Archivio | giugno 2012

Bimbi che piangono stressati per giorni

(ANSA) – ROMA – Quando un bimbo si calma dopo aver pianto a lungo i suoi livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, potrebbero rimanere elevati per giorni. Lo dice una ricerca di ‘Early Human Development’ che ha esaminato i livelli ormonali di bimbi e madri. I bambini, tra i quattro e i dieci mesi, sono stati lasciati a letto a piangere fino a che non si sono addormentati. I livelli di cortisolo sono rimasti elevati nei piccoli pur essendo il pianto diminuito l’ultima notte, mentre sono scesi nelle madri.

dal sito http://www.corriere.it

Celiachia, impariamo a conoscerla

Volevo condividere queso articolo sulla celiachia, molto chiaro e ben scritto, tratto dal sito mammeacrobate.com (www.mammeacrobate.com/mamma/questioni-di-mamme/389-celiachia-impariamo-a-conoscerla.html)

Qualche settimana fa abbiamo ricevuto una mail da una mamma che ci suggeriva di parlare sul sito del tema delle intolleranze alimentari e in maniera specifica dell’intolleranza per eccellenza: la celiachia. Molte mamme, infatti, non conosco nel dettaglio questa problematica e spesso sono spaventate all’idea che il proprio figlio ne possa soffrire. Noi per prime abbiamo ammesso la nostra ignoranza in materia e abbiamo quindi accolto volentieri l’invito a trattare questa tematica. Sempre grazie a questa mamma abbiamo avuto il piacere di conoscere Raffaella Oppimitti, autrice del libro “Sono celiaco, non sono malato”, e abbiamo pensato che il modo migliore per parlare di questa intolleranza fosse rivolgere qualche domanda proprio a Raffaella, anche lei celiaca.

 

Cos’è la celiachia?

La celiachia, di cui oggi tanto si parla, altro non è che un’intolleranza al glutine, una proteina presente nella parte amidacea del chicco di alcuni cereali quali grano, segale, orzo, farro, kamut, spelta, triticale (e anche bulgur, frik e greunkern).

 

L’unica cosa da fare per un celiaco è escludere totalmente dalla dieta tutto ciò che contiene glutine, quindi i cereali di cui sopra e tutti i derivati (sono invece permessi mais, riso, grano saraceno, miglio, quinoa, manioca, amaranto e sorgo) ma non solo: il glutine si cela in tanti insospettabili alimenti come per esempio yogurt alla frutta, salse, formaggi da spalmare, dadi, marmellate, tavolette di cioccolato, gelati e molto altro ancora in cui viene usato per esempio come additivo (si pensi alle proprietà addensanti della farina stessa usata in cucina in molte preparazioni).

 

L’assunzione di glutine nei celiaci causa un appiattimento dei villi intestinali che compromette il corretto assorbimento delle sostanze nutritive e che può quindi portare, soprattutto nei bambini, ai sintomi tipici del malassorbimento, come per esempio difficoltà nella crescita, disturbi digestivi, episodi di vomito e dissenteria, ma anche, soprattutto negli adulti, a malesseri vari come per esempio senso di pesantezza e gonfiore dopo i pasti, dolori muscolari, difficoltà nella concentrazione, stanchezza cronica…

Come ti sei accorta di essere celiaca?
Sono celiaca da quando avevo 18 mesi e la diagnosi è arrivata solo dopo un lungo percorso di analisi conclusosi con una biopsia intestinale, l’esame per eccellenza con cui generalmente si può diagnosticare questa intolleranza. Si può dire quindi che sono celiaca da sempre e credo che questo sia una fortuna perché non ho dovuto stravolgere le mie abitudini alimentari ad un certo punto della vita, come può capitare invece a chi viene fatta una diagnosi in età adulta.

 

Con quali esami si diagnostica?
La biopsia intestinale è l’esame che permette di riconoscere il danneggiamento dei villi intestinali e consiste nell’analisi di una piccolissima parte di tessuto intestinale che viene prelevata con l’introduzione tramite bocca di una piccola sonda; è un esame un po’ antipatico soprattutto se è un bimbo che ne deve essere sottoposto ma può essere eseguito con anestesia totale. Purtroppo gli esami del sangue, anche quelli specifici, non sono sufficienti per rilevare con certezza una possibile celiachia, possono solo essere dei campanelli di allarme; esiste poi anche l’ esame genetico, cui generalmente sono sottoposti i parenti stretti (genitori, fratelli e sorelle) del neo-diagnosticato.

 

Da che età si può fare la diagnosi di celiachia?

Non è mai troppo presto per una diagnosi di celiachia, che ovviamente può avvenire però solo dopo l’assunzione di glutine per poterne riconoscere gli eventuali effetti negativi sull’organismo, anzi, prima viene diagnosticata meglio è perché meno tempo si passa danneggiando inconsapevolmente l’organismo! Ecco perché è fondamentale la cosiddetta diagnosi precoce, e quindi la conoscenza capillare di tale intolleranza tra i pediatri, ma non solo: nella Prefazione del libro infatti si legge “un libro con queste caratteristiche svolge un’opera di divulgazione necessaria e merita di essere letto e consultato non solo dai celiaci, o da chi ha un celiaco in famiglia, ma anche dai pediatri, dai gastroenterologi, dai medici di Medicina Generale e da tutti coloro che svolgono un ruolo operativo nel settore della sanità.”
copertina libro sono celiaco non sono malato

E’ possibile che la celiachia risulti “reversibile” col procedere dello sviluppo?
La celiachia è un’intolleranza al glutine permanente, che dura quindi tutta la vita. Con un’alimentazione controllata e corretta però un celiaco può tranquillamente garantirsi e mantenere uno stato di salute ottimale.

 

Introdurre il glutine troppo presto nello svezzamento può predisporre allo sviluppo della celiachia? celiaco si nasce o lo si diventa?
Celiaci si nasce, in quanto questa intolleranza è legata ad una predisposizione genetica, il che non vuol dire che necessariamente chi è celiaco avrà figli celiaci e viceversa; capita però frequentemente che venga diagnosticata a differenti età della vita e ciò avviene perché la celiachia non sempre si manifesta in modo palese con sintomi inequivocabili, anzi, i sintomi possono essere i più disparati quindi è necessario a volte andare a fondo anche a malesseri e disturbi che all’apparenza non sembrano riconducibili a questioni legate all’alimentazione (per esempio episodi di aborti ripetuti o infezioni da Candida recidive possono essere segnali di celiachia latente).

 

Quali alimenti bisogna quindi eliminare e quali magari introdurre in sostituzione o in maggiori quantità?
Un celiaco, come dicevamo prima, deve necessariamente eliminare tutti i cibi contenenti glutine e quindi la sua alimentazione sarà principalmente basata su mais e riso, cereali maggiormente noti tra quelli permessi. La cosa migliore da fare sarebbe quella di basare la propria alimentazione sui tantissimi cibi naturalmente privi di glutine, abbondare con frutta e verdura e imparare a conoscere anche i tanti cereali che la cucina mediterranea non ci abitua a consumare.

