Archivio | settembre 2012

Perchè il contatto pelle-pelle ?

Di Alessandro Volta

Qualcuno potrebbe, giustamente, domandarsi da dove nasce questa moda del contatto pelle-pelle tra il neonato e la mamma. Perché non è sufficiente che la mamma prenda in braccio il suo bambino lavato, pulito e vestito ? La risposta è da cercare nella magia e nel mistero dei primi minuti di vita. Subito dopo la nascita il bambino inizia a sedurre la mamma e la mamma inizia ad innamorarsi del suo bambino, non il bambino immaginato durante la gravidanza, ma quello reale che vede per la prima volta, che annusa e che tocca per la prima volta.

Prendere in braccio un bambino pulito, profumato e vestito è un po’ come prendere in braccio un bambolotto o un bambino qualunque. Il neonato non ancora lavato, nel contatto pelle-pelle con la mamma, innesca una relazione potente e intima che permette ad entrambi di sentire l’odore e il calore l’uno dell’altro.

La madre, senza esserne consapevole, deve elaborare il lutto di trovarsi improvvisamente con la pancia vuota, il neonato deve ritrovare l’utero che l’ha nutrito e protetto fino a quel momento.

Durante i mesi della gravidanza la donna, sentendo i movimenti del bambino, lo percepisce come una parte di sé; dopo il parto deve cominciare ad accettarlo come una persona separata da lei.

E’ probabile che la percezione che la madre ha del suo bambino nei primi minuti di vita possa condizionare il loro rapporto per gli anni successivi o addirittura per tutta la vita; effettivamente molte donne già anziane ricordano e raccontano il loro parto come se fosse avvenuto da poche ore. La nascita è qualcosa che forse accade troppo velocemente, occorre pertanto nei minuti successivi tentare di riappropriarsi del tempo e il contatto pelle-pelle recupera un ritmo più giusto; dopo la tempesta un po’ di calma, così mamma e neonato possono cominciare a ragionare…

Cercando di vedere il parto con gli occhi del neonato è intuitivo che dopo l’avvio della respirazione autonoma egli cerchi di ritornare allo stato rassicurante precedente la nascita, ricerca cioè quello che è stato  definito “l’abbraccio pulsante” dell’utero; il contatto pelle-pelle è un mezzo privilegiato che gli permette di ritrovare quell’abbraccio perso improvvisamente.

Dopo la nascita il neonato è sconvolto dal freddo, dalla luce e dai rumori, ma in particolare dal vuoto; avendo vissuto in acqua fino a quel momento sperimenta per la prima volta la forza di gravità ed è terrorizzato dalla sensazione di precipitare; la pancia calda della mamma è il suo nido naturale, è lo spazio che lui stesso ha lasciato libero e che ora può a buon diritto rioccupare.

E’ stato dimostrato che se nella prima ora dopo il parto il neonato viene tenuto a contatto pelle-pelle con la sua mamma la conoscenza di entrambi sarà facilitata, la mamma sarà tanto gratificata da sentire meno la stanchezza e il dolore, il neonato sarà tanto tranquillo da aprire gli occhi e cercare il seno. Tutto quello che avverrà nei giorni e nelle settimane successive potrà essere un po’ più semplice e naturale, un passaggio tra l’utero e il mondo meno violento e complicato.

Ad eccezione del neonato e della sua mamma nessun altro adulto è in grado di partecipare fisicamente ed emotivamente alla relazione che si crea col contatto pelle-pelle, e chi ha il compito di fornire assistenza durante il parto dovrebbe fare attenzione a non ostacolare questa relazione.  L’ inizio del dialogo tra il neonato e la mamma dovrebbe avvenire come se in quel momento al mondo ci fossero soltanto loro, o come se in quel momento loro fossero il mondo.

Articolo tratto dal sito:

http://www.vocidibimbi.it/Testi/LaNascita/pelle_pelle.htm

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I DIRITTI NATURALI DI BIMBI E BIMBE

1 IL DIRITTO ALL’OZIO
a vivere momenti di tempo non programmato dagli adulti

2 IL DIRITTO A SPORCARSI
a giocare con la sabbia, la terra, l’erba, le foglie, l’acqua, i sassi, i rametti

3 IL DIRITTO AGLI ODORI
a percepire il gusto degli odori, riconoscere i profumi offerti dalla natura

4 IL DIRITTO AL DIALOGO
ad ascoltatore e poter prendere la parola, interloquire e dialogare

5 IL DIRITTO ALL’USO DELLE MANI
a piantare chiodi, segare e raspare legni, scartavetrare,
incollare, plasmare la creta, legare corde,accendere un fuoco

6 IL DIRITTO AD UN BUON INIZIO
a mangiare cibi sani fin dalla nascita, bere acqua pulita e respirare aria pura

7 IL DIRITTO ALLA STRADA
a giocare in piazza liberamente, a camminare per le strade

8 IL DIRITTO AL SELVAGGIO
a costruire un rifugio-gioco nei boschetti,
ad avere canneti in cui nascondersi, alberi su cui arrampicarsi

9 IL DIRITTO AL SILENZIO
ad ascoltare il soffio del vento, il canto degli uccelli, il gorgogliare dell’acqua

10 IL DIRITTO ALLE SFUMATURE
a vedere il sorgere del sole e il suo tramonto, ad ammirare, nella notte, la luna e le stelle

Gianfranco Zavalloni
WWW.CPPP.IT

Ci sono limiti all’allattamento al seno?

Di Shera Lyn Parpia e Antonella Sagone, da Da mamma a mamma n. 44, estate 1996

Articolo tratto dal sito del La Leche League

Quanti limiti sentiamo porre all’allattamento al seno!

Sono diversi, e spesso seguono la congiunzione avversativa “MA“:

L’allattamento al seno è la cosa migliore per il bambino, ma…”
MA bisogna vedere se avrò latte, se il mio latte andrà bene.
MA richiede troppo tempo.
MA richiede molti sacrifici (impegno, alimentazione, fatica, sonno) da parte della madre, del padre, dei fratelli.
MA non prima di …x ore dopo il parto, … x ore dopo l’ultima poppata.
MA è un lusso al giorno d’oggi.
MA non è possibile quando la madre lavora.
MA non si può fare quando la madre ha alcuni “difetti fisici”.
MA non si può fare se la madre deve assumere farmaci.
MA non si può tenerlo sempre attaccato.
MA c’é un limite oltre il quale non serve.
MA c’è un limite oltre il quale fa male.
e, nello stesso tempo,
il latte artificiale è così comodo, e in fondo è quasi ugualmente buono

Attualmente, quando una donna decide di allattare avrà sicuramente valutato in parte queste problematiche, nei limiti in cui le informazioni disponibili sono veritiere, precise e aggiornate. La donna che arriva dalle Consulenti de La Leche League prima o durante la gravidanza solitamente desidera ottenere risposte riguardo a molti di questi dubbi e domande.

Quelle che seguono sono solo alcune delle aree nelle quali la donna di oggi sente dei limiti alla possibilità di allattare al seno:
– Questioni mediche
– Sessualità
– Aspetti psicologici
– Pressione sociale
– Modelli culturali

Questioni mediche. Troppe donne, purtroppo, non mettono in dubbio le voci, quasi sempre errate, che indicano questi problemi come ostacoli insormontabili per l’allattamento al seno. La scarsa conoscenza di molti operatori, la cui esperienza si è formata su generazioni di bambini allattati artificialmente, aiuta la diffusione di pregiudizi popolari. Sappiamo, alla luce di ricerche prolungate e recenti, che il caso in cui la madre non dovrebbe allattare per ragioni mediche o ereditarie è l’eccezione e non la regola.

Uso di farmaci. Ogni mese vengono pubblicati studi sui farmaci; ormai sappiamo che la maggior parte di questi, così come degli anestetici, è compatibile con l’allattamento. Ci sono pochissimi farmaci veramente incompatibili con l’allattamento al seno. Se un farmaco è stato assunto durante la gravidanza, è probabile che si possa continuare ad assumerlo durante l’allattamento poiché la quantità che passa nel latte è solitamente nettamente inferiore a quello che passa nell’utero. Molte volte un farmaco incompatibile può essere sostituito con un altro non controindicato; ed è da ricordare che l’uso saltuario di alcuni farmaci non costituisce un pericolo anche quando l’uso continuo sarebbe una controindicazione per l’allattamento. Molti fattori devono essere presi in considerazione quando la questione è se assumere il farmaco e/o sospendere l’allattamento al seno: da un lato l’età e il peso del bambino, il dosaggio e il modo di somministrazione del farmaco, ecc.; dall’altro i rischi (ad es. In caso di predisposizioni allergiche) dell’assunzione di latte artificiale.

