Archivio | dicembre 2011

Le coliche nel bambino allattato al seno

Autore: Dott. Jack Newman MD FRCPC

Titolo originale: “Colic in the breastfed baby”

Le coliche nel neonato sono uno dei misteri della natura. Nessuno sa per certo cosa siano realmente, ma le opinioni abbondano. Nella situazione tipica il bambino inizia ad avere periodi di pianto inspiegabile due o tre settimane dopo la nascita. Questo fenomeno si verifica per lo più la sera e può andare avanti per tre mesi o anche più. Quando il bambino piange è spesso inconsolabile, ma se viene preso in braccio e cullato oppure portato per un giro in automobile sembra calmarsi temporaneamente. Per essere definito “colicoso” ossia soggetto a coliche, è necessario che il bambino stia aumentando regolarmente di peso e sia in buona salute. Il termine colica è spesso utilizzato per qualsiasi comportamento irrequieto o frignoso del bambino, tutto sommato è anche corretto perché non sappiamo per certo che cosa sia. Non c’è una cura vera e propria per le coliche: vari rimedi, sia farmacologici sia comportamentali sono stati d’aiuto ma niente è provato scientificamente. E’ ammesso che tutti conoscono qualcuno il cui bambino è stato curato dalle coliche con un determinato rimedio. E’ inoltre ammesso che quasi tutti i rimedi funzionano anche se per un periodo breve. Le coliche nel bambino allattato al seno. A parte le coliche che possono prendere qualunque bambino ci sono tre occasioni nei bambini allattati al seno che possono determinare un comportamento frignoso o “colicoso”. Si ribadisce il fatto che il bambino stia crescendo bene e che sia in buona salute. Offrire ambedue le mammelle ad ogni poppata Il latte materno cambia durante la poppata. Uno dei modi in cui cambia è il seguente: all’inizio della poppata il latte è più leggero, man mano che va avanti diventa più ricco di grassi. Se il bambino viene cambiato da una mammella all’altra prima che abbia potuto prendere il latte più denso, prende meno grassi. Di conseguenza il bambino prende meno calorie e mangerà più frequentemente. Se il bambino prende una grande quantità di latte meno denso (per far fronte al ridotto numero di calorie) sarà più propenso a rigurgitarlo. Lo stomaco, a sua volta, si svuota più rapidamente e una grande quantità di lattosio si riversa nell’intestino. La proteina che digerisce il lattosio, cioè il lattasio,  non potrà far fronte ad una tale quantità di lattosio tutto di un colpo e il bambino potrà avere dei sintomi d’intolleranza al lattosio cioè pianto, flatulenza e scariche esplosive di consistenza semiliquida e colore verdognolo. Questo può accadere anche durante una poppata. Questi bambini non sono intolleranti al lattosio. Hanno un problema con il lattosio perchè le informazioni riguardo l’allattamento al seno che le loro mamme hanno ricevuto sono sbagliate. Questa non è una ragione per abbandonare l’allattamento al seno per un latte artificiale a basso contenuto di lattosio. Cosa si può fare? Non guardare l’orologio durante la poppata. Madri in tutto il mondo hanno allattato i loro figli con successo senza sapere leggere l’ora. Gli insuccessi dell’allattamento sono più frequenti in società dove tutti posseggono un orologio. Invece in società dove nessuno ne ha uno, le madri allattano con maggior successo. Una volta assicurati che il bambino sia attaccato bene e stia effettivamente mangiando, (Vedi anche i video nel sito del dott. Jack Newman la madre dovrebbe lasciarlo succhiare alla prima mammella per tutto il tempo che vuole oppure finché non si addormenta. Se il bambino dovesse addormentarsi subito si può ricorrere alla spremitura manuale del seno (vedi: “La compressione della mammella) per stimolarlo a mangiare e non ciucciare e basta. E’ bene notare che il bambino può essere attaccato alla mammella per due ore ma effettivamente mangiare per solo alcuni minuti. In tal caso il latte preso sarà stato quello meno denso e povero di grassi. E’ per questo che si ricorre alla spremitura manuale del seno. Se il bambino che ha “finito” di bere alla prima mammella ha ancora voglia di poppare, si offra anche l’altra. Non negare al bambino l’altra mammella se segnala di avere ancora fame. La poppata successiva si inizia con la seconda mammella nella stessa maniera. L’organismo della madre si abituerà a questo metodo senza che le mammelle si ingorghino oppure diventino di dimensioni diverse. Così come non ci dovrebbero essere regole fisse riguardo il dare ambedue le mammelle ad ogni poppata, non ci dovrebbero essere regole nel offrire un’unica mammella. Si faccia finire il bambino alla prima mammella, ricorrendo alla spremitura manuale se è necessario, e se il bambino ha ancora voglia gli si offra anche l’altra. In alcuni casi, potrà essere di beneficio fare due o più poppate alla stessa mammella prima di cambiare all’altra per due o più poppate. Questo problema è aggravato se il bambino non è attaccato bene alla mammella. L’attaccatura in modo corretto è la chiave per il successo dell’allattamento al seno. Se il riflesso di emissione è troppo forte Il bambino che riceve troppo latte molto velocemente può diventare irritato e frignoso al seno e ritenuto “colicoso”. Come caratteristica principale questi bambini aumentano di peso in modo molto soddisfacente. Tipicamente, quando iniziano la poppata, dopo un paio di secondi, iniziano a tossire (come se qualcosa gli andasse per traverso) e a faticare. Si possono staccare dalla mammella e il latte fuoriesce a spruzzo. Dopo questo episodio il bambino vorrà di nuovo attaccarsi ma sarà irritato e la scena può ripetersi. Potrà essere scontento dal flusso abbondante di latte e poi impaziente quando il flusso inizia a diminuire. Senza dubbio questo è sgradevole e faticoso sia per il bambino sia per la madre. In occasioni rare un bambino può anche iniziare a rifiutare il seno dopo un paio di settimane, tipicamente intorno al terzo mese di vita. Cosa si può fare? Se non si è ancora provato, si faccia poppare il bambino ad una sola mammella per poppata. In alcuni casi è di aiuto fare due o più poppate alla stessa mammella prima di cambiare lato. Se la mammella inutilizzata dovesse ingorgarsi, si tiri il latte finché non ci si sente meglio. Attaccare il bambino prima che diventi veramente affamato e vorace. Non allungare l’attesa offrendo acqua (il bambino allattato al seno non ha bisogno di acqua anche quando fa molto caldo) o il succhiotto. Un bambino affamato “attaccherà” la mammella con voracità e stimolerà il latte a scendere molto velocemente. Attaccare il bambino alla mammella non appena mostra segni di fame. Se è mezzo addormentato ancora meglio. Si cerchi di allattare in un ambiente tranquillo e sereno. Si eviti musica ad alto volume, luci abbaglianti e molto movimento intorno a se. A volte può essere di beneficio allattare sdraiati sul letto. Se la posizione sul lato non diminuisce il flusso si provi a stare sulla schiena con il bambino sdraiato su di se. La forza della gravità rallenterà il flusso. Tempo permettendo si potrebbe tirare un po’ di latte, circa 20 gr., prima della poppata. Il bambino potrà non essere contento del flusso veloce del latte ma al tempo stesso diventa irritato quando esso diminuisce, in questo caso si può ricorrere alla compressione della mammella (vedi: “La compressione della mammella”) per sostenere il flusso. Questo problema è aggravato se il bambino non è attaccato bene alla mammella. Ricordarsi che una corretta attaccatura è fondamentale per il successo. In qualche occasione si è trovato di aiuto somministrare il lattasio (la proteina che metabolizza il lattosio) artificiale, da 2 a 4 gocce prima della poppata. Si può prendere senza ricetta medica, ma è molto costoso e funziona occasionalmente. Il paracapezzolo può aiutare ma si dovrebbe usare solo nel caso in cui nient’altro ha funzionato. E’ una delle ultime cose da tentare. Prima di ricorrere al latte artificiale, si potrebbe tirare il latte e lo si potrebbe offrire al bambino con il biberon.

