Archivio | 22 marzo 2012

Allattare in un mondo inquinato!

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(Allattare in un mondo inquinato consigli per le mamme a cura di Adriano Cattaneo, Patrizia Gentilini, Paola Negri, Linda Maggiori)

Introduzione
La presenza di diossine e altre sostanze inquinanti (PCB –Policlorobifenili, metalli pesanti come piombo, mercurio e cadmio, pesticidi e ritardanti di fiamma, ecc…) nel latte materno è un tema complesso e delicato per le ansie e i timori che genera. Come può una mamma allattare serenamente se sa che il suo latte è inquinato? C’è il rischio di scoraggiare l’allattamento?
La letteratura scientifica sostiene l’importanza dell’allattamento al seno anche in presenza di contaminanti come quelli citati. I rischi legati all’alimentazione artificiale sono tali che, soppesando costi, rischi e benefici, non è consigliabile interrompere l’allattamento a causa della presenza di inquinanti nel latte materno. L’allattamento al seno, infatti, favorisce e protegge lo sviluppo neuropsicologico e cognitivo anche quando sia stato compromesso dall’esposizione ad inquinanti durante la gravidanza, il periodo della vita nel quale il sistema nervoso cresce maggiormente ed è quindi maggiormente soggetto ad eventuali danni. A parità di contaminazione in utero se la cavano meglio, in termini di sviluppo neuropsicologico e cognitivo, i bambini allattati al seno, soprattutto se a lungo, rispetto a quelli alimentati con formula o in maniera mista[1].
Tuttavia il timore di disincentivare l’allattamento non deve essere un pretesto per ignorare il problema. Occorre invece che le mamme e le associazioni a tutela dell’allattamento ne prendano consapevolezza e chiedano alle istituzioni monitoraggi regolari dei livelli di contaminazione del latte materno e politiche più rispettose dell’ambiente e tali da evitare la formazione di sostanze tossiche.
Diossine: cosa sono?
Le diossine (policloro-dibenzo-p-diossine PCDD e policloro-dibenzofurani PCDF o furani) sono composti chimici formati da carbonio, idrogeno, ossigeno e cloro: si tratta di sottoprodotti non voluti dei processi di combustione di plastiche clorurate o altre sostane organiche, in particolari condizioni di temperatura ed in presenza di cloro, ma possono provenire anche come sottoprodotti da processi di sintesi di pesticidi.
Dove si trovano?
Sono sostanze persistenti, insolubili in acqua e hanno un’elevata affinità per i grassi. Sono inoltre soggette a bioaccumulo e biomagnificazione: vuol dire che persistono nella catena alimentare e si concentrano via via negli organismi viventi, negli animali ed in particolare nell’uomo che ne è all’apice. La loro assunzione avviene per oltre il 90% per via alimentare, specie attraverso alimenti quali pesce, latte, carne, uova e formaggi ad alto contenuto di grassi. Questi inquinanti passano da un territorio all’altro con i venti o le acque, o con la commercializzazione di alimenti inquinati[2].
Chi produce le diossine?
In Italia numerose industrie immettono in ambiente diossine e PCB, in particolare le acciaierie e gli impianti di produzione e lavorazione dei metalli. Uno dei territori più inquinati da diossine è l’area circostante l’acciaieria ILVA di Taranto. Ma consultando il registro europeo sulle sorgenti di diossina appare chiaro che un’altra fonte importante è la combustione di rifiuti urbani, industriali e ospedalieri, responsabile del 64% circa delle emissioni complessive di tali sostanze[3].
In Italia le stime per il calcolo delle diossine emesse si basano sui dati forniti in autocontrollo dai gestori e relativi a 24 ore annuali di analisi eseguite in condizioni dinormale attività dell’impianto. È ben noto, tuttavia, che la massima produzione di diossine si ha in presenza di cambiamenti della temperatura di esercizio che le moderne tecnologie non possono evitare. Secondo recenti studi, oltre il 60% della diossina prodotta annualmente si forma nella sola fase di accensione[4]. Inoltre si pone il problema del trasporto e stoccaggio delle ceneri altamente inquinanti dei filtri.
La Conferenza di Stoccolma sui POPs (Persistent Organic Pollutants), che l’Italia ha sottoscritto ma non ha ancora ratificato (unico tra i paesi dell’Unione Europea), impone che sia ridotta quanto più possibile la produzione di diossina come sottoprodotto inevitabile di determinati processi. L’obiettivo è ridurre l’immissione nell’ambiente di queste sostanze dato che, una volta prodotte, è praticamente impossibile eliminarle.
Gli inceneritori di rifiuti e le centrali a biomassa sono sorgenti di diossina del tutto evitabili con adeguate politiche di riduzione e riciclo dei rifiuti.
I PCB: cosa sono?
A differenza delle diossine, i PCB (policlorobifenili) sono prodotti deliberatamente dall’uomo tramite processi industriali. La loro produzione è iniziata negli anni ‘30 ed è perdurata per oltre 50 anni, fino al 1985, quando sono stati ufficialmente banditi stante la loro pericolosità.
Oltre a diossina e PCB, esistono più di 300 sostanze tossiche, di cui molte cancerogene, che possano trovarsi stabilmente nel nostro corpo ed essere, al pari delle diossine e dei PCB, trasferite alla prole; tra queste, mercurio, piombo, nichel, arsenico, cadmio, benzene, idrocarburi policiclici aromatici, pesticidi e ritardanti di fiamma.
Tossicità di diossine e PCB
Diossine e PCB sono sostanze cancerogene e “endocrin disruptor”, ovvero interferenti endocrini, molecole che disturbano funzioni complesse e delicatissime dell’organismo quali quelle immunitarie, endocrine, metaboliche e neuropsichiche. In particolare, risulta essere molto pericolosa l’esposizione durante la vita intrauterina, quando gli inquinanti arrivano all’embrione e al feto interferendo con le fasi più critiche e delicate dello sviluppo sia del sistema nervoso che di altri organi.
Ma non dobbiamo preoccuparci solo degli effetti tossici di dosi massicce, oltre i limiti consentiti: l’esposizione continua, seppure a dosi “minime”, ha effetti a lungo temine non ancora conosciuti, ma non per questo meno temibili[5].
Diossina e PCB in utero e nel latte materno
La diossina e i PCB possono essere trasferiti dalla mamma al piccolo sia durante la gestazione, sia (in misura maggiore) durante l’allattamento. Benché si trasferisca più diossina al neonato tramite l’allattamento che durante la gestazione, (perché il latte contiene più lipidi del sangue placentare e perché l’allattamento può  durare ben oltre 9 mesi), è comunque più pericolosa l’esposizione in utero, anche a minime dosi, di quella via latte materno.
Per i suoi preziosi componenti (nutrienti, enzimi, anticorpi, agenti antinfiammatori, fattori di crescita, ormoni) e per le funzioni regolatrici sul sistema immunitario, neurologico e endocrinologico, il latte materno può essere considerato un fattore di protezione anche e soprattutto in zone inquinate, perché favorisce e protegge lo sviluppo neuropsicologico e cognitivo dei bambini già contaminati in utero. Rimane valida quindi la raccomandazione dell’OMS e del Ministero della Salute di allattare al seno in modo esclusivo fino al sesto mese compiuto, e di continuare ad allattare, con l’aggiunta di altri alimenti, fino ai 2 anni o oltre, ed in ogni caso finché madre e bambino lo desiderano[6].
Ricordiamoci inoltre che anche il latte artificiale può essere contaminato da diossina, e i controlli sono pochi: nel 2009 in Emilia Romagna sono stati eseguiti 13 controlli sul latte di mucca e 2 su latte per l’infanzia; in Toscana, non è stato eseguito nessun controllo su latte di mucca e su latte per l’infanzia[7].
Il latte materno, d’altra parte, rappresenta un materiale particolarmente idoneo per la valutazione dell’inquinamento “in vivo”, perché è agevole da reperire e permette di stimare l’esposizione presente e pregressa di una popolazione. Questo significa che il latte materno è un indicatore del tipo e della concentrazione di sostanze inquinanti che si trovano nell’organismo delle persone che vivono in una data zona, il cosiddetto “body burden”. Grazie alle misure di controllo messe in atto dopo l’entrata in vigore, nel 2004, della Convenzione di Stoccolma (che l’Italia non ha ratificato), i livelli di contaminazione del latte materno stanno diminuendo in Europa, ma mancano studi su vasta scala sulla situazione nel nostro paese, sia dal punto di vista geografico che temporale[8]. In carenza di adeguate informazioni da parte delle istituzioni preposte, i cittadini si organizzano in comitati spontanei (come a Montale, Taranto, Brescia, Forlì) e spesso provvedono con propri fondi all’esecuzione di analisi e controlli. Le analisi su campioni raccolti in Italia, in zone vicine ad inceneritori o acciaierie, segnalano un preoccupante livello di diossina nel latte materno: un lattante di 5 kg può trovarsi ad assumere da 18 a 80 o perfino da 240 fino a quasi 1200 pg/kg/die di diossine (invece dei 2 pg/kg/die raccomandati come massimi livelli da OMS ed Unione Europea per gli adulti), a seconda che risieda in una zona rurale, a Montale, a Taranto o a Brescia[9].
Occorre un monitoraggio continuo e indipendente su campioni di latte materno e sul sangue del cordone ombelicale, anche per evitare che l’assenza di dati certi possa ingenerare un allarme incontrollato e disincentivare l’allattamento al seno. Le mamme che allattano, e più in generale le donne in età fertile, se correttamente informate sui possibili danni al feto e al lattante, sono le persone più interessate a far pressione perché diminuisca l’inquinamento ambientale da diossina ed altre sostanze. Un serio monitoraggio sui livelli di diossina nel latte materno è uno strumento importante di lotta contro l’inquinamento ed allo stesso tempo può essere uno strumento di protezione dell’allattamento al seno.
Consigli alle mamme
Come minimizzare i rischi di contaminazione durante la gravidanza e l’allattamento (tratto da un articolo di Betty Crase[10]):Consuma preferibilmente cibi genuini, freschi e prodotti possibilmente lontano da fonti di contaminazione e  senza utilizzo di prodotti chimici . Prediligi- quando possibile- il consumo di alimenti con certificazione  biologica: la certificazione biologica prevede che gli alimenti siano coltivati lontano da autostrade/siti industriali, discariche e soprattutto senza uso di  pesticidi.

