Archivio | 17 dicembre 2011

Autosvezzamento: guida all’uso

In attesa del nostro prossimo incontro…

 

Cos’è l’autosvezzamento?
L’autosvezzamento è il metodo più naturale per avvicinare i nostri figli ai cibi solidi (intendendo con solidi tutto ciò che non è latte, si definisce tale anche il brodo, per esempio).

È il metodo che qualsiasi mamma di tutto il mondo prima dell’avvento dell’era contemporanea ha utilizzato per dare da mangiare ai propri figli oltre all’offrire il seno.

È errato, in realtà, parlare di svezzamento, in quanto con questo non vogliamo indicare un modo per “togliere il seno” al bambino, ma è più giusto dire “alimentazione complementare”.

È importante ricordare che il latte (materno o formulato) DEVE rimanere l’alimento principale della dieta di vostro figlio fino all’anno di età, e oltre se lo preferisce.

Quando iniziare?

Il bambino è pronto ad ASSAGGIARE (perché non parliamo di mangiare, in quanto all’inizio in genere le quantità accettate sono ridicole) quando:
– sta seduto BENE da solo (cioè non serve tenerlo su con un cuscino, per dire)
– ha perso completamente il riflesso di estroflessione (e quindi se poggiate un cucchiaino sulle labbra non porta fuori la lingua)
– è interessato al vostro cibo (ma non scambiate la voglia di provare a manipolarlo – cioè metterlo in bocca, per la loro età – per voglia di mangiare, perché NON sanno che è cibo, ma vogliono provare perché vedono che voi lo fate volentieri più volte al giorno tutti i giorni, è solamente imitazione)

Generalmente si definisce come età per iniziare i 6 mesi. Ci sono bambini che sono pronti a 5, altri che sono pronti a 7 o oltre. L’importante è non avere fretta e attendere che il vostro bambino vi faccia capire che è pronto.

Cosa si può dare ad un bambino?

TUTTO, a parte latte vaccino (dopo l’anno di età, ma potete tranquillamente fare anche a meno, perché NON serve nell’alimentazione di un essere umano), cose che possono essere nocive (come caffè, cioccolato in quantità sufficienti per essere eccitante…) e alcuni cibi allergizzanti, in base a possibili allergie famigliari (in questo caso si può aspettare un po’) e al pericolo di reazioni (i crostacei per esempio portano più facilmente reazioni forti, come shock anafilattico, rispetto ad altri come le fragole).

E le allergie?

I nuovi studi dimostrano che aspettare troppo ad inserire cibi allergizzanti provoca più facilmente allergie, perché il corpo DEVE essere messo in grado di imparare a gestire gli allergeni. Se il corpo viene tenuto sotto una campana di vetro disimpara i meccanismi e quando viene a contatto in maniera tardiva con gli allergeni può non capire cosa fare e comportarsi quindi in maniera errata (reagendo contro se stesso, provocando quindi l’allergia).

Ricordate che SE un bambino in ogni caso è allergico per motivi suoi, “genetici”, lo sarà sia che inseriate l’alimento incriminato a 6 mesi come a 2 o a 4 anni. L’unica cosa che può variare è l’effetto della reazione, che a 6 mesi può essere un po’ più violenta proporzionalmente a quella di un adulto, ma in ogni caso finché non si prova non si può sapere se un bambino è allergico, e proprio per la motivazione di cui sopra, non è salutare attendere “perché non si sa mai”.

I cibi contenente istamina, come pomodori, fragole, e similari, possono dare reazioni come rossore che NON sono allergie, ma semplicemente una reazione innocua del corpo. L’importante è non esagerare in quantità nella giornata.

Ogni bambino poi può avere reazioni personali a qualche cibo specifico (c’è chi è allergico alle pesche, per esempio, E BASTA) e si scopre strada facendo.

Come proporre l’autosvezzamento?

L’unica regola da seguire è il BUON SENSO.

Non dare nello stesso giorno per la prima volta uovo, pomodoro e cioccolato, perché se il bimbo avesse reazioni non sapreste cos’è stato e se fosse, per grande sfortuna, allergico a più cose gli avreste dato uno stimolo non da poco.

Non dare i propri cibi se la NOSTRA alimentazione è terribilmente sbagliata. Se mangiamo solo fritti e precotti non possiamo pretendere di dare una sana ed equilibrata educazione alimentare. Dobbiamo essere NOI GENITORI i primi a mangiare BENE, che non vuol dire non avere sgarri, ma che *in linea di massima* in casa si mangia come si deve.
Quindi cercare di mangiare variato, in modo equilibrato, senza eccedere con nulla: poco sale, pochi zuccheri, pochi grassi (e più sani possibile, come l’olio extravergine di oliva), limitare al massimo i fritti e le cotture “pesanti”, preferire frutta e verdura di stagione, utilizzare più tipi di proteine (carne bianca, carne rossa, pesce, uova, legumi) e cereali (senza limitarsi alla farina di grano, che fa da padrona nella nostra cucina).

