Allattamento prolungato, vizio o pregiudizio?

“Non esistono evidenze scientifiche secondo le quali l’allattamento oltre i primi mesi possare provocare danni pscicologici nel bambino, nè che rivela eventuali disturbi della madre che sceglie di allattare i propri figli a lungo.” (1)

In genere infatti sono proprio gli psicologi a mettere in quardia dall’allattamento al seno prolungato, ma di fatto questo è dovuto esclusivamente ad una mancanza di informazione.
Va chiarito, innanzi tutto, che in Italia, nessun corso di laurea in psicologia, né scuole di specializzazione post-lauream, prevedono formazione specifica in psicologia perinatale, cioè riguardo i temi del periodo intorno alla nascita.
L’equivoco è ancor più evidente se consideriamo inoltre, che è rarissimo che uno psicologo si occupi di fisiologia, cioè di ciò che è normalmente presente nei processi di sviluppo fisici e mentali di ognuno di noi, fin dal concepimento. Non avendo avuto una formazione specifica è evidente che uno psicologo ignori l’anatomia della mammela, la composizione del altte materno, il ruolo fondamentale degli ormoni dell’ossitocina e della prolattina ed il legame che ne deriva tra madre e bambino.(2)

Numerosi studi nel nostro paese e nel mondo dimostrano i benefici dell’allattamento al seno oltre i primi anni, ma tali studi purtroppo non sono diffusi tra numerosi operatori sanitari come gli psicologi ed i pediatri, i quali continuano ad ignorare gli effetti positivi sul sistema immunitario, sullo sviluppo del sistema nervoso e sulla relazione madre/figlio.

Non è un caso se un autorevole psicologa come Mary Ainsworth (3), grazie ad alcune ricerche da lei compiute in Africa, già nel 1972 ipotizzava che l’età di svezzamento dei bambini dovesse essere intorno ai due/tre anni e che le modalità di allattamento al seno a richiesta, anche di notte, dormendo vicino al bambino e allattandolo per farlo addormentare, contribuirebbero a rendere il bambino più sicuro di sé e aumenterebbero la sua fiducia nel fatto che la madre comprenda i suoi segnali ed i suoi bisogni.
Ciò costituirebbe una sorta di iniezione di fiducia e di sicurezza a cui il bambino farebbe riferimento per tutta la vita nei momenti di difficoltà.

John Bowlby (4), ricercatore britannico di scuola psicoanalitica, affermava che gli esseri umani hanno una predisposizione innata a formare relazioni di attaccamento con le figure genitoriali, che queste relazioni hanno la funzione di proteggere la persona accudita ed esistono in forma stabile già alla fine del primo anno.
L’attaccamento, sistema innato osservabile nei mammiferi e specialmente nei primati, ha una notevole importanza evolutiva (assicura la sopravvivenza dell’individuo giovane e quindi la futura diffusione della specie) e, per questo, è profondamente radicato.
Nell’età evolutiva l’attaccamento riveste un’importanza fondamentale e permea tutto lo sviluppo psichico.
La funzione propria dell’attaccamento è di assicurare la protezione del bambino dai pericoli: come negli animali, il piccolo dell’uomo, se protetto dall’adulto, corre minori pericoli.

Katherine Dettwailer (5), antropologa americana, comparando l’allattamento dei primati e analizzando la letteratura sull’età di svezzamento nelle varie culture, fa notare come esistano usanze molto diverse fra i vari popoli della Terra, sull’età ideale in cui si dovrebbero svezzare i bambini; in base ai suoi studi questa autrice afferma che se lo svezzamento avvenisse senza farsi condizionare dalle regole della società di appartenenza e fosse rispettato il processo biologico scelto dalla natura da migliaia di anni attraverso la selezione naturale, questo avverrebbe in un’età compresa fra i due anni e mezzo ed i sette.

Maria Ersilia Armeni (6), pediatra italiana e consulente IBCLC di allattamento, afferma che: “La psicologia italiana è uno dei pilastri della legittimazione a sospendere l’allattamento protratto oltre i primi mesi poichè non è al corrente del profondo radicamento dal punto di vista ormonale e fisiologico dell’allattamento nella donna e nel bambino. Questo rappresenta una copertura che la nostra società adotta per rivestire di legittimità comportamenti e pratiche che non rispondono affatto alle esigenze biologiche dei nostri bambini”.

Carlos Gonzales (7), pediatra spagnolo, padre di tre figli e fondatore dell’associazione catalana per l’allattamento materno, afferma che non esiste nessun limite all’allattamento materno, che non esiste alcune motivazione, medica, psicologica o nutrizionale per svezzare obbligatoriamente ad una certa età. Che le donne sono libere di decidere quanto allattare senza farsi condizionare dalle opinioni di esperti o presunti tali. Il bambino ha bisogno di essere dipendente dalla madre per la conquista della propria autonomia con i suoi tempi. Purtroppo alcuni psicologi e pediatri colpevolizzano addirittura le madri che proseguono l’allattamento oltre il primo anno, dandole la colpa addirittura di creare dipendenza, insicurezza ed incapacità di autoregolazione nei propri bambini. Contribuiscono così a generare in loro sentimenti di sfiducia in se e di confusione circa l’ascolto di accudimento dei propri figli.