 

Una dieta che contempli più pasti senza glutine nel corso della settimana è più sana anche per i non celiaci?
Possiamo sicuramente ammettere che il consumo di pasta e pane al giorno d’oggi è davvero eccessivo: farebbe bene a qualsiasi organismo di qualunque età seguire per un periodo una dieta aglutinata o comunque ridurre il consumo di questi alimenti. Le sensazioni di miglioramento oltretutto sono immediate, prima fra tutte la diminuzione del senso di gonfiore e pesantezza dopo i pasti.

 

E’ difficile “conciliare” celiachia e vita sociale in una società in cui ci si ritrova spesso a mangiare insieme? Ristoranti e bar offrono valide alternative ai pasti col glutine?
Effettivamente al giorno d’oggi mangiare non è certo più solo un bisogno fisiologico ma svolge un’importante funzione sociale, aspetto che ritengo fondamentale e che cerco di non tralasciare nel libro. Ma essere celiaci oggi, a differenza di anni fa, vuol dire anche avere la possibilità di scegliere tra un’ampia gamma di strutture che offrono servizio senza glutine, per averne un elenco aggiornato si può consultare il sito dell’Associazione Italiana Celiachia alla pagina http://www.celiachia.it/dieta/fuoricasa/ristoranti_etc.aspx oppure il sito Free Glut http://www.freeglut.it/strutture/ che offre anche la possibilità di scaricare applicazioni a tema per cellulari e Iphone.

 

È indubbio però che possa capitare di doversi trovare fuori casa per pranzo o cena senza avere la possibilità di recarsi in una di queste strutture garantite appartenenti al network AIC, ma con qualche semplice accorgimento e un po’ di attenzione si può stare tranquilli anche fuori casa, nel libro troverete tutte le indicazioni utili.

 

I celiaci si sentono discriminati?
Purtroppo mi capita di sentire che c’è ancora molta ignoranza su questa intolleranza e questo può portare anche alcuni celiaci a sentirsi esclusi e diversi. Personalmente ho sempre vissuto questa intolleranza in modo consapevole e sereno e questo è quello che auguro e che vorrei per tutti i celiaci.

 

Da dove è nato il desiderio di scrivere questo libro? Quale messaggio vuoi dare attraverso il tuo libro?
Il messaggio che voglio dare a celiaci e non solo è ben rappresentato dal titolo Sono celiaco, non malato! in quanto credo che questa intolleranza sia uno stile di vita da imparare, con cui convivere tutti i giorni nel modo più sereno possibile.
Inoltre possiamo dire che mancava nel panorama editoriale italiano un libro di questo tipo (tanti sono i semplici ricettari) che vuole essere una guida alla celiachia nei suoi aspetti medico, psicologico-emotivo, sociale e soprattutto pratico (il testo inoltre è arricchito da un Appendice di ricette
approvate da Rossella Valmarana, Presidente dell’Associazione Italiana Celiachia Lombardia ONLUS, e da un dizionarietto italiano/inglese e inglese/italiano per i celiaci in viaggio all’estero).

Infine, ne approfitto per segnalare con piacere che comincerà a breve un appuntamento fisso sulla pagina FaceBook di Red!, la casa editrice che ha pubblicato il libro. In questa rubrica parleremo di celiachia, ci scambieremo consigli e ricette e sarò lieta di rispondere a tutte e vostre domande: vi aspetto! Se vi fa piacere intanto dite la vostra qui lasciando qualche commento!

 

 

Grazie a Raffaella Oppimitti per l’intervista e a Bismama per aver posto alla nostra attenzione questo importante tema di cui ancora troppo poco si parla e per averci fatto conoscere Raffaella

Allattamento e rientro al lavoro: Come usare il biberon quando si allatta

Questo articolo dà ottimi consigli  per tutte le mamme che devono rientrare al lavoro, sopratutto se il loro bimbo è ancora molto piccolo….credo sia per tutte un motivo di forte ansia!

Come usare il biberon quando si allatta

Quando una mamma rientra al lavoro dopo aver avuto un bebè, fra i tanti motivi di preoccupazione, ha anche quello della gestione dell’allattamento, a partire dal fatto che non è certa che continuare ad allattare possa semplificare la vita a lei ed al suo piccolo.

Il temporaneo distacco dovuto al lavoro e la gestione del latte tirato, che questo distacco comportano, possono certamente essere impegnativi sotto molti punti di vista sia per il bambino che per la mamma, ma è spesso provato dalle mamme che il mantenimento dell’allattamento può ripagare ampiamente degli sforzi fatti!
Molte mamme sanno infatti che, quando torneranno casa, potranno recuperare in un abbraccio dolcissimo, tenendo il loro bimbo al seno, il tempo perduto e la lontananza: continuare ad allattare, dando il latte tirato con un metodo alternativo durante l’assenza, permette a molte mamme infatti di mantenere alta la loro produzione e così di continuare la relazione al seno fintanto che andrà bene per sé e per il proprio bambino.

Preparere il bambino al distacco è una buona strategia?

Se una mamma deve lasciare il bambino e decide di tirare il latte lasciandolo a chi si occupa di lui, molto spesso è portata a pensare che sia meglio “abituare il bambino” prima del rientro effettivo al lavoro alla modalità di somministrazione alternativa scelta. Tengo particolarmente a dire che in genere non è necessario anticipare la simulazione del distacco dal seno.

I motivi per cui abituare il bambino a modalità alternative al seno non è necessario sono principalmente due:

  • innanzitutto perché il bambino nel giro di pochissimo tempo acquisisce nuove facoltà e quindi spesso ciò che fa fatica a gestire in un certo momento, riesce invece a padroneggiare agevolmente qualche settimana più tardi;
  • inoltre questa pratica di “abituare” anticipatamente, rischia a volte di aumentare l’ansia materna e di rendere meno sereno l’allattamento. Finché mamma e bambino possono stare insieme, invece, dovrebbero potersi godere le poppate e trascorrere il tempo serenamente!!

 

Cosa si può fare per agevolare il distacco?

Una cosa che la madre può fare, prima del momento in cui inizierà il lavoro, è, piuttosto, organizzarsi in modo che il bimbo prenda confidenza -insieme a lei- dei luoghi in cui verrà portato e della persona che si occuperà di lui. Conoscendoli e percependo la serenità della madre nei confronti di tutto ciò egli si affiderà a queste novità e accetterà più facilmente il cambiamento.

La suzione al seno e la suzione al biberon

Diverse sono le modalità di somministrazione del latte, a seconda dell’età del bambino.
Una mamma libera professionista in alcuni casi infatti potrebbe avere necessità di assentarsi saltuariamente pur avendo un bimbo molto piccolo, mentre altre mamme avranno un bimbo più cresciuto con il quale gestire la somministrazione alternativa.

Cerchiamo di distinguere le differenti situazioni, tenendo anche conto che spesso si considera, in mancanza del seno, una scelta necessaria l’uso del biberon. Non è affatto così.

Somministrare il latte con un biberon, infatti, nelle prime settimane di vita di un bambino, può portare a serie conseguenze per il successo dell’allattamento.
E’ vero che il biberon è di facilissima reperibilità, può essere economico ed è veloce da dare al bambino, ma è importante tener presente che biberon e succhiotti possono confondere la suzione del bambino, portandolo spesso, se molto piccolo, a rifiutare il seno o a poppare scorrettamente.

