presenza di sostanze contenute nell’urina (urati) che depositandosi sul pannolino danno una caratteristica colorazione rosata. È un fenomeno transitorio e non patologico.
È necessario curare l’enuresi?
Prima di decidere se curare e quale terapia sia più corretta occorre considerare che l’enuresi è un fenomeno che si risolve, nella quasi totalità dei casi, spontaneamente. Gli interventi che vengono attuati sono tesi ad accelerare la maturazione del controllo della vescica e/o a ridurre il volume totale di liquidi che arrivano alla vescica durante la notte. Il fine è quello di permettere al bimbo di condurre una vita normale e di evitare che possa manifestare un disagio. La terapia può essere farmacologica o comportamentale: sta al medico insieme alla famiglia decidere quale sia più adatta.
Quando togliere il pannolino anche la notte?
È del tutto normale che i bambini piccoli si bagnino durante la notte perché la vescica non ha ancora raggiunto una piena maturazione, sia riguardo al volume di urina che è in grado di contenere, sia riguardo ai meccanismi che permettono al bambino di controllare la fuoriuscita della pipì. Ma quando ci si accorge che la mattina il pannolino è quasi sempre asciutto vuol dire che questa maturazione è ormai completata e perciò il pannolino non serve più.
Cosa fare in caso di disturbi urinari diurni?
Si può fare la “rieducazione minzionale”, una specie di ginnastica per abituare la vescica a svuotarsi nei tempi e modi corretti. Se il bimbo trattiene la pipì la vescica tende a dilatarsi con la conseguenza di non funzionare correttamente.
Perciò spiegate al bambino che non appena sente il bisogno di fare pipì deve andare in bagno e, se lui non ci pensa da solo, programmare almeno 6 momenti della giornata in cui portarvelo. Insegnategli a gestire il suo bisogno suggerendogli di contare fino a 10 prima di iniziare a urinare; questo lo aiuta a prendere coscienza della propria capacità di controllare lo stimolo. Ditegli che è meglio svuotare completamente la vescica, non accontentandosi di fare solo un po’ di pipì: spesso il bimbo pensa di avere esaurito la minzione in modo rapido dopo la prima “spinta”, invece è meglio non avere fretta e rilassarsi aspettando che tutta la pipì sia uscita in modo spontaneo, senza sforzi. La minzione potrà concludersi con un’altra piccola spinta. Quindi: piccola spinta, rilassamento con fuoriuscita pressoché completa, un’altra piccola spinta, svuotamento! Insegnate alle bambine a urinare a gambe ben aperte senza mutandine o con queste ben abbassate.

Da Uppa:

http://www.uppa.it/dett_articolo.php?ida=853&idr=56&idb=99

UPPA:POSTA E RISPOSTA (domanda su svezzamento e problema stitichezza)

“Sono la mamma di un bimbo di quasi 8 mesi. Da circa 2 settimana abbiamo introdotto la seconda pappa, ma purtroppo è iniziato il “problema” stitichezza. Stiamo usando il latte di proseguimento Humana2 e le pappe sono sempre con passato di verdura in aggiunta a pastina con carne o prosciutto o formaggi. La domanda che rivolgo è questa: ci sono verdure più adatte di altre a favorire la stitichezza? E` meglio frullarle o darle in pezzi? E nel momento in cui capita che non riesce a defecare come mi comporto? Cosa devo somministrargli? Grazie mille dell`aiuto. Serena”

