Archivio | novembre 2011

Allattamento, come partire con il piede giusto

Desideri nutrire al seno il tuo bambino? Ecco come partire con il piede giusto e garantire un buon avvio dell’allattamento in cinque semplici mosse.

1 Informati in gravidanza

Per partire con il piede giusto, è importante “prepararsi” già in gravidanza. Come? Informandosi sulla fisiologia dell’allattamento stesso, per scoprire qual è la normalità delle poppate al seno e come gestirle. Un tempo non era necessario leggere manuali sull’allattamento o partecipare agli incontri organizzati dalle associazioni e dai gruppi di auto aiuto tra mamme, ma oggi abbiamo perso la “confidenza” con questo gesto naturale e non possiamo contare sull’esperienza e sull’esempio delle altre donne della famiglia come accadeva in passato. Oggi, molte donne diventano madri senza aver mai visto un’altra donna allattare e in questa situazione i dubbi e le incertezze possono essere molto numerosi! Per questo il suggerimento è di raccogliere più informazioni possibili – confrontandosi con l’ostetrica del corso preparto e/o partecipando agli incontri organizzati dalle associazioni che promuovono l’allattamento – per arrivare preparate a questo appuntamento e prevenire o superare eventuali difficoltà iniziali.

2 È nato subito al seno!

Subito dopo la nascita, se mamma e bimbo hanno la possibilità di stare insieme in un ambiente tranquillo e intimo, al riparo da interferenze e interventi non necessari, il neonato – posato sul petto della madre – è in grado di ‘trovare’ il seno e succhiare le prime gocce di colostro, senza bisogno di aiuti esterni. Anche la situazione ormonale del post parto è particolarmente favorevole: ossitocina, prolattina e endorfine, aiutano la mamma a prendersi cura del bebè e garantiscono un buon avvio della produzione di latte. “Per questo, tutti gli interventi previsti dalla routine ospedaliera, come le misurazioni di peso e lunghezza e il primo bagnetto possono aspettare. E se il bebè è nato con un cesareo? “L’allattamento, se l’intervento si è svolto in anestesia spinale o epidurale, può iniziare già sul lettino della sala operatoria” rassicura Paola Paschetto, consulente presso il Centro Allattamento di Biella. “Se invece il cesareo si è svolto in anestesia totale la mamma potrà far succhiare il suo piccino non appena si sarà svegliata e si sentirà pronta”.

3 Allatta su segnale

A differenza dell’alimentazione artificiale, l’allattamento non segue schemi e tabelle e non prevede orari. Ma come regolarsi allora per gestire i pasti del bebè? In realtà è semplice, è sufficiente seguire i segnali del proprio bambino. Ciò significa che la mamma offrirà il seno al bebè ogni volta che si mostra interessato a poppare, ovvero quando apre e chiude le labbra, volta la testolina come se ‘cercasse’, si porta le manine alla bocca, è inquieto. Attenzione, il pianto è un segnale tardivo di fame e può ostacolare la poppata stessa, perchè se il bimbo è molto agitato può faticare ad attaccarsi correttamente. Lo stesso discorso vale per la durata della poppata. Un tempo si suggeriva di lasciar succhiare il bimbo “dieci minuti per seno”, oggi sappiamo che facendo in questo modo c’è il rischio di privare il bebè del latte più sostanzioso che viene assunto nella seconda parte della poppata. Molto meglio, ancora una volta, osservare il bambino e considerare terminata la poppata quando si stacca dal seno o si addormenta.

4 Interferenze? No, grazie!

La lattazione si basa su un meccanismo di domanda e offerta: più il bimbo succhia e più latte viene prodotto. Ma perchè questo meccanismo funzioni al meglio, nelle prime settimane di vita, ovvero nella fase di calibrazione in cui il seno “impara” quanto latte deve produrre, è meglio evitare ciucci, biberon, tisane. Infatti, se il bebé distanzia le poppate perché ha ricevuto altri liquidi o perchè si è consolato succhiando il ciuccio, si crea un’interferenza con il meccanismo di domanda ed offerta. Questa interferenza può impedire al neonato di assumere la giusta quantità di latte e la minor richiesta può portare una diminuzione della produzione e/o contribuire al verificarsi di un ingorgo mammario, poiché il seno non viene drenato con adeguata frequenza.

5 Fidati di te e del tuo latte

Quando nasce un bimbo, “piovono” consigli, commenti e pareri non richiesti. Uno degli argomenti più “gettonati” è proprio l’allattamento al seno. Il bebè piange? Vuole poppare spesso? Fa poppate lunghe? Ecco che subito vengono messe in dubbio quantità e qualità del latte di mamma. Sappiamo che non è facile ignorare i commenti altrui, soprattutto quando vanno ad alimentare dubbi e incertezze che sono comuni nel primo periodo successivo alla nascita, quando per la mamma è tutto nuovo e da imparare, ma… fidati di te stessa e delle tue potenzialità di nutrire il tuo bambino! E soprattutto: il tuo latte non è troppo leggero/troppo grasso/troppo poco/troppo… Il tuo latte è semplicemente perfetto. È l’alimento ideale per garantire al tuo bambino una crescita sana ed equilibrata.

articolo di Giorgia Cozza

Articolo tratto da:

http://www.ioeilmiobambino.it/allattamento/consigli-pratici/allattamento-come-partire-con-il-piede-giusto-5942

Annunci

Cellulari, allarme cancro: “Proteggete i bimbi”