Cibi considerati tradizionalmente pesanti (come peperoni, legumi, ecc.) non c’è motivo di non darli, perché spesso queste reazioni del nostro corpo sono date dal fatto che non siamo abituati a digerirli e quindi reagiamo male.

Anche quelli più “a rischio salute” come i pesci grossi per il mercurio, per esempio, non devono darvi preoccupazione se non è una “fissa” alimentare. Cioè, se vostro figlio mangia una volta a settimana un pezzetto di tonno di certo non si saturerà di mercurio.

La stessa cosa accade per le “porcherie”, come possono essere le patatine fritte. Una volta ogni tanto non provocano danni. Ma dovrebbero essere una volta ogni tanto pure per noi.

Se un cibo vi lascia perplessi perché un giorno vostro figlio ha avuto un problema, provate a riproporlo dopo una settimana e vedete se riaccade. Se non succede, è stata una coincidenza.

Masticazione e deglutizione

Un bambino pronto a mangiare è naturalmente portato a masticare (con le gengive, i denti masticatori – cioè i molari – crescono molto tardi). Questo istinto è destinato ad affievolirsi e scomparire attorno all’anno se non viene data la possibilità al bambino di metterlo in pratica. Infatti uno dei rischi dello “svezzamento pediatrico”, cioè con pappe lisce, è proprio la difficoltà o addirittua l’incapacità di passare ad un’alimentazione a pezzi per mesi e/o anni.

Quindi via libera a pane, pasta (sì, quella che mangiate voi), carne sfilacciata, verdura cotta intera, ecc. Alcune cose si possono tagliuzzare un po’, schiacciare grossolanamente con la forchetta, frullare leggermente (cercando di non rendere mai troppo liscio, in modo che si riconoscano le consistenze) oppure premasticare.
Attenzione solamente ad alimenti scivolosi e non morbidi, che sono di difficile masticazione e che si rompono facilmente in pezzi grossi (come mele, carote crude, ecc).

Per quanto riguarda la deglutizione la natura ha fornito i nostri figli di un sistema molto efficace: la capacità di rigurgitare qualcosa di troppo grosso o che prende la strada sbagliata. Anche il “rigurgito automatico” tende a svanire entro l’anno di età e se ad un bambino non viene data la possibilità di sperimentare quando ancora è in grado istintivamente di gestire la deglutizione farà molta più fatica a gestire la masticazione, le consistenze diverse, i diversi formati dei pezzi (se sono molto grossi da masticare e deglutire in più volte, se molto piccoli in modo che non vadano facilmente di traverso, ecc).

CNR: In gravidanza ‘cin cin’ solo con l’acqua

Mi sembrava molto interessante, dato che proprio in questi giorni discutevamo sul fatto che si parla poco degli effetti deleteri del consumo di alcol in gravidanza!

Comunicato stampa

Abusare di alcolici è già di per sé dannoso. Ma lo è ancor di più durante la gestazione, quando può provocare seri danni e gravi malformazioni al nascituro. A spiegarlo una ricerca realizzata dall’Istituto di biologia cellulare e neurobiologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibcn-Cnr) con l’Istituto superiore di sanità e il Centro di riferimento alcologico della Regione Lazio presso l’Università Sapienza di Roma, pubblicata sulla rivista Neurobiology of Aging.

Per l’indagine è stato utilizzato un modello animale sperimentale di sindrome feto alcolica. “I risultati della ricerca”, spiega Marco Fiore dell’Ibcn-Cnr, “hanno mostrato che nei topi anziani nati da madri esposte durante la gravidanza ad alcol i fattori di crescita Ngf, Bdnf, Hgf e Vegf hanno subito delle alterazioni, sia nel cervello sia nel fegato e nel rene. In particolare l’Ngf (Nerve growth factor) scoperto da Rita Levi-Montalcini, ha un ruolo chiave nella vita delle cellule nervose del cervello e del sistema nervoso periferico, il Bdnf (Brain derived neurotrophic factor) previene la degenerazione delle cellule cerebrali, l’Hgf regola crescita e metabolismo delle cellule epatiche e ha un ruolo di protezione delle cellule nervose del cervello, il Vegf, partecipa ai processi rigenerativi dei tessuti vascolari e del fegato a seguito del danno indotto da epatiti”.