RISPOSTA

Come prima cosa vi invitiamo a consultare l`archivio di UPPA sul tema “svezzamento” e “latte artificiale”. Tutte le verdure, e tutta la frutta fresca, sono idonee a mantenere attivo l`intestino. Vanno necessariamente frullate, sia per ottenerne il massimo beneficio nutrizionale, sia per sfruttarne al massimo l`azione sulla progressione delle feci. Nel caso di evacuazione difficoltosa l`intervento di emergenza è una stimolazione con supposte o microclismi, anche ripetuti. Detto questo ci permetta di avvertirla che la dieta che voi offrite al bambino, con  ”carne o prosciutto o formaggi” ad ogni pasto, è pesantemente squilibrata nutrizionalmente e anche favorente la stipsi. Premesso che l`ideale sarebbe un regime vegetariano, iniziate almeno a limitare il “secondo” di origine animale ad un solo pasto al giorno, inserendo un paio di volte il pesce. Il secondo pasto della giornata sarà utilmente integrato con altre verdure e legumi. Infine: i cosiddetti latti di proseguimento non hanno alcun vantaggio rispetto al latte tipo 1, se non forse il prezzo, e i cosiddetti “latti artificiali”, al fine di una crescita ottimale, sono tutti uguali, e il migliore è quello che costa meno.

Lucio Piermarini

Tratto da UPPA

http://www.uppa.it/dett_posta_risposta.php?id_domanda=971

L`appetito vien mangiando

di Mariarosaria Di Feola , Rossella Negri

Lo chiamiamo “svezzamento” (che significa “levare il vizio” – di succhiare), ma si tratta solo di un cambiamento nell’alimentazione: si passa dal solo latte, alimento unico dei mammiferi nelle prime fasi della vita, a tanti cibi diversi.
Un momento in cui si incontrano la predisposizione al gusto, determinata dai geni ed “educata” dall’esperienza in utero e al seno materno, con la cultura culinaria degli adulti. Un incontro fondamentale: è dimostrato che i comportamenti alimentari acquisiti nei primissimi anni di vita sono mantenuti anche nell’età adulta, perciò è importante “investire” in questo periodo per migliorare la qualità di vita di domani.
Ma perché ad un certo punto si inseriscono nuovi cibi?
Il bambino, crescendo, matura le funzioni digestive, neuro-motorie, immunitarie e renali che gli permettono di assumere gli alimenti comunemente consumati dagli adulti. Non ha ancora i denti, perciò il cibo sarà sminuzzato (ma non liquido). Un’alimentazione di solo latte comincia ad essere insufficiente sul piano calorico, delle proteine  e dei “micronutrienti”, ferro e zinco soprattutto. È il momento di favorire lo sviluppo della masticazione, per questo il nuovo cibo va offerto sempre con il cucchiaino e mai con il biberon.
L`ora del pasto diventa così un momento delicato, non solo dal punto di vista nutrizionale, ma anche per lo sviluppo psicofisico. Il passaggio dall’alimentazione di solo latte ai tanti alimenti diversi non corrisponde solo allo sviluppo di capacità digestive, ma anche al perfezionamento dell’esperienza gustativa mediante l’incontro diretto con i cibi solidi, determinante nella scelta degli alimenti anche a lungo termine.

L‘educazione alimentare ed il positivo approccio con il cibo, impostati fin dall’infanzia, possono agire favorevolmente anche sulla prevenzione dei disturbi gravi dell’alimentazione (obesità, anoressia/bulimia); inoltre l’acquisizione di corrette abitudini alimentari fin dalla prima infanzia e il loro mantenimento nel tempo può contribuire a prevenire malattie importanti, come l’ipertensione arteriosa, il diabete, l’obesità e le malattie cardiovascolari.
Al momento dello svezzamento le papille gustative sanno ben valutare il gusto degli alimenti: il piacere sta nelle complesse sensazioni generate dal “buon sapore” di un certo alimento che ci piace e quindi introduciamo nell’organismo, mentre l’avversione è nel “cattivo sapore” di un altro alimento che non ci piace e quindi ci rifiutiamo di introdurre. E cosa ci piace? Fino a poco tempo fa era la scarsità di cibo la principale minaccia alla vita, perciò il nostro apparato gustativo si è evoluto in modo da attirarci verso quanto è ricco di calorie, di amminoacidi, di sali e altri nutrienti essenziali. Alcune preferenze le possiamo ereditare, altre le apprendiamo in utero e al seno, ma il sigillo alla lista delle nostre preferenze lo mette l’esperienza gustativa degli alimenti offerti durante lo svezzamento.

