Archivio | 28 marzo 2012

Cellule di ricambio di Barbara Siliquini

La “donazione del cordone” è una cosa che ormai tutti conosciamo: sappiamo che quando il bambino nasce è possibile “donare” le sue staminali. Che atto altruistico!
“Peccato che io non abbia colto l’occasione quando è nato mio figlio!”
“Io avrei voluto, ma purtroppo dove abito non ci sono neanche le banche del cordone a pagamento”
Se una di queste espressioni vi ha attraversato la mente, ho un’ottima notizia: la donazione del sangue cordonale del bambino non è un atto altruistico e non è una buona idea per la salute di un figlio, almeno in situazioni normali.
Ma andiamo con ordine. Innanzi tutto la dicitura “donazione del cordone ombelicale” è impropria, stiamo in realtà parlando di “conservazione delle staminali da cordone”: ciò che si raccoglie è il sangue che scorre dalla placenta al bambino attraverso il cordone ombelicale. Questo sangue è ricchissimo di cellule staminali di uno specifico tipo (dette “emopoietiche”).
La cellula staminale è una cellula preziosa per due ragioni: non ha ancora assunto un ruolo definitivo, perciò può diventare più tipi di cellule; ha una capacità generativa enorme, cioè è capace di riprodurre se stessa e, contemporaneamente, produrre miliardi di cellule figlie che possono differenziarsi, diventando cellule specifiche dei diversi organi del nostro corpo.
Alcune cellule staminali hanno la capacità di generare cellule di un solo tipo (ad esempio cellule della pelle), altre sono capaci di generare cellule di vari tipi (ad esempio globuli bianchi, rossi o piastrine) a seconda del bisogno.
Sapere come una cellula staminale decida di dividersi o di differenziarsi è per ora un piccolo mistero.
Nel nostro corpo esistono già moltissime cellule staminali, cellule indifferenziate capaci di produrre cellule figlie con un preciso scopo. Ogni volta che ci feriamo e poi guariamo, o che i nostri capelli cadono e altri ne vengono generati, o che un bambino cresce, ci sono cellule staminali che generano cellule specifiche: dei capelli, della pelle, delle ossa.
Tutte le cellule staminali del cordone possono diventare qualsiasi tipo di cellula?
No, dipende da che tipo di staminali sono: alcune possono produrre solo un tipo di cellule, altre una famiglia di cellule, altre ancora qualsiasi tipo di cellula. Queste ultime sono rare, e sono presenti nel liquido amniotico o nell’embrione nelle prime settimane di gestazione.
Le staminali del cordone ombelicale sono cellule emopoietiche, hanno la capacità di produrre cellule che possono diventare elementi del sangue: globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Di queste cellule ne abbiamo anche nel nostro corpo: ogni giorno produciamo da 100 a 1.000 miliardi di nuove cellule del sangue, a partire da cellule staminali emopoietiche che si trovano nel midollo osseo, cellule potenti e prolifiche, che pur essendo relativamente poche, hanno un`attività riproduttiva enorme e sono in grado di replicarsi mantenendo il loro numero invariato durante tutta la vita.
M
a torniamo alle staminali del cordone ombelicale. Abbiamo detto che il sangue del cordone è una fonte importante di cellule staminali emopoietiche: da oltre due decenni i ricercatori hanno scoperto che esso contiene le stesse cellule staminali del midollo osseo. Un danno a queste cellule (aplasia midollare in seguito a chemioterapia, a irradiazione o a malattia) può rendere inefficiente il sistema emopoietico: una terapia molto efficace è il trapianto di midollo osseo.
Ecco perché possono essere preziose le staminali del cordone ombelicale: possono produrre tutte le cellule del sangue e molte altre cellule accessorie o di sostegno; possono ripristinare la produzione del sangue in caso di insufficienza midollare: possono sostituire il midollo in caso di leucemia, linfoma, mieloma, talassemie; possono produrre enzimi carenti in caso di malattie genetiche; possono consentire l`impiego di dosi elevate di chemio-radioterapia nei tumori in genere.
Ma gli stessi benefici sarebbero ottenibili attraverso la donazione del midollo osseo.
Allora è importante conservare le cellule staminali del cordone? La conservazione di queste cellule presuppone il taglio immediato del cordone alla nascita, in modo tale che le cellule, anziché fluire al bambino, siano incamerate in una sacca, per la conservazione. Ma se le staminali sono così preziose e importanti, ha senso privarne il bambino alla nascita, per conservarle per il futuro?
Se il cordone fosse l’unica fonte di staminali, potremmo pensare che, anche se madre natura ha previsto che la placenta continui a pompare il sangue al neonato per qualche minuto dopo la sua nascita, impedire questa “trasfusione” e metterlo in una sacca per altri usi potrebbe essere una buona idea. Ma poiché gli adulti dispongono di staminali identiche, e queste possono essere rese disponibili attraverso la donazione di midollo, allora forse dovremmo pensare che sia meglio procurarsi queste cellule da un adulto anziché da un neonato.
Il sangue contenuto nel cordone è un quantitativo di ingente per un neonato, ma non sarebbe sufficiente per un trapianto che sostituisca le cellule del midollo malato di un adolescente o di un adulto.