  • Evitare il contatto sul lavoro con agenti chimici inquinanti; pretendere che sul lavoro siano fissati livelli di sicurezza che considerino le donne gravide e allattanti come i modelli di riferimento.
  1. Consuma cibi genuini, freschi e se possibile prodotti lontano da siti industriali, discariche e inceneritori e senza utilizzo di prodotti chimici, se possibile biologico.

  2. Limita il consumo di carni, pesce, uova, latte, (essendo all’apice della catena alimentare, sono i più contaminati) e cerca di eliminare il grasso della carne, dove si concentrano inquinanti liposolubili come la diossina.
  3. Preferisci carni e uova biologiche, allevati lontano da inceneritori, cementifici, industrie metallurgiche, acciaierie ed insediamenti industriali in genere.
  4. Preferisci pesci piccoli (quelli più grandi sono all’apice della catena alimentare), in particolare il pesce azzurro (ricco di sostanze benefiche per la salute della donna in gravidanza e del feto).
  5. Preferisci frutta e verdura biologica. Se non è possibile, lava bene e togli la buccia.
  6. Evita bruschi cambiamenti di peso, come ingrassare troppo durante la gravidanza e diete dimagranti dopo il parto, che immettano nel sangue all’improvviso maggiori quantità di fattori inquinanti liposolubili, come i PCB.
  7. Evita di fumare sigarette e di bere alcool poiché i livelli dei fattori inquinanti più elevati sono stati rilevati nelle persone che fumano.
  8. Evita l’uso di pesticidi (insetticidi, diserbanti, fungicidi, ecc.) e di sostanze chimiche in generale, in casa, nel giardino e sull’erba.
  9. Non utilizzare cosmetici realizzati con materie prime contaminate. Per lenire eventualmente capezzoli dolenti o il dolore da ragadi durante l’allattamento, utilizza soltanto lanolina di qualità medica.
  10. Fai attenzione ai prodotti che si utilizzano per la pulizia della casa, il bucato, l’igiene personale: ricorda che aceto, bicarbonato, acido citrico, sapone naturale  ecc. possono evitare grandemente  l’utilizzo di prodotti chimici.
Conclusioni
IBFAN Italia e Mami condividono e sostengono pienamente il lavoro di denuncia e ricerca di tanti medici ed operatori sanitari, in particolare quelli appartenenti all’associazione International Society of Doctors for the Environment (ISDE)[11].Crediamo che la protezione dell’allattamento passi anche dal rispetto e dalla tutela dell’ambiente che ci circonda. Per questo, oltre a sensibilizzare le mamme ad adottare stili di vita salutari e poco inquinanti, siamo pienamente d’accordo con ISDE e con Associazioni e Comitati di mamme e Cittadini indipendenti nel chiedere alle istituzioni che:
  1. Sia effettuato un biomonitoraggio regolare e indipendente per la presenza di diossina ed altre sostanze inquinanti, sia sul latte materno che sul sangue del cordone ombelicale, per un’accurata sorveglianza dello stato di salute complessivo della popolazione infantile.
  2. Siano messe al bando pratiche altamente inquinanti, oltre che illogiche quali l’incenerimento di rifiuti, biomasse e quant’altro, che una volta avviate ostacolano il diffondersi di pratiche virtuose quali la riduzione, il recupero e il riciclo dei rifiuti[12].
  3. Siano diffuse pratiche virtuose quali la riduzione, il recupero e il riciclo dei rifiuti.