Caratteristiche della poppata al seno

Se esaminiamo una poppata, infatti, possiamo notare che, quando un bambino è al seno, tiene la bocca ben aperta e la lingua fuori dal bordo gengivale, compiendo un complesso movimento “ad onda” con la lingua e le mascelle che gli permettono di drenare efficacemente il seno; la punta del capezzolo, inoltre, arriva in fondo alla bocca del bambino, alla congiunzione fra il palato duro e quello molle. Attaccato al seno, insomma, egli prende in bocca un grosso boccone di seno, in modo che il capezzolo arrivi fin in fondo alla bocca e dando uno stimolo che innesca il riflesso di suzione: solo se vengono garantite queste condizioni il bambino comincia a poppare.

Caratteristiche della poppata al biberon

Se consideriamo invece quando il bambino succhia al biberon, egli tiene la bocca molto più chiusa: questo avviene specialmente proprio con quei biberon, con punta corta e con base larga, che sono pubblicizzati per essere simili al seno materno. La punta della tettarella gli arriva così a metà della bocca e la lingua, di conseguenza, non viene estesa, ma viene tenuta dentro il bordo gengivale. Il movimento della bocca diviene quindi un semplice “apri e chiudi” che serve al bambino per comprimere la tettarella del biberon e far fluire il latte nella sua bocca! E’ facile comprendere che questo movimento, se replicato al seno,  è completamente inefficace per estrarre il latte e può risultare molto doloroso per la mamma.
Le tettarelle dei biberon, inoltre, non sono morbide come il seno della mamma, quindi il bambino rischierà di abituarsi ad uno stimolo molto più forte in bocca.

Spesso un bambino confuso dal biberon non riuscirà a riconoscere il seno – perché non è abbastanza rigido- e non riuscirà ad attaccarsi. Nel caso lo facesse, potrebbe non scattare in lui il riflesso di suzione che gli permetterebbe di cominciare a poppare efficacemente. Molti bambini, invece, anche se riuscissero ad attaccarsi e a poppare, non riusciranno a farlo efficacemente, non drenando a sufficienza il seno, con conseguenze sul seno della mamma e sull’accrescimento.
E’ da considerare anche che alcuni bambini potrebbero rifiutare il biberon: questo oggetto, completamente diverso dal seno, da cui esce latte della mamma, può infatti per loro rappresentare un mezzo di somministrazione totalmente incoerente o addirittura allarmante!

Come si può dare il latte materno al bambino senza usare il biberon?

Per i motivi illustrati, nel caso in cui il bambino sia molto piccolo e la mamma debba assentarsi per lavoro, si preferisce, per salvare la possibilità di continuare ad allattare, usare dei metodi che non confondano la suzione del bambino.

Il bicchierino

Il bicchierino è certamente un modo di somministrazione economico, di facile reperibilità e di facilissima pulizia. Non confonde la suzione del bambino né lo abitua ad uno stimolo troppo forte in bocca tale da compromettere l’innesco del riflesso di suzione. L’alimentazione col bicchierino avviene utilizzando infatti un piccolo bicchierino, possibilmente con i bordi leggermente arrotondati, ad esempio un bicchierino di vetro come quelli da liquore; se si preferisce, tuttavia, esistono in commercio dei bicchierini appositi con un bordo arrotondato e sporgente.

Per effettuare la somministrazione con questo sistema è ovviamente importante che il bambino venga tenuto in grembo in una posizione la più verticale possibile, avvolto in un lenzuolino o una copertina, per evitare che, con i movimenti delle mani e delle braccia, colpisca il bicchierino, rovesciandone il contenuto.

Il bicchierino dovrebbe essere riempito per circa 2/3 di latte materno tiepido e dovrebbe essere appoggiato al labbro e alla gengiva inferiore del bimbo, inclinandolo in modo che il latte sfiori il bordo. Si può eventualmente bagnare leggermente le labbra del bambino con un po’ di latte, per incoraggiarlo a sorbirlo dalla tazza, ma è importante non versare il latte direttamente in bocca. Il bambino leccherà così il latte, bevendolo senza alcuna fatica.

L’unico svantaggio del bicchierino può essere la scomodità di riempirlo ripetutamente, soprattutto quando è necessario somministrare grosse quantità di integrazioni. Per questo motivo, esiste in commercio un dispositivo che funziona con lo stesso principio: è una specie di biberon che, al posto della tettarella ha una coppetta di silicone provvista di valvola. Premendo fra le dita questa valvola, si riempie la coppetta, simile ad un profondo cucchiaio. L’utilizzo è lo stesso del bicchierino, ma non ha lo svantaggio di dover essere continuamente riempito.

Scegliere il biberon più adatto

Se si desidera invece usare comunque il biberon, sarebbe meglio sapere come usarlo e quale scegliere, per causare meno danni possibili all’allattamento. Sono da evitare i biberon con una tettarella con una base molto larga e la punta corta e stretta, proprio come quelli  solitamente pubblicizzati per “essere simili al seno materno”, perché i bambini tendono a prendere solo la punta della tettarella, tenendo la bocca molto chiusa e la lingua retratta, dato che la tettarella gli arriva solo a metà della bocca. Meglio evitare anche le tettarelle troppo rigide, che abituano il bambino ad una stimolazione troppo forte in bocca.
E’ dunque preferibile scegliere un biberon del tipo “classico”, con una tettarella morbida di larghezza media e con la punta lunga.

I fori sulla punta devono essere di dimensioni tali che il bambino riesca a svuotare il biberon in circa 15/20 minuti; il flusso deve essere, perciò, piuttosto lento, in modo che il bambino riesca a gestire meglio l’apporto di latte che desidera senza subirne passivamente una quantità superiore a quella effettivamente necessaria a riempire il suo stomaco.

Posizione del bambino quando poppa dal biberon

E’ importante tenere il bambino più verticale possibile, come se fosse seduto, e il biberon in posizione orizzontale, inclinandolo in alto, man mano che si svuota, solo quel poco che serve per riempire la tettarella di latte, evitando che il bambino butti la testa all’indietro.
La modalità meno confondente dell’uso del biberon è proprio quella che riproduce la suzione al seno, che abbiamo considerato sopra: si introduce la tettarella del biberon completamente in bocca al bambino, in modo che le sue labbra sfiorino la ghiera e la punta della tettarella possa raggiungere il fondo della bocca, tra la congiunzione fra il palato duro e quello molle. In questo modo si cerca di imitare la posizione in cui si trova il capezzolo durante l’allattamento.

E’ importante osservare il bambino per cogliere ogni segnale di stress: occhi sgranati o accigliati, bere senza respirare o, peggio, diventare cianotico, il bere con troppa avidità.

Per i bambini più grandini

Quanto abbiamo visto fin’ora non è però necessario per i bambini più grandicelli: essi non hanno generalmente bisogno di usare accorgimenti particolari, non incorrendo più nel rischio di confusione, ma soprattutto essendo molti di loro in grado di gestire una tazza o un bicchiere normali. Non è il caso per loro di usare strumenti particolari o costosi: il biberon non è un passaggio obbligato per il bambino allattato.

Alcune mamme, inoltre, quando il bimbo è pronto per i cibi solidi, se lo ritengono utile, possono utilizzare il latte tirato per la colazione, accompagnato dai biscotti preferiti, oppure per preparare purè, semolini o altri piatti graditi al bimbo.