Malattie infettive. Nel caso in cui la madre manifesti una malattia infettiva, possono sorgere dei dubbi se il continuare ad allattare possa mettere a rischio il bambino di contrarre l’infezione. Anche qui la questione va valutata in base a elementi come, da una parte, la gravità della malattia, il fatto se la madre sia in fase acuta o portatrice sana, la trasmissibilità attraverso il latte materno e, dall’altra parte, l’età e lo stato di salute del bambino, la possibilità di proteggerlo in altri modi, il fatto che egli sia già stato o meno a contatto con l’agente infettivo. Fermo restando che bisogna valutare caso per caso il rapporto fra rischi e benefici, ci sono da fare alcune considerazioni generali. Prima di tutto il latte della mamma, anche se in alcuni casi può essere un modesto veicolo di infezioni materne, è contemporaneamente la fonte primaria di protezione, grazie ai suoi fattori antivirali ed antibatterici (sostanze battericide, immunoglobuline e linfociti) che forniscono al bambino l’immunità passiva dalle infezioni, in particolare da quelle a cui la stessa madre è stata esposta; secondo, va considerato che spesso il bambino è comunque esposto al rischio di contrarre l’infezione materna per altre vie, durante il parto o nel contatto quotidiano, e in questo caso la mancata protezione immunitaria del latte artificiale può essere di per sé un fattore di rischio.

Problemi anatomici. Esistono alcune conformazioni anatomiche della madre (capezzolo introflesso) o malformazioni del neonato (palatoschisi) che richiedono un aiuto per poter allattare; tuttavia l’allattamento non è impossibile. Durante la gravidanza la madre può portare degli appositi dischetti, oppure fare speciali manipolazioni del capezzolo, per consentirne l’estroflessione; il seno piccolo non è un ostacolo all’allattamento, e spesso anche in caso di chirurgia al seno si può allattare. Il neonato con labbro leporino può poppare al seno, ed esistono anche, quando necessario, delle protesi provvisorie che lo aiutano al momento della poppata.

Controindicazioni materne. La maggioranza di esse sottende l’idea che allattare sia di per sé una condizione di stress a cui l’organismo materno viene sottoposto; questa idea deriva in parte dal fatto che nella nostra società la maternità è diventata un evento raro, e viene portata avanti con più impegno personale e meno naturalezza di una volta.
Spesso non è l’allattamento di per sé ad essere stressante, ma lo sono le condizioni entro le quali oggigiorno si impone alle madri di condurlo; in effetti nella nostra società, molto poco a misura di bambino, una neo-madre è spesso stressata, a prescindere dal modo in cui alimenta suo figlio. Le reali controindicazioni mediche all’allattamento sono rarissime, e specialmente nel mondo occidentale, dove le donne sono ben alimentate ed assistite, il fatto di allattare costituisce per il fisico materno un impegno senz’altro inferiore a quello di una gravidanza. L’allattamento va ridefinito come il proseguimento biologico della gravidanza e del parto, e quindi il modo più naturale ed armonico di effettuare gradualmente il ritorno alle condizioni biofisiche precedenti alla maternità.

Controindicazioni pediatriche. A parte rare dismetabolie (galattosemia), l’alimento specie-specifico, fatto su misura per il neonato, è il latte della mamma. I bambini non possono essere allergici al latte della propria madre; anche nei rarissimi casi del cosiddetto “ittero da latte materno” non ci sono rischi per la salute del bambino, ed è consigliabile allattare piuttosto che somministrare latte artificiale. Se il bambino è ammalato, il latte materno, in quanto alimento più facile in assoluto da assimilare, non stressa l’apparato digerente e permette una ripresa più rapida. Lo stessa considerazione va fatta nel caso di malattie ereditarie o congenite, in cui l’allattamento esclusivo al seno può aiutare la ripresa nelle fasi acute, o perlomeno frenare l’aggravamento dei sintomi. In alcune patologie tanti problemi addirittura non si manifestano fino allo svezzamento, permettendo all’organismo di rafforzarsi prima di fare i conti con la malattia.

Sessualità. La madre che supera i vari ostacoli e che riesce ad allattare lo stesso il suo bambino deve comunque farlo in un mondo che vede il seno come oggetto sessuale.

Conflitto di ruoli. Il modello di bellezza femminile che oggi viene proposto è quello della donna giovane, che non ha ancora partorito. Il ruolo accettato di sessualità è quello espresso nel rapporto con il proprio partner. Ma la sessualità femminile è anche mestruazioni, gravidanza, parto ed allattamento, tutti mediati dallo stesso insieme di ormoni, in equilibrio diverso fra di loro. Tutti questi aspetti, che non coinvolgono il partner, possono essere vissuti come anomali, e minacciosi per il rapporto di coppia. Il fatto che durante l’allattamento in alcune donne ci sia un calo del desiderio non migliora le cose, e viene considerato un fatto patologico. La donna che allatta si trova spesso a vivere in conflitto fra di loro il ruolo di donna e quello di mamma, e subisce pressioni per distogliersi dal coinvolgimento con il figlio e tornare al più presto come “prima”.

È possibile allattare in pubblico? La società che utilizza il seno per vendere tutto, dalle automobili alle merendine, non riesce ad accettare che questo venga utilizzato apertamente nella sua funzione biologica. Si spingono così le donne a doversi appartare ogni volta che allattano, il che rende estremamente difficile, se non impossibile, allattare a richiesta fuori casa. Negli Stati Uniti, anche se non è vietato allattare nei luoghi pubblici, è stato necessario promuovere leggi che permettessero alle donne di farlo, e in molti paesi le madri hanno ricevuto la richiesta di smettere di allattare nei ristoranti, nei bar, nei musei. Dove il seno viene visto come oggetto sessuale, paradossalmente darlo ad un bambino appare come un uso improprio. Questo porta le mamme a restare in casa con il bambino molto di più di quanto vorrebbero, ed a vivere quindi il periodo di allattamento come una specie di reclusione forzata.

Vedere allattare può suscitare imbarazzo. L’intimità che traspare da una mamma e un bambino in allattamento può venire vissuta come una provocazione. La stretta dipendenza reciproca fra i due si contrappone all’impressione che essi siano autonomi dal resto del mondo, “bastino a se stessi”. Questo fa paura alla nostra società che pure tanto esalta un certo tipo di indipendenza. Questo “effetto scandalo” diventa molto pesante per la donna (e per il bambino, che non sa nulla di tutte queste faccende) quando l’allattamento si protrae oltre i primi mesi. Si esercitano quindi pressioni per aumentare le distanze fra la mamma e il suo piccolo, per far interrompere l’allattamento appena il bambino non è più un neonato e a stento riesce ad ingerire alimenti del tutto omogeneizzati. A volte la donna che asseconda la natura ed allatta “ancora” è spinta, più di prima, a nascondersi ed a tenere segreta la sua condizione di nutrice.

Il momento per terminare l’allattamento. Le pressioni per svezzare aumentano man mano che il bambino cresce; l’aspetto sensuale dell’allattamento, meno evidente con un neonato, risulta più palese con un bambino che sorride, gioca con il seno, chiede a parole di poppare. Queste scene possono turbare le persone che vi assistono, evocando in modo più o meno consapevole il fantasma dell’incesto; eppure, esse erano banali e scontate anche nella nostra cultura, fino a quando l’avvento massiccio del latte artificiale non le ha rese insolite. Su quale base si decide che è giunto il momento per terminare l’allattamento? Da Mamma a Mamma, la rivista de La Leche League, continua a pubblicare articoli che attestano il valore dell’allattamento del bambino oltre il primo anno. Sembra, alla luce di ricerche recenti antropologiche, psicologiche e nutrizionali che l’allattamento al seno sia parte del piano della natura per i nostri figli.

Aspetti psicologici
La donna che, oggi e nella nostra società occidentale, vuole allattare al seno, si trova sottoposta a molte pressioni e conflitti di carattere psicologico. Vive una contraddizione fra il ruolo di donna e quello di mamma, che nel proprio ambiente sono visti come competitivi fra loro; si trova a muoversi “controcorrente”, seguendo con il bambino un approccio che si discosta notevolmente dai modelli culturali proposti; la capacità di autoregolazione del neonato, e la competenza materna nel comprendere e rispondere in modo appropriato ai suoi bisogni, vengono continuamente messe in dubbio. Si insinua poi paradossalmente che lo stress e l’insicurezza, generati da questo stato di cose, siano invece una conseguenza negativa dell’allattamento al seno.

Mancanza di esperienza diretta. Le madri di oggi sono state bambine nel momento di massimo boom del latte in polvere; sono cresciute giocando con bambole accessoriate di biberon, come se questa fosse la cosa più naturale del mondo. L’allattamento è diventato sempre più raro in pubblico e nella propria famiglia d’origine, e questo priva la donna di un esempio diretto a cui riferirsi quando ha un neonato fra le braccia (anzi, il primo modello che la madre incontra è ciò che ha visto fare nel reparto di maternità). I semplici gesti di portare, consolare, allattare un bambino sono affidati al suo solo istinto, che però è confuso dai messaggi contrastanti e contraddittori che percepisce ogni giorno intorno a sé. Le informazioni trovate sui libri e provenienti dai Mass Media, spesso condizionati da interessi commerciali in contrasto con quelli di madri e bambini, hanno sostituito il background sociale e culturale.

Gli esperti dell’allattamento. Una certa cultura medica ed anche psicoanalitica ha finito per dipingere la maternità come una cosa complessa, difficile, rispetto alla quale è facile commettere errori e provocare danni irreparabili al proprio figlio. La competenza materna viene svalutata, e la donna facilmente viene colpevolizzata per le scelte che effettua quando segue la sua intuizione. Ella sente quindi la necessità di rivolgersi ad “esperti” più o meno qualificati, che la sollevino da una responsabilità così grave indicandole il modo “giusto” di agire in ogni circostanza. Si dimentica così che esperto è colui che esperisce, e cioè in primo luogo i protagonisti stessi dell’esperienza: la madre e il bambino.

L’ansia degli altri. La donna che ha appena partorito spesso è depressa e ansiosa, e questo viene attribuito ad un effetto della tempesta ormonale che sta subendo. Ma quanta di questa ansia è determinata da fattori socio-culturali (la sensazione di non essere in grado di controllare più la propria vita, le squalifiche ricevute dall’ambiente alla propria autostima)? E quanta di quest’ansia è in realtà trasmessa alla madre dalle persone che la circondano? Una neo-madre, in rapporto esclusivo col neonato, provoca negli altri forti reazioni emozionali, ed in assenza di una cultura che definisca la donna come competente ad occuparsi del proprio piccolo, la conseguenza può essere un comportamento ansioso del prossimo (marito, parenti, pediatra), e forti interferenze nel rapporto madre-neonato. Quando la mamma allatta al seno ciò si verifica in misura ancora maggiore, e la donna deve imparare a “tapparsi le orecchie” per non sentire i continui commenti, spesso pessimistici o allarmistici e comunque contraddittori, di tutti coloro che pensano di sapere più di lei cosa è meglio per lei e per il suo piccolo.

Pressioni sociali

Lavoro fuori casa. Le famiglie di oggi spesso hanno bisogno di due redditi per poter sopravvivere, e questo specialmente se hanno bambini. Le leggi italiane sono fra le più favorevoli all’allattamento, consentendo un periodo retribuito dopo il parto se si resta a casa con il bambino, e in seguito dei permessi di allattamento che consentono di assentarsi dal luogo di lavoro. Tuttavia queste facilitazioni di recente sono state ridotte sia sul piano dell’orario sia su quello economico, costringendo molte donne a non usufruirne per bisogno di soldi o per non perdere il lavoro. Inoltre continua a non esserci, per alcune categorie di lavoratrici autonome, alcun tipo di sostegno economico o almeno fiscale, che permetta loro di sospendere o perlomeno ridurre il lavoro durante il periodo dell’allattamento. Tutto ciò può generare l’opinione che l’allattamento al seno sia un lusso che poche si possono permettere; gli alti costi, a fronte del reddito di un lavoro fuori casa, dell’allattamento artificiale (latte in polvere, malattie più frequenti, baby sitters) rientrano in un sistema di vita universalmente diffuso, e quindi non vengono notati facilmente.

Aspettative sociali. Ci si aspetta che la donna che è diventata madre non modifichi affatto il suo stile di vita, ma riprenda al più presto il ritmo e l’organizzazione delle giornate precedenti alla maternità. Spesso il bambino viene vissuto o definito come un peso, un qualcosa che lega e che estrania dal contesto sociale, richiedendo sacrifici alla madre (ad es. diete particolari) e a tutta la famiglia (condizionando tutti agli orari delle poppate e dei sonnellini del bambino, impedendo di frequentare determinati luoghi perché “inadatti” al neonato, ecc.). Il biberon, potendo essere dato al neonato da chiunque, viene poi proposto come la soluzione per “liberarsi” di questo scomodo impedimento.
Parte del problema nasce dall’equivoco che il neonato abbia bisogno di seguire una vita regolare e monotona, cambiando poco ambiente e mangiando e dormendo ad ore prefissate. Questa idea non ha nessun fondamento biologico: i neonati cambiano continuamente i loro ritmi, e si adattano con facilità ai tempi ed agli spostamenti degli adulti, purché possano stare in contatto costante con la mamma ed allattati quando ne manifestano il bisogno.

Una società a misura di adulto. L’individuo per il quale è pensata e strutturata la nostra società è adulto, giovane, alto, sano e possibilmente maschio. L’organizzazione, gli spazi fisici e gli orari dei servizi, dei trasporti, degli uffici pubblici, delle aree commerciali, dei luoghi di svago sono concepiti e realizzati solo per adulti senza bambini al seguito, o al limite solo per bambini forniti di biberon. Trovare un posto dove cambiare un pannolino, ma ancora di più dove sedersi ed allattare quando il bambino piange, spesso è molto difficile. Questo scoraggia le donne dal muoversi insieme al bambino, spingendole o a svezzarlo per poterlo lasciare a qualcun altro, o a chiudersi in casa con lui.

Modelli culturali. Questo è l’aspetto che più degli altri ci aiuta capire che cosa sia effettivamente il limite di fondo, che comprende tutti gli altri, anzi, che è la fonte di tutti gli altri limiti: il limite vero è nella nostra società, nella cultura del biberon e della separazione.
Spesso si sente dire che bastano tre/sei/otto mesi di allattamento, senza precisazioni ulteriori; o che il bambino “è grande abbastanza”: grande per che cosa? Per non aver più bisogno del latte materno dal punto vista nutrizionale? Immunologico? Per non aver più bisogno del contatto stretto e frequente? Alcuni articoli pubblicati anche su Da Mamma a Mamma sono stati dedicati a questo argomento, e da questi risulta abbondantemente chiaro che l’allattamento protratto ben oltre l’anno non solo è la cosa migliore dal punto di vista della salute fisica ed emotiva del bambino, ma che ha solide basi evoluzionistiche. E’ anche evidente che la donna che allatta ne trae benefici notevoli; insomma, l’allattamento è una cosa giusta e naturale. Ma non è sempre facile; ci sono molti ostacoli anche nella conduzione quotidiana dell’allattamento.

La cultura del biberon e del distacco. Che cosa significa per un bambino che nasce al giorno d’oggi? In termini pratici, significa che, quando nasce, non viene automaticamente attaccato al seno, lo si tiene nella nursery dell’ ospedale dove in genere, all’insaputa della madre, riceve biberon integrativi (che spesso confondono il suo istinto di suzione), e viene portato dalla mamma a orari, che non hanno niente a che vedere con i suoi ritmi di fame.
Fin dalla nascita il bambino viene confrontato con altri allattati al biberon… Gli orari, le tabelle, le quantità prestabilite per il bambino medio allattato artificialmente vengono imposte anche al bambino allattato al seno. Il bambino diventa “proprietà” dell’ospedale e delle puericultrici, la mamma invece è sostituibile, sicuramente non indispensabile. Il risultato sul piano psicologico, sia per il neonato sia per la madre, è facilmente immaginabile. Perché succede tutto questo? Come tutti i problemi che incontriamo per quanto riguarda l’allattamento materno, succede perché per molti versi, e spesso inconsciamente, la norma è diventata quella dell’allattamento al biberon.
Quando “la cosa normale” è allattare al biberon, che cosa succede alla donna che allatta al seno? Si trova a misurarsi con dei criteri che si riferiscono a una situazione che non è comparabile con la sua. Questi criteri non sono espliciti, ma sottintesi e dati per scontati; i confronti fra l’allattamento al seno e l’allattamento artificiale sono costanti ma poco evidenti alla maggior parte delle mamme. Si aspettano di allattare con gli stessi orari e per la stessa durata dei bambini allattati artificialmente. Si trovano a fare la doppia pesata, perché il volume del latte che il bambino ingerisce è ritenuto di primaria importanza. Non avendo nessuna idea sul meccanismo della domanda e dell’offerta, rimangono sempre con il dubbio che il latte sia insufficiente. Confrontano il seno con il biberon, il che tradotto in pratica significa che pensano che il seno debba avere tempo per riempirsi, quindi che debbano aspettare un certo numero di ore, e che alla fine della poppata sia vuoto come un biberon vuoto; che il latte sia sempre uguale in tutti i sensi (colore, tempo richiesto per “finirlo”, proprietà nutritive e non) a quello del biberon. Si trovano a pesare e misurare il figlio per collocarlo su tabelle e curve di crescita che sono state tarate in base alla crescita di bambini allattati artificialmente. Vedono fotografie di bambini con i biberon e quando attaccano il figlio al seno lo tengono nella medesima posizione, scomoda per tenere il neonato al seno. Si aspettano che il figlio abbia l’aspetto fisico dei bambini allattati artificialmente che vedono intorno a sé e nelle immagini pubblicitarie. Presumono che il bambino non solo si attenga a un orario ma che diminuisca il numero delle poppate col passare delle settimane; perciò, quando avviene uno scatto di crescita e il bambino chiede più spesso di poppare, pensano di aver perso il latte.