  4. Siano imposti vincoli normativi ben più rigidi ad impianti produttivi realisticamente non eliminabili almeno per l’immediato, come ad esempio le acciaierie, sia in ordine all’entità delle emissioni che alla loro localizzazione nei pressi di centri abitati e/o di territori in cui si pratica l’allevamento di bestiame, pesci e molluschi, per l’elevato rischio di contaminazione delle catene alimentari[13].
  5. Sia ratificata la Convenzione di Stoccolma sui POP’s[14].
LETTURE E LINK CONSIGLIATI
Allattamento al seno:
Linee di indirizzo nazionali sulla protezione, la promozione ed il sostegno dell’allattamento al seno. Gazzetta Ufficiale N.32 del 7 Febbraio 2008
Studi su diossina, PCB e latte materno:
P. Gentilini, A.M. Moschetti, E. Burgio, , S.Raccanelli, M. Bolognini, A.Cattaneo. Xenobiotici nel latte materno, il caso delle diossine, Il Cesalpino, Rivista medico-scientifica dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Arezzo, 2010 n. 26, pag 15-22.
P. Gentilini, Diossina nel latte delle madri, in Europa, in Italia e a Taranto, quali sono i rischi e come  possiamo difenderci dalla contaminazione?
Giornate di studio su Inquinamento e salute Ordine Medici chirurgi e odontoiatri, provincia di Taranto, Taranto 22 gennaio 2011
G. Calamandrei, Xenobiotici nel latte ed attività neuroendocrina, Istituto superiore della sanità, Roma , 21-22 giugno 2007
Primavera G., Contaminanti chimici nel latte materno, XXII Congresso Nazionale ACP Palermo,
Tomatis L. Prenatal exposure to chemical carcinogens and its effect on subsequent generations. Natl Cancer Inst Monogr 1979;51:159-84.
Betty Crase,”Pesticidi e allattamento al seno”  Leaven  vol.30 n.3, pp. 37-40 maggio 1994
Analisi su campioni biologici (polli, uova, latte materno) condotta a Coriano (FO) dall’ISDE Associazione Medici per l’Ambiente www.isde.it ;
per una rassegna stampa vedi anche su Corriere Romagna, Resto del Carlino, La voce del 20 aprile 2011. Comunicato stampa Ausl Arpa Forlì, 22-04-2011. Risposta dell’ISDE al Comunicato Arpa Ausl, 23-04-2011
Unione Europea e rifiuti:
Direttiva 2008/98/CE,  la Direttiva antepone la prevenzione al riutilizzo, al riciclaggio e alle altre modalità di recupero, relegando in fondo alla scala sistemi di smaltimento quali la messa in discarica.
Relazione 19 gennaio 2011 della Commissione Europea sulla riduzione  e riciclaggio dei rifiuti da parte degli Stati membri:http://ec.europa.eu/environment/waste/strategy.htm
Conferenza Stoccolma sui Persistent Organic Pollutants, maggio 2001. www.pops.int
United Nations, “Regional monitoring reports under the global monitoring plan for effectiveness evaluation: additional human tissue data from
the human milk survey”, 23 Febbraio 2011, Conference of the Parties to the Stockholm Convention on Persistent Organic Pollutants Fifth meeting
Buone pratiche:
Coordinamento GCR Parma, “L’alternativa c’è. Progetto alternativo per la gestione dei rifiuti” scaricabile su http://gestionecorrettarifiuti.it/no-inceneritore/alternative.html
Centro Riciclo Vedelago: http://www.centroriciclo.com/: in questo centro è stata messa a punto la sperimentazione dell’”estrusore”, che trasforma a freddo il materiale secco non riciclabile per ricavarne sabbia sintetica inerte e non inquinante da utilizzare nei calcestruzzi.
Rete Nazionale Rifiuti Zero: http://www.rifiutizerocapannori.it/, tra i suoi maggiori ideatori Paul Connett, professore della St. Lawrence Universty di Canton.