Alcuni bambini, poi, pur avendo a disposizione il latte della mamma con un sistema di somministrazione adeguato, dato da una persona conosciuta ed amorevole e nonostante tutti gli accorgimenti possibili, potrebbero tendere a rifiutare il latte tirato ed attendere il ritorno della mamma. Essi potrebbero mettersi a dormire a lungo, proprio all’orario in cui di solito, avendo a disposizione la mamma, avrebbero poppato o, comunque, non dimostrarsi interessati a nutrirsi. In questi casi la mamma, appena ritorna in casa, viene impegnata in una poppata molto più lunga del solito.

 

Credo che in conclusione possa essere utile ricordare anche questo aspetto, perché ritengo che il suggerimento finale sia comunque quello di organizzarsi per bene mantenendo però sempre un margine di manovra per aggiustare la gestione della situazione, in base alla reazione del piccolo. Solo vivendo i primi giorni di lontananza si potrà verificare effettivamente cosa succede e quindi capire cosa funziona e cosa invece è da modificare.

Rita Perduca
IBCLC – Pavia
389 4510536
ritaperduca@allattamentoibclc.it
www.allattamentoibclc.it

Articolo tratto dal sito genitorichannel.it

Il pediatra di fronte ai problemi del sonno: un’occasione di riflessione sul nostro ruolo

A seguire una relazione della dott.ssa Maria Merlo, pubblicata sul sito ACP Ovest