Il latte materno e la formula artificiale non sono comparabili sotto nessun aspetto.

Il primo si assimila molto più in fretta, e quindi è normale che gli intervalli fra le poppate siano molto più brevi; inoltre la formula artificiale ha più scarto, il che significa che è necessaria una quantità maggiore per ottenere un apporto nutritivo simile a quello materno. Quest’ultimo, infine, cambia la sua composizione anche nel corso della poppata, permettendo il bambino di esercitare una selezione a seconda se ha più “sete” o più “fame”.
Il bambino allattato col biberon aumenta sempre la quantità di latte via via che cresce; invece quello allattato al seno tende a mantenere quantità praticamente costanti nel tempo e a volte anche a diminiurle perchè la qualità del latte si adegua alla crescita del bambino.
Il bambino allattato artificialmente ha delle feci diverse dal bambino che prende il latte materno e questo può essere fonte di preoccupazione per una madre non informata, che pensa che il piccolo abbia la diarrea; inoltre, poiché il latte materno viene quasi totalmente assimilato, il bambino allattato al seno dopo le prime settimane potrebbe andare di corpo molto meno spesso di uno allattato artificialmente.
La cultura della separazione scoraggia l’attaccamento che l’allattamento al seno invece richiede e facilita. Perciò la mamma si trova in difficoltà quando vede che il bambino non può essere facilmente lasciato ad altri, anzi, spesso non desidera lasciarlo grazie all’intenso coinvolgimento che l’allattamento materno favorisce. Così si trova in contrasto con le persone che ritengono che debba “trovarsi uno spazio”, “avere una vita propria” o “non trascurare il marito o il lavoro”. La naturale dipendenza e l’ovvio bisogno di un bambino di essere a contatto fisico con la mamma non sono accettati dalla nostra cultura; non si ha fiducia nella spinta autonoma del bambino a crescere, si ritiene che una persona per crescere ed emanciparsi debba esservi costretta, e che i traumi siano necessari alla maturazione dell’individuo. La madre che è disponibile e sensibile alle richieste del bambino viene perciò messa in guardia sulle conseguenze del “dargliele tutte vinte” o “viziarlo”.

Così facile, così difficile. L’allattamento materno è in teoria quanto di più semplice e pratico si possa immaginare: il bambino è con la sua mamma, e se piange o ha qualcosa, lo si attacca al seno, e tutto torna a posto. Non servono attrezzature o conoscenze particolari, il latte è gratuito ed a portata di mano nella quantità e qualità necessaria in ogni momento, e il bambino è generalmente sano, tranquillo e soddisfatto. Eppure riuscire a realizzare un allattamento così diviene spesso, nella nostra società, una specie di corsa ad ostacoli, costellata di impedimenti concreti e di boicottaggi occulti.
La cultura della separazione scoraggia negli stessi termini la mamma che tiene molto in braccio il bambino, quella che lo allatta “troppo” e quella che desidera tenere il bambino nel letto con sé; e la sollecita a metterlo a dormire in un’altra stanza. Invece il sonno condiviso, oltre ad essere un modo comodo per non alzarsi ogni volta, è spesso essenziale per la riuscita dell’allattamento al seno.
La cultura del distacco ha anche sviluppato dei modi di “portare” i bambini (carrozzina, passeggino) che potrebbero essere abbastanza compatibili con l’allattamento artificiale ma che non si sposano bene con la pratica dell’allattamento al seno. Il biberon può essere somministrato benissimo a un bambino in carrozzina, ma quest’ultima risulta d’ingombro quando la mamma desidera tirar su il bambino per allattarlo. Quando la mamma esce con il figlio si trova in un mondo dove dare il biberon è facile, ma per chi deve allattare al seno tutto diventa complicato.
L’allattamento al seno diventerà mai la norma culturale? Ci vorranno più che leggi, ricerche e pronunciamenti autorevoli di esperti di puericoltura per cambiare le cose. Le donne che sanno quanta differenza l’allattamento al seno possa fare nella vita propria e dei loro neonati saranno quelle che cambieranno le norme della nostra cultura. Forse chi sta allattando il suo bambino apertamente (ma discretamente) a una festa di famiglia, sulla panchina del parco, o davanti ai compagni del figlio maggiore, non ha mai pensato di star facendo una dichiarazione pubblica, anche se involontaria. Il suo esempio dimostra agli altri che l’allattamento è importante, e che può essere realizzato da donne normali che vivono nel mondo reale. Troppo spesso diventa automatico assicurarsi che “non si veda niente” o che “non lo sappia nessuno” quando si tratta di allattamento prolungato o in pubblico.

Riscoprire l’ovvio. Siamo mammiferi: allattare al seno è il modo semplice e naturale attraverso il quale la natura ha assicurato il conforto, la protezione e la soppravvivenza dei piccoli e quindi dell’intera specie. Ma il mondo in cui oggi viviamo ci ha talmente allontanato dal nostro continuum biologico ed evolutivo, che risulta necessario riscoprire l’ovvio, e discutere per riaffermare la validità di affermazioni che, fino a poche generazioni fa, erano un semplice dato di fatto:
Il posto giusto per una mamma e il suo neonato è l’una accanto all’altro.
Le mamme hanno diritto ad essere materne, cioè affettuosamente attente ai bisogni dei loro piccoli.
– I bambini non hanno bisogno di ricevere regole, ma rispetto per i loro ritmi ed esigenze che cambiano col tempo e sono diversi a seconda delle situazioni.
– i bambini sanno autoregolarsi, e sono spontaneamente portati verso i comportamenti e le esperienze che li aiutano a crescere e a sviluppare un rapporto positivo con la realtà e con gli altri.
Le mamme sanno comprendere bene, e i bambini sanno esprimere chiaramente, quello di cui hanno bisogno per crescere e stare bene: se piangono, c’è una necessità che va soddisfatta, e, se sorridono beati, vuol dire che si sta facendo la cosa giusta.
La frustrazione non è l’unico modo, e nemmeno il più efficace, per maturare.
La felicità non ha mai fatto male a nessuno.

Con la collaborazione di Anna Lowenstein e Isabella Repetto

http://www.lllitalia.org/index.php?option=com_content&task=view&id=56&Itemid=47

Allattare un bambino non è una scommessa

Riporto questo articolo di Giorgia Cozza, che, come sempre, tratta l’argomento allattamento in maniera semplice, chiara e senza pregiudizi di genere! L’articolo è tratto dal sito http://www.bambinonaturale.it

 

Chissà se avrai latte. Che fortunata quella mamma che ha allattato.

Quando si discute di allattamento con una donna in attesa di un bimbo o con una neomamma, ci si riferisce spesso alla… fortuna. Chi allatta è fortunato.

La buona riuscita dell’allattamento non è praticamente mai presentata come un dato di fatto – se lo desideri, allatterai – ma come una possibilità, una speranza, un qualcosa da verificare al momento…

Non è un caso, credo, se sono ancora tanto numerose le donne che avrebbero desiderato allattare e non ci sono riuscite. Perchè, diciamolo, queste premesse non sono certo d’aiuto.

Se la possibilità di allattare felicemente è percepita come una sorta di vincita alla lotteria, va da sé che allattare non è per tutti. Anzi… E va da sé che le mamme al primo figlio partano con passo un po’ incerto, speranzose sì, ma non pienamente sicure di sé e delle proprie possibilità di riuscita. Possibilità di riuscita di cui buona parte della società parla con atteggiamento possibilista, nel migliore dei casi, scettico, nei peggiori.

E lo stato d’animo, conta. Caspita, se conta.

Eppure, se ci pensiamo, non ha senso. Perchè dovremmo mettere in dubbio le potenzialità della mamma di nutrire al meglio il suo bambino? Come è arrivata la specie umana fino a qui? È stato il latte materno a permettere l’evoluzione nei secoli.

Ma oggi va così, penserà qualcuno. Tante donne il latte non ce l’hanno. Domanda: com’è che succede proprio a noi, alle mamme occidentali di non produrre latte? Allattano le mamme africane che non hanno cibo a sufficienza…

Il nostro corpo si è forse involuto rispetto al passato? No, proprio no. Il corpo delle donne – di tutte le donne – è “potente”.

Sa nutrire, custodire, proteggere la vita prima della nascita. E dopo il parto, è predisposto per nutrire il figlio che è nato. Le patologie che impediscono effettivamente l’allattamento per fortuna sono rare.

Cominciassimo a crederci tutti un po’ di più, o meglio, tornassimo a crederci (perchè fino all’avvento della formula artificiale, il latte materno non era messo tanto in dubbio), più donne potrebbero realizzare il loro desiderio di nutrire al seno.

Perchè nella maggior parte dei casi, non è il latte che manca, ma sono le informazioni e i suggerimenti giusti. Manca una comunità che sostiene la donna e l’allattamento.