Ad oggi, non ci sono prove certe sul fatto che l’uso dei cellulari sia in qualche modo collegato all’insorgenza del cancro, tuttavia «non si pu• escludere l’esistenza di causalit…» tra esposizione da cellulari e tumori «quando si fa un uso molto intenso del telefono cellulare». Il nuovo monito arriva dal Consiglio superiore di sanità (Css) che, in un parere, invita ad applicare soprattutto per i bambini «il »principio di precauzione, che significa anche l’educazione ad un utilizzo non indiscriminato, ma appropriato, quindi limitato alle situazioni di vera necessità, del cellulare«. Insomma, sotto accusa finisce l’utilizzo »smodato«, ed è per questo che il ministero della Salute si appresta ad avviare una campagna di informazione per sensibilizzare ad un utilizzo appropriato dei telefonini. Il parere del Css sui possibili rischi da uso non appropriato dei cellulari arriva all’indomani della trasmissione Report di Rai3 dedicata proprio alla questione dei rischi per la salute connessi al loro uso. Un tema dibattuto ormai da anni, con opinioni contrastanti. Ed è del maggio scorso l’ultimo allerta dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms): Le radiofrequenze da cellulare »potrebbero causare il cancro«, ha avvertito un gruppo di 34 esperti dell’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) dell’Oms, definendo i campi elettromagnetici come ‘possibly carcinogenic’. Un annuncio che inevitabilmente ha riaperto il dibattito lungo 20 anni sulla sicurezza della telefonia mobile per la salute umana. Oggi si contano 5 miliardi di telefonini in tutto il mondo, solo in Italia quasi due a testa, pari a circa 100 milioni di cellulari. Ma i produttori, che assicurano il finanziamento di studi indipendenti per conoscere l’effettivo pericolo, sostengono che la classificazione fissa il rischio ad un terzo livello su una scala di 5, un livello che »contiene altre sostanze di uso comune come ad esempio il caffè«.

Certo è che, come afferma il Css, i rischi per la salute da un »uso smodato« non possono essere esclusi. E tanto basta per far prevalere un principio di precauzione, soprattutto se si tratta di bambini. I pediatri, a questo proposito, non hanno dubbi: i bambini evitino di usare il cellulare (ormai nelle tasche di 6 piccoli su 10), e se l’uso non può essere evitato »lo utilizzino il meno possibile, con l’auricolare e preferendo quelli a bassa emissione«. Le incertezze infatti sono ancora tante: gli standard di sicurezza, ad esempio, sono stati elaborati con riferimento agli adulti, e va anche considerato che l’organismo dei bambini è più sensibile e il loro cervello ha una maggiore suscettibilità. La situazione preoccupa la presidente del Movimento italiano genitori (Moige) Maria Rita Munizzi, che la definisce »seria e pericolosa«: »Per questo – afferma – chiediamo con urgenza l’intervento del Ministro della Salute Renato Balduzzi, affinch‚ sia fatta chiarezza sulla questione«. Ed invita alla prudenza anche l’oncologo Umberto Tirelli: »I legami tra telefonini e tumori sono deboli, come dimostrato da tutti i numerosi studi fatti negli ultimi dieci anni« ma »nel frattempo, considerando che i telefonini sono presenti da solo 25 anni sul mercato e che non si può prevedere cosa succederà dopo 50 anni di esposizione, è meglio usare – avverte – una politica di precauzione, ovvero limitare l’uso del telefonino ai ragazzi e proibirlo ai bambini, auspicando per gli adulti l’uso dell’auricolare nell’attesa di ulteriori studi«

Fonte: Leggo

Tratto da: Cellulari, allarme cancro: “Proteggete i bimbi” | Informare per Resistere http://informarexresistere.fr/2011/11/30/cellulari-allarme-cancro-%e2%80%9cproteggete-i-bimbi%e2%80%9d/#ixzz1fC1cMTiE
– Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

Piccolo decalogo per nuove mamme

Secondo uno studio del National Institute of Mental Health americano reso noto in questi giorni, il cervello delle neo mamme diventerebbe più grande subito dopo il parto. I ricercatori che hanno firmato lo studio sulla rivista della American Psychological Association, sostengono che “il cambiamento nei livelli ormonali uniti alla necessità di far fronte alla cura del bambino potrebbero essere alla base dei cambiamenti». Potrebbero? Non ci vuole un team di scienziati per capire quanto sia difficile affrontare il periodo successivo alla nascita di un figlio, soprattutto del primo. Nonostante, o forse anche a causa, di quello che ci vende il marketing del puerperio e della prima infanzia, tutto mamme sorridenti e bambini placidamente addormentati nei loro lettini (?!), i primi due mesi sono un campo minato di insicurezze e crisi d’inadeguatezza, sensi di colpa, pianti improvvisi e una stanchezza mai provata prima. Il problema non è superare questi due mesi, ma ricordarsi che ci siamo passate tutte. E che è temporaneo. Parlando con un gruppo di amiche, ex neomamme, è nata un’idea: un piccolo decalogo di cose da ricordare, quelle che avremmo voluto che qualcuno ci avesse raccontato prima di affrontare quel delicato e importante momento. Perché l’inizio di una nuova vita può essere tanto travolgente quanto sconvolgente. Casi estremi a parte (la depressione post partum è un dato di fatto e, fortunatamente, uno stato transitorio curabile con le terapie adeguate) ecco qualche consiglio da parte di chi c’è già passata.

Primo: non state sole, incontrate altre mamme di primo pelo. Anche conosciute al supermercato. Anche se avete la casa in ordine come dopo il passaggio di un uragano, a turno aprite la porta del vostro nido e lasciate entrare chi sta vivendo la vostra stessa esperienza. Davanti a un caffè (e altre tre mamme sulla soglia dell’esaurimento) è più facile esorcizzare ansie e preoccupazioni.

