Svezzamento o autosvezzamento? Ovvero, “Perché dottore non mi svezza il bambino come si è sempre fatto?”

“Curiosando” in internet alla ricerca di qualche docuemnto interessante su svezzamento/autosvezzamento mi sono imbattuta in questo pezzo scritto da un pediatra di Napoli, Dr Raffaele D’Errico, che mi è sembrato scritto in modo molto inteliggente e chiaro! Buona Lettura!

http://www.pediatric.it/svezzamento.htm

La domanda del sottotitolo è eloquente: “Perché dottore non mi svezza il bambino come si è sempre fatto?”

Dice tutta l’incredulità dei genitori dinanzi ad una proposta che sembra dell’altro mondo.

Eppure, non è vero che si è sempre fatto così!

Come svezzo i bambini? E’ molto semplice: rispetto i loro tempi, i loro gusti, il loro grado di sviluppo, anche i loro genitori e dico: “Sedetelo a tavola con voi e fategli assaggiare quello che vuole.”

Idee balorde di un pediatra sui-generis? Un mio personale pensiero?


Cominciamo con abbandonare il pensiero che lo svezzamento sia un tutto o niente.

Un tempo si diceva: “Bene! Ecco, da oggi cominciamo a sostituire una poppata di latte con una pappa! Lei, signora, farà così… prenderà… comprerà… cucinerà… starà attenta a quello che io le ho detto… userà omogeneizzati e pappine adeguate…. non gli farà assaggiare questo e quello, almeno non prima di… Questo è lo schema…”.

Poi, se il bambino andava in crisi e di quella roba non ne voleva sapere niente, apriti cielo!

La mamma piena d’ansia; il piccolo pieno di rabbia; il pediatra in difficoltà.

Non mi magia! Sputa tutto! Ho comprato i migliori omogeneizzati ma non ne vuole! Non-ne-vuo-leee! Sono disperata: questo bambino non mangerà; non crescerà…”

Abbandoniamo anche la terminologia, brutta e scorretta, perché svezzare o, meno comunemente, divezzare, sono proprio brutte parole. Significano far perdere il vezzo, l’usanza, l’abitudine del latte dato ai piccoli attraverso il seno materno. Come se prendere il latte dal seno (o dal biberon) per un bambino così piccolo, fosse un vizio! Non a caso esistono altri sinonimi, anche se poco usati, come slattare o spoppare.

Tradotto in termini semplici, quindi, “svezzare” è dire ad un certo punto al piccolo bambino di 4, 5, 6 mesi:

“Ora basta latte: devi mangiare altro! E su questo… non si discute!”

Alimentarsi di famiglia e di relazione, fare esperienza di casa 


Ora, se è giusto cominciare a 6 mesi ad integrare nella dieta del piccolo alimenti diversi dal latte, non è altrettanto giusto costringere un bambino, da un giorno all’altro, a mangiare ciò che dico io, quando lo dico io e come lo dico io, senza prendere in considerazione la sua sensibilità, il gusto, il carattere, il livello di sviluppo, la famiglia alla quale appartiene con tutti i suoi orari e le sue modalità di relazionarsi e di vivere.

L’introduzione di alimenti solidi diversi dal latte non può essere considerato un atto puramente meccanico, fisiologico, automatico e, poiché coinvolge tutto il nostro essere, deve necessariamente inserirsi in un contesto esperienziale, che prenda in considerazione non tanto l’età del bambino, quanto il suo sviluppo psichico e motorio, nonché il suo carattere e il tipo di famiglia alla quale appartiene.

Per portare un esempio concreto, nessun genitore con un bambino di dodici mesi, che ormai si solleva e compie qualche passetto ancora incerto, mi hai mai posto questa domanda: “Dottore, mi può dare una ricetta per insegnare a nostro figlio come imparare a camminare?”

Appare scontato, per esperienza e ovvio ragionamento, che perché il bambino cammini, si avvii cioè verso l’esperienza della deambulazione autonoma, è necessario che si sia avviata una complessa e armonica evoluzione del suo sviluppo psichico e motorio che, sostenuto e incoraggiato dall’arte genitoriale, farà sì che il bambino, gradatamente, giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza, senza l’uso di artifizi inutili (vedi scarpe e girello), e soprattutto rispettando i suoi tempi, cominci a camminare via via sempre più spedito, fino a lascirsi.

Ecco, allora: così come per il camminare parliamo di “percorso esperienziale”, allo stesso modo per l’alimentazione nell’uomo dobbiamo parlare non di un tutto/niente, ma di un avvio graduale verso l’esperienza della mensa, che in pratica può realizzarsi senza intoppi solo se rispettiamo il bambino e lo poniamo nella condizione di vivere un’esperienza positiva, bella.