La serata è nata dal desiderio di mettere in comune alcune riflessioni del gruppo genitorialità nate
dalla lettura delle conclusioni della ricerca (a cura delle dottoresse Zaltron e Favretto): “Genitori,
bambini e pratiche quotidiane di cura. Il ruolo della pediatria nella costruzione delle
rappresentazioni della genitorialità adeguata” . E dal desiderio di confrontare il nostro lavoro
medico con una visione antropologica, in grado forse di spiegare alcune contraddizioni in cui ci
troviamo immersi.
L’antropologia medica nasce in seno all’antropologia culturale, disciplina che mira ad analizzare
l’uomo nelle sue dimensioni socio-culturali; oggi in particolare esamina le interazioni fra i singoli e
il contesto in cui agiscono. Studia dunque come alcuni processi politici, economici e culturali
“macro” influenzino il livello “micro” e, viceversa, come le esperienze soggettive abbiano una
ricaduta sulle dinamiche sociali più ampie.
All’interno di questa prospettiva si costituisce l’antropologia medica, in origine con lo scopo di
studiare medicine “altre” che si credevano “credenze” magiche , religiose ed altro ancora. A partire
dagli anni settanta la disciplina si è rivolta anche allo studio della biomedicina, considerata
anch’essa una pratica socio-culturale.
L’antropologa che ci ha aiutato nella discussione dei temi proposti è la dottoressa Ilaria Lesmo.
Nell’attuale processo di trasformazione della società verso l’individualizzazione e quindi dei
cambiamenti rispetto al concetto di bambino, di autorità ecc, non dobbiamo stupirci della difficoltà
degli attuali genitori a fare i genitori:
1) in un periodo di transizione manca un modello culturale unitario a cui fare riferimento.
2) Questo modello manca ai genitori, ma anche ai pediatri e agli altri esperti
Prendiamo, come esempio, il problema del sonno, che è frequente e forse uno dei più controversi.
Nelle soluzioni che gli esperti propongono si rintracciano soluzioni diverse. Ci siamo chiesti se, pur
fra le diversità ben evidenti, era possibile rintracciare un nucleo comune.
In effetti tutti i testi iniziano con la fisiologia, spiegando le caratteristiche del sonno dei bambini
(fasi del sonno, addormentamento nei più piccoli in fase REM, durata delle varie fasi, fisiologia dei
microrisvegli nei passaggi di fase ecc) e i loro cambiamenti nel tempo.
Poi però differiscono fra loro anche profondamente nelle soluzioni.
Le differenze nascono da:
1) teorie di base differenti
2) una lettura diversa dei bisogni dei bambini
3) un peso diverso dato ai bisogni del bambino e a quelli della famiglia
4) diversità rispetto al problema se, come e quanto il bambino deve essere guidato (quanto
quindi viene valorizzato l’aspetto della competenza e quanto quello dell’immaturità; diverso
peso di autorità e negoziazione)
5) obiettivi dell’educazione
Vari autori analizzati secondo questi 5 punti:
W. Sears Genitori di giorno e…di notte.La Leache League International, 1985
1) La Lega del latte (di cui Sears è diventato uno degli ideologi) basa il suo approccio
sull’importanza di seguire la natura. Mamma e bambino sono mammiferi. La cultura non può
prescindere da questo, altrimenti fa danni. I problemi del sonno sono una conseguenza di richieste
al bambino “innaturali”, legate al tipo di organizzazione e di vita della nostra cultura che nontengono conto della natura. Riportare il sonno dei bambini alle sue condizioni naturali evita la
maggior parte dei problemi.
Non è naturale dormire a lungo di notte (l’allattamento notturno è indispensabile perché il latte
umano non è fatto per sonni prolungati; la specie umana richiede alto accudimento perchè il
neonato completa la sua maturazione fuori dall’utero; i microrisvegli hanno la funzione, importante
nell’evoluzione, di controllare l’ambiente per fronteggiarne i pericoli). Non è naturale dormire da
solo.
2) Sears mette in evidenza soltanto un tipo di bisogni del bambino: il bisogno di continuità con la
vita intrauterina, di fusionalità e di regolazione esterna. Il b perciò è bene che resti nel lettone (al
limite si allarga il lettone per far posto a tutti i figli), che mantenga il contatto e la suzione fino a
quando vuole. Si staccherà, dal seno e dal lettone, quando è pronto, senza la necessità di un
intervento o una pressione esterna. Questa impostazione trascura l’evoluzione del bambino, la
crescita delle sue capacità di autoregolazione e i suoi bisogni di autonomia che crescono con lui!
(diverso è il neonato e il bimbo di 3 anni).
3) Trascura anche i bisogni dei genitori. Le esigenze degli adulti (di sonno tranquillo, di intimità
coniugale ecc) sono negate o minimizzate (la mamma è contenta di poter avere il bambino con sé; i
ritmi REM e non REM di mamma e bambino arrivano a coincidere per cui i risvegli della mamma
non sono molto disturbanti; dopo la poppata la mamma si riaddormenta subito, anzi può allattare
anche senza svegliarsi completamente; se la coppia ha bisogno di intimità può trovare altri tempi e
spazi ecc).
4) Sears non ha bisogno né di imporre regole né di negoziare. Educare significa leggere e seguire
esclusivamente le richieste del bambino, adattandosi ad esse. Il bambino, soddisfatto nelle sue
esigenze di fusionalità, maturerà, diventerà autonomo coi suoi tempi e si svilupperà al meglio.
All’estremo opposto troviamo il metodo di Estivill: il bambino, dai 3 mesi, deve addormentarsi da
solo e deve gestirsi da solo i microrisvegli. Per ottenere ciò occorre lasciarlo piangere, accorrendo
da lui a intervalli sempre più lunghi e sempre senza prenderlo in braccio e senza dargli un aiuto
esterno (cullarlo ecc), ma solo facendo sentire la presenza dell’adulto.
1) Questo metodo si basa sulla teoria comportamentistica più arcaica, una teoria che non prende in
considerazione né gli aspetti cognitivi né quelli emotivi, ma si basa solo sul concetto: stimolorisposta (è’ il sistema utilizzato dagli addomesticatori di animali!)
2) Ignora completamente tutti i bisogni del bambino, tranne quello di riuscire a dormire e quindi di
riposare. Ignora inoltre anch’esso l’evoluzione dei bisogni del bambino (si tratta l’addormentamento
nello stesso modo, a tutte le età, qualsiasi sia il problema alla base).
3) Salvaguarda pienamente il bisogno degli adulti di dormire, di avere tempi e spazi per sé, dei ritmi
di vita prevedibili (a letto alle 21).
4 Sottintende che il bambino non è competente. Per crescere bene e per disturbare il meno possibile
deve essere guidato completamente e adattato al volere degli adulti. E’il genitore che pone le regole.
Educare il bambino significa imporgli delle regole assolute che non tengono conto del suo
temperamento (esempio: ore di sonno che sono necessarie a quel bambino lì, bambino ipereccitabile
che stenta a rilassarsi e ha più bisogno di altri di una regolazione esterna, bambino angosciato per
qualche motivo ecc), dei suoi desideri, dei suoi bisogni (di fusionalità, magari di stare qualche ora
coi genitori che lavorano…). E’ un metodo autoritario vecchio stile, che somiglia molto al
vecchio:”lascialo piangere, se no lo vizi; lascialo piangere e vedrai che impara; piangere fa bene,
sviluppa i polmoni”.
Vegetti Finzi (psicologa; docente di Psicologia Dinamica all’Università di Pavia) si richiama
invece alle teorie della Mahler e al conflitto edipico.
1) Tutti insieme nel lettone? No. E’ bene che il bambino dorma subito, dal primo giorno, non solo
nel suo letto, ma nella sua camera.
E’ infatti importante che ogni bambino abbia uno spazio per sé, come individuo distinto, nella
mente dei genitori. Ciò permette al bambino di imparare a percepirsi come persona non fusa coigenitori (percorso di individuazione-separazione). Separazione e esclusione sono inevitabili,
rappresentano “prove” da superare per crescere. Bisogna aiutare il bambino in questo percorso,
consolandolo quando piange, utilizzando pazienza e calma per aiutarlo a diventare autonomo.
Certo, il b ha bisogno di vicinanza corporea che gli comunichi affetto, tenerezza, ma sempre entro i
limiti del pudore e del rispetto dell’intimità dell’altro. Questi limiti vengono a cadere quando il
contatto diventa troppo intimo, stimolante, avvolgente.
Il b , perché la sua sessualità possa crescere in modo armonioso, deve capire che non si può