I dati evidenziano effetti diversi a seconda della modalità dell’esposizione ad alcool durante la gravidanza. “Il danno cerebrale nel topo anziano a livello dei fattori di crescita non si osserva se l’esposizione avviene sotto forma di vino rosso, grazie alla presenza di composti con proprietà antiossidante e neuroprotettiva come polifenoli e antociani”, prosegue Mauro Ceccanti del Centro di riferimento alcologico. “Dati più recenti, in via di pubblicazione, hanno dimostrato come tale protezione a livello dell’Ngf e del Bdnf è stata osservata anche su tessuti del sistema endocrino come la tiroide. Pur tuttavia gli effetti deleteri dell’alcool sul fegato e sul rene ‘anzianò sono osservabili anche se l’alcool viene somministrato sotto tale forma, vale a dire che gli effetti antiossidanti e neuroprotettivi non sono comunque sufficienti a contrastare totalmente il danno indotto dall’alcool durante la gravidanza”.

“Sono circa il 4,7% i bambini che presentano alla nascita forme non conclamate di sindrome feto alcolica e di questi ben lo 0,8% dei nuovi nati mostra addirittura un ritardo mentale con dismorfologie facciali, alterato sviluppo delle ossa del cranio e deficit di crescita”, conclude Fiore. “La relazione tra esposizione all’alcool nel grembo materno e gravità del danno nel nascituro, così come gli effetti a lungo termine, non sono ancora determinati con certezza. Il rischio di partorire un bambino con sintomi della sindrome fetale alcolica comunque esiste. Alcuni fattori come fumo di sigarette, consumo di droghe o farmaci, stress ambientali o maggiore sensibilità della madre all’alcool anche per cause genetiche possono amplificare tale danno. Altri, per esempio una dieta equilibrata e ricca di verdure o l’assunzione di vitamine soprattutto del gruppo B, come l’acido folico o la tiamina, possono invece contribuire a limitare il danno”.

Fonte: Le Scienze

http://www.lescienze.it/lanci/2011/11/02/news/in_gravidanza_cin_cin_solo_con_l_acqua-631896/

Allattare non è solo alimentare

Mamma = Mammifero: tutti i mammiferi dopo il parto producono latte per alimentare i propri cuccioli. Il nostro corpo produce latte, tutti i corpi femminili producono latte, ma i nostri corpi sono fatti anche di anima e testa e se una donna non riesce ad allattare ci sono ragioni importanti che comunemente si ritrovano in questioni emozionali e non fisiche.
La mancanza di sostegno e d’informazioni adeguate o d’informazioni contrastanti può impedire al latte di fluire.
Spesso succede ancora in ospedale, dove le madri ricevono le primissime informazioni: “con quei capezzoli non potrai mai allattare”, “attaccalo cinque minuti per seno”, “non è capace di attaccarlo le faccio vedere io come deve fare”, “non vede che così lo fa morir di fame”!
Tutti questi consigli nella maggior parte dei casi non richiesti, non aiutano nessuna mamma, si trasformano in un senso di fallimento, di rabbia: ma come, tutte possono allattare ed io no? Non sono una brava mamma?
A casa poi ci si sente sole, ci si sente sopraffatte da tutto questo, il bambino piange ed io non ho latte perché altrimenti non piangerebbe. E allora arriva l’aggiuntina, “magari la sera così dorme di più e lei può riposare Signora”. E aggiuntina dopo aggiuntina l’allattamento al seno finisce.
Ibu Robin Lim dice “una donna che non ha allattato è una donna che è stata lasciata sola”: allattare non sempre è facile, non sempre è poesia, non sempre è uno scorrere placido, ma gli intoppi, le crisi si possono superare con le informazioni corrette e il giusto sostegno.
Siamo abituate a ragionare, ma forse siamo più stupide di quello che crediamo e ci complichiamo la vita negando i nostri istinti; alle mamme si dovrebbe ricordare ancora in gravidanza, che allattare non è solo alimentare, non è orari o bilance, che il latte materno non è solo alimento, ma è amore, comunicazione, appoggio, calore, accoglimento.
Per molti questa è retorica, ma solo così può funzionare l’allattamento; solo ponendoci in ascolto del nostro bambino, solo tenendolo accanto a noi, annusandolo, continuando a essere un tutt’uno con il lui, trascurando tutto il resto: questo non significa trasformarsi in mucche o fattrici, ma prestare attenzione solo al miracolo che noi stesse abbiamo creato.
E quando arriva l’intoppo, la difficoltà ricordiamoci che la parola d’ordine è pazienza, restiamo con il nostro bambino, non separiamoci da lui, limitiamo le interferenze non richieste, piuttosto creiamoci una rete di sostegno e cerchiamo la condivisione di queste esperienze. Cerchiamo i gruppi di sostegno, le associazioni che si occupano di allattamento e chiediamo.
E se poi non fa per me? Una collega, ma soprattutto una cara amica mi ricorda sempre che tutte le donne possono allattare, ma allattare non è per tutte le donne.
Doula – Consulente Allattamento IBCLC Georgia
tratto da: