Archivio | 22 dicembre 2011

“Metodo Estivill”, nessun valore scientifico e minaccia per lo sviluppo affettivo dei bambini

C’è un enorme equivoco circa l’efficacia e la validità scientifica del cosiddetto “metodo Estivill” illustrato nel (troppo) famoso libretto “Fate la nanna” edito nel 1999 da Mandragora (1). Gli autori si rifanno ad un metodo noto da più di un secolo che mira a far estinguere comportamentiritenuti non desiderabili.

I risvegli notturni dei bambini dai sei mesi in poi rientrerebbero tra questi comportamenti e i genitori dovrebbero applicare questo metodo per assicurare a se stessi e ai propri neonati notti intere senza risvegli.

È quantomeno curioso notare come in fondo al libro in questione non ci sia neanche un rigo di bibliografia e come dalla sua pubblicazione ad oggi gli autori non abbiano pubblicato neanche uno studio scientifico sull’applicazione del “loro” metodo.

Al contrario, autorevoli associazioni mondiali hanno prodotto documenti ufficiali in cui si mette in guardia dai possibili rischi collegati a questo metodo. Vediamone alcuni:

Esiste una nota pubblicata dall’Associazione Australiana per la Salute Mentale Infantile (2) (AAIMHI) sugli effetti dannosi del lasciar piangere i bambini durante l’addormentamento o ai loro risvegli. L’articolo in questione si riferisce al pianto associato al sonno e ai metodi che pretendono di far dormire i bambini utilizzando l’estinzione graduale, cioè una tecnica comportamentale diretta a modificare i comportamenti considerati patogeni.

Il pianto, quindi, rientrerebbe tra questi comportamenti indesiderati e modificabili attraverso apprendimenti che gradualmente lo renderebbero inutile. Infatti è proprio questo che i metodi in questione provocano: non che il bambino non si svegli, bensì che non usi più il pianto per richiamare il genitore in caso di necessità.

La nota dell’AAIMHI afferma che:

Il pianto dei bambini è sempre un’indicazione di stress o di disagio emotivo. Non rispondere al pianto dei bambini (ovvero evitare di confortarli) insegna ai bambini a non cercare conforto emotivo quando sono in una situazione di disagio. Questo vuol dire che perdono fiducia nelle figure parentali e nella relazione che si instaura con loro.

– Intorno ai sei mesi di vita i bambini sperimentano l’ansia da separazione. Questo vuol dire che devono elaborare il concetto che se la madre (o altra figura parentale di riferimento) si allontana poi ritornerà e loro non verranno lasciati soli. Questo processo di elaborazione può durare diversi mesi, ma è essenziale per il loro equilibrio anche in età adulta.

– I bambini normalmente hanno bisogno dei genitori per essere confortati di notte fin circa ai tre/quattro anni (alcuni prima, altri dopo, dipenderà dal bambino) e questo non può essere etichettato come disturbo del sonno.

– I bambini svilupperanno un attaccamento più sicuro quanto più la loro richiesta di conforto e rassicurazione verrà soddisfatta dai genitori, sia di giorno che di notte.

– Per un genitore sentire il proprio figlio che piange in maniera incontrollata e non intervenire per calmarlo e rassicurarlo è una grossa fonte di stress.

Da un punto di vista psicologico, il pianto ignorato rappresenta una mancanza di efficacia del segnale che i bambini da sempre utilizzano per comunicare coi propri genitori o con chi si prende cura di loro, e può creare in loro sensazioni di inadeguatezza circa la propria capacità di esprimere paure e disagi, ricevendone regolazione emotiva dall’adulto.

A questo proposito la psicologa Sue Gerhardt (3) illustra l’effetto che il pianto prolungato dei bambini ha sul loro sistema endocrino: “l’essere costantemente ignorati quando si piange è particolarmente pericoloso perché alti livelli di cortisolo (un ormone prodotto in situazioni di stress) nei primi mesi possono anche incidere sullo sviluppo di altri sistemi di neurotrasmettitori i cui percorsi devono ancora essere stabiliti. Essi sono ancora immaturi e non pienamente sviluppati persino dopo lo svezzamento. Infatti il ritmo normale di produzione di cortisolo ha un picco la mattina al risveglio e ci vuole quasi tutta la prima infanzia (fino ai 4 anni circa) per stabilire un andamento adulto della quantità di cortisolo, alta la mattina e bassa la sera”.