Secondo: la paura è normale. Avere paura è sano, in questo momento. Tutte abbiamo avuto paura. Paura che non respirasse. Paura di non avere abbastanza latte. Paura che si infettasse il moncherino del cordone o paura di addormentarci e soffocarlo col nostro corpo. La paura è una compagna fedele, in queste settimane. E’ ok, non preoccupatevi. Qualche esperto potrà dirvi che è funzionale a mantenere alta la soglia di attenzione. A noi basti sapere che non siamo paranoiche. E che poi passa.

Terzo: abbiate fiducia nelle vostre capacità. A partire dalla gravidanza. Il mio ginecologo preferito dice sempre: “Solo le madri sanno cosa gli succede, noi possiamo solo mettere la scienza a disposizione del loro istinto”. Ascoltate i vostri bimbi e ascoltatevi: la risposta spesso è scritta da qualche parte dentro di voi.

Quarto: vostra madre ha ragione, che vi piaccia o no. In quei momenti non ve ne renderete conto: il passaggio dal rapporto madre-figlia a quello tra madre e madre è faticoso e lacerante quanto il parto vero e proprio. Vi sentirete osservate, criticate, messe alla prova. Ma dopo qualche anno vi renderete conto che non era (sempre) così. E che ascoltando i loro consigli, nelle prime settimane, vi sareste risparmiate qualche fatica.

Cinque: sbaglierete. Perdonatevi. Tutte le mamme del mondo hanno sbagliato, è normale. Abbiate la forza di accettarlo: nonostante tutti i vostri sforzi raggiungerete solo il 50% del risultato sperato. Va bene così. Respirate a fondo, imparate dai vostri errori e ricominciate da capo. Ricordate che per quei nuovi esserini siete comunque i migliori genitori del mondo.

Sei: non dormirete. E sopravviverete lo stesso. Se non piangerà perché ha fame, sete, il pannolino sporco o il vomitino sul cuscino vi ritroverete comunque a fissarlo, in piena notte, per controllare che respiri, che non sudi, che non abbia freddo, che non stia male. Il nostro corpo è programmato per superare anche questa privazione del sonno che in altre condizioni avreste ritenuto incompatibile con la vostra sanità mentale.

Sette: Google non ha figli. O meglio, la rete serve solo per facilitare il contatto tra le varie esperienze, ma non cercate ossessivamente risposte online a questioni pratiche, soprattutto mediche: il rischio panico è garantito, ci sono ricerche serie che evidenziano come l’80% delle informazioni mediche online siano fuorvianti se non del tutto errate. Meglio dotarsi di un contatto telefonico di fiducia per le emergenze (pediatra, ostetrica, amica medico meglio se con figli: l’esperienza vale più di una laurea in certi casi) e soprattutto tenere vivo il dialogo con le altre mamme anche sulla routine quotidiana.

Otto: lasciate che i padri vi aiutino. Congedi/orari di lavoro a parte, all’inizio siamo noi a tenerli fuori dalla gestione quotidiana del piccolo perché, ammettiamolo pure, non ci fidiamo. Sarebbe tutto molto più facile e bello se riuscissimo con prudenza a superarlo. Loro amano quel fagotto quanto noi e si sentono più inadeguati di noi. Aiutatevi a vicenda, imparate insieme. I veri uomini, scrive un’amica australiana, cambiano i pannolini e si alzano di notte a riempire i biberon.

Nove: fuggite. Solo un po’, solo ogni tanto. La maternità può essere davvero soffocante. Trovate il modo di uscire a camminare, anche solo per poco, in assoluta solitudine. Entrate in un cinema e guardatevi un film senza pretese. Fatevi un massaggio. Compratevi un vestito nuovo che vi stia bene anche con quei quattro chili ancora da smaltire dopo il parto. Perché…

Dieci: ci rientrerete, in quei jeans. Ma non c’è fretta. Non credete a chi vi dice che allattare fa dimagrire: non è così per tutte. La natura ci ha dotate di un sistema di stoccaggio grassi che dà il meglio di sé proprio durante l’allattamento, è quindi normalissimo mantenere il peso in eccesso dopo il parto per tutta la durata dell’allattamento (sei mesi? Un anno? Di più? Ognuna decida quello che riesce a fare senza stressarsi troppo). Quando la piccola idrovora passerà definitivamente alle lasagne al forno, un po’ di moto e qualche caloria in meno vi riporteranno dentro il vostro vecchio guardaroba.

Ps. E comunque, ricordatevelo: fra qualche anno vi mancherà un sacco, tutto questo delirio. Io mi appresto ad affrontarlo, per la seconda volta, tra cinque giorni. A presto!

 

L’articolo è tratto da

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/23/piccolo-decalogo-per-nuove-mamme/73220/#.TtVpAnd3G1o.facebook

 

Bambini ad “alto bisogno”

Da New Beginnings Sett-Ott 1996
Tradotto da Milena Bertonati

UNA MAMMA CI SCRIVE:

Sono la mamma di un bimbo ad “alto bisogno”. Solo all’età di 21 mesi è finalmente riuscito a stare con qualcun altro oltre me mentre io vado a fare la spesa, vado a pranzo con un’amica, etc. Fino a poco tempo fa, infatti, tra di noi c’è stato un rapporto di “attaccamento”, in senso letterale, per tutto il tempo. Nemmeno suo padre poteva portarlo via da me senza sentirlo urlare. Quando era più piccolino mi sarebbe sembrato egoista soddisfare le mie esigenze prima delle sue, così non l’ho mai fatto: come risultato, eccomi qui con 20 chili di più e depressa! La mia vita è appena appena tollerabile. Come hanno fatto le altre madri che credono in un rapporto genitori-figli molto intenso a affrontare un bimbo difficile?