Proteine estranee nel latte materno

E’ stato dimostrato che alcune proteine presenti nell’alimentazione della madre possono essere trasferite nel suo latte e magari avere delle ripercussioni sul suo bambino. Sembra che il più comune di questi siano le proteine presenti nel latte vaccino. Anche altre proteine possono passare attraverso il latte materno. Il fatto che queste proteine e altre sostanze appaiono nel latte materno non è necessariamente una cosa negativa, anzi. Il latte materno è speciale proprio per questa sua ricchissima composizione. Se si dovessero avere delle domande su questo argomento non esitare a chiedere. Quindi, uno dei possibili rimedi per le coliche nel bambino allattato al seno può essere proprio quello di eliminare le proteine del latte vaccino dall’alimentazione della madre. Ciò significa evitare di bere latte vaccino e mangiare latticini (formaggi, yogurt, gelato o qualsiasi altra cosa che contenga latte vaccino). Quando le proteine del latte vengono cambiate o denaturate come avviene quando si usa ad esempio per cucinare, non dovrebbe causare problemi. Fate pure delle domande se ne avete. Se l’eliminazione di certi cibi dalla dieta della madre non funziona, può prendere degli enzimi pancreatici, cominciando con 1 capsula a ogni pasto. Questi enzimi spezza le proteine nel suo intestino così che non possono essere assorbiti e entrare poi nel suo latte. Nota bene: l’intolleranza alle proteine del latte vaccino non ha niente a che vedere con l’intolleranza al lattosio. Una madre che è lei stessa intollerante al lattosio può e deve allattare il suo bambino. Metodo suggerito: La madre dovrebbe eliminare tutti i latticini per 7-10 giorni. Se non ci sono miglioramenti la madre può riprendere ad assumere latticini. Se ci sono miglioramenti, la madre potrà introdurre latticini molto lentamente nella sua alimentazione, se questi fanno parte normalmente della sua dieta. (Non c’è bisogno di bere latte per produrre latte). Alcuni bambini non tollerano alcun latticino nella dieta della madre, la maggior parte ne tollera un po’. La madre imparerà presto quanti latticini può assumere senza che questi diano problemi al proprio bambino. Se si hanno delle perplessità riguardo alla quantità di calcio che si sta assumendo, ci si ricordi che il calcio può essere ottenuto anche senza mangiare latticini. Una settimana senza latticini non porterà alcun problema. Infatti, è stato dimostrato che le madri che allattano sono protetti dall’osteoporosi anche se esse non prendono integratori di calcio. Il bambino prenderà tutto il calcio di cui ha bisogno. La madre dovrà prestare attenzione a non esagerare eliminando troppe cose dalla sua dieta. Tutti conoscono una madre il cui bambino è migliorato perché lei ha smesso di mangiare broccoli, manzo, banane, pane etc. Si potrà arrivare a non mangiare altro che riso in bianco. L’alimentazione umana è troppo complessa per essere certi se qualcosa stia disturbando il bambino. Abbiate pazienza, il problema si risolve spesso da solo anche senza alcun rimedio. Il latte artificiale non è la risposta, anche se alcuni bambini migliorano con esso. Non è il latte che fa migliorare le coliche ma il flusso regolare del biberon. Ci si ricordi che il latte artificiale non è il latte materno. Infatti, il bambino migliorerà anche con questo, se dato con il biberon. Se niente funziona ricordate che con il tempo le cose migliorano comunque. I giorni e le notti sembreranno interminabili ma le settimane voleranno via.