Il lattante, oltre a non prepararsi da solo i pasti, non ha ancora una componente esperienziale e culturale che lo orienti alle scelte, ma gli viene naturalmente imposta quella dei genitori, della tribù, della comunità. La familiarità (genetica + ambiente condiviso) è il fattore più importante nel delineare le scelte alimentari e spiega il 50% di queste scelte, ma le esperienze precoci possono deviare questo percorso: un’esperienza gustativa negativa, con conseguenze come vomito e diarrea, può fare escludere un cibo per anni, mentre esperienze positive possono favorirne l’accettazione. Il senso del gusto ha la funzione di analizzare il contenuto di un certo alimento riconoscendo le sostanze chimiche di cui è costituito permettendoci di distinguere i cibi ricchi di nutrienti indispensabili per il nostro sostentamento (e perciò ingoiati volentieri), da quelli potenzialmente tossici o avariati (e quindi rifiutati). Il gusto ci consente di collegare sapori specifici a cibi ad alta densità calorica: l’esperienza metabolica favorevole (un piacevole senso di sazietà) è quella che fa preferire il latte con l’aggiunta di amido (i biscotti) al latte semplice. Per questo motivo vale la pena di ridare allo svezzamento la straordinaria funzione di palestra del gusto, che l’industria, costretta a scelte globalizzate, cerca di scoraggiare. La verdura si presta perfettamente: è estremamente varia la gamma di gusti che ci offre, inoltre l’utilizzo della verdura per preparare i primi pasti ci consente di diluirne il contenuto calorico totale, riducendo il rischio di un eccessivo apporto energetico, uno dei problemi più frequenti nei paesi occidentali.

Articolo tratto da UPPA

http://uppa.it/dett_articolo.php?ida=817&idr=54&idb=80

 

