Vengo anche io? Si, tu, si!!!

L’istinto materno, che porta a rispondere immediatamente al pianto del proprio bambino va completamente controcorrente rispetto ai ”diktat” dell’educazione moderna. I comportamenti di accudimento appropriati, selezionatisi nel corso di milioni di anni, proprio non riescono ad adattarsi alle ”mode” sviluppatesi negli ultimi secoli. Mode che, è importante notare, hanno un presupposto solo ”filosofico” (e forse, di nascosto, anche politico) ma nulla hanno di scientifico. Non uno studio che dimostri i benefici di interrompere l’allattamento materno precocemente, di far piangere il bambino finché non si addormenta da solo, di farlo stare ore nella sdraietta, di farlo dormire sin da subito solo in cameretta. Al contrario, tutti gli studi attuali vanno esattamente nella direzione opposta.
Proviamo ad andare a ritroso incontro alla nostra storia biologica e a rintracciare il significato dei comportamenti di accudimento delle madri umane.

Un po’ di etologia. I mammiferi allevano in maniera differenziata i loro piccoli in relazione al loro grado di sviluppo alla nascita. I cuccioli che alla nascita sono estremamente immaturi (come i topolini) vengono tenuti dalla madre in un nido. La madre se ne allontana per provvedere al cibo e torna di tanto in tanto per allattarli. I piccoli tenuti nel nido non usano chiamare, perché segnalerebbero così la loro presenza ai predatori mentre la madre è lontana. Se invece, come capita per la pecora col suo agnellino, il piccolo nasce abbastanza maturo, segue la madre da subito ed essa impara a riconoscerlo tra i tanti agnelli del gregge, a differenza della madre dei topolini che potrebbe accudire un topolino estraneo, se lo trova nel nido. I primati (scimmie e uomini) godono di un tipo intermedio di accudimento: la madre non provvede ad un nido, né può essere seguita dal piccolo (ci vorranno alcuni mesi perchè impari a camminare), ma lo porta con sé. I piccoli delle scimmie crescono aggrappati al corpo della madre o tenuti in braccio, così come molti popoli nel mondo portano il piccolo sulla schiena durante tutta la giornata. Gli occidentali usano i passeggini, o il marsupio, o portano in braccio il neonato.
Anche il tipo di latte prodotto dalle diverse specie di mammiferi si differenzia nella composizione in base al tipo di accudimento della madre. Il latte dei piccoli che rimangono nel nido è più ricco di grassi e di proteine, sazia di più e così i cuccioli si alimentano poche volte al giorno e possono attendere il ritorno della madre senza piangere per non attirare i predatori. Le specie che praticano cure prossimali, e che portano i loro cuccioli sempre con sé hanno un latte che sazia meno: i piccoli possono nutrirsi quando ne sentono il bisogno, non avendo la necessità di aspettare. Così è fatto il latte di donna che viene velocemente digerito e deve essere assunto spesso nel corso della giornata.
I piccoli delle specie che godono di cure prossimali segnalano immediatamente col pianto la separazione dalla madre per evitare di essere dispersi da questa e dal gruppo. Così fa l’agnellino disperso dal gregge e dalla madre che bela disperatamente, così fanno i neonati umani ed i bambini piccoli che piangono se non sono vicini alla mamma o non la trovano. Il richiamo è pronto ed insistente perché la madre il prima possibile possa recuperare il piccolo. Se il piccolo avesse una certa tolleranza alla separazione, la madre potrebbe allontanarsi troppo, non sentirlo e trovarlo più.

Una scelta sorprendente. Gli studiosi che per primi studiarono il legame alla madre scoprirono, non senza stupore, che una piccola scimmia separata dalla madre, dovendo scegliere un sostituto materno tra un pupazzo di filo di ferro che sosteneva un biberon pieno di latte, e un altro senza biberon, ma fatto di morbida pelliccia, preferiva sempre il pupazzo di pelliccia a cui si teneva fortemente aggrappata. Fu una scoperta sconcertante ed importante in un tempo in cui si riteneva che il bisogno primario del lattante fosse il cibo. Ma non è difficile capire che per una piccola scimmia è più pericoloso essere abbandonata, che digiunare per un po’ di tempo e che quindi il bisogno di contatto fisico, garanzia della vicinanza della madre, è superiore a tutti gli altri.
Ancora oggi, parlando di neonati ci capita di sentire dire: ”È pulito, ha dormito, è sazio, non riesco a capire perchè continua a piangere!” La risposta è: ”Perchè vuole essere preso in braccio”.
La funzione del pianto. Negli esseri umani, che non vengono allevati nel nido, ma stanno a contatto stretto con la madre, numerosi meccanismi biologici innati, sia nella madre che nel bambino, concorrono ad evitare la pericolosa evenienza della separazione. Il pianto è uno di questi. Gli studiosi hanno dimostrato che i neonati umani alla nascita, anche se sono riscaldati e nutriti, hanno una reazione da stress e piangono se separati dalla madre e si calmano una volta ottenuto il contatto fisico. Le madri peraltro rispondono con una reazione da stress al pianto del proprio bambino. Il pianto del bambino è un comportamento biologicamente determinato che tende al recupero della vicinanza. Il contatto fisico tra la madre e il suo neonato, per l’azione dell’ossitocina (un ormone prodotto dal cervello che si libera col contatto fisico e con la suzione al seno), provoca una sensazione di calma nella madre e nel bambino. Questo ormone, presente in tutti i mammiferi perché coinvolto nella produzione del latte, è implicato inoltre nella formazione del legame affettivo tra la madre e il piccolo.