Tale sentimento poi è ulteriormente rafforzato dai condizionamenti delle persone che si hanno intorno, da ciò che una mamma sente dire o legge sui libri e sulle riviste a loro dedicate a tal punto che le mamme che allattano a lungo , il più delle volte, sono portate a nascondersi o a mentire a chi gli sta intorno (8).
I dati tratti dall’indagine ISPO indicano che il 27% delle mamme se avesse avuto un sostegno maggiore da parte di figure sanitarie, forse o sicuramente avrebbe potuto allattare più a lungo.
Risulta evidente quindi, che il problema è esclusivamente culturale, una cultura non del sapere, ma dell’ignoranza nel vero senso della parola, perché di fatto, l’allattamento non è materia di studio nei programmi universitari delle facoltà di Psicologia italiane.

Alexander Lowen (9), psicologo, padre della bioenergetica, afferma che.” Il neonato ha bisogno del contatto fisico con sua madre così come ha bisogno del cibo e dell’aria.
L’intimità necessaria si raggiunge soprattutto attraverso l’allattamento al seno. Soltanto il bambino sa di quanto contatto ha bisogno e per quanto tempo, alcuni bambini ne avranno bisogno più di altri. Il contatto del bambino col sistema energetico della madre eccita l’energia del suo sistema e lo fa avvicinare al petto di sua madre.
Se il bambino viene allattato circa tre anni lo svezzamento non sarà traumatico e molti disturbi mentali potrebbero essere spiegati”.

Secondo il mio modesto parere è chiaramente deducibile che spesso noi mamme siamo più informate in materia di allattamento rispetto a  numerosi operatori sanitari.
Ciò che ci guida è soprattutto al nostro istinto che ci porta a fare del nostro meglio per accudire i nostri cuccioli.
Pertanto fidiamoci un pò più di noi stesse e facciamoci guidare dal nostro bambino.
La mia speranza è che, nell’attesa di un percorso fomativo specifico, così come molti pediatri si stanno informando, anche gli psicologi facciano altrettanto per potenziare un reale lavoro di squadra a sostegno delle mamme.

Bibliografia:

1. Paola Negri, Sapore di mamma – Allattare dopo i primi mesi, Il leone verde edizioni
2. Nell’articolo dal titolo “Ossitocina e attaccamento” dell’ACP (Associazione Culturale Pediatri) si afferma: “un posto a parte va riservato all’allattamento al seno che presso le nostra cultura è troppo precocemente abbandonato a favore del latte in formula o vaccino. Tale pratica, che secondo le indicazioni OMS va promossa fino al secondo anno di vita, non solo ha effetti positivi sulla salute del neonato e della madre ma,attraverso lo stimolo ossitocinico costante nel tempo, promuove il legame madre bambino. Pratiche prossimali, come il cosleeping, dimostratamente si associano al successo dell’allattamento al seno in una relazione causale non chiarita. Non è difficile ipotizzare però che le due pratiche prossimali, entrambe sotto il governo dell’azione dell’OT, in un’azione concertata e ne dell’OT, in un’azione concertata e simultanea interagiscano potenziandosi vicendevolmente”
3. http://www.eric.ed.gov
4. Bowlby J., (1989) Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Cortina, Milano.
5. Dettwailer, articolo tratto dal sito www.allattiamo.it link http://www.allattiamo.it/kdsvezz.htm
6. Armeni M.E., (2008), Allattare.net, Castelvecchi Edizioni.
7. Gonzales C. (2007), Un dono per tutta la vita, Il Leone verde, Torino.
8. Bortolotti A. (2008), “Ricordi di latte”
9. Lowen A. (2003), Il linguaggio del corpo, Feltrinelli, Milano.

L’articolo è stato tratto da:

http://www.professionemamma.it/professione-mamma/allattamento/374-allattamento-prolungato-vizio-o-pregiudizio.html

 

2 thoughts on “Allattamento prolungato, vizio o pregiudizio?

  1. Con gli occhi pieni di lacrime posso solo dire grazie a tutti gli esseri umani che, dopo aver letto i loro articoli scritti con amorevole cura , permettono a noi mamme di essere noi stesse, fiduciose delle nostre capacità emotive nel percorrere il cammino meraviglioso con i nostri bambini.

  2. Cara Anna, grazia te per aver condiviso le tue emozioni!! è vero che tante volte bastano poche parole per farci ritrovare la giusta fiducia in noi stesse e nell’essere madri!

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