Cellule di ricambio di Barbara Siliquini

La “donazione del cordone” è una cosa che ormai tutti conosciamo: sappiamo che quando il bambino nasce è possibile “donare” le sue staminali. Che atto altruistico!
“Peccato che io non abbia colto l’occasione quando è nato mio figlio!”
“Io avrei voluto, ma purtroppo dove abito non ci sono neanche le banche del cordone a pagamento”
Se una di queste espressioni vi ha attraversato la mente, ho un’ottima notizia: la donazione del sangue cordonale del bambino non è un atto altruistico e non è una buona idea per la salute di un figlio, almeno in situazioni normali.
Ma andiamo con ordine. Innanzi tutto la dicitura “donazione del cordone ombelicale” è impropria, stiamo in realtà parlando di “conservazione delle staminali da cordone”: ciò che si raccoglie è il sangue che scorre dalla placenta al bambino attraverso il cordone ombelicale. Questo sangue è ricchissimo di cellule staminali di uno specifico tipo (dette “emopoietiche”).
La cellula staminale è una cellula preziosa per due ragioni: non ha ancora assunto un ruolo definitivo, perciò può diventare più tipi di cellule; ha una capacità generativa enorme, cioè è capace di riprodurre se stessa e, contemporaneamente, produrre miliardi di cellule figlie che possono differenziarsi, diventando cellule specifiche dei diversi organi del nostro corpo.
Alcune cellule staminali hanno la capacità di generare cellule di un solo tipo (ad esempio cellule della pelle), altre sono capaci di generare cellule di vari tipi (ad esempio globuli bianchi, rossi o piastrine) a seconda del bisogno.
Sapere come una cellula staminale decida di dividersi o di differenziarsi è per ora un piccolo mistero.
Nel nostro corpo esistono già moltissime cellule staminali, cellule indifferenziate capaci di produrre cellule figlie con un preciso scopo. Ogni volta che ci feriamo e poi guariamo, o che i nostri capelli cadono e altri ne vengono generati, o che un bambino cresce, ci sono cellule staminali che generano cellule specifiche: dei capelli, della pelle, delle ossa.
Tutte le cellule staminali del cordone possono diventare qualsiasi tipo di cellula?
No, dipende da che tipo di staminali sono: alcune possono produrre solo un tipo di cellule, altre una famiglia di cellule, altre ancora qualsiasi tipo di cellula. Queste ultime sono rare, e sono presenti nel liquido amniotico o nell’embrione nelle prime settimane di gestazione.
Le staminali del cordone ombelicale sono cellule emopoietiche, hanno la capacità di produrre cellule che possono diventare elementi del sangue: globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Di queste cellule ne abbiamo anche nel nostro corpo: ogni giorno produciamo da 100 a 1.000 miliardi di nuove cellule del sangue, a partire da cellule staminali emopoietiche che si trovano nel midollo osseo, cellule potenti e prolifiche, che pur essendo relativamente poche, hanno un`attività riproduttiva enorme e sono in grado di replicarsi mantenendo il loro numero invariato durante tutta la vita.
M
a torniamo alle staminali del cordone ombelicale. Abbiamo detto che il sangue del cordone è una fonte importante di cellule staminali emopoietiche: da oltre due decenni i ricercatori hanno scoperto che esso contiene le stesse cellule staminali del midollo osseo. Un danno a queste cellule (aplasia midollare in seguito a chemioterapia, a irradiazione o a malattia) può rendere inefficiente il sistema emopoietico: una terapia molto efficace è il trapianto di midollo osseo.
Ecco perché possono essere preziose le staminali del cordone ombelicale: possono produrre tutte le cellule del sangue e molte altre cellule accessorie o di sostegno; possono ripristinare la produzione del sangue in caso di insufficienza midollare: possono sostituire il midollo in caso di leucemia, linfoma, mieloma, talassemie; possono produrre enzimi carenti in caso di malattie genetiche; possono consentire l`impiego di dosi elevate di chemio-radioterapia nei tumori in genere.
Ma gli stessi benefici sarebbero ottenibili attraverso la donazione del midollo osseo.
Allora è importante conservare le cellule staminali del cordone? La conservazione di queste cellule presuppone il taglio immediato del cordone alla nascita, in modo tale che le cellule, anziché fluire al bambino, siano incamerate in una sacca, per la conservazione. Ma se le staminali sono così preziose e importanti, ha senso privarne il bambino alla nascita, per conservarle per il futuro?
Se il cordone fosse l’unica fonte di staminali, potremmo pensare che, anche se madre natura ha previsto che la placenta continui a pompare il sangue al neonato per qualche minuto dopo la sua nascita, impedire questa “trasfusione” e metterlo in una sacca per altri usi potrebbe essere una buona idea. Ma poiché gli adulti dispongono di staminali identiche, e queste possono essere rese disponibili attraverso la donazione di midollo, allora forse dovremmo pensare che sia meglio procurarsi queste cellule da un adulto anziché da un neonato.
Il sangue contenuto nel cordone è un quantitativo di ingente per un neonato, ma non sarebbe sufficiente per un trapianto che sostituisca le cellule del midollo malato di un adolescente o di un adulto.