Ultimo aggiornamento: gennaio 2005 Copyright by Jack Newman MD FRCPC Può essere stampato per uso personale oppure per scopi educativi senza ulteriore permesso;

Per l’utilizzo in altre pubblicazioni si contatti l’autore via e-mail: drjacknewman@sympatico.ca

Traduzione a cura di Francesca Rosini-Morettini

L’articolo è tratto da:

http://www.allattiamo.it/jncoliche.htm

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Latte materno e sviluppo

Nel ricostruire la storia (anamnesi) dei bambini che si rivolgono a me perché affetti da malocclusioni legate all’abitudine a respirare a bocca aperta, nove volte su dieci emerge un allattamento materno assente o insufficiente.

A parte i casi di mamme “prive” o quasi di latte per i loro cuccioli, non raramente mi capita di sentire il racconto della mamma rattristata o contrariata nel ricordare che di latte ne aveva ma, arrivata al sesto, ottavo oppure decimo mese ha interrotto l’allattamento su consiglio della/del pediatra.

In genere tale consiglio viene motivato dal fatto che il latte materno dopo alcuni mesi subisce una riduzione del suo valore nutritivo. Per cui il bambino cresciutello avrebbe bisogno di altri nutrienti e in maggiore quantità rispetto a quelli che può fornire il latte della mamma.

Vorrei in questa sede cogliere l’occasione per ricordare ai colleghi/e e per rendere noto alle mamme che, da diversi anni ormai, si è accordata all’allattamento materno maggiore importanza rispetto a quanto normalmente si possa pensare.

E anche se non è pratica comune nei Paesi industrializzati, sia l’UNICEF che la WHO (Organizzazione Mondiale della Sanità) raccomandano l’allattamento al seno “per due anni e mezzo e anche oltre”. Questa affermazione che riassume un po’ il tutto, è stata tratta dall’articolo Come il latte materno protegge il neonato di Jack Newman, M.D., pubblicata su “Scientific American” nel Dicembre 1995!

Ma soprattutto vorrei sensibilizzare le mamme su un argomento di cui pediatri e otorinolaringoiatri sembrano essere all’oscuro: lo sviluppo neurologico e muscolare della faccia e delle funzioni associate al collo.

Allattamento al seno non è solo latte della mamma; è anche, e soprattutto, addestramento neurologico, muscolare e sensoriale specie-specifico.

Significa che l’essere umano, per poter sviluppare in pieno il potenziale della propria specie, deve “imparare” i corretti parametri di una serie di funzioni che, una volta automatizzate, saranno poi responsabili del divenire e del destino biologico della persona.

Il comportamento automatico della lingua, delle labbra, di tutti in tessuti molli ad esse collegati determinano il futuro sviluppo della persona, non solo la forma della sua faccia, e devono pertanto ricevere il miglior addestramento funzionale possibile, che è quello del seno materno.

Questo aspetto è assolutamente ignoto agli operatori medici che lavorano coi bambini, a giudicare dalla qualità dell’informazione (assente o distorta) che i pediatri forniscono alle mamme.

Sfortunatamente non esiste una campagna informativa, anzitutto per pediatri e, in secondo luogo, per le mamme, riguardante argomenti come
– I danni da sostituzione del seno materno con surrogati meccanici (ciucci e biberon),
– I danni da consumo di cibi unicamente molli, in seguito allo svezzamento,
– La completa assenza di istruzioni su come, quanto, quando nutrire i bimbi dopo lo svezzamento.

Questa assenza di informazioni getta le basi per i futuri problemi medici della popolazione infantile, che poi si trasformano in quelli della popolazione adulta dei Paesi occidentali tecnologizzati e inurbati.

Praticamente tutte le malattie del bambino di oggi sono legate a questi fenomeni. È assolutamente possibile rimediare, ma bisogna essere informati. Non è vero che ogni cibo o ogni modo di nutrirsi siano equivalenti. È strategico sapere, perché tutti i nostri problemi derivano solo dall’ignoranza delle corrette abitudini igieniche di vita.

Nell’immagine di destra osserviamo un bambino la cui lingua è stata abituata ad assumere una postura in basso e in dietro dalla sostituzione del seno materno colciuccio e il biberon. La diversa forma del viso (disfunzionale) che assume rispetto al bambino di sinistra dipende dalla ginnastica posturale “al contrario” che ciucci e biberon fanno su lingua, labbra, guance, naso, orecchio interno, collo.

Tre mesi di ciuccio giorno e notte dai 6 mesi ai due anni equivalgono in termini neuromuscolari ad un addestramento da body builder di livello internazionale per almeno 10 anni di seguito !!! Questo perché quanto più siamo giovani, tanto maggiori sono le capacità di apprendimento del nostro sistema nervoso in tempi brevi e con stimoli anche discontinui.

Solo che, sfortunatamente, non possiamo distinguere la qualità dell’esperienza che ci viene fornita. Ciò significa che se lo stimolo all’apprendimento è scorretto e disfunzionale (ciuccio invece del seno, cibo spazzatura invece di quello buono ecc.), lo sviluppo dell’individuo sarà, in proporzione, scorretto e disfunzionale.

Ecco cosa sono le malattie della civilizzazione: sono la somministrazione di stimoli disfunzionali, per ignoranza di ciò che è stimolo fisiologico, sin dall’infanzia e su larga scala, cioè indistintamente sull’intera popolazione.