ALTRE MAMME RISPONDONO:

Tuo figlio e il mio potrebbero essere stati gemelli separati alla nascita! Non disperare, però. Mio figlio comincia ora a voler passare un po’ di tempo con suo padre, in conseguenza di tutto il tempo che mio marito ha passato con lui (con me presente, naturalmente!). Nel frattempo, ecco alcuni consigli che potrebbero aiutarti ad affrontare il problema:

1. Leggi e rileggi “The Fussy Baby” (Disponibile in italiano con titlo Bambini ‘capricciosi’ pubblicato da RED) e “The Baby Book” (“Il libro del bambino”, non disponibile in italiano), entrambi del dott. William Sears.2 Questi ti rassicureranno del fatto che avere un intenso rapporto col tuo figlio difficile gli fa bene, e che in questo modo non lo stai affatto viziando. Ti consiglio anche “Raising Your Spirited Child” ( “Come allevare un bimbo difficile”) di Mary Sheedy Kurcinka. Ti farà capire meglio il tuo bambino e ti darà idee pratiche per affrontare la cosa.

2.Recati con fiducia agli incontri della LL nella tua città per un aiuto. Le telefonate giornaliere fatte con altre donne incontrate lì e che hanno bimbi di temperamento simile mi hanno aiutato a mantenere il mio equilibrio psichico.

3. Riposati quando riposa il tuo bambino. La maggior parte di questi bambini è difficile anche di notte. Anche se sono tante le cose che potresti fare durante i suoi (probabilmente corti) sonnellini, il riposo ti permetterà di essere maggiormente in grado di affrontare i suoi bisogni.

4. Tieni presente che tutto questo finirà. Nelle mie giornate peggiori, guardo mio figlio addormentato sul mio seno o che gioca da solo tranquillamente, e ricordo a me stessa che in un tempo troppo breve qualcun altro diventerà la persona più importante della sua vita, ed io riceverò solo una sua telefonata o una sua visita una volta alla settimana.

5. Considera eventuali motivi fisici per il suo temperamento difficile. A 15 mesi abbiamo scoperto che mio figlio (che soffriva di infezioni croniche alle orecchie) aveva costantemente del fluido nelle orecchie e aveva bisogno di siringarle. Di certo il fluido gli dava fastidio, anche quando non aveva infezioni. Tieni conto anche delle allergie alimentari: può dargli noia anche l’intolleranza verso un certo tipo di cibo. Un bimbo malato o che soffre per qualcosa vuole stare con sua madre.

6. Infine, fai le cose che ti piacciono insieme con tuo figlio. Vai a passeggiare, o al parco, o allo zoo. Fai una passeggiata in mezzo alla natura con tutta la famiglia. Gioca con il pongo. Vai a un fast-food e dopo gioca al parco. E’ importante divertirsi con i propri figli. Ricorda che l’infanzia è di breve durata. Buona fortuna.
– Lynn Mazza


Mia figlia ha 20 mesi, ed anche tra di noi c’è molto “attaccamento”. All’inizio, per me fu una grossa sorpresa, ma ora vedo il suo bisogno di stare vicino a me una cosa del tutto normale. Ho cambiato il mio punto di vista pensando a come sto diventando più forte grazie a questa sfida. Fare la madre a una bimba in modo così intenso mi aiuta a rinforzare il mio carattere.

Trovo sostegno nelle persone che svolgono il loro compito di genitori come me. Sapere che ci sono famiglie come le nostre mi è di aiuto. Col tempo, ho scoperto che, quando lei era particolarmente bisognosa di attenzioni, potevo usare il marsupio o lo zainetto per fare lo stesso le mie cose. Sono anche arrivata a capire che potevo soddisfare le mie necessità stando con lei. Cuciniamo, facciamo le pulizie, cuciamo, facciamo la spesa , curiamo il giardino, facciamo ginnastica, visitiamo gli amici, andiamo sui pattini a rotelle e parliamo spagnolo insieme.

Ora vedo solo la sua gioia nell’avere con me una relazione speciale. Il nostro rapporto è per me più prezioso che non il dover “scappare via”. Provo un piacere autentico nello stare con lei.
– Heidi Rigert-Browne


Fu quasi uno shock per me scoprire che il mio bambino era uno di quelli ad alto bisogno. Avevo sempre pensato che se avessi avuto cura di me stessa durante la gravidanza avrei avuto un bambino “buono”. Beh, io ho un buon bambino, ma non con il temperamento che mi aspettavo! Ecco le cose che mi hanno aiutato:

Primo, ho dovuto imparare a fidarmi del mio istinto. Ci saranno moltissime persone che proveranno a farti credere che sei tu che “lo stai crescendo in quel modo”, perché gli fai da mamma così. Io so che il carattere di mio figlio è quello con cui è nato, non l’ho creato io. Attraverso un rapporto intenso rapporto intenso con lui, lo sto aiutando a sentirsi più sicuro di sé. Ho fiducia nel fatto che, crescendo, sarà un bambino e un adulto indipendente.