Certo, perché a differenza dell’animale, nell’uomo il mangiare ha una valenza fortemente relazionale.Cosa significa? L’animale quando ha fame, come si usa dire, “non guarda in faccia a nessuno!”. Giù nella mischia a chi mangia per primo! Nell’uomo, anche se questo può accadere in certi contesti dove si risveglia l’aspetto subcorticale che c’è in noi (immaginiamo quello che accade durante un party con un pranzo a buffet o dopo una lunga attesa quando la fame morde), l’aspetto relazione del mangiare è invece fondamentale.

Vi ricorderete, per esperienza vissuta, che quando avete avvertito fame, ma eravate a casa da soli, avete consumato velocemente un fugace pasto, magari un panino in piedi davanti ad un televisore, e via.

Quando, invece, vi siete ritrovati seduti al tavolo con una bellissima compagnia (immaginiamo i pranzi di Natale e di Pasqua), non solo vi siete intrattenuti al tavolo per ore, ma avete consumato anche oltre quello che vi suggeriva lo stomaco, ormai stracolmo. Questo accade, appunto, perché l’uomo è un essere che vive di relazione.

A tavola, alla mensa dove la famiglia si incontra ogni giorno, non ci si ciba solo di calorie e di piacevoli pietanze, ma anche e soprattutto di sorrisi, di racconti, di scambi d’amore. Di relazione.

Immaginate, invece, cosa accadrebbe se io in questo momento decidessi che voi dovete mangiare. Decido per voi che è il momento giusto. Preparo quello che ho in mente. Poi mi sistemo di fronte a voi e vi invito fermamente a mangiare, mentre vi guardo.

Ecco, questa è la differenza rispetto ad un’esperienza graduale e compartecipata. Il piccolo, seduto a tavola con voi e lasciato libero di sperimentare, non vivrà questa esperienza in solitudine e con imposizione.

Il cibo sarà vissuto come imposizione non solo in rapporto al momento scelto, quando magari il piccolo non ha ancora fame e voi giù a buttargli il boccone distraendolo con grande maestria, ma anche e soprattutto se ciò che avete deciso di fargli mangiare non è saporito, gustoso, buono. Dico sempre: “Mamma, assaggia prima tu: se ti piace dallo a tuo figlio, se non ha un buon sapore, no!”

Immaginate per un momento che, dopo l’iniziale rifiuto del bambino a mangiare, voi cominciaste a innervosirvi, a sentirvi frustrate e magari, sbraitando o comunque mostrando il vostro nervosismo, lo costringeste ad ingoiare. Cosa accadrebbe? L’imprinting alimentare, cioè le prime esperienze vissute con il cibo, saranno così traumatiche per il bambino che, da quel momento in poi, così come mi raccontavano anni fa alcune mamme, l’ora della pappa diventa una guerra. E’ il momento che la mamma comincia a vivere, fin al solo pensiero, con una grande ansia anticipatoria, mentre il bambino, che percepisce l’ansia e conosce già quello che accadrà, tenta la fuga. Non potendosi svincolare dalle decisioni materne, si opporrà sempre più rifiutando il cibo, pur di non vivere quel momento orrendo. Questa è una risposta adeguata e naturale allo stress, per qualunque essere vivente!

Eppure, pensiamoci bene: non esiste al mondo nessuna mamma nel mondo animale che al momento del pasto debba convincere il proprio cucciolo a mangiare. Così come non esiste nessun animale che svezzi il proprio cucciolo con alimenti diversi da quelli di cui esso stesso si nutre. Nel nostro mondo di umani, invece, ascoltiamo mamme che ci raccontano che per far mangiare il proprio bambino devono corrergli appresso con il piatto per ore, distraendolo con mille espedienti, dalla tv, alle corse sul balcone. No! Tutto questo non è umano!

Perché accade? Perché l’imprinting dell’esperienza alimentare è stata fortemente negativa: costrizione, solitudine, cibi insapori.

Perché si aspetta 6 mesi per iniziare?

Intanto, diciamo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità “raccomanda l’allattamento materno esclusivo per almeno i primi sei mesi di vita del bambino, mantenendo il latte materno come alimento principale fino al primo anno di vita, pur introducendo gradualmente cibi complementari”. Quindi, il primo motivo per cui aspettiamo 6 mesi per avviare il bambino all’esperienza dei cibi solidi, è che il latte fino a 6 mesi è il miglior alimento esclusivo da somministrare al cucciolo d’uomo.

Poi, c’è da dire che 6 mesi rappresentano un giro di boa nello sviluppo psichico e motorio del bambino. Quando dico psichico indico la testa, tutta, per far comprendere che sono compresi gli aspetti emotivi, cognitivi, psicologici, relazionali, visivi, uditivi e neurologici del bambino, nel loro complesso articolarsi, e che a 6 mesi sono giunti ad una tale maturazione da permettergli di cercare e vivere esperienze gratificanti. A questa età, infatti, il lattante è estremamente interessato all’ambiente circostante, osserva tutto, tutto lo interessa, è in grado di seguire con lo sguardo e di incrociare gli occhi di chi lo guarda. Vuole emulare e sperimentare ciò che vede fare soprattutto da mamma e papà.