Inoltre, sempre la stessa autrice fa notare come: “si è scoperto che coloro che hanno avuto un costante contatto fisico, sono stati spesso tenuti in braccio e hanno ricevuto molta attenzione durante la prima infanzia, da adulti hanno un’abbondanza di recettori del cortisolo. Ciò significa che possono facilmente gestire lo stress.”

Anche le ricerche di Prescott (4), neuropsicologo americano, effettuate su 49 culture del mondo, hanno dimostrato come esista una correlazione tra soddisfazione del bisogno del contatto da piccoli e aggressività da adulti. Questo autore evidenzia quanto minori sono le espressioni tattili di un popolo come abitudine di accudimento dei bambini, maggiori sono i tassi di aggressività degli adulti. Questo dimostra come sia la cultura di appartenenza che condiziona le modalità di accudimento dei bambini, in quanto i loro bisogni sono sempre gli stessi.

Anche l’ACP (Associazione Culturale Pediatri italiana) si è espressa a sfavore del metodo dell’estinzione graduale (5) concludendo che questo metodo è efficace a breve ma non a lungo termine. Inoltre concorda con la posizione appena esposta dell’AAIMHI circa le possibili conseguenze psicologiche negative.

Alcune ricerche americane affermano che stress protratti nei bambini possono addirittura provocare danni cerebrali (6).

Anche la psicologa inglese Margot Sunderland (7) direttrice del Center for Child Mental Health di Londra mette in guardia dai possibili danni neurologici che possono riscontrarsi in bambini costretti a piangere a lungo. Questa autrice parla proprio del ruolo dell’accudimento genitoriale in relazione alla crescita e allo sviluppo dell’architettura cerebrale dei neonati e dei bambini.

In conclusione, siamo davanti ad una operazione commerciale molto ben riuscita ma priva di valore scientifico e per giunta non scevra di gravi rischi per i nostri bambini.
I lettori comprano, regalano e utilizzano questo libro pensando di risolvere un falso problema in quanto i risvegli notturni dei bambini fino circa al terzo anno di età rientrano nel normale sviluppo fisiologico delle loro cellule nervose (8).

Purtroppo i rischi correlati a questo metodo circa lo sviluppo affettivo dei bambini non sono sufficientemente noti alla maggior parte dei genitori e degli operatori che lo consigliano.

Il bisogno di contatto e di rassicurazione dei bambini non va mai ignorato né di giorno, né di notte, solo così avremo bambini oggi e adulti domani capaci di dare valore agli aspetti legati al mondo affettivo degli esseri umani.

Alessandra Bortolotti

1. Estivill E. De Béjar S., Fate la nanna, Mandragora, 1999.
2. AAIMHI, Position Paper 1: Controlled Crying, 2004,
Articolo disponibile al link:http://www.aaimhi.org/documents/position%20papers/controlled_crying.pdf
3. Gerhardt, S., Perchè si devono amare I bambini, Cortina, 2006.
4. Prescott JW., Body pleasure and origins of violence, estratto da: “The Bulletin of The Atomic Scientists”, novembre 1975, pagg. 10-20.
5. Tortorella ML, Moschetti A., D’Erasmo S., L’estinzione graduale risolve i problemi di sonno nei bambini?, Quaderni ACP, Vol.13 n.6, 2006, pagg. 264-266.
6. http://www.drmomma.org/2009/12/crying-it-out-causes-brain-damage.html
7. Sunderland M., The science of parenting, Dk Pub, 2006.
8. Per approfondimenti si consulti il capitolo 5° di E se poi prende il vizio?

 

Tratto da bambinonaturale.it

http://www.bambinonaturale.it/2011/03/estivil-no-valore-scientifico-minaccia-bambini/

Epidurale: i dubbi del neonatologo

Le mamme sanno già tutto, ma non lo sanno;  noi dobbiamo convincerle che loro sanno partorire e i loro neonati sanno nascere” (1). Questa frase di Lorenzo Braibanti può rappresentare sia l’inizio che la conclusione di una riflessione sul controverso tema dell’epidurale; si tratta di un semplice, ma fondamentale concetto che dovrebbe guidare l’atteggiamento di chi assiste le nascite, almeno in tutte le situazioni fisiologiche e a basso rischio (che sappiamo rappresentare la grande maggioranza delle nascite).