Secondo, ho avuto bisogno di sostegno psicologico. Questo viene principalmente da mio marito, che crede anche lui che nostro figlio ci sia nato con quel carattere. Viene anche da un gruppo di amiche che ho “incontrato” su una rete di mamme di bimbi difficili. Noi “parliamo” ogni giorno, ed è probabilmente questo che mi aiuta a mantenere il mio equilibrio più di ogni altra cosa. Se racconto un fatto che mi è successo, loro mi capiscono perfettamente. Ho anche trovato utile il libro “Raising Your Spirited Child” e “Learning a Loving Way of Life” (“Imparare uno stile di vita fatto d’amore”3) . “Raising Your Spirited Child” descrive molto accuratamente il carattere difficile e fornisce molte informazioni su come interagire con questo tipo di temperamento. “Learning a Loving Way of Life” è una raccolta di storie di madri, e molte di queste sono mamme di bimbi difficili. Leggere di come se la sono cavata con i figli e di come questi si sono rivelati in modo meraviglioso crescendo, mi ha dato una grossa carica.

Sono stata anche aiutata. Mio marito si è dato molto da fare per convincere nostro figlio che loro possono fare cose divertenti insieme senza di me. Cominciando da quando mio figlio aveva più o meno l’età del tuo, ho cominciato ad assentarmi per periodi sempre più lunghi. Ora mi sento perfettamente tranquilla nel lasciare mio figlio con mio marito anche per un giorno intero… si divertono da matti insieme! La scorsa estate, appena compiuti due anni di età, ho trovato una ragazzina che ci accompagnava in piscina e in altri posti. Lei giocava con mio figlio mentre io mi facevo una bella nuotata o facevo altre cose per me stessa, come farmi tagliare i capelli. E’ stato un processo graduale, ma il tempo e gli sforzi richiesti sono stati ricompensati. Questa ragazza mi aiuta ancora quando esco… questo pomeriggio, andiamo tutti dal dentista!

Per finire, abbi fiducia che le cose miglioreranno. Mio figlio ha compiuto tre anni in aprile, e la differenza tra quando aveva l’età di tuo figlio e ora è abissale. Passa periodi veramente lunghi a giocare da solo. Abbiamo anche un bimbo di cinque mesi, e il maggiore si è adattato bene. Penso che il fatto che, a tre anni, sia sempre allattato al seno, lo abbia aiutato. Ci sono giornate dure, ma penso che questo succeda indipendentemente dal carattere dei figli. E’ ancora un bimbo impegnativo, ma, se non altro, abbiamo una vita, e divertente, anche!
– Susan Smylie

Ho anche io una bambina difficile. Il suo bisogno di me è stato così forte che, all’età di tre anni, non è ancora a suo agio sola con altre persone, compreso suo padre. Il sostegno datomi da mio marito e dagli amici mi ha aiutato a resistere all’idea comune che, per essere felici, una persona debba passare del tempo senza il proprio bebè (o figlio). Invece, io faccio delle “fughe mentali” mentre mia figlia si diverte da sola.

Con l’esperienza, ho imparato che abbiamo bisogno di lasciare l’appartamento anche solo per pochissimo tempo ogni giorno, anche solo per scendere giù a vedere se c’è posta. Andiamo spesso a passeggio, il che ha un benefico effetto sulla mia salute mentale e fisica. Mia figlia ha percorso molti chilometri in diversi porta-bebè e passeggini. Mi godo specialmente la tarda serata, tutta per me, sempre che non sia esausta a causa sua o che mi sia addormentata dando la ciuccia alla mia bambina.

Avere un bambino grandicello difficile non significa necessariamente rimanere imprigionati a casa tutti i giorni. Un bambino curioso può aggiungere vita alle attività di tutti i giorni, come la spesa o fare il bucato. Un bambino ci ricorda che la vita è un’avventura in cui conta ogni momento.
– Emily Niven


Tu non sei sola. Anche la mia prima figlia era una bambina difficile. Siamo rimaste in “attaccamento” fino all’età di diciotto mesi, quando cominciai a lasciarla con suo padre per brevi periodi. Mio marito è stato di grande aiuto perché capiva l’importanza del nostro modo di fare i genitori.

Quando Thalia aveva ventuno mesi, è nato il mio secondo figlio. All’età di tre anni e mezzo, a Thalia non piace ancora starmi lontana. I bambini ad alto bisogno chiedono di più, ma danno anche di più, quando ne sono capaci, e Thalia è diventata una bimba di grande sensibilità, seria, e servizievole. Vedendo che le sue esigenze vengono soddisfatte, Thalia capisce che la piccola, Ilia, ha bisogno anche lei di attenzioni, proprio come lei.

Questo le fa inoltre capire che anche suo padre e me abbiamo dei bisogni. A ventun mesi, solitamente, Thalia riusciva ad accettare la semplice spiegazione che avevamo bisogno di non fare chiasso in modo che la piccola potesse dormire, o che volevo fare la doccia da sola, ogni tanto. Credo che questo primissimo periodo di vita di Thalia sia stato anche il più bello della mia vita, perché facevamo insieme cose che soddisfacevano entrambe. Mia figlia amava le nostre lunghe passeggiate, mi aiutava a pulire casa e giardino, e assumere le pose di yoga delle nostre videocassette, cosa che mi aiutava a perdere peso e a mantenere il mio livello di energia.

Ricorda che puoi dare solo quello che sei stato capace di far crescere dentro di te. Mi aiuta tener sempre presente che probabilmente le mie figlie saranno dei genitori simili a me, e che io desidero che loro sappiano come prendersi cura di se stesse quando saranno madri.