Inoltre, fa riflettere il fatto che il genitore possa legalmente disporre del sangue del bambino (in questo caso del sangue del cordone, che a tutti gli effetti appartiene al bambino) fino al momento del taglio del cordone stesso, ma nell’istante successivo non ne potrà più disporne, in quanto la legge vieta la donazione del sangue dei minori.
P
er ottenere dal cordone ombelicale abbastanza sangue, il cordone deve essere “clampato” immediatamente dopo il parto. “Clampato” significa che deve essere interrotto il flusso di sangue al bambino, per dirottarlo, attraverso un ago con una cannula, in una sacca, mentre la placenta che sta all’estremità del cordone, continua a pompare sangue verso il neonato per alcuni minuti.
Che fine fa il sangue prelevato dal cordone? Ci sono due alternative: donarlo perché sia utilizzato da altre persone, oppure conservarlo per un ipotetico futuro utilizzo per lo stesso bambino. La conservazione per uso altrui può essere fatta in alcuni ospedali, ma spesso capita che il sangue in realtà non venga utilizzato, perché esistono protocolli molto rigidi, che tutelano la sicurezza dei possibili trapiantati che prevedono, per esempio, che la madre del neonato si sottoponga ad analisi periodiche dopo la donazione o che sia stato raccolto un quantitativo minimo di sangue; nel caso in cui queste condizioni non siano verificate, il sangue viene gettato via. In Italia è vietata la conservazione per uso proprio, questo divieto è dettato da serie ragioni scientifiche: le staminali di una persona che ha contratto una malattia a carico del midollo (come una leucemia) non sono adatte per un trapianto sullo stesso soggetto, non sono adatte a trapianti su soggetti adulti e non è noto cosa accada al sangue conservato per molti anni dopo dalla nascita.
Purtroppo questo divieto non vale all’estero e si è sviluppato un lucroso mercato  a favore di società formalmente estere (in Italia molte hanno sede legale a San Marino): il giro d’affari nel 2009 in Italia è stato stimato in 35 milioni di euro. La conservazione del sangue del cordone di un neonato costa circa 3.000 euro; una cifra che molti spendono volentieri, convinti che sia un investimento nella salute dei propri figli e stimolati dall’esempio di molte coppie famose del mondo dello spettacolo e della TV.
I
nvece la scelta migliore sarebbe quella di non conservare il sangue del cordone ombelicale. Se invece di affrettarci a “clampare” il cordone lasciassimo che il sangue, pompato dalla placenta, defluisse attraverso i vasi del cordone nella circolazione del neonato, questa potrebbe essere già un`”assicurazione” per la sua futura salute, e di questo oggi abbiamo molte prove scientifiche. Sono ormai numerosi gli studi che hanno valutato l’impatto del taglio immediato del cordone rispetto agli effetti di un taglio ritardato di due minuti dopo la nascita: il taglio ritardato ha effetti benefici per la salute del neonato, misurabili a distanza di sei mesi in particolare sulla quantità di emoglobina nel sangue. Questi benefici sono più evidenti nei neonati sottopeso o nati da madri anemiche.
Senza parlare del disturbo dell’evento nascita, che dovrebbe essere un momento di grande rispetto dei tempi di madre e del bambino, un momento di tranquillità ed intimità che il taglio del cordone e il prelievo del sangue disturbano non poco. Finché il bambino e la madre sono collegati dal cordone, devono rimanere a contatto, questo contatto alla nascita ha effetti benefici sul sistema di produzione ormonale di madre e bebè: migliora l’allattamento, innalza i livelli di ossitocina in entrambi, favorisce il bonding ed è considerato importante per lo sviluppo affettivo del bambino.
Si eccepisce spesso, da parte degli operatori che ben conoscono questi dati, che in ospedale comunque il cordone viene reciso immediatamente, e allora tanto vale usare il sangue per qualcosa. Ma sarebbe meglio che i genitori, anziché informarsi su come e dove conservare il sangue del cordone, chiedessero all’ospedale che, dopo la nascita, il cordone ombelicale venga “clampato” solo quando ha smesso di pulsare, o meglio ancora, come suggerisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità, si attendesse che anche la placenta venisse espulsa dal ventre materno. Questo in genere avviene in un tempo variabile dai 20 minuti a un paio d’ore. Avendo la pazienza di seguire questi ritmi, prima di “clampare” e recidere il cordone, si consente a mamma e bebè di rimanere a contatto di pelle in tranquillità in un momento così importante per loro. Una volta che il bambino è nato, la placenta, concluso il suo ruolo, si stacca dall’utero e viene anche lei espulsa attraverso la vagina.
Esistono però dei casi in cui la donazione del sangue cordonale ha effettivamente un senso: quando, per esempio, il neonato ha un fratellino malato, che beneficerebbe di un trapianto di cellule staminali emopoietiche. In questo caso, pur essendo un prelievo di cellule per uso proprio, la legge italiana lo consente.
Il cordone ombelicale non è l`unica fonte di staminali emopoietiche, la donazione di midollo osseo ha benefici maggiori; e allora, prima di disporre di una risorsa destinata a un figlio neonato, dovremmo chiederci se non sarebbe meglio offrirci noi stessi come donatori di midollo osseo.