L’epidurale è una tecnica analgesica di tipo farmacologico che possiede caratteristiche di invasività; la sua esecuzione richiede l’azione di un operatore che per la sua competenza specialistica non può essere considerato un semplice sostegno al labour (letteralmente: fatica) della donna che partorisce. In questa prospettiva l’epidurale sembra collocarsi molto lontano dal concetto che le madri sanno partorire e i loro neonati sono capaci di nascere; anche la sola presenza dell’anestesista (con ciò che questa figura professionale rappresenta) sembra dimostrare alla donna che da sola non è in grado di mettere al mondo il suo bambino e che non è sufficiente un semplice sostegno per farle terminare questa esperienza con le proprie forze.

Siamo sicuri che il problema sia semplicemente scegliere tra dolore sì e dolore no? O, in un’ottica più complessa, dobbiamo invece parlare di antitesi tra parto attivo e parto passivo, tra madre competente e madre portata ad affidarsi alla tecnologia e allo specialista?

Stiamo forse cadendo, senza accorgercene, nel pozzo nero dell’anti-empowerment?

Oppure questo ragionamento è viziato da ideologia e pregiudizio?

E il neonato di tutto questo cosa pensa? Anche lui è coinvolto in questa scelta o la sua è una posizione del tutto passiva e priva di significato?

Per tentare una risposta scientificamente corretta a questi interrogativi (che forse però non sono soltanto scientifici), dobbiamo partire dalla valutazione dei dati che ad oggi la ricerca mette a disposizione.

Tra le numerose revisioni sistematiche prodotte negli ultimi anni sull’epidurale, una delle più autorevoli è stata pubblicata dalla Chocrane Library (2-4). I parti operativi a seguito di analgesia con epidurale sono stati quantificati in una percentuale variabile tra il 7 e il 10% a seconda delle casistiche considerate (con un rischio relativo dell’1.38, e un intervallo di confidenza al 95% dell’1.24-1.53); anche la necessità di ‘pilotare’ il travaglio con ossitocina sintetica risulta aumentata (RR 1.18, IC 1.03-1.34) e particolarmente elevato appare il numero di donne che presentano febbre come effetto collaterale (RR 3.67, IC 2.77-4.86).

Tralasciando altri dati meno significativi (ma esistono anche revisioni sistematiche che hanno esaminato gli effetti collaterali dei cosiddetti co-interventi) (5), proviamo a valutare quale significato questi numeri possono avere per madre e bambino.

L’incremento della distocia indica la difficoltà della madre ad accompagnare le contrazioni e a finalizzare le spinte della seconda fase del travaglio e in parte della fase espulsiva; il neonato, da parte sua, si dimostra poco competente a partecipare attivamente alla fase finale del travaglio, col rischio di presentazione anomala o una fase espulsiva che richiede un intervento dall’esterno; la necessità di utilizzare ossitocina di sintesi, oltre a produrre nella donna contrazioni non fisiologiche, espone il neonato ad un maggiore rischio di ipossia.

In base ai dati finora disponibili l’outcome neonatale dopo epidurale non risulta alterato, ma la maggior parte degli studi considerano parametri molto grossolani (come l’Apgar al quinto minuto) senza valutare l’esperienza della nascita nel suo complesso (comprendendo oltre ai parametri fisici anche quelli comportamentali).

Dall’analisi della letteratura scientifica emerge che le possibili interferenze dell’epidurale sull’attività neuro-comportamentale del neonato nei primi giorni dopo il parto sono state poco indagate; ancora più scarso risulta il monitoraggio di eventuali effetti a distanza. Bisogna riconoscere che queste ricerche non sono facili perchè richiedono ampie casistiche per eliminare le inevitabili variabili confondenti; forse c’è anche poco interesse a condurre questi studi, essendo molto più comodo e veloce minimizzare il problema e raccontare alle madri che ‘non sono noti effetti negativi sul neonato’.

Più frequentemente l’epidurale è stata messa a confronto con l’analgesia attraverso oppioidi per via parenterale (3, 6); in questi casi è emerso chiaramente che la prima tecnica è preferibile perchè gravata da minori effetti collaterali (così come è preferibile l’anestesia loco-regionale nel taglio cesareo rispetto all’anestesia generale). Poche ricerche hanno invece valutato l’epidurale versus nessun trattamento analgesico di tipo farmacologico; in alcuni di questi studi sono emerse risposte peggiori agli items motori e di allerta nel corso del primo mese di vita, con possibili effetti sull’attaccamento madre-bambino e sull’avvio dell’allattamento. In particolare su quest’ultimo punto possiamo contare su pochi studi e casistiche limitate che impediscono una valutazione definitiva (7).