Ogni giorno di più si accresce il volume di informazioni che corroborano l’ipotesi secondo cui le malattie dei popoli civilizzati si trasmettono da una generazione all’altra in modo epigenetico.

Questo significa che l’esperienza disfunzionale che modella il comportamento automatico del mio corpo sarà responsabile non solo delle malattie che colpiranno me, ma anche quelle che colpiranno i miei figli ancora più precocemente di quando hanno colpito me.

L’evidenza dell’abbassamento dell’età per lo sviluppo di obesità e diabete (che oggi colpiscono sempre più i nostri bambini), così come i connotati facciali sempre meno attraenti dei nostri adolescenti sono fenomeni assolutamente paralleli .

Solo la nostra disinformazione ci impedisce di rinoscerne la parentela…

Dott. Andrea Di Chiara
odontoiatra
Presidente di AIPRO – Associazione Italiana per la Prevenzione della Respirazione Orale

L’articolo è stato tratto da:

http://www.bambinonaturale.it/2011/12/latte-materno-sviluppo/#more-12406

Auguri a tutti dalle mamme di MUMS4MUMS: Buon Natale!!!

Trova il tempo di pensare
Trova il tempo di pregare
Trova il tempo di ridere
È la fonte del potere
È il più grande potere sulla Terra
È la musica dell’anima.Trova il tempo per giocare
Trova il tempo per amare ed essere amato
Trova il tempo di dare
È il segreto dell’eterna giovinezza
È il privilegio dato da Dio
La giornata è troppo corta per essere egoisti.

Trova il tempo di leggere
Trova il tempo di essere amico
Trova il tempo di lavorare
E’ la fonte della saggezza
E’ la strada della felicità
E’ il prezzo del successo.

Trova il tempo di fare la carità
E’ la chiave del Paradiso.

Madre Teresa

(Iscrizione trovata sul muro
della Casa dei Bambini di Calcutta.)

Questa voce è stata pubblicata il 25 dicembre 2011, in Varie. 3 commenti

Dirty Dozen, la “sporca dozzina” dei vegetali contaminati

Secondo uno studio condotto dall’Environmental Working Group – organizzazione no-profit statunitense che si occupa di protezione della salute pubblica e ambientale – la nostra esposizione ai pesticidi, additivi ed ormoni si potrebbe ridurre fino all’80%, evitando di consumare frutta e verdura contaminata.

In base a questo studio, chi decide di seguire una dieta salutista consumando le cinque porzioni di frutta e verdura giornalmente raccomandate, scegliendole però tra i quindici tipi di vegetali maggiormente contaminati, può ingerire in media fino a 10 tipi di pesticidi al giorno, chi invece sceglie tra i quindici tipi di vegetali meno contaminati ne assume meno di due.

L’Environmental Working Group ha quindi messo a punto la EWG Shopper’s Guide to Pesticides: una lista che comprende i dodici vegetali più contaminati dai pesticidi (da qui il nome “dirty dozen”, sporca dozzina) e i quindici che invece lo sono meno. Ecco nel dettaglio:

Dirty Dozen (lista dei vegetali più contaminati dai pesticidi, che sarebbe opportuno acquistare bio): 1.Sedano – 2.Pesca – 3.Fragola – 4.Mela – 5.Mirtillo – 6.Pesca noce – 7.Peperone – 8.Spinaci – 9.Ciliegia – 10.Cavolo verde – 11.Patata – 12.Uva.

Clean 15 (lista dei vegetali meno contaminati da pesticidi, che si possono consumare tranquillamente pur non essendo biologici): 1.Cipolla – 2.Avocado – 3.Granoturco dolce – 4.Ananas – 5.Mango – 6.Piselli – 7.Asparagi – 8.Kiwi – 9.Cavolo – 10.Melanzana – 11. Melone – 12.Cocomero – 13.Pompelmo – 14.Patata dolci – 15.Melone a buccia gialla.

Chi volesse stamparsi la guida per metterla nel portafogli o in borsa, così da poterla consultare al momento del bisogno, al mercato o al supermercato, può scaricarla gratuitamente a questo indirizzo: http://www.ewg.org/foodnews/

Linda Grilli

Articolo tratto da Genitori Magazine:

http://www.genitorimagazine.it/2011/09/19/dirty-dozen-la-sporca-dozzina-dei-vegetali-contaminati/

Nutella: l’etichetta è ingannevole (ma solo in Germania)

Entro la fine dell’anno la Ferrero dovrà modificare in Germania le etichette di tutti i barattoli di Nutella, la famosa crema da spalmare alle nocciole: in caso contrario rischia una multa di 250 mila euro a vasetto. La decisione è stata presa dall’Alta Corte Regionale di Francoforte a seguito di un esposto presentato dalla potente associazione federale dei consumatori tedeschi Bundesverband der Verbraucherzentralen (Vzbv).

Il motivo è presto detto:  sull’etichetta i valori delle quantità di grassi e carboidrati sono riferiti ad una porzione di 15 grammi, mentre i valori riguardanti vitamine e i sali minerali (evidenziati con un colore diverso) sono calcolati su una quantità di 100 grammi. Uno stratagemma che – secondo l’associazione dei consumatori – tenderebbe a nascondere l’apporto di grassi e zuccheri e ad evidenziare, al contrario, quello di vitamine e minerali.

La Ferrero ha subito annunciato la propria intenzione di ricorrere in appello. Nel frattempo ha però deciso di modificare volontariamente le etichette, aggiungendo  tutti i dati nutrizionali sia per 100 grammi che per porzione (15 grammi). I barattoli con le nuove etichette saranno disponibili sugli scaffali di negozi e supermercati della Germania a partire dalla fine del 2011, anche se è prevista una fase transitoria nella quale vi saranno ancora il circolazione prodotti etichettati nella precedente versione.

