Piccoli geni già a quattro anni s´impara di più prima della scuola

I neuroscienziati: “Sfruttiamo meglio l´età fertile del cervello”.   

 La rivista “Science” spiega perché un´educazione precoce garantisce successo nella vita. L´Associazione culturale pediatri suggerisce di leggere ad alta voce libri ai bimbi di sei mesi

Le neuroscienze li chiamano “gli anni che durano per sempre”, l´età fertile del cervello in cui si pongono le basi del successo futuro. Per questo lasciare i bambini da zero a 6 anni senza scuola né educazione è come lasciare una spugna senz´acqua e un campo senza aratro. “Probabilmente le avete dimenticate, ma le esperienze che avete fatto prima della scuola influenzano ancora oggi molti aspetti della vostra vita. A partire dalla confidenza con la matematica fino ad arrivare all´entità dello stipendio” scrive la rivista Science nello speciale “Investire presto nell´educazione”. L´oggetto del contendere non è nuovo: a quale età sia meglio iniziare la scuola. Gli studi scientifici però lasciano ormai pochi dubbi. Da zero a 6 anni la mente di un bambino vive le fasi più tumultuose e decisive della sua formazione, quelle in cui l´apprendimento avviene con più naturalezza e ha effetti più duraturi. Le ultime ricerche rivelano capacità di manipolare numeri e parole insospettate fin dai primissimi mesi di vita. E la ricchezza del vocabolario di un bambino di prima elementare è in grado di dire molto sui suoi successi futuri all´università e sul lavoro.
«Chi ha architettato il sistema scolastico dell´infanzia non conosceva come si sviluppa il cervello» conferma Pier Paolo Battaglini, direttore del centro per le neuroscienze “Brain” dell´università di Trieste. «Nei primi 4 anni si raggiunge il picco di connessioni fra i neuroni. Il loro numero supera quello del cervello adulto. A quell´età saremmo esseri straordinari, se non fossimo partiti da zero. Dai 4 anni in poi le connessioni diminuiscono. Si ha il fenomeno della cosiddetta “potatura”. Si mantengono solo le sinapsi più importanti». Già nel momento in cui un bambino inizia a parlare, appaiono le differenze di classe sociale. «I figli di genitori della classe media a 4 anni conoscono in media il 54% dei nomi delle lettere, mentre quelli delle classi sociali più basse ne conoscono solo quattro» spiega Marco Carrozzi, che dirige la neuropsichiatria all´ospedale infantile Burlo Garofolo di Trieste». E dal momento – sostiene Science – che “l´educazione precoce pone basi così importanti per l´apprendimento futuro, andrebbe presa sul serio almeno quanto il periodo della scuola”.
Non così avviene in Italia, dove le strutture di nidi e materne sono ridotte all´osso. Di uno «spreco degli anni migliori per imparare» parla Benedetto Vertecchi, docente di pedagogia sperimentale all´università di Roma Tre. «Nei confronti dell´infanzia abbiamo un atteggiamento custodiale: i bambini piccoli vanno tenuti buoni e basta. Come quando, alla fine del ´700, i genitori iniziarono ad andare in fabbrica in Gran Bretagna e con i figli piccoli usavano uno straccetto imbevuto di gin. L´immagine oggi ci fa inorridire, ma non è poi così diversa dai grandi schermi degli asili. In Francia, al contrario, già le materne si pongono l´obiettivo di educare attraverso curricula speciali per la prima infanzia. I risultati si vedono. A 3 anni i bambini sono più autonomi, sanno allacciarsi le scarpe e usare la forchetta». Tanto gli Stati Uniti credono nella scuola anticipata, che per mantenere in classe un milione di bambini disagiati di 3 e 4 anni l´amministrazione spende ogni anno 7,5 miliardi di dollari. Anche in tempi di crisi nera. Il programma si chiama “Head Start”: vantaggio in partenza. L´approccio americano, molto cognitivo, sfrutta spesso programmi al computer che misurano performance e incrementano competenze. In Italia la strada è diversa. Fra le poche iniziative per la prima infanzia spicca il programma “Nati per leggere” dell´Associazione culturale pediatri: una mamma o un papà con in braccio il bambino (a partire da 6 mesi) e un libro aperto da leggere ad alta voce e sfogliare. Tanto successo ha avuto il progetto, che recentemente l´Associazione gli ha affiancato “Nati per la musica”.
L´idea trova entusiasta Italo Farnetani, professore alla Bicocca di Milano e autore di “Da zero a tre anni” e “L´enciclopedia del genitore”: «Se incontrano la musica nei primi anni di vita, i bambini non la lasceranno più. È anche un ottimo sistema per farli tornare di buon umore». A differenza di videogiochi e software per apprendere, libri colorati e canzoni «non tolgono la gioia di essere bambini». Quanto alla scuola «sarebbe bene rendere universale l´asilo e iniziare le elementari con un anno di anticipo». Un bambino da 3 a 5 anni è infatti, secondo Farnetani, «come la memoria di un computer, che assorbe tutto ciò che vi viene immesso. Per questo ha bisogno di vivere in mezzo alla gente, ascoltare racconti, vedere volti e colori, vivere sensazioni. Non vuole rilassarsi nella solitudine e nel silenzio come un adulto stressato, ma ricevere stimoli di ogni tipo. Più gli si parla, meglio è».
L´importanza del dialogare con i bambini è stata confermata da una catena di studi degli ultimi 5 anni. “Tra la nascita e i 6 anni lo sviluppo del linguaggio è rapidissimo. La conoscenza delle parole e della sintassi a 3 anni è un indice della comprensione di un testo al liceo” spiega David Dickinson della Vanderbilt University di Nashville. Perfino la ricchezza di gesti ed espressioni del viso che i genitori usano con il figlio a 14 mesi influenzano la ricchezza del suo vocabolario a 6 anni. Da quanto un bambino ascolta gli adulti attorno a sé, spiega Science, dipenderà la sua capacità di comprendere le frasi a 18 mesi. E la varietà dei termini usati da madre o maestra a 30 mesi avrà effetto sulla ricchezza del vocabolario un anno più tardi. «Senza contare – aggiunge Carrozzi – che tra il 15 e il 20% dei bambini arriva alle elementari con alcune difficoltà, ma solo il 3% ha un vero disturbo come la dislessia. Intervenire prima dell´inizio della scuola permette spesso di risolvere i problemi alla radice».

ELENA DUSI – la Repubblica | 24 Agosto 2011

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