Non sappiamo più come si fa ad allattare. È normale, abbiamo perso questo “sapere”, perchè c’è stato un black out di alcuni decenni in seguito al boom del biberon.

E qui sta il punto. Se non riceviamo le informazioni giuste per far partire l’allattamento, anche se la “macchina” è pronta – le ghiandole mammarie sono perfette, la situazione ormonale è favorevole, tutto è predisposto per… – se non sappiamo come gestire le poppate o riceviamo indicazioni sbagliate (come quelle di allattare ogni tre ore, o di interrompere le poppate dopo un tempo prestabilito, o di fare la doppia pesata, ecc.), la macchina non parte.

O se parte, non va lontano.

Ma non perchè era difettosa, o perchè noi non avevamo voglia di impegnarci/tenere duro/resistere o cose del genere. Semplicemente perchè non sapevamo come farla funzionare.

Sarebbe bello non sentirla più questa frase “Chissà se avrai latte?”.

Alle future mamme si potrebbe dire “Informati bene eh! Così allatterai a lungo e felicemente!”.

Crederci magari non è tutto, ma è tanto. E molte più mamme non dovrebbero vivere lo sconforto di un allattamento non riuscito. E non dovrebbero sentirsi amareggiate, nel leggere articoli come questo.

Giorgia Cozza

http://www.bambinonaturale.it/2012/09/allattare-bambino-non-e-scommessa/

Svezzamento o autosvezzamento? Ovvero, “Perché dottore non mi svezza il bambino come si è sempre fatto?”

“Curiosando” in internet alla ricerca di qualche docuemnto interessante su svezzamento/autosvezzamento mi sono imbattuta in questo pezzo scritto da un pediatra di Napoli, Dr Raffaele D’Errico, che mi è sembrato scritto in modo molto inteliggente e chiaro! Buona Lettura!

http://www.pediatric.it/svezzamento.htm

La domanda del sottotitolo è eloquente: “Perché dottore non mi svezza il bambino come si è sempre fatto?”

Dice tutta l’incredulità dei genitori dinanzi ad una proposta che sembra dell’altro mondo.

Eppure, non è vero che si è sempre fatto così!

Come svezzo i bambini? E’ molto semplice: rispetto i loro tempi, i loro gusti, il loro grado di sviluppo, anche i loro genitori e dico: “Sedetelo a tavola con voi e fategli assaggiare quello che vuole.”

Idee balorde di un pediatra sui-generis? Un mio personale pensiero?


Cominciamo con abbandonare il pensiero che lo svezzamento sia un tutto o niente.

Un tempo si diceva: “Bene! Ecco, da oggi cominciamo a sostituire una poppata di latte con una pappa! Lei, signora, farà così… prenderà… comprerà… cucinerà… starà attenta a quello che io le ho detto… userà omogeneizzati e pappine adeguate…. non gli farà assaggiare questo e quello, almeno non prima di… Questo è lo schema…”.

Poi, se il bambino andava in crisi e di quella roba non ne voleva sapere niente, apriti cielo!

La mamma piena d’ansia; il piccolo pieno di rabbia; il pediatra in difficoltà.

Non mi magia! Sputa tutto! Ho comprato i migliori omogeneizzati ma non ne vuole! Non-ne-vuo-leee! Sono disperata: questo bambino non mangerà; non crescerà…”

Abbandoniamo anche la terminologia, brutta e scorretta, perché svezzare o, meno comunemente, divezzare, sono proprio brutte parole. Significano far perdere il vezzo, l’usanza, l’abitudine del latte dato ai piccoli attraverso il seno materno. Come se prendere il latte dal seno (o dal biberon) per un bambino così piccolo, fosse un vizio! Non a caso esistono altri sinonimi, anche se poco usati, come slattare o spoppare.

Tradotto in termini semplici, quindi, “svezzare” è dire ad un certo punto al piccolo bambino di 4, 5, 6 mesi:

“Ora basta latte: devi mangiare altro! E su questo… non si discute!”

Alimentarsi di famiglia e di relazione, fare esperienza di casa 


Ora, se è giusto cominciare a 6 mesi ad integrare nella dieta del piccolo alimenti diversi dal latte, non è altrettanto giusto costringere un bambino, da un giorno all’altro, a mangiare ciò che dico io, quando lo dico io e come lo dico io, senza prendere in considerazione la sua sensibilità, il gusto, il carattere, il livello di sviluppo, la famiglia alla quale appartiene con tutti i suoi orari e le sue modalità di relazionarsi e di vivere.

L’introduzione di alimenti solidi diversi dal latte non può essere considerato un atto puramente meccanico, fisiologico, automatico e, poiché coinvolge tutto il nostro essere, deve necessariamente inserirsi in un contesto esperienziale, che prenda in considerazione non tanto l’età del bambino, quanto il suo sviluppo psichico e motorio, nonché il suo carattere e il tipo di famiglia alla quale appartiene.

Per portare un esempio concreto, nessun genitore con un bambino di dodici mesi, che ormai si solleva e compie qualche passetto ancora incerto, mi hai mai posto questa domanda: “Dottore, mi può dare una ricetta per insegnare a nostro figlio come imparare a camminare?”

Appare scontato, per esperienza e ovvio ragionamento, che perché il bambino cammini, si avvii cioè verso l’esperienza della deambulazione autonoma, è necessario che si sia avviata una complessa e armonica evoluzione del suo sviluppo psichico e motorio che, sostenuto e incoraggiato dall’arte genitoriale, farà sì che il bambino, gradatamente, giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza, senza l’uso di artifizi inutili (vedi scarpe e girello), e soprattutto rispettando i suoi tempi, cominci a camminare via via sempre più spedito, fino a lascirsi.

Ecco, allora: così come per il camminare parliamo di “percorso esperienziale”, allo stesso modo per l’alimentazione nell’uomo dobbiamo parlare non di un tutto/niente, ma di un avvio graduale verso l’esperienza della mensa, che in pratica può realizzarsi senza intoppi solo se rispettiamo il bambino e lo poniamo nella condizione di vivere un’esperienza positiva, bella.

Certo, perché a differenza dell’animale, nell’uomo il mangiare ha una valenza fortemente relazionale.Cosa significa? L’animale quando ha fame, come si usa dire, “non guarda in faccia a nessuno!”. Giù nella mischia a chi mangia per primo! Nell’uomo, anche se questo può accadere in certi contesti dove si risveglia l’aspetto subcorticale che c’è in noi (immaginiamo quello che accade durante un party con un pranzo a buffet o dopo una lunga attesa quando la fame morde), l’aspetto relazione del mangiare è invece fondamentale.

Vi ricorderete, per esperienza vissuta, che quando avete avvertito fame, ma eravate a casa da soli, avete consumato velocemente un fugace pasto, magari un panino in piedi davanti ad un televisore, e via.

Quando, invece, vi siete ritrovati seduti al tavolo con una bellissima compagnia (immaginiamo i pranzi di Natale e di Pasqua), non solo vi siete intrattenuti al tavolo per ore, ma avete consumato anche oltre quello che vi suggeriva lo stomaco, ormai stracolmo. Questo accade, appunto, perché l’uomo è un essere che vive di relazione.

A tavola, alla mensa dove la famiglia si incontra ogni giorno, non ci si ciba solo di calorie e di piacevoli pietanze, ma anche e soprattutto di sorrisi, di racconti, di scambi d’amore. Di relazione.

Immaginate, invece, cosa accadrebbe se io in questo momento decidessi che voi dovete mangiare. Decido per voi che è il momento giusto. Preparo quello che ho in mente. Poi mi sistemo di fronte a voi e vi invito fermamente a mangiare, mentre vi guardo.

Ecco, questa è la differenza rispetto ad un’esperienza graduale e compartecipata. Il piccolo, seduto a tavola con voi e lasciato libero di sperimentare, non vivrà questa esperienza in solitudine e con imposizione.

Il cibo sarà vissuto come imposizione non solo in rapporto al momento scelto, quando magari il piccolo non ha ancora fame e voi giù a buttargli il boccone distraendolo con grande maestria, ma anche e soprattutto se ciò che avete deciso di fargli mangiare non è saporito, gustoso, buono. Dico sempre: “Mamma, assaggia prima tu: se ti piace dallo a tuo figlio, se non ha un buon sapore, no!”

Immaginate per un momento che, dopo l’iniziale rifiuto del bambino a mangiare, voi cominciaste a innervosirvi, a sentirvi frustrate e magari, sbraitando o comunque mostrando il vostro nervosismo, lo costringeste ad ingoiare. Cosa accadrebbe? L’imprinting alimentare, cioè le prime esperienze vissute con il cibo, saranno così traumatiche per il bambino che, da quel momento in poi, così come mi raccontavano anni fa alcune mamme, l’ora della pappa diventa una guerra. E’ il momento che la mamma comincia a vivere, fin al solo pensiero, con una grande ansia anticipatoria, mentre il bambino, che percepisce l’ansia e conosce già quello che accadrà, tenta la fuga. Non potendosi svincolare dalle decisioni materne, si opporrà sempre più rifiutando il cibo, pur di non vivere quel momento orrendo. Questa è una risposta adeguata e naturale allo stress, per qualunque essere vivente!