E per i vasetti di Nutella venduti in Italia? Per fortuna sulle  ”nostre” etichette i valori nutrizionali sono riportati sia per porzione che per 100 grammi. Inoltre, non c’è traccia alcuna di vitamine e sali minerali. In compenso, su un lato del barattolo, è evidenziato l’apporto calorico per porzione: solo 80 Kcal ogni 15 grammi, pari al 4% della GDA (quantità giornaliera raccomandata). Calorie che salgono però a 530 se si considerano 100 grammi di prodotto (particolare che però non è evidenziato allo stesso modo).

Considerato inoltre che la GDA si riferisce  ad un adulto la cui dieta prevede un apporto medio giornaliero di 2000 Kcal, si fa presto a capire che troppe fette di pane ben farcite di Nutella possono diventare davvero troppo per un bambino, soprattutto se quest’ultimo è poco attivo e non svolge regolarmente attivià fisica.

di LINDA GRILLI

Articolo tratto da genitori Magazine:

http://www.genitorimagazine.it/2011/11/21/nutella-letichetta-e-ingannevole-ma-solo-in-germania/

“Metodo Estivill”, nessun valore scientifico e minaccia per lo sviluppo affettivo dei bambini

C’è un enorme equivoco circa l’efficacia e la validità scientifica del cosiddetto “metodo Estivill” illustrato nel (troppo) famoso libretto “Fate la nanna” edito nel 1999 da Mandragora (1). Gli autori si rifanno ad un metodo noto da più di un secolo che mira a far estinguere comportamentiritenuti non desiderabili.

I risvegli notturni dei bambini dai sei mesi in poi rientrerebbero tra questi comportamenti e i genitori dovrebbero applicare questo metodo per assicurare a se stessi e ai propri neonati notti intere senza risvegli.

È quantomeno curioso notare come in fondo al libro in questione non ci sia neanche un rigo di bibliografia e come dalla sua pubblicazione ad oggi gli autori non abbiano pubblicato neanche uno studio scientifico sull’applicazione del “loro” metodo.

Al contrario, autorevoli associazioni mondiali hanno prodotto documenti ufficiali in cui si mette in guardia dai possibili rischi collegati a questo metodo. Vediamone alcuni:

Esiste una nota pubblicata dall’Associazione Australiana per la Salute Mentale Infantile (2) (AAIMHI) sugli effetti dannosi del lasciar piangere i bambini durante l’addormentamento o ai loro risvegli. L’articolo in questione si riferisce al pianto associato al sonno e ai metodi che pretendono di far dormire i bambini utilizzando l’estinzione graduale, cioè una tecnica comportamentale diretta a modificare i comportamenti considerati patogeni.

Il pianto, quindi, rientrerebbe tra questi comportamenti indesiderati e modificabili attraverso apprendimenti che gradualmente lo renderebbero inutile. Infatti è proprio questo che i metodi in questione provocano: non che il bambino non si svegli, bensì che non usi più il pianto per richiamare il genitore in caso di necessità.

La nota dell’AAIMHI afferma che:

Il pianto dei bambini è sempre un’indicazione di stress o di disagio emotivo. Non rispondere al pianto dei bambini (ovvero evitare di confortarli) insegna ai bambini a non cercare conforto emotivo quando sono in una situazione di disagio. Questo vuol dire che perdono fiducia nelle figure parentali e nella relazione che si instaura con loro.

– Intorno ai sei mesi di vita i bambini sperimentano l’ansia da separazione. Questo vuol dire che devono elaborare il concetto che se la madre (o altra figura parentale di riferimento) si allontana poi ritornerà e loro non verranno lasciati soli. Questo processo di elaborazione può durare diversi mesi, ma è essenziale per il loro equilibrio anche in età adulta.

– I bambini normalmente hanno bisogno dei genitori per essere confortati di notte fin circa ai tre/quattro anni (alcuni prima, altri dopo, dipenderà dal bambino) e questo non può essere etichettato come disturbo del sonno.

– I bambini svilupperanno un attaccamento più sicuro quanto più la loro richiesta di conforto e rassicurazione verrà soddisfatta dai genitori, sia di giorno che di notte.

– Per un genitore sentire il proprio figlio che piange in maniera incontrollata e non intervenire per calmarlo e rassicurarlo è una grossa fonte di stress.

Da un punto di vista psicologico, il pianto ignorato rappresenta una mancanza di efficacia del segnale che i bambini da sempre utilizzano per comunicare coi propri genitori o con chi si prende cura di loro, e può creare in loro sensazioni di inadeguatezza circa la propria capacità di esprimere paure e disagi, ricevendone regolazione emotiva dall’adulto.

A questo proposito la psicologa Sue Gerhardt (3) illustra l’effetto che il pianto prolungato dei bambini ha sul loro sistema endocrino: “l’essere costantemente ignorati quando si piange è particolarmente pericoloso perché alti livelli di cortisolo (un ormone prodotto in situazioni di stress) nei primi mesi possono anche incidere sullo sviluppo di altri sistemi di neurotrasmettitori i cui percorsi devono ancora essere stabiliti. Essi sono ancora immaturi e non pienamente sviluppati persino dopo lo svezzamento. Infatti il ritmo normale di produzione di cortisolo ha un picco la mattina al risveglio e ci vuole quasi tutta la prima infanzia (fino ai 4 anni circa) per stabilire un andamento adulto della quantità di cortisolo, alta la mattina e bassa la sera”.