Mi preoccupa il fatto che sei depressa. I nostri figli sono il punto centrale della nostra vita, e per questo a volte crediamo che molte delle cose che sentiamo siano collegate a loro. Prendersi cura di un bambino ad alto bisogno è un’occupazione molto impegnativa, e per questo forse dovresti consultare un dottore per assicurarti che non ci siano problemi di salute da dover risolvere. Buona fortuna.
– Liana Kowalzik


Comprendo la tua situazione. Mio figlio, Declan, di tre anni, mi è stato incollato giorno e notte per tutti i suoi primi due anni e mezzo. A volte, desideravo di un po’ di spazio per me sola! Una cosa che è stata davvero d’aiuto per me e divertente per lui era fare ginnastica, portando mio figlio con me. Abbiamo una roulotte da bicicletta che abbiamo usato molto da quando lui aveva tre mesi, fino ad oggi. Io riuscivo a fare un po’ di ginnastica e passare un po’ di tempo con mio marito, che pedalava a fianco, mentre Declan e l’altro mio figlio, Kynan, guardavano il paesaggio o facevano un pisolino. L’esercizio fisico aiuta davvero ad eliminare la depressione e i chili di troppo, e fa bene uscire e guardarsi intorno. Ti aiuterà a resistere e a divertirti, mentre tuo figlio diventerà a sua volta gradualmente indipendente.
– Sue Ann Kendall

 


1. Il termine “Bambino ad alto bisogno”, è stato coniato dal dr. Sears (autore tra l’altro del libro edito da LLL Italia “Genitori di giorno…e di notte”), allo scopo di ridefinire in modo positivo quei bambini che vengono in genere chiamati “capricciosi”, “esigenti”, “difficili”. La mia opinione è che questa impostazione può essere a volte utile alla madre, purché non diventi un’ulteriore etichetta per il bambino. Come lo stesso dott. Sears precisa, ci sono anche situazioni contingenti che possono creare un certo tipo di comportamento; così, forse sarebbe più preciso parlare di “periodi ad alto bisogno”, magari non solo del bambino ma della coppia madre-bambino nel suo insieme (nota di A. Sagone).

2. disponibile da LLL International negli Stati Uniti, e in alcune biblioteche di gruppi LLL Italia.

3. disponibile da LLL International negli Stati Uniti, e in alcune biblioteche di gruppi LLL Italia.

L’ultimo aggiornamento è stato fatto il 02/01/07 da jlm
L’articolo è tratto dal sito:

BONDING: IL NUOVO LEGAME

Come molte parole della lingua inglese, anche questa ha il dono della sintesi. In una parolina così breve sono racchiusi significati molto importanti per ogni adulto che diventa genitore e per ogni neonato che viene al mondo. Si tratta di un termine moderno, ma il suo significato ha già alcune migliaia di anni di evoluzione; senza il bonding forse la razza umana non sarebbe stata possibile. Ciononostante pochi conoscono e usano questa parola; anche tra coloro che per professione contribuiscono a far nascere bambini, questo termine è poco noto o non viene considerato importante per il loro lavoro.

 

Dicevamo che è una parola moderna, ma ha già compiuto vent’anni (anche se pochi se ne sono accorti): è nata negli Stati Uniti nel 1982. In inglese bond significa attaccare, vincolare, incollare, cementare; il bonding è infatti il processo di formazione del legame tra i genitori e il loro bambino. E’ questo legame profondo, specifico, permanente (fisico e psicologico insieme), che permette di allattare, di cullare, di giocare col proprio bambino, ma anche di proteggerlo, di non trascurarlo, di non abbandonarlo. Il bonding permette di far emergere nei genitori istinti nascosti utilizzando il loro ‘periodo sensibile’; viene così favorita quella grande sensibilità comunicativa necessaria ad attivare risposte efficaci alle diverse necessità del bambino.

 

Gli effetti a breve e a lungo termine di un bonding adeguato sono stati studiati da diversi gruppi di ricerca che hanno misurato la qualità del rapporto madre-bambino nei primi mesi dopo la nascita e hanno valutato, nell’età successiva, le caratteristiche comportamentali e relazionali di quelle coppie.

Come tutti i processi umani, anche il bonding è un processo complesso e articolato, ricco di variabili (condizionato dall’ambiente, dalle caratteristiche dei genitori, dal tipo di parto, dallo stato di salute della mamma o del bambino, ecc.). E’ stato però valutato come sia possibile favorire il bonding e come invece questo può essere ostacolato o reso più difficile.

 

Il mezzo più semplice ed efficace per creare un legame stabile e positivo tra i genitori e il bambino è risultato quello di mettere il neonato ancora nudo nelle braccia della mamma in contatto pelle-pelle nelle due ore successive al parto, senza attuare nessuna separazione se il loro stato di salute lo permette. Qualcuno potrebbe domandarsi se non sia sufficiente che la mamma prenda in braccio il suo bambino più tardi, dopo che è stato lavato, pulito e vestito. La risposta è da cercare nella magia e nel mistero dei primi minuti di vita.

 

Subito dopo la nascita il bambino inizia a sedurre la mamma e la mamma inizia ad innamorarsi del suo bambino; non il bambino immaginato durante la gravidanza, ma quello reale che la mamma vede per la prima volta, che annusa e che tocca per la prima volta. Prendere in braccio un bambino pulito, profumato e vestito è un po’ come prendere in braccio un bambolotto o un bambino qualunque. Il neonato non ancora lavato, nel contatto pelle-pelle con la mamma, innesca una relazione potente e intima, che permette ad entrambi di sentire l’odore e il calore l’uno dell’altro. La madre, senza esserne consapevole, deve elaborare il lutto di trovarsi improvvisamente con la pancia vuota, il neonato deve ritrovare l’utero che l’ha nutrito e protetto fino a quel momento.