Inoltre, fa riflettere il fatto che il genitore possa legalmente disporre del sangue del bambino (in questo caso del sangue del cordone, che a tutti gli effetti appartiene al bambino) fino al momento del taglio del cordone stesso, ma nell’istante successivo non ne potrà più disporne, in quanto la legge vieta la donazione del sangue dei minori.
P
er ottenere dal cordone ombelicale abbastanza sangue, il cordone deve essere “clampato” immediatamente dopo il parto. “Clampato” significa che deve essere interrotto il flusso di sangue al bambino, per dirottarlo, attraverso un ago con una cannula, in una sacca, mentre la placenta che sta all’estremità del cordone, continua a pompare sangue verso il neonato per alcuni minuti.
Che fine fa il sangue prelevato dal cordone? Ci sono due alternative: donarlo perché sia utilizzato da altre persone, oppure conservarlo per un ipotetico futuro utilizzo per lo stesso bambino. La conservazione per uso altrui può essere fatta in alcuni ospedali, ma spesso capita che il sangue in realtà non venga utilizzato, perché esistono protocolli molto rigidi, che tutelano la sicurezza dei possibili trapiantati che prevedono, per esempio, che la madre del neonato si sottoponga ad analisi periodiche dopo la donazione o che sia stato raccolto un quantitativo minimo di sangue; nel caso in cui queste condizioni non siano verificate, il sangue viene gettato via. In Italia è vietata la conservazione per uso proprio, questo divieto è dettato da serie ragioni scientifiche: le staminali di una persona che ha contratto una malattia a carico del midollo (come una leucemia) non sono adatte per un trapianto sullo stesso soggetto, non sono adatte a trapianti su soggetti adulti e non è noto cosa accada al sangue conservato per molti anni dopo dalla nascita.
Purtroppo questo divieto non vale all’estero e si è sviluppato un lucroso mercato  a favore di società formalmente estere (in Italia molte hanno sede legale a San Marino): il giro d’affari nel 2009 in Italia è stato stimato in 35 milioni di euro. La conservazione del sangue del cordone di un neonato costa circa 3.000 euro; una cifra che molti spendono volentieri, convinti che sia un investimento nella salute dei propri figli e stimolati dall’esempio di molte coppie famose del mondo dello spettacolo e della TV.
I
nvece la scelta migliore sarebbe quella di non conservare il sangue del cordone ombelicale. Se invece di affrettarci a “clampare” il cordone lasciassimo che il sangue, pompato dalla placenta, defluisse attraverso i vasi del cordone nella circolazione del neonato, questa potrebbe essere già un`”assicurazione” per la sua futura salute, e di questo oggi abbiamo molte prove scientifiche. Sono ormai numerosi gli studi che hanno valutato l’impatto del taglio immediato del cordone rispetto agli effetti di un taglio ritardato di due minuti dopo la nascita: il taglio ritardato ha effetti benefici per la salute del neonato, misurabili a distanza di sei mesi in particolare sulla quantità di emoglobina nel sangue. Questi benefici sono più evidenti nei neonati sottopeso o nati da madri anemiche.
Senza parlare del disturbo dell’evento nascita, che dovrebbe essere un momento di grande rispetto dei tempi di madre e del bambino, un momento di tranquillità ed intimità che il taglio del cordone e il prelievo del sangue disturbano non poco. Finché il bambino e la madre sono collegati dal cordone, devono rimanere a contatto, questo contatto alla nascita ha effetti benefici sul sistema di produzione ormonale di madre e bebè: migliora l’allattamento, innalza i livelli di ossitocina in entrambi, favorisce il bonding ed è considerato importante per lo sviluppo affettivo del bambino.
Si eccepisce spesso, da parte degli operatori che ben conoscono questi dati, che in ospedale comunque il cordone viene reciso immediatamente, e allora tanto vale usare il sangue per qualcosa. Ma sarebbe meglio che i genitori, anziché informarsi su come e dove conservare il sangue del cordone, chiedessero all’ospedale che, dopo la nascita, il cordone ombelicale venga “clampato” solo quando ha smesso di pulsare, o meglio ancora, come suggerisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità, si attendesse che anche la placenta venisse espulsa dal ventre materno. Questo in genere avviene in un tempo variabile dai 20 minuti a un paio d’ore. Avendo la pazienza di seguire questi ritmi, prima di “clampare” e recidere il cordone, si consente a mamma e bebè di rimanere a contatto di pelle in tranquillità in un momento così importante per loro. Una volta che il bambino è nato, la placenta, concluso il suo ruolo, si stacca dall’utero e viene anche lei espulsa attraverso la vagina.
Esistono però dei casi in cui la donazione del sangue cordonale ha effettivamente un senso: quando, per esempio, il neonato ha un fratellino malato, che beneficerebbe di un trapianto di cellule staminali emopoietiche. In questo caso, pur essendo un prelievo di cellule per uso proprio, la legge italiana lo consente.
Il cordone ombelicale non è l`unica fonte di staminali emopoietiche, la donazione di midollo osseo ha benefici maggiori; e allora, prima di disporre di una risorsa destinata a un figlio neonato, dovremmo chiederci se non sarebbe meglio offrirci noi stessi come donatori di midollo osseo.