Inoltre, sempre la stessa autrice fa notare come: “si è scoperto che coloro che hanno avuto un costante contatto fisico, sono stati spesso tenuti in braccio e hanno ricevuto molta attenzione durante la prima infanzia, da adulti hanno un’abbondanza di recettori del cortisolo. Ciò significa che possono facilmente gestire lo stress.”

Anche le ricerche di Prescott (4), neuropsicologo americano, effettuate su 49 culture del mondo, hanno dimostrato come esista una correlazione tra soddisfazione del bisogno del contatto da piccoli e aggressività da adulti. Questo autore evidenzia quanto minori sono le espressioni tattili di un popolo come abitudine di accudimento dei bambini, maggiori sono i tassi di aggressività degli adulti. Questo dimostra come sia la cultura di appartenenza che condiziona le modalità di accudimento dei bambini, in quanto i loro bisogni sono sempre gli stessi.

Anche l’ACP (Associazione Culturale Pediatri italiana) si è espressa a sfavore del metodo dell’estinzione graduale (5) concludendo che questo metodo è efficace a breve ma non a lungo termine. Inoltre concorda con la posizione appena esposta dell’AAIMHI circa le possibili conseguenze psicologiche negative.

Alcune ricerche americane affermano che stress protratti nei bambini possono addirittura provocare danni cerebrali (6).

Anche la psicologa inglese Margot Sunderland (7) direttrice del Center for Child Mental Health di Londra mette in guardia dai possibili danni neurologici che possono riscontrarsi in bambini costretti a piangere a lungo. Questa autrice parla proprio del ruolo dell’accudimento genitoriale in relazione alla crescita e allo sviluppo dell’architettura cerebrale dei neonati e dei bambini.

In conclusione, siamo davanti ad una operazione commerciale molto ben riuscita ma priva di valore scientifico e per giunta non scevra di gravi rischi per i nostri bambini.
I lettori comprano, regalano e utilizzano questo libro pensando di risolvere un falso problema in quanto i risvegli notturni dei bambini fino circa al terzo anno di età rientrano nel normale sviluppo fisiologico delle loro cellule nervose (8).

Purtroppo i rischi correlati a questo metodo circa lo sviluppo affettivo dei bambini non sono sufficientemente noti alla maggior parte dei genitori e degli operatori che lo consigliano.

Il bisogno di contatto e di rassicurazione dei bambini non va mai ignorato né di giorno, né di notte, solo così avremo bambini oggi e adulti domani capaci di dare valore agli aspetti legati al mondo affettivo degli esseri umani.

Alessandra Bortolotti

1. Estivill E. De Béjar S., Fate la nanna, Mandragora, 1999.
2. AAIMHI, Position Paper 1: Controlled Crying, 2004,
Articolo disponibile al link:http://www.aaimhi.org/documents/position%20papers/controlled_crying.pdf
3. Gerhardt, S., Perchè si devono amare I bambini, Cortina, 2006.
4. Prescott JW., Body pleasure and origins of violence, estratto da: “The Bulletin of The Atomic Scientists”, novembre 1975, pagg. 10-20.
5. Tortorella ML, Moschetti A., D’Erasmo S., L’estinzione graduale risolve i problemi di sonno nei bambini?, Quaderni ACP, Vol.13 n.6, 2006, pagg. 264-266.
6. http://www.drmomma.org/2009/12/crying-it-out-causes-brain-damage.html
7. Sunderland M., The science of parenting, Dk Pub, 2006.
8. Per approfondimenti si consulti il capitolo 5° di E se poi prende il vizio?

 

Tratto da bambinonaturale.it

http://www.bambinonaturale.it/2011/03/estivil-no-valore-scientifico-minaccia-bambini/

Epidurale: i dubbi del neonatologo

Le mamme sanno già tutto, ma non lo sanno;  noi dobbiamo convincerle che loro sanno partorire e i loro neonati sanno nascere” (1). Questa frase di Lorenzo Braibanti può rappresentare sia l’inizio che la conclusione di una riflessione sul controverso tema dell’epidurale; si tratta di un semplice, ma fondamentale concetto che dovrebbe guidare l’atteggiamento di chi assiste le nascite, almeno in tutte le situazioni fisiologiche e a basso rischio (che sappiamo rappresentare la grande maggioranza delle nascite).

L’epidurale è una tecnica analgesica di tipo farmacologico che possiede caratteristiche di invasività; la sua esecuzione richiede l’azione di un operatore che per la sua competenza specialistica non può essere considerato un semplice sostegno al labour (letteralmente: fatica) della donna che partorisce. In questa prospettiva l’epidurale sembra collocarsi molto lontano dal concetto che le madri sanno partorire e i loro neonati sono capaci di nascere; anche la sola presenza dell’anestesista (con ciò che questa figura professionale rappresenta) sembra dimostrare alla donna che da sola non è in grado di mettere al mondo il suo bambino e che non è sufficiente un semplice sostegno per farle terminare questa esperienza con le proprie forze.

Siamo sicuri che il problema sia semplicemente scegliere tra dolore sì e dolore no? O, in un’ottica più complessa, dobbiamo invece parlare di antitesi tra parto attivo e parto passivo, tra madre competente e madre portata ad affidarsi alla tecnologia e allo specialista?

Stiamo forse cadendo, senza accorgercene, nel pozzo nero dell’anti-empowerment?

Oppure questo ragionamento è viziato da ideologia e pregiudizio?

E il neonato di tutto questo cosa pensa? Anche lui è coinvolto in questa scelta o la sua è una posizione del tutto passiva e priva di significato?