Eppure, pensiamoci bene: non esiste al mondo nessuna mamma nel mondo animale che al momento del pasto debba convincere il proprio cucciolo a mangiare. Così come non esiste nessun animale che svezzi il proprio cucciolo con alimenti diversi da quelli di cui esso stesso si nutre. Nel nostro mondo di umani, invece, ascoltiamo mamme che ci raccontano che per far mangiare il proprio bambino devono corrergli appresso con il piatto per ore, distraendolo con mille espedienti, dalla tv, alle corse sul balcone. No! Tutto questo non è umano!

Perché accade? Perché l’imprinting dell’esperienza alimentare è stata fortemente negativa: costrizione, solitudine, cibi insapori.

Perché si aspetta 6 mesi per iniziare?

Intanto, diciamo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità “raccomanda l’allattamento materno esclusivo per almeno i primi sei mesi di vita del bambino, mantenendo il latte materno come alimento principale fino al primo anno di vita, pur introducendo gradualmente cibi complementari”. Quindi, il primo motivo per cui aspettiamo 6 mesi per avviare il bambino all’esperienza dei cibi solidi, è che il latte fino a 6 mesi è il miglior alimento esclusivo da somministrare al cucciolo d’uomo.

Poi, c’è da dire che 6 mesi rappresentano un giro di boa nello sviluppo psichico e motorio del bambino. Quando dico psichico indico la testa, tutta, per far comprendere che sono compresi gli aspetti emotivi, cognitivi, psicologici, relazionali, visivi, uditivi e neurologici del bambino, nel loro complesso articolarsi, e che a 6 mesi sono giunti ad una tale maturazione da permettergli di cercare e vivere esperienze gratificanti. A questa età, infatti, il lattante è estremamente interessato all’ambiente circostante, osserva tutto, tutto lo interessa, è in grado di seguire con lo sguardo e di incrociare gli occhi di chi lo guarda. Vuole emulare e sperimentare ciò che vede fare soprattutto da mamma e papà.

 Quando, invece, dico motorio, indico tutta la persona, in particolar modo la capacità che ha il bambino a questa età di compiere atti motori tali che gli permetteranno di usare le mani e le dita per portare tutto alla bocca (fase orale, conoscenza orale), ma anche di riuscire a stare seduto con un appoggio. Riuscire a stare seduto dritto significa poter deglutire senza alcuna difficoltà anche cibi tagliati a pezzettini. Diverso, infatti, è quanto accade svezzando un bimbo di 4 mesi che, potendo magiare solo reclinato, dovrà assumere il cibo in forma molto liquida e necessariamente attraverso l’intervento esterno di qualcuno che lo imbocchi, visto che ha ancora scarsa capacità di prensione. Provate voi a stendervi sulla sedia e a deglutire: è difficilissimo!

Tutte queste capacità psico-motorie rendono il bambino a 6 mesi abilitato a partecipare a pieno titolo della mensa familiare.

Immaginate solo per un momento (ma questo già lo osservate e siete voi che me lo riferite), quale gioia a 6 mesi per il bambino stare seduto a tavola con i genitori e i fratelli. Colori, sapori, profumi, sorrisi, parole. Un carosello che fa di ogni attimo vissuto a tavola una grande festa. Un’esperienza unica!

Quando il vostro bambino ha 6 mesi mi raccontate: “Dottore, ora quando ci vede a tavola fa il pazzo… vuole stare con noi e gli viene l’acquolina in bocca… vuole proprio mangiare!”

In realtà, se ci pensiamo, il piccolo che fino a quel momento non ha assunto altro alimento che il latte, non può certo desiderare ciò che non conosce. Ciò che invece lo stimola è quello che vede fare ai suoi genitori su un tavolo così interessante.https://mums4mums.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=940&action=edit Poter stare lì con loro e allungare le mani per mettere in bocca, questo sì che è una vera goduria!

Se lo sediamo a tavola con noi col pensiero di allungargli qualche cucchiaio, lui non ha ancora consapevolezza che sta per mangiare del cibo solido, e metterà in bocca solo per conoscenza. Ma se quella roba è saporita e i suoi genitori la portano in bocca e la buttano giù, allora “questa cosa la voglio fare anch’io!”.

Ecco, questo è il meccanismo con il quale i bambini di 6 mesi si avvicinano positivamente all’esperienza alimentare.

 Se il piccolo ha assunto latte materno, in qualche modo è più predisposto ad assaporare e mangiare i cibi della nostra mensa. Il motivo è che già in utero il feto ha avuto la possibilità di saggiare, attraverso il naso (olfatto) e la bocca (gusto), i sapori della nostra terra, di percepirne i profumi, che gli arrivavano dalla mamma attraverso il liquido amniotico.

Dopo la nascita, quegli stessi sapori, hanno continuato a sollecitare le papille gustative del lattante giungendogli attraverso il latte materno, con una intensità maggiore di quanto accadeva in utero. Ciò che passa attraverso il latte materno, infatti, (miracolo!) non sono gli alimenti in quanto tali, perché scissi e digeriti dall’apparato gastro-intestinale della madre, ma i loro sapori. Ecco, perché non esiste alimento che faccia male al bambino in gravidanza e in allattamento.

Il cibarsi variegato della mamma e l’allattamento al seno permetteranno al piccolo di conoscere i vari sapori che appartengono alla sua terra, così da prepararlo all’esperienza alimentare solida che, in maniera definitiva ma graduale, comincerà a 6 mesi. Quando metterà in bocca qualunque cibo e sentirà quel sapore che ha già conosciuto, ecco che non tarderà a deglutirlo. “Sì! Questo lo conosco! Oh, che buono!”, sembrerà leggergli in viso, quando vi accorgerete che, senza remore, butta giù i suoi primi assaggi.

Un altro aspetto che ci spinge a iniziare l’esperienza dell’alimentazione solida a 6 mesi è legato alle evidenze scientifiche che ci permettono, oggi, di affermare che l’apparato gastro-intestinale del lattante a quest’età è adeguatamente maturo e in grado di digerire qualunque alimento. A tal riguardo ho ascoltato il Prof. Luigi Greco durante un convegno ACP a Palermo nel 2009 che affermava: “A 6 mesi il lattante può digerire le pietre!”

“Sì, ma le allergie? Non ci sono alimenti che è meglio introdurre più tardi? E poi, non sono migliori i prodotti del commercio studiati apposta per i bambini?” No! Tutto questo, negli ultimi anni, con grande onestà intellettuale, possiamo dire che è crollato come un grande castello di sabbia. Tutti presupposti ipotetici, osservazioni, ma nulla di vero, di concreto. La scienza della nutrizione è concorde oggi nell’affermare che il bambino a questa età mangiando qualunque alimento non rischierà allergie, intolleranze, diarree, inalazioni di corpi estranei, né più né meno dei suoi colleghi di un anno.

Nel dicembre del 2011, i pediatri dell’ACP contestarono, con un Comunicato stampa, la presupposta scientificità della maggiore qualità e sicurezza del baby food industriale rispetto ai prodotti naturali. Essi affermarono che “i medici pediatri garantiscono per la nutrizione dei bambini, ma non sono i portavoce dell’industria e non possono disinformare e creare confusione nelle famiglie. Per crescere sani:  allattamento al seno nei primi mesi di vita e poi tanto buon senso, un’alimentazione sana ed equilibrata per tutta la famiglia, magari scegliendo i prodotti biologici”.

Agli inizi del 900, Janusz  Korczak (1878-1942), pediatra, pedagogo e scrittore, con quasi un secolo d’anticipo aveva capito che le basi della puericultura e accudimento del lattante sono più culturali che scientifiche. Con grande acume e ironia constatava che “a volte i genitori non vogliono sapere quello che sanno, né vedere quello che vedono…” e che “ogni opuscolo in voga ricopia dai manuali quelle piccole verità valide per i bambini in generale, ma che diventano menzogne per il tuo in particolare”. Per lasua sensibilità e il suo senso critico, l’alimentazione infantile, già ai suoi tempi, era disturbata e condizionata da regole di mercato non sempre chiare; ammoniva i suoi contemporanei (ma anche noi oggi) che “occorre distinguere la scienza della salute dal commercio col pretesto della salute”.   

Ecco, allora, che a 6 mesi nel lattante convergono tutta una serie di competenze, psichiche, motorie  e intestinali, tali da affermare che a quest’età il piccolo è in grado di cominciare a sperimentare l’introduzione di tutti i cibi solidi in completa sicurezza, così come vengono preparati quotidianamente nell’alimentazione di tutta la famiglia.

E allora, come si comincia?

Non c’è un modo. Non c’è una ricetta. Non c’è un orario.