L’articolo è tratto da UPPA:

http://www.uppa.it/dett_articolo.php?ida=828&idr=55&idb=59

Autosvezzamento: istruzioni per l`uso di Lucio Piermarini

Una massima cui i pediatri di UPPA si attengono nella loro attività professionale è “fare meglio con meno”. Siamo convinti che, allo stato attuale delle cose, in materia di salute, esistano una gran quantità di pratiche mediche che non solo non portano alcun vantaggio reale, ma addirittura in qualche caso potrebbero essere dannose. Questo non vuol dire porsi contro la medicina cosiddetta “ufficiale” per tornare alla semplicità e purezza della natura, ma piuttosto verificare, per ogni raccomandazione medica, che si tratti del frutto di studi approfonditi di scienziati seri e disinteressati. Succede così abbastanza spesso di accorgersi che qualcosa che noi pediatri abitualmente raccomandiamo, non abbia altro fondamento che antiche e semplici opinioni di qualche autorevole professore, alle quali se ne sono aggiunte altre, e così via fino a diventare un comportamento consolidato, che nessuno sa da dove e perché sia nato. Proprio questo è capitato quando, stupito dalle difficoltà incontrate dalle mamme nell’affrontare un evento naturale e inevitabile come lo svezzamento, mi sono messo a studiare un po’ più a fondo la materia. Nel corso degli anni sono così riuscito a raccogliere, da libri e riviste scientifiche, materiale sufficiente ad indurmi a cambiare modo di affrontare questa fase di sviluppo del bambino.

Va e vieni fra latte e pappe. Questa storia è iniziata circa mezzo secolo fa con il progressivo abbandono dell’allattamento al seno, nella convinzione, senza alcuna prova, che il latte materno, a partire dai 2-3 mesi di vita, non fosse più adeguato alle esigenze di crescita del bambino, ed andasse quindi integrato con altri alimenti. Così da uno svezzamento tardivo, affidato all’esperienza familiare e con alimenti domestici, si passò a svezzare i bambini piccolissimi; perciò, consapevoli di trovarsi di fronte ad un apparato digerente e un sistema immunitario ancora immaturi, si dovette ricorrere ad alimenti speciali ad alta digeribilità, confezionati in maniera sterile; per la stessa ragione si raccomandava un’introduzione graduale dei vari alimenti per poter individuare tempestivamente il responsabile di eventuali problemi. Anche queste scelte alimentari furono fatte senza sapere se avrebbero potuto avere qualche conseguenza negativa, visto che non esistevano precedenti su cui basarsi. Con gli anni si prese lentamente coscienza dei danni prodotti da questa fretta immotivata di sostituire il latte con le pappe (infezioni intestinali, allergie, obesità) e, sotto la spinta di organizzazioni sanitarie nazionali e internazionali (Organizzazione Mondiale della Sanità, UNICEF), iniziò il cammino inverso, fino alle attuali raccomandazioni di proseguire l’allattamento al seno esclusivo fino a sei mesi. Ma le abitudini sono dure a morire: accade così che non solo si continui a svezzare i bambini a 4-5 mesi, ma anche ad utilizzare alimenti e strategie indispensabili in passato per evitare danni a bambini ancora immaturi e in difficoltà per essere stati privati del loro alimento specifico: il latte materno. Si dimentica che un bambino di 6-7 mesi ha ormai un apparato digerente sufficientemente maturo per poter digerire i normali alimenti preparati in casa, così come si faceva una volta, ovviamente tenuto conto della assenza dei denti.