sostituire al padre o alla madre, non li può separare (conflitto edipico).
Anche Stephan Clerget, francese, psichiatra dell’infanzia ((Stephan Clerget, Anne Lamy. Adesso
torna nel tuo letto. EGA 2008) ha presente in primo piano la teoria dell’Edipo:
1) “il b. non ha nulla da guadagnare col cosleeping. Dopo i 3 anni il b che sta entrando nella fase
edipica avverte e capisce i legami di desiderio amoroso e sessuale fra i genitori e vorrebbe
parteciparvi. Educarlo significa insegnargli a rinunciare a questo legame incestuoso. Non è escluso
che la vicinanza corporea a 3 anni turbi il suo sviluppo affettivo. Fino a quando non dormirà notti
intere, verso i 6 mesi (!), può restare nella sua culla in camera coi genitori. Poi può andare in
camera sua”.
Cramer sottolinea, alla base dei disturbi del sonno, le angosce dei genitori che si traducono in un
disturbo della relazione.
1) I genitori inquieti e angosciati, che sentono il figlio ipervulnerabile, interpretano i normali
risvegli del bambino come segni di sofferenza fisica o psichica. Sviluppano perciò un’ipervigilanza,
accorrendo immediatamente (a volte anche prima dei risvegli!) a volte disturbamdo il bambino e
impedendogli comunque di imparare l’autoconsolazione
La maggior parte dei testi più recenti hanno in comune la teoria dell’intersoggettività e quella
dell’attaccamento.
1) Intersoggettività: Il bambino fin dalla nascita è una persona, con sue caratteristiche individuali, in
grado di essere in relazione cogli altri: all’inizio una relazione essenzialmente emotiva che poi
diventa una relazione anche mentale. Come persona va ascoltato e rispettato ed è soggetto attivo
nell’educazione (porta le sue esigenze). Educarlo non significa “inculcare” norme, ma aiutarlo a
svelare e realizzare se stesso.
Attaccamento: Nel corso dei primi 3 anni di vita, durante tutte le esperienze della sua giornata
(dunque anche durante la gestione del sonno) il bambino si forma un’idea del mondo, di sé e degli
altri e struttura il modello di attaccamento e i modelli operativi interni che lo caratterizzeranno per
tutta la vita. Se gli adulti sono sensibili alle sue esigenze, rispondono prontamente al suo pianto, ai
suoi bisogni, alle sue richieste, imparerà che si può fidare dei genitori, che il mondo è un luogo
ospitale e che lui è in grado di vivere bene nel mondo. Maturerà una fiducia di base e un
attaccamento sicuro che gli permetteranno, quando è necessario, di distaccarsi con facilità (quindi
anche di abbandonarsi al sonno) e di esplorare il mondo.
2) Questi libri considerano in modo simile i diversi bisogni dei bambini e tentano di equilibrarli: da
una parte il bisogno di fusionalità e di vicinanza, dall’altra di autonomia e di imparare a passare
dall’eteroregolazione all’autoregolazione (dunque di imparare a dormire da soli). Sono molto attenti
a non chiedere troppo al bambino (un’autonomia per cui non è ancora pronto) e a gestire i problemi
del sonno come tutti gli altri momenti della giornata, nell’ottica di aiutare il bambino a formarsi una
base sicura.
3) Cercano in modo simile di tener conto anche dei bisogni dei genitori (di dormire, di avere orari
prevedibili e tempi per sé).
Sono libri che in generale offrono meno ricette precise (per esempio non si schierano sul tema:
lettone si o no) in quanto richiedono di calibrarsi sul singolo bambino, sulla singola famiglia e sulle
diverse tappe del suo sviluppo.
Cercano di aiutare i genitori dicendo, in realtà, cose ovvie: preparare il bambino al sonno,
l’importanza dei rituali, non far addormentare il bambino al seno, aiutare e incoraggiarel’autonomia del bambino ma rispettandone con pazienza i ritmi di sviluppo ecc. Sono i più
equilibrati e ovvii, ma anche i più difficili da applicare.
Differiscono fra loro per sottolineature diverse riguardanti gli ultimi 2 punti: il 4), cioè il tema di
quanto è necessario guidare il bambino (autorità e negoziazione, peso diverso ai 2 poli:
competenza-immaturità del bambino) e il 5), cioè gli obiettivi dell’educazione
4) Procedendo dai più autoritari (maggior peso all’immaturità) ai meno autoritari (maggior peso alla
competenza):
Grazia Honegger Fresco (Facciamo la nanna, Il leone verde, 2006), allieva della Montessori. Il
bambino deve essere libero di svilupparsi, però entro binari molto precisi, rigidi e uguali per tutti,
formulati dai genitori per il benessere del bambino.
Il problema del sonno praticamente non esiste se si segue questa impostazione e si aiuta il bambino
ad avere una “buona” giornata, in quanto tutto ciò che rende ricca e interessante la veglia facilita il
sonno. Il bambino deve avere autonomia di movimento (non deve essere messo in seggiolini, infant
seat ecc, ma a terra fin dal primo mese); non aiuti inutili (che sono ostacoli allo sviluppo); deve
giocare da solo in modo da esplorare e vivere le sue esperienze, senza essere “plagiato” dal
pensiero e dall’immaginazione dell’adulto; non deve essere posto di fronte a scelte eccessive (è il
genitore che sceglie, non il bambino); deve avere regolarità nei ritmi di vita (a letto non oltre le
20,30 anche se il papà rientra tardi)
(Questo approccio, probabilmente rivoluzionario all’epoca della Montessori che è stata una delle
prime a considerare il bambino come individuo, mi sembra molto datato perché dimostra molto
interesse per le condizioni ambientali che favoriscono lo sviluppo, ma molto poco per la relazione).
Tracy Hogg (Il linguaggio segreto dei neonati, Mondatori, 2001). Infermiera inglese, specializzata
in puericultura, vive a Los Angeles dove ha fondato Baby Technique con cui offre consulenze a
genitori, tiene corsi, conferenze ecc.
E’ il genitore che detta il ritmo, non il bambino “che è solo un bambino”.
Però, rispetto all’autrice precedente, è attenta anche alle differenze fra bambino e bambino: li
distingue in vari gruppi secondo le loro caratteristiche (angelico, da manuale, sensibile, vivace,
scontroso).
La strutturazione della giornata è anche qui rigida, uguale per tutti, ma la proposta al bambino
viene fatta in modi differenti tenendo conto delle sue caratteristiche. La giornata deve seguire un
ritmo preciso: pasto, gioco, nanna, tempo per i genitori, in una cornice che dia ordine e regolarità
alla vita del bambino. Ciò aiuta la famiglia a non vivere nel caos, a gestire i vari problemi (non solo
del sonno, ma anche di alimentazione, coliche ecc). Aiuta anche il bambino a crescere e il bambino
non fa fatica a seguirla perché è rispettosa delle sue esigenze.
Rispetto al sonno utilizza i soliti consigli (attività tranquille serali, rituali ecc) sottolineando che è
importante non rendere il b dipendente da bisogni esterni (ciò significherebbe togliergli la
possibilità di calmarsi da solo e impedirgli di addormentarsi da solo) e che sostenere l’autonomia
non vuol dire lasciarlo piangere, ma soddisfare i suoi bisogni. Significa però anche rimetterlo giù
non appena i bisogni sono soddisfatti.
La Clerget suggerisce, per i bambini che si svegliano e chiamano nel cuore della notte, di fare “un
contratto: “io ti aiuto con orari regolari, con rituali, e tu non ci svegli e non vieni nel lettone”.
Un contratto: dunque il bambino è alla pari col genitore. Ma far rispettare il contratto, come si vede
successivamente, dipende dal genitore: “Se si sveglia ogni 2 ore: si ritarda un po’ alla volta il
momento in cui si risponde al suo pianto. Quando si va gli si dice solo: E’ notte, bisogna dormire,
senza coccole e discussioni”
Asha Philip (I no che aiutano a crescere, Feltrinelli, 1999) propone un modello di genitore che aiuta
attivamente il bambino a maturare e a crescere facendogli delle richieste ma anche fornendogli
amore e sostegno. Per quanto riguarda il momento del sonno la madre che mette il bambino a
dormire nella culla gli comunica che il disagio che lui sente è sonno e che la culla non è un posto
orribile. Crea in lui la sensazione che le cose andranno bene, gli permette di trovare i modi per
adattarsi, lo aiuta nel rafforzamento del senso di sé. E’ l’inizio di una crescita emotiva , un primopasso per attingere da sé le proprie risorse e per goderne. Il b però deve ricevere abbastanza amore
da avere il “carburante” necessario.
Pur con un’impostazione di questo genere non si scaglia contro il metodo Estevill. Porta l’esempio