[1] Mead MN. Contaminants in human milk: weighing the risks against the benefits of breastfeeding. Environ Health Perspect 2008;116:A427-A434.
[2] P. Gentilini, A.M. Moschetti, E. Burgio, , S.Raccanelli, M. Bolognini, A.Cattaneo. Xenobiotici nel latte materno, il caso delle diossine, Il Cesalpino, Rivista medico-scientifica dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Arezzo, 2010 n. 26, pag 15-22.
[4] Wang LC, Hsi HC, Chang JE et al. Influence of start-up on PCDD/F emission of incinerators. Chemosphere 2007;67:1346-53.
[5] Tomatis L. Prenatal exposure to chemical carcinogens and its effect on subsequent generations. Natl Cancer Inst Monogr 1979;51:159-84.
[6] Linee di indirizzo nazionali sulla protezione, la promozione ed il sostegno dell’allattamento al seno. Gazzetta Ufficiale N.32 del 7 Febbraio 2008
[7] Comunicazione del Dott. Diegoli, veterinario della regione Emilia Romagna nel 2009.
[9] Vedi nota 2
[10] Betty Crase, Leaven  vol.30 n.3, pp. 37-40 maggio 1994
[13] P. Gentilini, A.M. Moschetti, E. Burgio, , S.Raccanelli, M. Bolognini, A.Cattaneo. Xenobiotici nel latte materno, il caso delle diossine, Il Cesalpino, Rivista medico-scientifica dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Arezzo, 2010 n. 26, pag 15-22.