Ma tutto può essere semplice. Quanto abbiamo detto sarebbe già sufficiente a semplificare di molto la vita di una mamma alle prese con lo svezzamento, per non parlare del risparmio. Un bambino di 6 mesi ha maturato non solo il suo intestino, ma anche il suo sistema immunitario, la sua intelligenza, le sue abilità motorie, la capacità di masticare. Scompare quindi l’angoscia di sterilizzare tutto, il bambino se ne sta seduto da solo, impara sempre più anche a mangiare da solo, accetta il cibo in bocca con il cucchiaino senza alcuna difficoltà, lo deglutisce senza rischi di soffocamento e (attenzione, attenzione!) quando è presente al pasto dei genitori, mostra un acceso interesse per il cibo che vede nei loro piatti. Quante volte sentiamo dire che il bambino non vuole più mangiare “le sue cose” e gradisce di più quelle dei genitori. Interpretiamo di solito questo comportamento come un apprezzamento del miglior gusto dei cibi dei grandi, anche se poi si vede che anche il bambino che è stato nutrito esclusivamente al seno, e quindi non conosce gli altri alimenti, è attratto dal cibo dei genitori: proprio lui, che ha sempre calmato la sua fame al seno, e non sa neanche che si tratta di cose da mangiare! Eppure si pencola, sgrana gli occhi, tende le mani, vuole assolutamente fare la stessa cosa. Solo se i genitori lo accontentano (e chi potrà resistere?) riuscirà a scoprire che si tratta di qualcosa di gustoso e di saziante, cioè che anche quello è cibo.

Un consiglio sconvolgente. Allora noi pediatri possiamo aggiungere alle altre raccomandazioni quella, apparentemente più sconvolgente, di lasciare che il bambino si svezzi da solo durante i pasti dei genitori, chiedendo e ottenendo piccoli assaggi di tutte le portate. In questo modo, senza forzature, si adeguerà insensibilmente alla dieta e agli orari della famiglia. In realtà non facciamo altro che anticipare, senza alcun pericolo, quello che inevitabilmente avverrebbe comunque dopo; il bambino mangerà, prima o poi, nel bene e nel male, quello che si mangia in famiglia, e con quelle abitudini alimentari passerà attraverso l’adolescenza e la vita adulta. Per questo è importante che i genitori diano, da sempre, il buon esempio con una corretta alimentazione: infatti fare “due cucine” per salvaguardare il bambino, mantenendo cattive abitudini per i grandi non servirà ad evitargli, una volta cresciuto, di fare gli errori e correre i rischi dei suoi genitori.

CHIAMIAMOLO “AUTOSVEZZAMENTO”

Potremmo chiamare questo nuovo/ antico modo di svezzare i bambini “autosvezzamento”. Dobbiamo aver fiducia in ciò che la scienza e la quotidiana osservazione dei bambini ci suggeriscono: solo quando i bambini raggiungono una maturità sufficiente è per loro possibile assumere alimenti diversi dal latte, materno o artificiale, in tutta sicurezza, gioiosamente, senza astruse combinazioni di più o meno esotici prodotti industriali, con minima spesa e grande soddisfazione dei genitori. Le più importanti organizzazioni sanitarie ci suggeriscono i sei mesi di vita come limite minimo da superare prima di iniziare lo svezzamento. Ebbene da quel momento in poi, al primo segnale di interesse da parte del bambino nei confronti del pasto dei grandi, gli si offrirà un piccolo assaggio di ciò che si sta mangiando, e così per tutte le portate. Si smetterà quando il bambino non farà più richieste. Lo stesso si farà ai successivi pasti. Le poppate intanto continueranno con la cadenza abituale, ma inevitabilmente quelle vicino al pranzo e alla cena diventeranno sempre meno consistenti fino a scomparire. In questo modo, insensibilmente e ognuno con un proprio ritmo, i bambini si adeguano alle abitudini alimentari delle loro famiglie.

Tratto dal sito di UPPA