Per tentare una risposta scientificamente corretta a questi interrogativi (che forse però non sono soltanto scientifici), dobbiamo partire dalla valutazione dei dati che ad oggi la ricerca mette a disposizione.

Tra le numerose revisioni sistematiche prodotte negli ultimi anni sull’epidurale, una delle più autorevoli è stata pubblicata dalla Chocrane Library (2-4). I parti operativi a seguito di analgesia con epidurale sono stati quantificati in una percentuale variabile tra il 7 e il 10% a seconda delle casistiche considerate (con un rischio relativo dell’1.38, e un intervallo di confidenza al 95% dell’1.24-1.53); anche la necessità di ‘pilotare’ il travaglio con ossitocina sintetica risulta aumentata (RR 1.18, IC 1.03-1.34) e particolarmente elevato appare il numero di donne che presentano febbre come effetto collaterale (RR 3.67, IC 2.77-4.86).

Tralasciando altri dati meno significativi (ma esistono anche revisioni sistematiche che hanno esaminato gli effetti collaterali dei cosiddetti co-interventi) (5), proviamo a valutare quale significato questi numeri possono avere per madre e bambino.

L’incremento della distocia indica la difficoltà della madre ad accompagnare le contrazioni e a finalizzare le spinte della seconda fase del travaglio e in parte della fase espulsiva; il neonato, da parte sua, si dimostra poco competente a partecipare attivamente alla fase finale del travaglio, col rischio di presentazione anomala o una fase espulsiva che richiede un intervento dall’esterno; la necessità di utilizzare ossitocina di sintesi, oltre a produrre nella donna contrazioni non fisiologiche, espone il neonato ad un maggiore rischio di ipossia.

In base ai dati finora disponibili l’outcome neonatale dopo epidurale non risulta alterato, ma la maggior parte degli studi considerano parametri molto grossolani (come l’Apgar al quinto minuto) senza valutare l’esperienza della nascita nel suo complesso (comprendendo oltre ai parametri fisici anche quelli comportamentali).

Dall’analisi della letteratura scientifica emerge che le possibili interferenze dell’epidurale sull’attività neuro-comportamentale del neonato nei primi giorni dopo il parto sono state poco indagate; ancora più scarso risulta il monitoraggio di eventuali effetti a distanza. Bisogna riconoscere che queste ricerche non sono facili perchè richiedono ampie casistiche per eliminare le inevitabili variabili confondenti; forse c’è anche poco interesse a condurre questi studi, essendo molto più comodo e veloce minimizzare il problema e raccontare alle madri che ‘non sono noti effetti negativi sul neonato’.

Più frequentemente l’epidurale è stata messa a confronto con l’analgesia attraverso oppioidi per via parenterale (3, 6); in questi casi è emerso chiaramente che la prima tecnica è preferibile perchè gravata da minori effetti collaterali (così come è preferibile l’anestesia loco-regionale nel taglio cesareo rispetto all’anestesia generale). Poche ricerche hanno invece valutato l’epidurale versus nessun trattamento analgesico di tipo farmacologico; in alcuni di questi studi sono emerse risposte peggiori agli items motori e di allerta nel corso del primo mese di vita, con possibili effetti sull’attaccamento madre-bambino e sull’avvio dell’allattamento. In particolare su quest’ultimo punto possiamo contare su pochi studi e casistiche limitate che impediscono una valutazione definitiva (7).

Sappiamo bene come il parto metta in moto un meccanismo neuroendocrino altamente complesso e finalizzato (8), all’interno del quale la produzione di endorfine, sia da parte della madre che del neonato, gioca un ruolo fondamentale per calibrare l’analgesia endogena e dare forma anche psicologica all’esperienza del parto; non sono però ancora disponibili studi che possano dirci qual è il ruolo preciso svolto dalle endorfine feto-neonatali e quale effetto hanno nei primi giorni dopo il parto.

Sappiamo invece che le catecolamine prodotte dal neonato durante la nascita sono responsabili di quello stato di attenzione e di vigilanza in grado di attivare, fin dai primi minuti di vita, l’inizio dei processi di attaccamento e di stimolare importanti azioni finalizzate come la suzione del seno. Quanto l’analgesia farmacologia possa interferire in questo delicato meccanismo non è ancora possibile definire e sono necessari ulteriori e più approfonditi studi.

La comunicazione endocrina e paracrina tra madre e neonato è stata in parte studiata e oggi sappiamo che tra i due organismi esiste una specifica comunicazione biochimica, mediata dalla placenta, ma regolata dal sistema nervoso centrale dei due protagonisti. I picchi di dolore materno, e la loro alternanza con le pause e i riposi, rappresentano la base delle informazioni che la madre invia al bambino; questi a sua volta, attraverso altrettanti segnali biochimici, diventa capace di influenzare nella madre comportamenti, posizioni e strategie utili a farlo nascere.

Analogamente in altre situazioni diverse dal parto, senza la percezione dolorosa mancherebbe la capacità di indirizzare comportamenti e strategie per risolvere la situazione di difficoltà; nel parto la novità (e l’unicità) è che due organismi, diversi ma uniti, vivono contemporaneamente la stessa esperienza e devono procedere sinergicamente per riuscire a risolvere la difficoltà dell’evento. Sugli aspetti affettivi ed emotivi di questa comunicazione biochimica sappiamo ancora molto poco e questa ignoranza dovrebbe suggerire massima precauzione nell’inserire elementi di disturbo della cui innocuità non siamo ancora certi.

Le scarse conoscenze inoltre impediscono di informare le donne in maniera completa, ostacolando di conseguenza scelte veramente informate e consapevoli.