Depressione post-partum: quello che sappiamo

di Katleen Kendall-Tackett, Professore associato in psicologia al Family research Laboratory, University of New Hampshire; IBCLC; membro della American Psychological Association

The impact of maternal stress and depression on breasfeeding: what we know so far. Breastfeeding Abstract 2005;(24):4.

La  depressione  post-partum  colpisce  circa  il 10-20% delle neomamme a livello mondiale e può portare a serie conseguenze sia per la madre sia per il bambino. Anche se negli ultimi 15 anni sono  stati  pubblicati  centinaia  di  studi sulla  depressione  post-partum,  pochi hanno  incluso  l’allattamento  tra  le  variabili  e  questi  si  sono  generalmente  focalizzati  sulla  trasmissione di farmaci attraverso il latte materno.  Tuttavia  recentemente  alcuni studi hanno esaminato la relazione tra stress, depressione materna e allattamento. Nancy  Aaron  Jones  ha  descritto come l’allattamento protegga i bambini di madri depresse dall’impatto negativo  della  depressione  materna.

Questo articolo riassume altri studi recenti  che  hanno  preso  in  esame  la  relazione  tra depressione, stress e allattamento.

Depressione e interruzione dell’allattamento.

Alcuni  ricercatori  hanno  preso  in  esame  la relazione tra interruzione dell’allattamento e  depressione.  In  uno  studio  nelle  Barbados,

Galler e collaboratori  hanno scoperto che le madri  con  sintomi  di  depressione  a  7  settimane  dal parto  dimostravano  una  ridotta  preferenza  per l’allattamento  al  momento  della  valutazione e pensieri negativi circa l’allattamento per il futuro.  Gli  autori concludono  che  la  depressione post-partum dovrebbe essere curata allo scopo di migliorare     le     speranze     di     buon     esito dell’allattamento.

Misri,  Sinclair  e  Kuan ,  nel  loro  studio  su  51 donne  nel  post-parto  con  depressione  maggiore, riportano che nell’83% delle donne la depressione ha  preceduto  l’interruzione  dell’allattamento. Solo il 17% riferiva che la depressione era iniziata dopo la sospensione dell’allattamento. In  uno  studio  inglese,  Bick  e  collaboratori  hanno  avuto  risultati  simili  con  donne  nel  post-parto. Hanno intervistato 906 donne 45 settimane dopo  il  parto.  In  questo  campione  il  63%  aveva allattato, ma di queste il 40% aveva interrotto entro  il  terzo mese.  I fattori  predittivi  di  interruzione precoce dell’allattamento comprendevano depressione, ritorno al lavoro entro 3 mesi e la regolare cura del bambino da parte di altri famigliari di sesso femminile. Uno  studio  australiano   su  790  donne  a  8-9 mesi  dal  parto  ha  rilevato  che  donne  che  non avevano allattato dalla nascita o che non stavano allattando a 3 mesi dal parto erano in modo significativo  più inclini  alla  depressione.  Uno  studio  in Pakistan  ha riportato risultati simili. Questo campione comprendeva 100 donne con figli in  età  da  allattamento  compresa  tra  2 mesi  e  2  anni.  Di  queste  donne  il  38% aveva  sospeso  l’allattamento  al  seno, con il 36,8% che riferiva che la depressione   aveva   preceduto   l’interruzione dell’allattamento  e  l’1,2%  che  riferiva che  la  depressione  si  era  sviluppata dopo  la  conclusione  dell’allattamento. Le    donne    che    avevano    sospeso l’allattamento  avevano  conseguito,  sulla  versione  Urdu  della  HADS (Hospital anxiety and depression scale), un punteggio del valore medio di 19,66, contro    il    3,27    delle    donne    che allattavano.  Gli  autori  concludono  che  la  depressione  materna  è  stata  la  causa  dell’interruzione dell’allattamento per queste donne.

Stress post-parto e allattamento.

Dall’esperienza  clinica  gli  specialisti  di  allattamento    sono    consapevoli    da    tempo    che l’allattamento  riduce  lo  stress  materno.