L’articolo è tratto da UPPA:

http://www.uppa.it/dett_articolo.php?ida=828&idr=55&idb=59

Pappe, biberon, compiti e cartelle Se il papà è bravo come la mamma

NON PORTANO il bimbo in grembo per nove mesi, ma quando arriva lo accudiscono come le mamme. Cambiano pannolini, si occupano di giochi, pappe e bagnetto, fino a cullarlo con dolci ninne nanne. Poi quando cresce lo portano a scuola, in palestra e lo aiutano a fare i compiti. Sono i nuovi padri, scesi in campo per aiutare le compagne nella crescita dei figli. Da un anno all’altro il giorno della Festa del papà racconta storie di uomini molto più partecipi alla vita familiare rispetto al passato. Anche loro, come le donne, sono spesso divisi tra doveri familiari e lavoro. Non tutti i padri si dedicano così alla crescita dei bambini, ma sono numerosi quelli sempre più in prima linea. “Poiché la famiglia si è trasformata e il ruolo della donna nella società e tra le mura domestiche è mutato, anche il ruolo paterno si è modificato, ciò non significa però che non si possa individuare un modello di riferimento”, dice Anna Oliverio Ferraris, ordinaria di Psicologia dello sviluppo all’università La Sapienza, e autrice di Padri alla riscossa. Crescere un figlio oggi.

Studio europeo boccia i padri italiani: stanno poco con i figli 1

Quando arriva il neonato. Il coinvolgimento del padre è importante fin dai primi giorni. Oggi dai papà non ci si aspetta solo che contribuiscano a sostenere materialmente la famiglia, ma che si impegnino anche nella crescita. Questo “crea con i figli un legame diverso dal passato e una maggiore comprensione dei loro bisogni di crescita”, dice Oliverio Ferraris. “La presenza attiva aiuta la madre nelle cure al neonato e crea un legame con il piccolo fin dai primi mesi. Il bambino differenzia il papà dalla mamma e questa duplice presenza gli servirà in seguito per non avere un legame troppo esclusivo con la mamma e riuscire quindi ad adattarsi a situazioni e persone diverse”, dice Oliverio Ferraris.

Ruoli diversi, ma vicini. 
“Questo anche perché la mamma dà radici alla vita di un figlio offrendogli protezione. Un padre regala un paio di ali a un figlio aiutandolo a diventare un esploratore della vita e del mondo”, spiega Alberto Pellai, autore del programma e del libro Questa casa non è un albergo! . Infatti “la maggiore vicinanza psicologica non implica però” che i padri debbano essere “iperprotettivi: una funzione tipicamente paterna è proprio quella di aiutare i figli a trovare gradualmente  la propria autonomia, la propria strada o vocazione”, aggiunge Oliverio Ferraris.