 

Nel corso della gravidanza la madre, attraverso i movimenti fetali, percepisce il bambino come una parte di sé; dopo il parto deve cominciare ad accettarlo come individuo separato da lei. E’ probabile che la percezione che la madre ha del suo bambino nei primi minuti di vita possa condizionare il loro rapporto per gli anni successivi o addirittura per il resto della vita; effettivamente molte donne già anziane ricordano e raccontano il loro parto come se fosse avvenuto da poche ore.

 

La nascita è qualcosa che forse accade troppo velocemente, occorre pertanto, nei minuti successivi, tentare di riappropriarsi di un tempo normale, e il contatto pelle-pelle è in grado di favorire il recupero del giusto ritmo; dopo la tempesta giunge il sereno, così mamma e neonato possono cominciare a ragionare…

Cercando di vedere il parto con gli occhi del neonato è intuitivo che, dopo l’avvio della respirazione autonoma, egli cerchi di ritornare allo stato rassicurante che ha preceduto la nascita; egli ricerca cioè quello che è stato definito ‘l’abbraccio pulsante’ dell’utero. Il contatto pelle-pelle è il mezzo privilegiato per ritrovare quell’abbraccio perso improvvisamente.

 

Dopo la nascita il neonato è sconvolto dal freddo, dalla luce e dai rumori, ma in particolare dal vuoto; avendo vissuto fino a quel momento in acqua, per la prima volta sperimenta la forza di gravità ed è terrorizzato dalla sensazione di precipitare; la pancia calda della mamma è il suo nido naturale, è lo spazio che lui stesso ha lasciato libero e che ora può a buon diritto rioccupare.

E’ stato dimostrato che se nella prima ora dopo il parto il neonato viene tenuto a contatto pelle-pelle con la mamma la conoscenza di entrambi sarà facilitata, la mamma sarà tanto gratificata da percepire in misura minore stanchezza e dolore, il neonato sarà così tranquillo da aprire gli occhi e cercare il seno.

 

Nei primi 60-90 minuti dopo la nascita il neonato si trova infatti nello stato di veglia tranquilla durante il quale può aprire gli occhi, guardare (e conoscere) i genitori, ascoltare la loro voce, cercare (da solo) il seno della mamma, sentirsi rassicurato. In questa fase il neonato è molto attento e riesce a percepire ciò che lo circonda; è in questo momento che ha il suo primo contatto col mondo (e spesso la prima impressione è quella che conta…); bisognerebbe evitare che queste prime percezioni avvenissero attraverso persone estranee, in luoghi diversi dal corpo della mamma (dalla sua voce e dal suo odore).

 

Dopo circa due ore dal parto il neonato passa in uno stadio di sonnolenza o di vero e proprio sonno, recupera le forze e la sua percezione del mondo si riduce fin quasi ad annullarsi: questo è il momento per portarlo al nido e sottoporlo alle routine assistenziali senza temere di disturbarlo troppo (ormai il miracolo del bonding è iniziato e nulla può fermarlo).

Le ricerche sugli stati comportamentali del neonato hanno evidenziato che nella prima settimana di vita la fase di veglia tranquilla è molto breve, circa due ore al giorno, pertanto perdere questo momento privilegiato subito dopo il parto, significa rimandare di almeno ventiquattro ore la possibilità di far conoscere al neonato noi stessi e il mondo.

 

In queste prime due ore i genitori vivono un loro speciale ‘periodo sensibile’ e senza esserne completamente consapevoli fanno conoscenza con il loro bambino reale, dimenticando quello immaginato e forse anche temuto. Rimandare questo momento significa lasciare i genitori emotivamente sospesi, rischiando di produrre in loro inutili insicurezze e paure inconsce. Ricordiamoci inoltre che per il papà il ‘suo parto’ si realizza quando può (finalmente) avere il figlio in braccio, vederlo negli occhi e convincersi di essere a sua volta visto e ri-conosciuto. Quando si attende la fuoriuscita della placenta o quando occorre dare qualche punto di sutura alla mamma, quando tutti sono ancora indaffarati e soltanto il neonato e il papà sono liberi da impegni, perché non sfruttare la situazione per fare conoscenza ?…

 

Nei primi minuti di vita l’unica necessità per un neonato sano è di essere asciugato e avvolto in un telino tiepido, ogni altra routine oltre a non essere utile è di ostacolo al bonding e pertanto dovrebbe essere rimandata. Lasciando in intimità genitori e bambino, quest’ultimo generalmente smette di piangere a pochi secondi dalla nascita e si tranquillizza con grande velocità, viceversa i neonati separati dalla mamma subito dopo il parto piangono più a lungo e si tranquillizzano con difficoltà.

Esistono situazioni nelle quali un immediato contatto pelle-pelle non è possibile per problemi di salute della madre o del neonato (prematuro o con difficoltà respiratoria). In questi casi occorrerà recuperare successivamente il momento del contatto madre-bambino utilizzando ogni strumento utile a favorire il recupero di una relazione profonda e intima; anche in questi casi particolari le azioni più efficaci rimangono l’allattamento al seno, il contatto pelle-pelle, il massaggio, il tenere e il portare in braccio.

 

Favorire il bonding ogni volta che questo sia possibile aiuta a vivere i giorni e le settimane successive al parto in maniera un po’ più semplice e naturale, e il passaggio tra l’utero e il mondo sarà vissuto da entrambi in maniera meno violenta e complicata. Ad eccezione del neonato e dei suoi genitori nessun altro adulto è in grado di partecipare fisicamente ed emotivamente alla relazione che si crea con il loro contatto intimo, e chi ha il compito di fornire assistenza durante il parto dovrebbe fare attenzione a non ostacolare questo delicato momento.