Dobbiamo smettere di pensare che un pediatra abbia la ricetta per ogni bambino e per il bambino di ogni famiglia. Per troppo tempo, per poter essere accolti a tavola con i loro genitori e fratelli e vivere le esperienze che desideravano fare secondo natura, i nostri bambini hanno dovuto soffrire le imposizioni che i loro stessi genitori, in nome di una fede infondata hanno adottato, pendendo dalle labbra di un pediatra.

Ma chi, a noi pediatri, ha mai insegnato che il bambino va rispettato fin dalla sua nascita e che ogni bambino è una storia a sé? Eppure, con quasi un secolo di anticipo Korczak aveva affermato che “soltanto una sconfinata ignoranza e superficialità dello sguardo possono negare l’evidenza che il lattante possiede una individualità ben precisa e determinata, in cui confluiscono temperamento innato, energia, intelletto, senso di benessere ed esperienze vitali e che questa individualità va rispettata, accolta, ascoltata”. E questo vale anche nel campo dell’alimentazione, alla luce di quanto sopra ho provato a raccontarvi.

Quando il lattante è prossimo ai 6 mesi e mostra interesse per la vita della famiglia a tavola, allunga le mani per portare alla bocca le cose e gli alimenti presenti sulla mensa, ecco: questi sono i segnali che il bambino è pronto.

Lo prendiamo sulle nostre ginocchia o lo posiamo sul sediolone e lo avviciniamo alla tavola. Ci sediamo tutti e spegniamo il televisore. Gli allunghiamo un cucchiaio dal nostro piatto, quello che abbiamo preparato oggi per noi (qualsiasi cosa). Se l’alimento è saporito e stimola le sue papille gustative, comincerà ad eccitarsi e ci farà capire chiaramente che vuole ancora saggiare.

A quel punto potremo sminuzzare il preparato oppure prenderne una manciata e passarla al frullatore. La sua prima pappa è pronta!

Con la nostra pasta? Con la nostra pasta!

Quanto ne dovrà prendere? Lasciate che sia lui a decidere. In una fase iniziale, il piccolo potrebbe anche fare solo piccoli assaggi e basta. Ricordate che siamo all’inizio di un’esperienza. Se dopo pochi bocconi mostrasse insofferenza, noia o fastidio, ma capite che ha ancora fame, c’è sempre il suo latte.

Ecco, questa è l’alimentazione complementare a richiesta.

Complementare a cosa? Al latte. Il latte rimane ancora l’alimento privilegiato e primario, finché pian piano, di giorno in giorno, non verrà sostituito, a pranzo e a cena, da un pasto solido. A richiesta, perché sarà lui a regolare la quantità di cibo e il tipo di cibo da introdurre, dal momento che saprà ben autoregolarsi.

Cosa deve mangiare? Tutto. Come abbiamo detto nulla può fargli male. Badate soprattutto che sia cibo saporito. Privilegiate frutta e verdura di stagione, e poi carne, pesce, legumi… Come noi, un piatto unico completo a pranzo; un piatto proteico (secondo) con verdure a cena. Frutta fresca, anche più volte al giorno.

Questo è quanto credono oggi i pediatri. Tutti? Tutti quelli che hanno voluto credere alle evidenze e soprattutto hanno saputo mettersi in discussione e modificare i loro vecchi e impolverati schemi fotocopiati da anni e chiusi in cassetti e che invocavano novità.

Se tutto questo vi sembra assurdo, compite pure i primi passi come volete o come vi indica la vostra figura di riferimento, ma cercate sempre di rispettare questi pochi e importantissimi aspetti:

1. Rispettate i gusti del bambino. Se non vuole mangiare non costringetelo. Riproponete sempre quel tipo di cibo, ma non costringetelo mai a mangiare con la forza.

2. Cucinategli del cibo che sia saporito.Provate sempre quello che avete cucinato prima di dargli da mangiare: se a voi non piace non dateglielo.

3. Se volete prodotti di qualità comprate quelli freschi da agricoltura biologica.

4. Fategli vivere la mensa familiare.

La mia esperienza, la vostra esperienza

La mia personale esperienza, dopo anni, è che tutto questo è… magnifico! Fantastico!

La maggior parte dei bambini partono in quarta e dopo già poche settimane sono a regime!

Mangiano e assaporano tutto. Non fanno storie, se non manifestare qualche preferenza, ma in genere mangiano tutto e con gusto, partecipando felici all’esperienza della mensa familiare.

I genitori più entusiasti sono quelli che hanno un figlio più grande precedentemente svezzano alla vecchia maniera. Un termine di paragone che li entusiasma enormemente, perché possono confrontare l’abisso tra le due esperienze.

Rarissimi sono i bambini che stentano a ingranare e nei quali l’alimentazione lattea rimane ancora per qualche mese preponderante. Questi sono quei bambini che, molto più degli altri, meritano attenzione e rispetto. Probabilmente quel tipo di bambino che, svezzato alla vecchia maniera, sarebbe andato incontro a quelle enormi difficoltà nel rapporto col cibo dal titolo: “Mio figlio non mi mangia!”.

Alimentarsi non è mangiare a comando e secondo le nostre scelte 

Iniziare ad allattare: dalla prima ora ai primi giorni.

Articolo tratto dal sito IBCLC

Mentre un tempo era facile crescere vedendo una parente o un’amica accudire e allattare un neonato, oggi capita sempre più spesso che, il primo neonato con cui abbiamo a che fare, sia il nostro bambino. La mamma può, quindi, sentire il bisogno di trovare altrove le informazioni necessarie.

Benché allattare sia del tutto naturale, è anche un’arte, un comportamento che si apprende. Cosa serve sapere, dunque, per cominciare bene? Cosa favorisce un buon avvio dell’allattamento e cosa, invece, lo ostacola?

Sappiamo che un parto in cui la madre è attiva e protagonista, permette alla donna di mantenere il controllo sulla situazione, essere sicura di sé e potersi prendere cura subito del suo bambino. È molto utile, quindi, cominciare cercando un ospedale in cui il parto fisiologico sia incoraggiato e dove l’allattamento sia promosso non solo a parole. Il modo in cui un bambino viene al mondo, infatti, può influenzare la sua capacità di poppare.

Ad esempio, molti studi mostrano una relazione fra anestesia e diminuita capacità di succhiare, minor ricerca del seno, più episodi di pianto. L’anestesia epidurale è stata associata anche ad una minor durata dell’allattamento. I ricercatori hanno trovato che i bambini, le cui madri hanno ricevuto Petidina come analgesico, hanno dimostrato un minor stato di vigilanza, minor capacità di orientarsi e movimenti meno organizzati per tutto il primo mese, rispetto ai bambini le cui madri non avevano ricevuto medicinali per il dolore.

Altri fattori durante il parto che influenzano l’allattamento sono: l’ambiente che circonda la madre, la separazione mamma-bambino, l’aspirazione del liquido dalla bocca e dal nasino. Un ambiente accogliente, in cui si incoraggi la madre a prendersi subito cura del bambino, migliora la fiducia della mamma in sé stessa e la sua capacità di mettersi in relazione con suo figlio. L’aspirazione del liquido, invece, può causare un rifiuto di poppare da parte del bambino che ha una prima esperienza orale spiacevole e che, quindi, lo porta a non aprire bene la bocca o a rifiutarsi di poppare.

Per quanto riguarda la separazione mamma-bambino, sappiamo come molti mammiferi si rifiutino di accudire un cucciolo che venga temporaneamente allontanato subito dopo il parto e di come, quindi, i primi momenti siano così importanti per la creazione del legame mamma-bambino e per l’avvio dell’allattamento. Sebbene gli esseri umani siano in grado di recuperare questa relazione, grazie al fatto che non sono forniti del solo istinto, è innegabile che questi primi momenti rappresentino un periodo che richiede particolare cura e attenzione da parte di chi circonda la madre e il bambino.

L’Accademia Americana di Pediatria raccomanda che “i bambini sani dovrebbanoo essere posti e rimanere in contatto pelle a pelle diretto con le loro madri immediatamente dopo il parto, finché non sia avvenuta la prima poppata.”  Questo punto è anche uno dei dieci passi raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’UNICEF per gli Ospedali Amici dei Bambini.

Le ricerche hanno trovato relazioni positive fra l’incremento dell’allattamento, la sua durata e il contatto pelle a pelle nella prima ora. Il contatto col bambino stimola nella madre la produzione di ossitocina, che aiuta a contrarre l’utero, alza la temperatura del seno per mantenere stabile la temperatura del corpo del bambino, stimola la relazione di attaccamento e di innamoramento verso il neonato, stimola il riflesso di emissione del latte, provoca un effetto anti-stress. Questi effetti si verificano solo con la produzione di ossitocina a livello dell’ipotalamo. Infatti, per poter avere questi effetti, l’ossitocina deve essere prodotta direttamente nel cervello: l’ossitocina sintetica, che passa dalla circolazione periferica, non può passare la barriera encefalica e produrre gli effetti dell’ossitocina naturale.