Ma perché il contatto fisico è così importante? Se il piccolo è vicino alla madre è protetto dai pericoli esterni, è vicino alla fonte del suo nutrimento ed inoltre risultano regolati alcuni parametri vitali, come ad esempio la temperatura del corpo. Si è infatti osservato che quando i neonati vengono allontanati dalla madre aumentano le reazioni neuroendocrine da stress, aumentano la tendenza all’ipoglicemia e all’acidosi metabolica, il pianto e il dispendio energetico. Il contatto pelle a pelle prolungato dopo la nascita facilita la sopravvivenza di bambini nati pretermine, anche senza il ricorrere alle incubatrici, grazie all’effetto regolatore del contatto epidermico. Inoltre il precoce contatto fisico con la madre e la precoce suzione al seno, si sono dimostrati efficaci nel ridurre gli abbandoni del neonato, nelle regioni del mondo in cui questa evenienza era tristemente frequente.
Studi sulle popolazioni occidentali hanno mostrato che i bambini che vengono tenuti in braccio molto tempo al giorno, coccolati, e dormono insieme ai genitori, piangono di meno e vengono allattati al seno più a lungo dei bambini allevati in maniera più “distante”.

Dove dormono i bambini. Mantenere il contatto col proprio bambino durante la notte fa parte delle cure prossimali. Tale consuetudine, denominata scientificamente cosleeping, è praticata dal 90% delle popolazioni e, fino al secolo scorso, era molto diffusa anche da noi.
Si potrebbe obiettare che il neonato moderno può cambiare tranquillamente le sue abitudini e dormire separato dalla madre, perché ormai non viviamo più nelle foreste e sugli alberi e l’ambiente domestico è sicuro e privo di predatori e rischi, e inoltre consentire un po’ di privacy a mamma e papà non può che far bene. Ma noi sappiamo che la prossimità alla madre nel cucciolo immaturo dell’uomo non serve solo alla protezione dai pericoli del mondo esterno, ma anche a regolare le funzioni biologiche. Questo spiega perchè i bambini che dormono da soli nei primi mesi di vita vanno incontro più frequentemente alla SIDS (morte improvvisa in culla).
In che maniera una madre, che pure dorme essa stessa, riesce a proteggere il figlio dalla morte improvvisa in culla? Le madri hanno un sonno più leggero e questo consente loro di monitorare il neonato che, a sua volta, se dorme vicino alla madre ha un sonno più leggero. Ma questa situazione non è stressante, perché dormire vicini favorisce l’allattamento al seno e la suzione provvede, attraverso l’effetto antistress dell’ossitocina, a calmare la madre e ne favorisce il riaddormentamento.

Nel lettone: raramente è pericoloso. Il dormire insieme nello stesso letto può costituire un rischio per il bambino piccolo ed è da evitarsi solo in alcuni casi: madri fumatrici, dedite alle droghe, sottoposte a farmaci pesantemente sedativi, obese con disturbi del sonno o quando si dorme insieme su divani, poltrone o letti ad acqua. In questi casi è meglio che il piccolo dorma nella culletta a fianco al lettone fino alle 11 settimane di vita.
Vorremmo sollecitare i genitori a fare attenzione ai suggerimenti di certi libretti, molto diffusi, che a loro dire insegnano ai genitori il sistema per aiutare bambini ad imparare dormire. Vi si dice che i piccoli devono essere educati a dormire da soli, nella loro cameretta al massimo dal 3 mese di vita e se possibile anche prima. Queste sono indicazioni in netta contraddizione con quanto affermano molti studi scientifici oggi disponibili.

Articolo tratto da UPPA:

http://www.uppa.it/dett_articolo.php?ida=210&idr=13&idb=76

 

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