Sappiamo bene come il parto metta in moto un meccanismo neuroendocrino altamente complesso e finalizzato (8), all’interno del quale la produzione di endorfine, sia da parte della madre che del neonato, gioca un ruolo fondamentale per calibrare l’analgesia endogena e dare forma anche psicologica all’esperienza del parto; non sono però ancora disponibili studi che possano dirci qual è il ruolo preciso svolto dalle endorfine feto-neonatali e quale effetto hanno nei primi giorni dopo il parto.

Sappiamo invece che le catecolamine prodotte dal neonato durante la nascita sono responsabili di quello stato di attenzione e di vigilanza in grado di attivare, fin dai primi minuti di vita, l’inizio dei processi di attaccamento e di stimolare importanti azioni finalizzate come la suzione del seno. Quanto l’analgesia farmacologia possa interferire in questo delicato meccanismo non è ancora possibile definire e sono necessari ulteriori e più approfonditi studi.

La comunicazione endocrina e paracrina tra madre e neonato è stata in parte studiata e oggi sappiamo che tra i due organismi esiste una specifica comunicazione biochimica, mediata dalla placenta, ma regolata dal sistema nervoso centrale dei due protagonisti. I picchi di dolore materno, e la loro alternanza con le pause e i riposi, rappresentano la base delle informazioni che la madre invia al bambino; questi a sua volta, attraverso altrettanti segnali biochimici, diventa capace di influenzare nella madre comportamenti, posizioni e strategie utili a farlo nascere.

Analogamente in altre situazioni diverse dal parto, senza la percezione dolorosa mancherebbe la capacità di indirizzare comportamenti e strategie per risolvere la situazione di difficoltà; nel parto la novità (e l’unicità) è che due organismi, diversi ma uniti, vivono contemporaneamente la stessa esperienza e devono procedere sinergicamente per riuscire a risolvere la difficoltà dell’evento. Sugli aspetti affettivi ed emotivi di questa comunicazione biochimica sappiamo ancora molto poco e questa ignoranza dovrebbe suggerire massima precauzione nell’inserire elementi di disturbo della cui innocuità non siamo ancora certi.

Le scarse conoscenze inoltre impediscono di informare le donne in maniera completa, ostacolando di conseguenza scelte veramente informate e consapevoli.

Per togliere (o ridurre) il dolore materno, rischiamo quindi di produrre interferenze significative su un processo ampiamente sperimentato e ottimizzato da migliaia di anni di evoluzione; ciononostante in particolari situazioni (parto di nato morto, psicosi, specifiche patologie materne) limitare drasticamente il dolore della madre può rappresentare un vantaggio e pertanto in questi casi può essere giusto considerare l’opportunità di una analgesia particolarmente efficace come l’epidurale.

Il problema del dolore nel parto rappresenta un tema complesso perché ha per oggetto un dolore non patologico (simile a quello di un alpinista che sceglie consapevolmente di sottoporsi a condizioni di estrema fatica e di elevato rischio) ed alla fine rimane soltanto la strada, difficile e forse non molto scientifica, di ragionare sul significato che ogni donna decide di dare a questa percezione fisica e mentale.

La complessità del dolore del parto viene inoltre nascosta e banalizzata quando poniamo come alternativa all’analgesia farmacologia la completa assenza di analgesia, mentre sarebbe più onesto e corretto prendere in considerazione le numerose tecniche di analgesia non farmacologia (bagno caldo, massaggio, sostegno emotivo, movimenti e posizioni libere, agopuntura, ecc.). Su questo tema sono già disponibili revisioni sistematiche (9-11) che dimostrano un variabile ma significativo effetto analgesico a seconda delle metodiche considerate; il grande vantaggio di queste tecniche consiste nell’assenza – praticamente totale – di effetti collaterali negativi e nel sostanziale rispetto dei processi fisiologici della nascita.