Per togliere (o ridurre) il dolore materno, rischiamo quindi di produrre interferenze significative su un processo ampiamente sperimentato e ottimizzato da migliaia di anni di evoluzione; ciononostante in particolari situazioni (parto di nato morto, psicosi, specifiche patologie materne) limitare drasticamente il dolore della madre può rappresentare un vantaggio e pertanto in questi casi può essere giusto considerare l’opportunità di una analgesia particolarmente efficace come l’epidurale.

Il problema del dolore nel parto rappresenta un tema complesso perché ha per oggetto un dolore non patologico (simile a quello di un alpinista che sceglie consapevolmente di sottoporsi a condizioni di estrema fatica e di elevato rischio) ed alla fine rimane soltanto la strada, difficile e forse non molto scientifica, di ragionare sul significato che ogni donna decide di dare a questa percezione fisica e mentale.

La complessità del dolore del parto viene inoltre nascosta e banalizzata quando poniamo come alternativa all’analgesia farmacologia la completa assenza di analgesia, mentre sarebbe più onesto e corretto prendere in considerazione le numerose tecniche di analgesia non farmacologia (bagno caldo, massaggio, sostegno emotivo, movimenti e posizioni libere, agopuntura, ecc.). Su questo tema sono già disponibili revisioni sistematiche (9-11) che dimostrano un variabile ma significativo effetto analgesico a seconda delle metodiche considerate; il grande vantaggio di queste tecniche consiste nell’assenza – praticamente totale – di effetti collaterali negativi e nel sostanziale rispetto dei processi fisiologici della nascita.

Abbiamo ipotizzato che l’epidurale possa rappresentare una forma di anti-empowerment. Questo concetto, con qualche correttivo, può essere applicato anche al neonato. Fare empowerment sul neonato significa permettere alle sue competenze innate (quelle che l’evoluzione biologica ha predisposto per lui) di esprimersi completamente affinché sia possibile la sua discesa attiva nel canale del parto, la sua corretta rotazione, la sua fuoriuscita dal corpo materno e infine la sua respirazione attiva; l’urlo dell’ultima spinta della madre prosegue e si completa nel vagito e nel respiro autonomo del neonato. Intervenire con farmaci e manovre, quando non strettamente necessario, significa non avere fiducia nelle competenze del bambino e impedire, almeno in parte, l’espressione delle sue risorse; significa sostituirsi a lui e relegarlo in una situazione passiva, in un contesto per lui ingestibile e quindi incomprensibile (12).

Siamo sicuri che al neonato limitato o condizionato nella sua esperienza di nascita non rimanga un senso di incompiuto e di vuoto?

Nonostante le nostre opinioni o i nostri dubbi, dobbiamo comunque mettere in atto, in ogni occasione, tutti gli strumenti e le strategie di cui siamo capaci affinché anche i neonati che nascono dopo epidurale, o con taglio cesareo o a seguito di interventi ad alta o bassa medicalizzazione, riescano ad essere accolti dalla madre e dal padre nella maniera migliore possibile.

Le mamme sanno già tutto, ma non lo sanno; noi dobbiamo convincerle che loro sanno partorire e i loro neonati sanno nascere

Bibliografia

1. Braibanti L. Parto e nascita senza violenza. RED editore, Novara. 1993

2. Anim-Somuah M, Smyth R, Howell C. Epidural versus non-epidural analgesia or no analgesia in labour. In: The Cochrane Database of Systematic Reviews 2005, Issue 4. Chichester, UK: John Wiley & Sons, Ltd.

3. Leighton BL, Halpern SH.The effects of epidural analgesia on labor, maternal, and neonatal outcomes: a systematic review. Am J Obstet Gynecol 2002;186:69-77

4. Lieberman E, O’donoghue C. Unintended effects of epidural analgesia during labor: a systematic review. Am J Obstet Gynecol 2002;186:31-68

5. Mayberry LJ, Clemmens D. Epidural analgesia side effects, co-interventions, and care of women during childbirth: a systematic review. Am J Obstet Gynecol 2002 May;186:81-93

6. Halpern SH, Muir H, Breen TW, Campbell DC, Barrett J, Liston R, Blanchard JW. A multicenter randomized controlled trial comparing patient-controlled epidural with intravenous analgesia for pain relief in labor. Anesth Analg 2004;99:1532-8

7.Riordan J, Gross A, Angeron J et al. The effect of labor pain relief on neonatal suckling and breastfeeding. J Hum Lact 1999

8. Nathanielsz PW Un tempo per nascere. Bollati Boringhieri, Torino 1995

9. Smith CA, Collins CT, Cyna AM, Crowther CA. Complementary and alternative therapies for pain management in labour. Date of most recent amendment: 18 February 2003. In: The Cochrane Database of Systematic Reviews 2003, Issue 2. Chichester, UK: John Wiley & Sons, Ltd

10. Simkin PP, O’Hara M. Nonpharmacologic relief of pain during labor: systematic reviews of five methods. Am J Obstet Gynecol 2002;186:131-59

11. Cluett E R, Nikodem VC, McCandlish RE, Burns EE. Immersion in water in pregnancy, labour and birth (Cochrane Review). Date of most recent amendment: 10 october 2003. In: The Cochrane Database of Systematic Reviews 2004, Issue 1. Chichester, UK: John Wiley & Sons, Ltd

12. Volta A Apgar 12. Per una esperienza positiva del nascere. Bonomi, Pavia. 2006

 

Per un approfondimento si consiglia la consultazione del sito del CeVEAS (Centro per la  Valutazione della Efficacia della Assistenza Sanitaria);URL: http://www.saperidoc.it/doc_41.html

 

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Alessandro Volta

Pediatra-neonatologo

Ospedale di Montecchio Emilia (RE)