Tuttavia è stato difficile dimostrarlo empiricamente perché spesso ci sono notevoli differenze preesistenti  tra  le  madri  che  allattano  e  quelle che  danno  il  biberon.  Mezzacappa  e  Katkin hanno presentato dati da 2 studi che indicano che l’allattamento difende le donne dall’umore

negativo.  Nel  primo  studio  hanno  confrontato  28 madri che allattavano al seno e 27 che allattavano artificialmente  sul  livello  di  stress  percepito  nel mese precedente. Come previsto le madri che allattavano  riferivano  meno  stress  anche dopo  aver  controllato  per  possibili  variabili  confondenti. In un secondo studio hanno confrontato 28 madri, che allattavano sia al seno sia con il biberon,  immediatamente  dopo  aver  allattato  e immediatamente dopo aver dato  la formula con il biberon. Il disegno di questo  studio ha permesso agli autori di tenere conto delle differenze preesistenti  nelle  madri  che  sceglievano  di  allattare  piuttosto  che  nutrire con il  biberon,  dato  che  ogni madre  veniva  confrontata  con  se  stessa.  Essi hanno  rilevato  che  l’allattamento  era  associato  a  una  riduzione  dell’umore  negativo  e la nutrizione artificiale a una riduzione dell’umore positivo nelle stesse donne.

Le  difficoltà  nell’allattamento  al  seno  tuttavia possono  aumentare  lo  stress  e  la  depressione materna. In un campione di 41 madri che allattavano  la  stanchezza  era  moderatamente correlata con depressione, stress percepito e gravità  dei  problemi  nell’allattamento.  Queste rilevazioni sono state fatte a 3 giorni e a 3,6 e 9  mesi  dal  parto.  Come  previsto  le  madri  depresse  riferivano  più  stanchezza  in  ciascuno  di

questi periodi. Le madri più anziane e quelle i cui figli  avevano  temperamento  difficile  riportavano i livelli più alti di stanchezza.

In un altro studio su 465 donne i pensieri negativi 1 mese dopo il parto erano predittivi di depressione  a  4  mesi.  Le  donne  che  allattavano  al

seno  i  loro  bambini  non  differivano  dalle  donne che  li  allattavano  artificialmente  nello  sviluppo  di depressione, ma le donne preoccupate per l’allattamento avevano più probabilità di diventare depresse rispetto a quelle non preoccupate.

Il  dolore  ai  capezzoli,  un tipo  di  dolore  relativamente  comune  nelle  donne  che  allattano,  può portare a svezzamento prematuro anche in madri motivate ad allattare e può anche avere un  impatto  psicologico  sulle  madri.  In  uno  studio di  Amir  e  collaboratori su  madri  australiane,  48 donne  che  allattavano  con  dolore  ai  capezzoli  furono  confrontate  con  65  donne  che  allattavano senza dolore. Le donne con dolore avevano  una  probabilità  significativamente  maggiore di essere depresse. Delle donne con dolore il 38% aveva  un  punteggio  oltre la  soglia  per la  depressione  contro  il  14%  nel  gruppo  di  controllo.  In modo simile le donne nel gruppo con dolore avevano punteggi significativamente più alti su tutti gli indici  della  scala  Profile  of  Mood  States  (Profilo degli stati dell’umore). Tali stati sono tensione, depressione, stanchezza, aggressività, confusione e vigore.  Una  volta  risolto  il  dolore  i  punteggi  su questa scala scendevano a livelli normali.

Ormoni dello stress e allattamento.

Secondo  Marshall livelli  elevati  di  stress  alterano  l’equilibrio  tra  i  neurotrasmettitori  acetilcolina  e  noradrenalina  portando  a  un  eccesso  di acetilcolina. Lo stress prolungato non inibisce più l’attività  colinergica  con  conseguente  aumento dell’ormone dello stress: il cortisolo. I livelli di cortisolo sono  spesso elevati in persone depresse e elevati    livelli    di    cortisolo    possono    influire sull’allattamento.