Abbiamo ipotizzato che l’epidurale possa rappresentare una forma di anti-empowerment. Questo concetto, con qualche correttivo, può essere applicato anche al neonato. Fare empowerment sul neonato significa permettere alle sue competenze innate (quelle che l’evoluzione biologica ha predisposto per lui) di esprimersi completamente affinché sia possibile la sua discesa attiva nel canale del parto, la sua corretta rotazione, la sua fuoriuscita dal corpo materno e infine la sua respirazione attiva; l’urlo dell’ultima spinta della madre prosegue e si completa nel vagito e nel respiro autonomo del neonato. Intervenire con farmaci e manovre, quando non strettamente necessario, significa non avere fiducia nelle competenze del bambino e impedire, almeno in parte, l’espressione delle sue risorse; significa sostituirsi a lui e relegarlo in una situazione passiva, in un contesto per lui ingestibile e quindi incomprensibile (12).

Siamo sicuri che al neonato limitato o condizionato nella sua esperienza di nascita non rimanga un senso di incompiuto e di vuoto?

Nonostante le nostre opinioni o i nostri dubbi, dobbiamo comunque mettere in atto, in ogni occasione, tutti gli strumenti e le strategie di cui siamo capaci affinché anche i neonati che nascono dopo epidurale, o con taglio cesareo o a seguito di interventi ad alta o bassa medicalizzazione, riescano ad essere accolti dalla madre e dal padre nella maniera migliore possibile.

Le mamme sanno già tutto, ma non lo sanno; noi dobbiamo convincerle che loro sanno partorire e i loro neonati sanno nascere

Bibliografia

1. Braibanti L. Parto e nascita senza violenza. RED editore, Novara. 1993

2. Anim-Somuah M, Smyth R, Howell C. Epidural versus non-epidural analgesia or no analgesia in labour. In: The Cochrane Database of Systematic Reviews 2005, Issue 4. Chichester, UK: John Wiley & Sons, Ltd.

3. Leighton BL, Halpern SH.The effects of epidural analgesia on labor, maternal, and neonatal outcomes: a systematic review. Am J Obstet Gynecol 2002;186:69-77

4. Lieberman E, O’donoghue C. Unintended effects of epidural analgesia during labor: a systematic review. Am J Obstet Gynecol 2002;186:31-68

5. Mayberry LJ, Clemmens D. Epidural analgesia side effects, co-interventions, and care of women during childbirth: a systematic review. Am J Obstet Gynecol 2002 May;186:81-93

6. Halpern SH, Muir H, Breen TW, Campbell DC, Barrett J, Liston R, Blanchard JW. A multicenter randomized controlled trial comparing patient-controlled epidural with intravenous analgesia for pain relief in labor. Anesth Analg 2004;99:1532-8

7.Riordan J, Gross A, Angeron J et al. The effect of labor pain relief on neonatal suckling and breastfeeding. J Hum Lact 1999

8. Nathanielsz PW Un tempo per nascere. Bollati Boringhieri, Torino 1995

9. Smith CA, Collins CT, Cyna AM, Crowther CA. Complementary and alternative therapies for pain management in labour. Date of most recent amendment: 18 February 2003. In: The Cochrane Database of Systematic Reviews 2003, Issue 2. Chichester, UK: John Wiley & Sons, Ltd

10. Simkin PP, O’Hara M. Nonpharmacologic relief of pain during labor: systematic reviews of five methods. Am J Obstet Gynecol 2002;186:131-59

11. Cluett E R, Nikodem VC, McCandlish RE, Burns EE. Immersion in water in pregnancy, labour and birth (Cochrane Review). Date of most recent amendment: 10 october 2003. In: The Cochrane Database of Systematic Reviews 2004, Issue 1. Chichester, UK: John Wiley & Sons, Ltd

12. Volta A Apgar 12. Per una esperienza positiva del nascere. Bonomi, Pavia. 2006

 

Per un approfondimento si consiglia la consultazione del sito del CeVEAS (Centro per la  Valutazione della Efficacia della Assistenza Sanitaria);URL: http://www.saperidoc.it/doc_41.html

 

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Alessandro Volta

Pediatra-neonatologo

Ospedale di Montecchio Emilia (RE)

 

 