 

Se abbiamo scoperto che la parola bonding è tanto importante e tanto ricca di significati, potremmo cominciare a considerarla come facciamo con la parola respirazione o la parola alimentazione e chiederci ogni tanto: come va oggi il bonding di questo bambino?

L’inizio del dialogo tra il neonato e la mamma dovrebbe avvenire come se in quel momento al mondo ci fossero soltanto loro, o come se in quel momento loro fossero il mondo.

Dal sito:

http://nasceregenitori.net/perche-questo-blog/bonding-il-nuovo-legame/

 

Così la nanna è sicura

Quali sono le condizioni per garantire al nostro bambino una nanna sicura? Ci sono alcuni semplici accorgimenti che possono proteggere il bebè, riducendo il rischio di SIDS, ovvero la Sindrome della morte improvvisa del lattante (Sudden Infant Death Syndrome).

Un evento che ad oggi la scienza non è riuscito a spiegare, ma che si può “combattere” con l’informazione, infatti, se le cause non sono ancora del tutto chiare, lunghi anni di ricerca hanno però permesso di evidenziare alcuni fattori di rischio e, di conseguenza, i comportamenti che è bene adottare per una nanna sicura. Vediamoli insieme.

In camera con mamma e papà

Il luogo ideale per la nanna dei primi mesi è sicuramente la camera dei genitori. “Le recentissime linee guida (dell’ottobre 2011) dell’Accademia Americana di Pediatria includono tra i fattori ambientali di prevenzione della SIDS l’abitudine di dormire nella stessa camera dei genitori” commenta Riccardo Davanzo, neonatologo presso l’Ospedale Burlo Garofolo di Trieste. “Questa collocazione permette, tra l’altro, di gestire con maggior comodità le poppate notturne, la mamma, infatti, avendo il bimbo vicino non è costretta ad alzarsi per raggiungerlo in un’altra camera, allattarlo e poi ritornare a letto. Evitando questi spostamenti, per lei è più facile riaddormentarsi e il bimbo è più tranquillo dato che la mamma coglie rapidamente i suoi primi richiami e interviene prima che lui arrivi ad agitarsi”.

Sempre sulla schiena!

La prima regola da seguire, che ha già portato una drastica riduzione dei casi di SIDS, riguarda la posizione della nanna. “Il bambino deve essere sempre messo a dormire in posizione supina, ovvero sdraiato sulla schiena” spiega il neonatologo. No quindi alla nanna a pancia in giù o sul fianco.

No al fumo, prima e dopo la nascita 

L’associazione tra fumo di sigaretta e SIDS è ampiamente provata da numerosi studi: l’esposizione in utero, ovvero il fatto che la futura mamma fumi, risulta particolarmente pericolosa per il bambino. Gli studi hanno evidenziato anche una correlazione tra il numero di sigarette fumate e l’aumento del rischio (più sigarette corrispondono a un rischio maggiore). Da abolire anche l’esposizione al fumo passivo dopo la nascita: gli adulti non devono fumare in casa e/o nell’auto dove viaggia il piccolo.

Attenzione al calore eccessivo!

L’ambiente dove riposa il bebè non dovrebbe mai essere troppo caldo: la temperatura andrebbe mantenuta intorno ai 18-20°. E il piccolo non dovrebbe essere coperto troppo, quindi non “eccediamo” con coperte e abiti pesanti. E quando ha la febbre andrà coperto di meno, non di più.

Un lettino “sicuro”

Culla e lettino, quali caratteristiche devono avere? Il materasso dovrà essere della misura esatta della culla/lettino e non eccessivamente soffice e non si dovrà usare il cuscino. Lenzuola e copertine dovranno essere ben rimboccate sotto il materasso. Sono sconsigliate lenzuola di tessuti gommosi o plastificati, in quanto impediscono una corretta aerazione e provocano surriscaldamento. No a cuscini, piumini, peluche. Nella culla e/o nel lettino non dovrebbero esserci oggetti soffici quali cuscini, trapunte, piumini d’oca, paracolpi, salami di stoffa di contenimento, o giocattoli di peluche.

Il latte di mamma lo protegge

La revisione di tutti gli studi sul tema è stata pubblicata nel corso di quest’anno ed ha definitivamente dimostrato l’azione protettiva dell’allattamento materno nei confronti della SIDS. Tra le ipotesi che cercano di spiegare le cause della riduzione del rischio c’è quella che il sonno del bambino nutrito al seno sia più leggero, per cui si sveglia più spesso e più facilmente, senza cadere in un sonno profondo (che è lo stato in cui si verifica la SIDS). “È doveroso quindi includere l’allattamento nella lista dei fattori protettivi” spiega il dottor Davanzo, “senza mal riposti intenti ‘protettivi’ nei confronti di chi non può o non desidera allattare al seno. L’informazione alle famiglie non può che essere completa e corretta”.

Un aiuto dal ciuccio

Si è visto infine, che l’uso del succhiotto può avere un effetto protettivo, ma va proposto dopo il primo mese di vita per evitare possibili interferenze con il buon avvio dell’allattamento al seno. Se si decide di utilizzarlo, si dovranno inoltre osservare alcune precauzioni, come quella di tenerlo sempre ben pulito ed evitare di immergerlo in sostanze edulcoranti. Se il bambino non gradisce il ciuccio, come spesso accade ai piccoli allattati, ovviamente non è il caso di insistere, così come non è necessario reintrodurlo in bocca ai bambini che lo perdono durante il sonno.

Articolo di Giorgia Cozza   su “Io e il mio bambino”

 Ottobre 2011

http://www.ioeilmiobambino.it/bambino/nanna/cosi-la-nanna-e-sicura-5832

Sondaggio