di una madre spesso sola (il compagno lavorava lontano), incapace di lasciar piangere la bimba di 9
mesi, ma esausta per i suoi risveglio gni 2 ore. Con l’aiuto di un’amica, ha lasciato piangere la
bambina la prima sera per 1 ora, poi mezz’ora; in 5 giorni la b. non si è più svegliata. L’autrice la
definisce una soluzione drastica, ma dice che,”siccome avevano una solida base comune, il recupero
fu relativamente facile”.
Sara Letardi (Il mio bambino non mi dorme, Bonomi, 2007) propone un approccio ancora meno
direttivo, in cui la madre, quando ci sono problemi del sonno, non impone nulla, ma propone al
bambino cambiamenti nella gestione dell’addormentamento e dei risvegli.
Anzi, con l’idea che è il metodo che si deve adattare al bambino e non viceversa, l’autrice arriva a
suggerire di chiedere il consenso del bambino ai cambiamenti, lasciando a lui la libertà di scegliere
se accogliere o meno le richieste, che andranno sempre formulate con un: ”Per favore” e seguite da
un “Grazie”.
Ci sono poi differenze rispetto agli obiettivi della educazione:
5) Brazelton sottolinea molto il bisogno di autonomia del bambino. L’autonomia è un valore in sé,
uno degli obiettivi principali dell’educazione negli USA, come conseguenza dell’educazione a una
società individualista.
Prima dei 4 mesi, per l’immaturità del SNC, il bambino non è in grado di addormentarsi da solo e
di gestirsi i risvegli.
Ma già a 3 settimane si può cercare di intervenire sui ritmi sonno-veglia provando ad allungare gli
intervalli fra le poppate. Poi, via via, per condizionarlo a un lungo sonno notturno, si può intervenire
sempre di più, per esempio svegliandolo, se è necessario, alle 22. Successivamente si può agire sul
ritmo e la durata dei pisolini diurni.
Aiutare il b ad addormentarsi da solo è una modalità rispettosa del bambino, della sua autonomia e
delle sue possibilità.
Dai 4 mesi si può cominciare ad aiutarlo ad addormentarsi da solo. E’ infatti fisicamente pronto a
stare 6-8 ore senza mangiare e il suo cervello ha raggiunto una maturazione tale per cui può avere
un ruolo attivo nell’addormentamento.
Un b di 5 mesi deve aver già imparato a gestirsi da solo i risvegli notturni.
Alcuni consigli: non addormentarlo al seno o in braccio; metterlo nel lettino ancora sveglio,
dandogli buffetti, carezze e dicendogli: “Ce la fai, ce la fai…!” ; offrirgli il ciuccio; fargli trovare il
dito; ninne-nanne; suono “bianco”; rituali.; ai risvegli non accorrere al primo strillo.
Se si vuole si può metterlo nel lettone (sembra che secondo Brazelton sia un’esigenza più del
genitore che lavora e desidera il contatto col figlio che del bambino). Ma bisogna sapere che a 2 o 3
anni, quando si vorrà spostarlo, lui avrà inserito il lettone e il genitore nelle modalità di
addormentamento e il cambiamento potrà essere difficile.
Naturalmente ci saranno regressioni ai touch points. In quei momenti sarà come fare un passo
indietro, occorrerà nuovamente una maggiore presenza. Bisognerà però fare attenzione ai segnali
che dicono che il b è nuovamente pronto per una maggiore autonomia (spesso basta una settimana).
Puntando probabilmente molto anche lei sull’autonomia L. Moore, ricercatrice, docente di
Psicologia dello Sviluppo in Inghilterra (Il linguaggio prima delle parole), propone di insegnare ad
addormentarsi da solo anche al neonato. Per mediare fra il bisogno di fusionalità del b molto
piccolo e l’educazione all’autonomia, ripropone un metodo utilizzato in alcune culture: quello di
fasciare il bambino. Suggerisce cioè un contenimento artificiale (la fasciatura), invece di prendere
in considerazione un contenimento “naturale” (le braccia) anche per un neonato.
Carlo Gonzales, pediatra spagnolo, (Besame mucho, Coleman) sembra puntare invece ad una
educazione meno individualista. Abbiamo bisogno gli uni degli altri; gli esseri umani sono
interdipendenti. Il pianto è un segnale. Il bambino che piange sta esercitando una competenza
sociale, sta imparando a chiedere aiuto. Perciò occorre rispondere al suo pianto.Vediamo gli studi pediatrici.
Genitori più.
Si occupa dell’argomento solo dal punto di vista della prevenzione della SIDS.
Bene condividere la stanza da letto per permettere un “disturbo” fisiologico del sonno (cioè
impedire un sonno troppo profondo che inibisce l’automatismo del respiro quando il SNC è ancora
immaturo) in modo da ridurre il rischio di SIDS.
Fino al 2004 si riteneva sicuro il bed sharing (tranne che per genitori fumatori, obesi o sotto effetto
di sonniferi, alcool, o droghe). Studi recenti hanno evidenziato che il bed sharing aumenta
comunque il rischio di SIDS sotto le 11 settimane. Perciò sembrerebbe ammesso solo oltre le 11
settimane. Ma il problema è ancora in parte controverso.
(Quaderni ACP 2005, numero 4 e 6)
Nei cosleepers sono documentati maggiori disturbi del sonno. Si conferma cioè che il sonno nel
lettone ha periodi più brevi di sonno profondo e più frequenti risvegli.
Questo è valutato positivamente da alcuni (Moschetti, pediatra di base, superesperta della fisiologia
del sonno) in quanto diminuisce i rischi di SIDS) e negativamente da altri (Ciotti, neuropsichiatra
infantile di Cesena).
Inoltre Moschetti vede il cosleeping come conseguenza dei disturbi del sonno (non dorme, quindi lo
metto nel lettone) mentre Ciotti come causa (lo metto nel lettone e il sonno del bambino è più
disturbato).
Ciotti perciò consiglia ai pediatri di affrontare il problema del sonno prima che i bambini
raggiungano gli 8-9 mesi (età in cui i disturbi iniziano ad essere più frequenti per l’ansia da
separazione), spiegando ai genitori che il b. deve imparare ad addormentarsi da solo e non deve
stare nel lettone. Pur essendo un neuropsichiatra che sostiene la teoria dell’attaccamento non
demonizza il metodo Estivill (valorizzando il fatto che comunque c’è una risposta al pianto del
bambino e che tale risposta è prevedibile per lui).
Moschetti sottolinea come il sonno solitario crea ansia (aumento del cortisolo e della frequenza
cardiaca) e propone quindi, rispetto al lettone, di lasciar fare ai genitori come vogliono, spiegando
loro che comunque i disturbi sono transitori (fino ai 3 anni!).
Partendo da teorie diverse, diversa dunque è la posizione riguardo a: lettone sì, lettone no.
Ma anche riguardo ad altri aspetti:
Ciuccio
Sears: non serve; c’è la suzione al seno
Brazelton: si può
Hogg: si, ma solo prima dei 3 mesi e senza abusarne (aiuta il bambino a non utilizzare la mamma
come un ciuccio umano). Se un bambino di 3 mesi si sveglia piangendo perché ha perso il ciuccio,
significa che se ne è abusato.
Genitori più: ha effetto protettivo contro la SIDS, perciò sì’ dopo il primo mese (per non interferire
coll’allattamento; ma in nota si riportano recentissimi studi che sembrerebbero dimostrare che non
interferisce sull’allattamento) e fino all’anno.
Dentisti: no perché favorisce le malocclusioni
Dito
Hogg: si, in quanto iniziativa del bambino. Non c’è problema sul farlo smettere: smetterà di
succhiarlo quando è pronto.
Fresco: quando il bambino lo trova da solo, lasciarglielo, ma non attivarsi per farglielo trovare.
Brazelton e Murray: attivarsi per farglielo trovare, in modo che sia facilitato nella gestione
dell’autoconsolamento.
Dentisti: malocclusioni
Farlo addormentare al senoSears: si
Tutti gli altri: no, metterlo giù ancora sveglio
Correre subito ai risvegli
Estevill: no. Mantenere i tempi del metodo.
Brazelton: no, lasciargli il tempo di provare a riaddormentarsi
Letardi: si, in modo che non si svegli completamente
Sears: si, offrendogli subito il seno
Età a cui cominciare a insegnargli a dormire:
Estivill: dopo i 3 mesi
Murray: subito
Philips: subito
Brazelton: dopo i 4 mesi
Età a cui può sospendere le poppate notturne:
Brazelton: 4 mesi
Letardi: 1 anno
Sears: quando vuole
Età a cui ci si può aspettare che faccia una notte intera
Brazelton: 5 mesi
Clarget: 6 mesi
Estivill: 6 mesi
Cramer: all’anno il 60-70% dei bambini ha la capacità di addormentarsi da solo e di gestirsi i
risvegli
Ogni pediatra poi ha i suoi aggiustamenti personali di queste teorie, aggiustamenti che riflettono le
abitudini sue e della sua famiglia, le sue esperienze, le sue letture, le sue inclinazioni, le sue
preferenze. Quasi mai ha una chiarezza di fondo sui motivi che lo spingono a dare certi “consigli”