Libri e siti. Storicamente, la cura della prole è sempre stata tacitamente relegata alle donne. I padri erano distanti e meno coinvolti nei problemi quotidiani dei ragazzi. “Un tempo il papà pretendeva obbedienza da un figlio ed era un padre potente. Ora invece vuole essere amato dai figli e cerca di essere un padre competente”, aggiunge Pellai. Oggi anche i padri sono più coinvolti nella quotidianità. Aumenta la voglia di seguire i bambini e si moltiplicano siti, blog e manuali dedicati alla paternità. Fra i libri più recenti Genitori competenti, di Jesper Juul un libro con molti esempi pratici e schede per aiutare gli “insicuri” ad affrontare ogni fase della vita familiare. Spesso lo spunto sono storie di vita per trovare soluzioni a problemi quotidiani. Molte anche le iniziative e i siti dedicati ai separati o a quegli uomini che si ritrovano soli a gestire il figlio.

INTERATTIVO Le buone abitudini dei papà 2

Il gioco e lo sport. Spesso sono i padri a occuparsi dei giochi di movimento e a coinvolgere i ragazzi nella vita sportiva. Tutti in campo di Manuela Cantoia, per avviare i figli alla vita sportiva, compito spesso affidato ai padri. “Tendono a fare giochi di movimento che piacciono ai bambini, perché rispondono alle loro esigenze di crescita. Ma vanno adeguati all’età del bimbo, favorendo anche i giochi tra coetanei – dice Oliverio Ferraris – La competizione è connaturata allo sport. È quando diventa troppo seria e il genitore troppo esigente che rappresenta un problema, soprattutto se il figlio non riesce a soddisfare le attese”.

La ricerca. Nella crescita il ruolo paterno ha un ruolo fondamentale. Secondo una ricerca della New York University pubblicata su Maternal and Child Health Journal quando a soffrire di depressione è un padre, le conseguenze sullo sviluppo e autonomia dei figli possono essere pesanti. La ricerca, condotta su un campione di 22mila famiglie americane lungo l’arco di quattro anni  ha evidenziato come le possibilità dei bambini e ragazzi di sviluppare problemi emotivi o comportamentali aumentano se vivono con un padre che mostra sintomi depressivi.

L’adolescenza. Negli anni dell’adolescenza i genitori, con ruoli diversi, si completano e la presenza di un padre è ancora più importante. “Adolescenza e preadolescenza sono periodi di trasformazioni e metamorfosi importanti che richiedono da parte dei genitori sensibilità e fermezza. Bisogna vincere il desiderio di abbandonare il campo e di lasciare tutta la responsabilità alla madre, perché sia il figlio che la figlia, anche se protestano e si ribellano, sono in linea di massima avvantaggiati dalla presenza della figura paterna, sempre che questa sia valida, a cui sono spesso più inclini ad obbedire. C’è  in casa un secondo adulto con cui confrontarsi”, spiega Oliverio Ferraris.

Le regole. Anche se i padri di oggi sono più affettuosi e meno distanti di un tempo, non va dimenticato il rispetto delle regole. “Le regole svolgono un ruolo importante nella regolazione del comportamento – dice Maria Carmen Usai, coautrice di Diamoci una regolata!, in uscita ad aprile – . Con le regole diamo loro informazioni su quali comportamenti siano più accettabili. Sono efficaci se sono realmente accessibili e alla portata delle capacità  del bambino. Per assicurarsi ciò l’adulto deve individuarne poche, ma essere fermo e coerente nel farle rispettare. Spesso pensiamo che i papà  con un atteggiamento più severo abbiano maggiori possibilità di successo nel regolare il comportamento dei bambini. Il problema non è essere più o meno severi, ma essere efficaci nel comunicare al bambino ciò che da lui ci si aspetta”.

Una guida per il futuro. “Le regole rappresentano una guida, una protezione e consentono ai figli di pianificare i propri comportamenti e di fare delle previsioni. Bisogna parlarne e  spiegarle. La differenza con il passato è che i padri autoritari di un tempo non davano spiegazioni, oggi invece si dà molto più spazio al dialogo e se ne vedono gli effetti benefici”, conclude Oliverio Ferraris.

(17 marzo 2012)

L’articolo è tratto da:

http://www.repubblica.it/salute/prevenzione/2012/03/17/news/pannolini_pappe_e_biberon_la_rivoluzione_dei_nuovi_pap-31730560/?ref=HRERO-1