Il primo anno di vita dei neonati

Quando la mamma esce dalla stanza lui non si dispera. Sa che tornerà, che non è un abbandono. Se un coetaneo gli piange accanto, si unirà al coro non per spirito di emulazione ma perché è come se avvertisse «il suo stato d’animo». Quando il papà o una persona cara, che ha intravisto spesso, abbraccia o dedica le sue attenzioni a qualcun altro, avverte un senso di dispiacere. Sembrerebbero le emozioni di un adulto. Empatia, gelosia, paura, frustrazione. E invece a provarle sono i neonati. A tre mesi già posseggono un’ampia gamma di capacità; a quattro hanno già acquisito abilità deduttive, sanno distinguere le espressioni sui visi altrui e hanno una memoria di ferro tanto da provare rancore nei confronti di un fratello maggiore che li ha strapazzati. Fra i quattro e i sei mesi cominciano ad intuire il dolore o l’ansia di chi gli sta accanto. Insomma non sono semplici bambolotti da spupazzare. Perché è ormai provato da una lunga serie di ricerche. Il cervello dei bambini nella primissima infanzia è eclettico, ricco di sfaccettature, reattivo. Non la «tabula rasa» descritta dal francese Piaget che rimandava lo sviluppo delle emozioni alle esperienze.

PRECOCI — A dipingere i nostri neonati come mostri di precocità anche dal punto di vista cerebrale è il settimanale Newsweek che dedica all’argomento la copertina. Neuropsicologi e neurologi di tutto il mondo stanno intensificando queste ricerche non a scopo accademico ma in quanto ritengono che, una volta conosciuto meglio il cervello dei piccoli, sarà possibile individuare molto presto eventuali problemi. Già a tre mesi, ad esempio, è possibile captare i segnali di disturbi psicologici inclusi depressione, ansia, deficit dell’apprendimento e forse autismo. «Invece di aspettare il momento in cui si metteranno a sedere o muoveranno i primi passi, fin dai tre mesi dobbiamo fare attenzione a come vivono il loro mondo», dice Chet Johnson, coordinatore dell’Accademia americana della prima infanzia, intervistato dal settimanale. Una delle prime emozioni ad affiorare in un neonato è l’empatia. Secondo Martin Hoffman, psicologo all’università di New York, l’empatia è radicata fin dalla nascita anche se a livello rudimentale e ciò è stato dimostrato da uno studio italiano. Bambini di tre mesi cominciavano a piangere dopo aver sentito gli strilli di altri bimbi, ma restavano tranquilli nell’ascoltare la registrazione del loro pianto.

LINGUA — Per anni si è creduto che bastassero le cassette per insegnare precocemente una lingua straniera. Ora si scopre invece che già a 9 mesi il piccolo non si lascia ingannare. I suoni che escono dal registratore gli arrivano come un fruscio senza significato, mentre è ben diverso l’effetto che si ottiene se il bimbo ascolta la voce di un adulto. Molto diverso: il bimbo può imparare persino a riconoscere l’accento del cinese mandarino, se è una persona in carne e ossa a parlargli, perché è necessaria «la connessione emozionale», spiega Patricia Kuhl che da dieci anni studia questi comportamenti.

TEORIA — «La teoria del bambino che apprende solo con l’esperienza è totalmente superata. Le emozioni sono innate, programmate. Immaginiamo che un neonato trascorra l’infanzia in mezzo alla giungla. Anche in queste condizioni riuscirà ad acquisire parte del linguaggio perché possiede competenze comunicative», spiega Oliviero Bruni, neuropsichiatra infantile all’università la Sapienza, sostenendo la ricerca pubblicata da Newsweek . «Nei vecchi libri tutto era concentrato nelle funzioni motorie, oggi sull’emotività. Medici e genitori devono sapere che il primo anno di vita è fondamentale per la crescita. Queste conoscenze inoltre possono essere molto utili per mettere a punto test diagnostici che ci consentano di scoprire già da piccolissimi i bambini più esposti al rischio di patologie importanti, comel’autismo »», aggiunge Paolo Curatolo, ordinario di Neuropsichiatria infantile all’università romana di Tor Vergata e presidente della Società internazionale di neurologia infantile.

Margherita De Bac

08 agosto 2005

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