Veleni sotto l’albero: attenti a stelle di Natale, candele e decorazioni

Decorazioni, festoni e candele sono già pronte a scaldare con i propri colori e con le proprie essenze l’atmosfera delle festività natalizie assieme a stelle di Natale e rametti di pungitopo o di vischio. Peccato che – soprattutto per i bambini – molti degli oggetti o delle piante tanto gradevoli a vedersi e dal significato benaugurale, siano in realtà tossici e potenzialmente pericolosi per la salute di tutti. Le candele ad esempio, utilizzate in gran quantità proprio nel periodo natalizio per creare “atmosfera”, liberano nell’aria particelle inalabili composte da metalli pesanti (cadmio, piombo), monossido di carbonio, derivati degli idrocarburi che possono comportare nei bambini, soprattutto in quelli più sensibili, reazioni allergiche, bronchiti asmatiche o vere e proprie manifestazioni di asma. Stesso discorso per gli alberi artificiali senza marchio CE, realizzati in materiale plastico inquinante abbinato a vernici dalla composizione sconosciuta che possono rilasciare nell’ambiente gas o altre sostanze volatili dannose. Ma non è finita qui: anche la decorazione “naturale” può creare qualche serio problema. L’ingestione accidentale delle foglie di stelle di Natale o di altre bacche particolarmente attraenti per la curiosità dei bambini, può causare dolori addominali e vomito, ma anche aritmie sino ad arrivare alle crisi convulsive.

L’allarme arriva dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, che precisa: “L’avvelenamento è una delle più comuni emergenze pediatriche e causa di una percentuale significativa di visite al pronto soccorso. Negli ultimi dieci anni sono stati oltre 1.600 i piccoli con intossicazione giunti presso la nostra struttura. I soggetti maggiormente a rischio di intossicazione sono i bambini tra il primo e il quarto anno di vita sia per la tenerissima età sia perché esplorano il mondo circostante non essendo ancora in grado di riconoscere eventuali pericoli. A farla da padrone, tra le cause, l’ingestione di farmaci (35% dei casi) e di prodotti domestici (30%). Diminuisce invece – rispetto al 15% dello scorso anno – la casistica legata alle sostanze caustiche. In coda alla classifica l’ingestione di sigarette, piante, funghi, contatto con pesticidi, morsi di vipere o altri animali potenzialmente pericolosi”.

Tra i consigli che gli esperti del Bambino Gesù – dove, nella sede del Gianicolo è attivo il primo centro antiveleni pediatrico d’Italia (piazza Sant’Onofrio, 4 Roma, tel 0668593726, attivo tutti i giorni, 24 ore su 24) – sottolineano per chi non vuole rinunciare all’atmosfera creata dal “lume di candela” è di controllare sempre con cura etichette e materiali di ciò che si acquista; di evitare alte concentrazioni di candele in locali chiusi e non adeguatamente aerati e, al momento della scelta, preferire la cera naturale senza aggiunta di profumi, coloranti o composti sintetici come le paraffine, sicuramente più economici ed esteticamente più accattivanti ma anche maggiormente tossici.

Ma l’attenzione verso i potenziali rischi di avvelenamento non conosce “alte e basse stagioni” e la prevenzione resta comunque la prima cura e la più efficace. Per questo gli esperti del Bambino Gesù hanno messo a punto un apposito vademecum a “misura di bambino”:
1) Non rimuovere mai l’etichetta da contenitori di sostanze o farmaci potenzialmente pericolosi.
2) Custodire farmaci e prodotti domestici in luoghi inaccessibili al bambino.
3) Non lasciare incustodite pillole di farmaci in casa.
4) Non travasare sostanze caustiche in contenitori anonimi.
5) Non indurre mai il vomito nel bambino che ha ingerito una sostanza.
6) Quando avviene un contatto con una sostanza pericolosa e il bambino non mostra sintomi, telefonare immediatamente al Centro Antiveleno per chiedere indicazioni.
7) Nel caso in cui il bambino venga condotto in ospedale, ricordarsi di portare sempre il contenitore della sostanza assunta.
8) Non far mangiare mai il bambino dopo un’intossicazione.
9) In caso di probabile ingestione di sostanza caustica, non assaggiare il prodotto.
10) In caso di sospetta intossicazione da funghi accertarsi sempre se altri componenti della famiglia presentino sintomi.

Articolo tratto da:

Genitori Magazine

http://www.genitorimagazine.it/2011/12/19/veleni-sotto-lalbero-attenti-a-stelle-di-natale-candele-e-decorazioni/