piuttosto che altri. Quasi sempre ha la convinzione che le sue idee siano le uniche giuste e, sotto
sotto, che i genitori che non le condividono o non riescono ad applicarle sono “strani” o
“inadeguati”.
Ciò che rende molto difficile la situazione è che le teorie di riferimento non sono esplicitate e
quindi è molto difficile discuterle. Si percepisce solo una differenza.
In questo quadro quale può essere il ruolo del pediatra?
Gli viene richiesto, come abbiamo visto dalla ricerca, di avere un ruolo per aiutare i genitori
nell’educazione del bambino. Ma su quali basi può dare dei “consigli”?
Consigliare un metodo autoritario o la negoziazione? Quanto tener conto dei bisogni del b e quanto
di quelli del genitore? Quanto valorizzare i bisogni di fusionalità e quanto di quelli di autonomia?
DISCUSSIONE
– La prima sensazione è di smarrimento. Alcuni dicono di aver sempre pensato di non saper
risolvere il problema del sonno per il fatto di avere scarse conoscenze, altri di aver letto sempre
molto sull’argomento confondendosi sempre di più le idee.
Adesso sembra che una certezza ci sia: non ci sono certezze.
– Alcuni dicono di non dare, in effetti, mai “consigli”. I genitori, che arrivano angosciati per il
problema del sonno del bambino, col tempo lo risolvono da soli.
– Altri sottolineano che in realtà di fatto si limitano ad ascoltare.
– Alcuni sottolineano che basi certe ci sono: la fisiologia. E’ importante che il pediatra la conosca e
la spieghi ai genitori, anche come linee anticipatorie. Questo riduce di molto i problemi successivi
(in effetti tutti i testi iniziano con le basi di fisiologia) anche se, secondo la maggioranza dei
presenti, ciò non sempre è sufficiente.- Importante, per porsi di fronte al paziente, è diventare consapevoli del nostro modello personale,
costruito negli anni, delle sue radici, delle sue motivazioni.
Lesmo. La contrapposizione che fa Sears fra natura e cultura è, a sua volta, una costruzione
culturale che presuppone che sia possibile scindere l’evoluzione biologica dell’essere umano da una
sovrapposizione socio-culturale. La natura dell’uomo è di essere un “essere culturale”. L’uomo, sin
dalla sua esistenza intrauterina è calato in un mondo culturale che lo informa. Dunque non si può
riportare il sonno dei bambini alla sua condizione “naturale”. Nessun bambino si stacca dal seno o
dal lettone senza pressioni esterne, perché nessun bambino è avulso da pressioni esterne,
consapevoli o inconsapevoli, volontarie o involontarie. Anche l’apparente assenza di “pressioni
esterne” è in realtà un elemento che plasma il soggetto. L’uomo è sempre relazionale. Gli stessi
bisogni del bambino prendono forma nel corso di rapporti interpersonali. Le sue richieste diventano
tali quando vengono interpretate come richieste, altrimenti sarebbero una serie di segnali
inascoltati.
Sears considera l’individuo una monade in grado di agire sulla base dei propri istinti,
indipendentemente dal contesto in cui è calato.
Estivill presuppone che la struttura sociale (qui per esempio l’organizzazione della vita famigliare)
si imponga sull’individuo, senza lasciargli margine per l’azione. Questa prospettiva è opposta a
quella individualista (è il singolo che determina la struttura, dunque, nel nostro caso, il bambino con
le sue esigenze e richieste che determina la struttura famigliare). Sono 2 prospettive opposte che da
sempre percorrono le scienze sociali.
La medicina punta sempre di più all’ enhancement del soggetto, al suo potenziamento. E’
interessante chiedersi quanto il singolo debba essere adeguato, anche mediante le pratiche mediche,
a certe categorie socio-culturali o quanto siano queste a doversi adattare all’individuo.
L’antropologia non individua pratiche “giuste” o “sbagliate”: tutte concorrono alla costruzione
dell’individuo. Però scegliendo di dare più peso a un modello piuttosto che a un altro il medico
influenza il soggetto, la società e la cultura.
Il medico è una figura socialmente legittimata a curare. Il medico “educa” comunque, anche quando
tenta di sottrarsi a questo ruolo, proprio per il suo stato sociale. Non rispondere alle richieste del
genitore o limitarsi ad ascoltarlo senza dare risposte sono comunque risposte, perché il medico
detiene il potere di cura.
Il genitore che viene ascoltato modifica il suo racconto secondo il tipo di interlocutore che ha di
fronte, opera delle scelte nella narrazione. Non esiste una verità da narrare.
Il medico deve essere consapevole del suo potere di curare, di interpretare i segnali e di fornire
risposte. Del potere di costruire l’individuo e quindi la società, del suo potere normativo e politico.
I modelli di fronte al problema del sonno corrispondono a modelli di individui e società diversi.
Per Brazelton l’autonomia è un valore in sé. L’autonomia in effetti nella cultura americana è
fondamentale ed è molto utile raggiungerla. Non è detto che in altre culture questo modello sia il
più utile ed efficace.
Quindi Brazelton è figlio della sua cultura e insieme, proponendo l’adeguazione a quella cultura
(senza, per esempio, criticarla) la rafforza.
Dobbiamo cercare di comprendere, attraverso la narrazione, la famiglia che abbiamo davanti, il suo
modello.
Il modello del medico non deve essere escluso. Anche se sul problema del sonno non ci sono
evidenze forti il medico ha una sua cultura, delle sue esperienze di vita e professionali che gli danno
sul tema una competenza (anche se non EBM fondata e non condivisa da altri operatori).
– Il medico può intervenire per far comprendere, non per imporre un altro punto di vista.
– Tutti gli autori colgono una parte di verità. Anche Estivill coglie che è importante guidare il
bambino, la Vegetti Finzi coglie che in certi casi l’intimità può essere eccessiva ecc.
– Il paternalismo significa voler influenzare. Diverso è fornire la propria chiave di lettura.Lesmo. La medicina non è una disciplina “forte”, ma è essa stessa dotata di una dimensione storica
e culturale (il modo biomedico è uno dei modi possibili di leggere la realtà che è comunque
complessa e non riducibile a un solo modello). Tanto più non è una disciplina forte in aree grigie
come questa del sonno (e la pluralità degli studi presentati lo dimostra)
La pratica medica diventa un lavoro di interpretazione e di negoziazione.
E’ possibile intervenire in modo consapevole nel processo di negoziazione esplicitando (almeno
verso se stessi) la scelta interpretativa adottata e non liquidando le interpretazioni fornite dagli
interlocutori come “strane” e “inadeguate”. Esse possono esserlo all’interno di quel paradigma
biomedico o entro le pratiche sociali di un particolare contesto, ma non in termini assoluti.
E’ da questi presupposti che si può elaborare un a risposta condivisa mediante una partecipazione
consapevole dei soggetti coinvolti nella relazione (ad esempio mediante la narrazione).
Lì i saperi si incontrano e si influenzano reciprocamente (dunque anche il paziente influenza il
medico!) col fine di costruire qualcosa di condiviso.
– Per una negoziazione e co-costruzione efficace il modello del medico non deve svanire, anzi deve
essere proposto in modo chiaro, anche se disponibile a modifiche (“Che ne dice di provare così?
Può provare e poi possiamo vedere se funziona”)
– Il sistema della negoziazione è superiore al sistema paternalistico perché è più efficace.
Le riflessioni sull’importanza di tener conto del punto di vista del paziente (della illness, ossia del
vissuto di malattia e non solo della desease, ossia della malattia organica) sono nate proprio
dall’esame dei ripetuti insuccessi della medicina paternalistica, cioè autoritaria, che tiene conto solo
del modello del medico.

 

Tratto da:

http://www.acpovest.it/Blog/genitorialita_22_3_2011.pdf

RACCOLTA PER POPOLAZIONE TERREMOTATA

Consegne effettuate:
reti, vestiti, lenzuola, coperte al circolo Carrozzone, questa mattina.
Oggi pomeriggio tutte le spese e i pannoloni ad Azione Solidale!!! Grazie alla Rebecca, alla Martina, a Leo e a Federico, per la pazienza dimostrata verso le loro mamme. Grazie a Paola e Davide che ci hanno aiutato a smistare la merce. Grazie ad Antonella per cartoni che ci hanno permesso di stivare tutto nelle auto.
GRAZIE A TUTTI QUELLI CHE HANNO PARTECIPATO!!!