Grajeda  e  Perez-Escamilla  hanno  misurato  i livelli di cortisolo di 136 donne cittadine del Guatemala prima e dopo il parto. Hanno scoperto che

le  donne  primipare  hanno  nell’insieme  livelli  di cortisolo  più  elevati,  in  particolare  dopo  il  parto.

Per  le  donne  con  i  più  alti  livelli  di  cortisolo  la montata  lattea  (lattogenesi  II)  era  ritardata  di  parecchi giorni  Più recentemente Groër e collaboratori  hanno  esaminato  la  relazione  tra  stanchezza materna e depressione, trovando una correlazione  positiva  tra  cortisolo  sierico  e  stanchezza  in  donne  che  stavano  allattando.  Hanno inoltre  scoperto  che  le  madri  stressate,  affaticate o con umore negativo avevano livelli più bassi di prolattina e livelli più alti di melatonina nel latte rispetto a madri non stanche e stressate. Inoltre la prolattina  sierica  era  più  bassa  nelle  donne  depresse.  Livelli  più  bassi  di  prolattina  possono  ridurre  la  produzione  di  latte  che  a  sua  volta  può condurre a interruzione dell’allattamento.

Implicazioni

•    Dato che la depressione è un importante fattore     di     rischio     per     la     sospensione dell’allattamento,    gli    specialisti

dell’allattamento   dovrebbero   effettuare   uno screening  per  identificarla  (2  scale  per  lo screening  della  depressione,  libere  da  diritti

d’autore      sono      disponibili      sul      sito: http://www.GraniteScientific.com).

•    Stress e stanchezza materna riducono i livelli di  prolattina  e  possono  condurre  a  interruzione  dell’allattamento.  Alti  livelli  di cortisolo possono ritardare la lattogenesi II.

•    Difficoltà  nell’allattamento  al  seno,  in  particolare il dolore ai capezzoli, possono condurre a depressione   e   devono   essere   affrontate

prontamente.

•    Le    madri    depresse    dovrebbero    essere incoraggiate   a   continuare   l’allattamento   dal  momento  che  questo  protegge  il

bambino  dagli  effetti  dannosi  della  depressione materna.

Bibliografia

Kendall-Tackett KA. Depression in new mothers. Binghanton, New York: Haworth 2005.

Jones NA. The protective effects of breastfeeding for infant of depressed mothers. Breastfeed Abstr 2005;24(3):19-20.

Galler  JR  et  al.  Maternal  moods  predict  breastfeeding  in Barbados. J Dev Behav Pediatr 1999;20:80-87.

Misri S, Sinclair DA, Kuan AJ. Breasfeeding and postpartum depression:   Is   there   a   relationship?   Can   J   Psichiatr 1997;42:1061-65.

Bick  DE, MacArthur  C,  Lancashire RJ. What  influences the uptake  and  the  early  cessation  of  breastfeeding? Midwifery 1998;14:242-47.

Astbury  J  et  al.  Birth  events,  birth  experiences,  and  social differences  in  postnatal  depression.  Austr  J  Pub  Health 1994;18:176-84.

Taj  R,  Sikander  KS.  Effects  of  maternal  depression  on breastfeeding. J Pakistani Med Assoc 2003;53:8-11.

Mezzacappa ES, Katkin ES. Breastfeeding is associated with reduced  perceived  stress  and  negative  mood  in  mothers. Health Psychology 2002;21:187-93.

Wambach  KA.  Maternal  fatigue in  breastfeeding  primiparae during   the   first   nine   weeks   postpartum.   J   Hum   Lact 1998;14:219-29. L’Allattamento Moderno

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Traduzione di Marisa Fogliati.

Tratto da

http://www.lllitalia.org/index.php?option=com_content&task=view&id=294&Itemid=49