Porre il bambino appena nato sul torace della mamma permette al neonato di mantenere la temperatura corporea, di avere respiro e battito cardiaco regolari, di muoversi alla ricerca del seno per effettuare la sua prima poppata. Il bambino posto sul torace della madre è capace di muoversi da solo alla ricerca del seno, compiendo tutta una serie di azioni in sequenza: apre gli occhi; comincia a massaggiare il seno con la mano;  mette la mano in bocca; si gira verso il seno; mette la mano bagnata sul seno (questo fa inturgidire il capezzolo della madre); il bambino comincia a leccare il capezzolo; inizia a poppare.

In questo momento non occorre alcun intervento: la valutazione dell’indice di Apgar può essere fatta col bambino sul petto della madre, cosa che permette un raggiungimento di un punteggio più alto, il taglio del cordone può essere rimandato a quando il cordone avrà smesso di pulsare, il che permetterà al bambino di fare scorte di ferro sufficienti per tutto il suo primo anno di vita. Pesatura e bagnetto si possono fare dopo che il bambino ha fatto la sua prima poppata, cosa che di solito avviene entro 60-80 minuti dal parto. Inoltre il bambino, che proviene da un ambiente sterile, messo a contatto immediatamente col corpo della madre verrà colonizzato dai batteri presenti sul corpo di lei, batteri per cui la madre ha già prodotto anticorpi mirati e che saranno passati al bambino attraverso il suo latte, anziché venire a contatto con batteri estranei per cui non ha protezione.

Una ricerca ha dimostrato che i bambini, che venivano separati dalla madre per alcuni minuti dopo il parto, dimostravano maggiore difficoltà a poppare o rifiutavano la poppata. I bambini separati dalle madri mostrano un pianto diverso che, se non viene ascoltato riportando il bambino alla madre, sfocia in un atteggiamento difensivo, definito di “protesta-disperazione” ; il bambino si chiude in se stesso, la temperatura corporea si abbassa, il ritmo cardiaco rallenta e si ha un’alta produzione di ormoni dello stress (cortisolo).

Dopo la prima poppata, il tuo bambino potrebbe passare alcune ore senza richiedere di poppare. Averlo accanto, comunque, ti permetterà di cogliere subito i primi segnali che indicano che è pronto per essere allattato: il bambino apre gli occhi, muove la testa, apre la bocca alla ricerca del seno, succhia la prima cosa che trova (di solito il suo pugno). Questo è il momento giusto per provare ad attaccarlo.

Per una buona poppata non occorre imparare tecniche particolari: è importante soprattutto che tu e il tuo bambino siate comodi. Se sei a letto, fai in modo che la schiena sia ben appoggiata e sostenuta dai cuscini, leggermente reclinata all’indietro e porta il bambino verso di te, pancia contro pancia, con il mento che poggia su uno dei seni e il capezzolo che viene a trovarsi nella spazio tra il labbro superiore e il nasino. Il tuo bambino spalancherà la bocca per afferrare une bella porzione di seno e quando richiuderà la bocca, le labbra saranno girate in fuori, la bocca formerà un angolo di circa 120° gradi (non occorre che tu usi un goniometro per vedere se è attaccato bene!!) e la lingua avvolgerà l’areola e sarà distesa oltre la gengiva inferiore. È la lingua, infatti, insieme a tutta la bocca, che massaggia il seno per estrarre efficacemente il latte. In questa posizione il tuo bambino si sentirà ben sostenuto dal tuo corpo, le sue mani non andranno davanti al viso, rendendo difficile l’attacco, e tu non dovrai sostenere il suo peso.

Se preferisci allattare seduta o sdraiata, la cosa da tenere sempre sott’occhio è che il bambino sia comunque rivolto verso di te (se fosse nudo non dovresti riuscire a scorgere il suo ombelico) e che trovi il capezzolo sempre sotto al suo nasino. Anche da seduta appoggia bene la schiena e porta il bambino verso di te e non viceversa.

La poppata non dovrebbe essere dolorosa. Se senti dolore è meglio staccare il bambino inserendo il tuo mignolo nell’angolo della bocca e premendo leggermente per aprirla, poi riprovare ad attaccarlo.

Nei primi tre-quattro giorni tutti i neonati, anche i prematuri, hanno un calo di peso che normalmente si aggira intorno al 7%, ma che può arrivare al 10%.  È detto, proprio perché normale, “fisiologico”. Se il calo supera il 10% occorre valutare la gestione dell’allattamento e l’efficacia delle poppate.

In questi tre giorni le evacuazioni sono scarse (una-due) e composte dal meconio, le prime feci di colore verde-nerastro, mentre dal terzo giorno cominciano a diventare sempre più gialle e vengono emesse da una a più scariche al giorno. I pannolini bagnati, invece, aumentano da uno nel primo giorno a 6-8 nelle 24 ore dal quarto giorno in poi circa.

Come avviene la produzione di latte?

Durante la gravidanza gli ormoni (progesterone) tengono sotto controllo la produzione di prolattina, impedendo che si verifichi una produzione abbondante di latte, anche se alcune donne possono perdere alcune gocce di colostro.

Subito dopo il parto, col distacco della placenta, il crollo del progesterone permette che i livelli di prolattina si alzino e diano l’avvio alla produzione di latte. Nelle prime 30-40 ore dopo il parto si ha la produzione di colostro. Ha un colore giallo intenso, a volte quasi arancione, è ricchissimo di anticorpi (viene definito anche “la prima vaccinazione del bambino”), proteine, sali minerali. È tutto quello che necessita al bambino nei primi giorni. Dato che il colostro è prodotto in piccolissime quantità (5-7 ml per poppata), è praticamente impossibile poter effettuare la doppia pesata e riuscire a misurarlo, ma il fatto che sia prodotto in dosi non rilevabili da una bilancia non deve far incorrere nel pensiero che il bambino “non prende niente”. Infatti alla nascita lo stomaco del bambino è molto piccolo, ha più o meno la dimensione del suo pugno e quindi può contenere solo pochi ml per poppata. È inoltre, molto più facile per un bambino, imparare a succhiare da un seno morbido e facile da plasmare nella bocca, piuttosto che da un seno teso e duro perché troppo pieno di latte.

Dopo circa 70 ore dal parto la donna avverte quella che  comunemente viene definita “montata lattea”, cioè aumenta il livello di lattosio che trascina con sé un più alto livello di acqua, per cui il volume di latte aumenta e cambia la sua composizione. Mentre tutto questo avviene sotto la spinta degli ormoni, e quindi anche in assenza della rimozione di latte dal seno, da questo momento in poi il controllo della produzione del latte sarà dovuto alla quantità e alla frequenza con cui il latte viene rimosso dal seno: più spesso e più efficacemente il bambino popperà e più latte il seno produrrà.

Questo non significa che sia inutile allattare spesso nelle prime ore e giorni dopo la nascita! Il colostro, infatti, è di grandissima importanza per il bambino: oltre a fornire tutto ciò che gli necessita per i primi giorni e a proteggerlo con una grande quantità di anticorpi, funziona anche da lassativo per agevolare l’emissione delle prime feci (meconio), evitando così che la bilirubina, sostanza di scarto prodotta dall’eliminazione dell’eccesso di globuli rossi col quale un bambino nasce, venga riassorbita dall’intestino causando l’ittero. Inoltre, la produzione dei recettori della prolattina, cellule poste sulla membrana basale degli alveoli (le ghiandole che producono latte) è stimolata da frequenti poppate.

Ogni bambino sano nato a termine, di peso adeguato, è in grado di richiedere al seno tutto il latte che gli occorre, se lasciato libero di poppare ogni volta che ne manifesta il bisogno.

Alcuni bambini possono aver difficoltà a svegliarsi regolarmente per poppare, a causa, ad esempio, di un nascita faticosa, dell’uso di anestesia durante il parto, dell’ittero, per cui sarà la mamma a controllare che le poppate siano frequenti, svegliando il bambino e incoraggiandolo dolcemente a poppare almeno ogni due ore-due ore e mezzo e stimolandolo a proseguire la poppata nel caso il bambino tendesse ad appisolarsi dopo pochi minuti. Per aiutare questi bambini si può cercare di fare leggeri massaggi sulla schiena, carezzare mani e testa, tenerli non troppo coperti (l’eccesso di calore li fa assopire ancore di più), cambiare seno frequentemente durante la stessa poppata, comprimere il seno per fare affluire più latte.

Dal terzo-quarto giorno il controllo dei pannolini bagnati e sporchi, la pelle del bambino (che diventa liscia, rosea e soda), il tono muscolare e un aumento minimo di 140 g la settimana, indicheranno che il tuo bambino sta ricevendo tutto il latte necessario.

Paola Mazzinghi

IBCLC – Firenze

http://www.allattamentoibclc.it/articoli/62-iniziare-ad-allattare-dalla-prima-ora-ai-primi-giorni.html