 Quando, invece, dico motorio, indico tutta la persona, in particolar modo la capacità che ha il bambino a questa età di compiere atti motori tali che gli permetteranno di usare le mani e le dita per portare tutto alla bocca (fase orale, conoscenza orale), ma anche di riuscire a stare seduto con un appoggio. Riuscire a stare seduto dritto significa poter deglutire senza alcuna difficoltà anche cibi tagliati a pezzettini. Diverso, infatti, è quanto accade svezzando un bimbo di 4 mesi che, potendo magiare solo reclinato, dovrà assumere il cibo in forma molto liquida e necessariamente attraverso l’intervento esterno di qualcuno che lo imbocchi, visto che ha ancora scarsa capacità di prensione. Provate voi a stendervi sulla sedia e a deglutire: è difficilissimo!

Tutte queste capacità psico-motorie rendono il bambino a 6 mesi abilitato a partecipare a pieno titolo della mensa familiare.

Immaginate solo per un momento (ma questo già lo osservate e siete voi che me lo riferite), quale gioia a 6 mesi per il bambino stare seduto a tavola con i genitori e i fratelli. Colori, sapori, profumi, sorrisi, parole. Un carosello che fa di ogni attimo vissuto a tavola una grande festa. Un’esperienza unica!

Quando il vostro bambino ha 6 mesi mi raccontate: “Dottore, ora quando ci vede a tavola fa il pazzo… vuole stare con noi e gli viene l’acquolina in bocca… vuole proprio mangiare!”

In realtà, se ci pensiamo, il piccolo che fino a quel momento non ha assunto altro alimento che il latte, non può certo desiderare ciò che non conosce. Ciò che invece lo stimola è quello che vede fare ai suoi genitori su un tavolo così interessante.https://mums4mums.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=940&action=edit Poter stare lì con loro e allungare le mani per mettere in bocca, questo sì che è una vera goduria!

Se lo sediamo a tavola con noi col pensiero di allungargli qualche cucchiaio, lui non ha ancora consapevolezza che sta per mangiare del cibo solido, e metterà in bocca solo per conoscenza. Ma se quella roba è saporita e i suoi genitori la portano in bocca e la buttano giù, allora “questa cosa la voglio fare anch’io!”.

Ecco, questo è il meccanismo con il quale i bambini di 6 mesi si avvicinano positivamente all’esperienza alimentare.

 Se il piccolo ha assunto latte materno, in qualche modo è più predisposto ad assaporare e mangiare i cibi della nostra mensa. Il motivo è che già in utero il feto ha avuto la possibilità di saggiare, attraverso il naso (olfatto) e la bocca (gusto), i sapori della nostra terra, di percepirne i profumi, che gli arrivavano dalla mamma attraverso il liquido amniotico.

Dopo la nascita, quegli stessi sapori, hanno continuato a sollecitare le papille gustative del lattante giungendogli attraverso il latte materno, con una intensità maggiore di quanto accadeva in utero. Ciò che passa attraverso il latte materno, infatti, (miracolo!) non sono gli alimenti in quanto tali, perché scissi e digeriti dall’apparato gastro-intestinale della madre, ma i loro sapori. Ecco, perché non esiste alimento che faccia male al bambino in gravidanza e in allattamento.

Il cibarsi variegato della mamma e l’allattamento al seno permetteranno al piccolo di conoscere i vari sapori che appartengono alla sua terra, così da prepararlo all’esperienza alimentare solida che, in maniera definitiva ma graduale, comincerà a 6 mesi. Quando metterà in bocca qualunque cibo e sentirà quel sapore che ha già conosciuto, ecco che non tarderà a deglutirlo. “Sì! Questo lo conosco! Oh, che buono!”, sembrerà leggergli in viso, quando vi accorgerete che, senza remore, butta giù i suoi primi assaggi.

Un altro aspetto che ci spinge a iniziare l’esperienza dell’alimentazione solida a 6 mesi è legato alle evidenze scientifiche che ci permettono, oggi, di affermare che l’apparato gastro-intestinale del lattante a quest’età è adeguatamente maturo e in grado di digerire qualunque alimento. A tal riguardo ho ascoltato il Prof. Luigi Greco durante un convegno ACP a Palermo nel 2009 che affermava: “A 6 mesi il lattante può digerire le pietre!”

“Sì, ma le allergie? Non ci sono alimenti che è meglio introdurre più tardi? E poi, non sono migliori i prodotti del commercio studiati apposta per i bambini?” No! Tutto questo, negli ultimi anni, con grande onestà intellettuale, possiamo dire che è crollato come un grande castello di sabbia. Tutti presupposti ipotetici, osservazioni, ma nulla di vero, di concreto. La scienza della nutrizione è concorde oggi nell’affermare che il bambino a questa età mangiando qualunque alimento non rischierà allergie, intolleranze, diarree, inalazioni di corpi estranei, né più né meno dei suoi colleghi di un anno.

Nel dicembre del 2011, i pediatri dell’ACP contestarono, con un Comunicato stampa, la presupposta scientificità della maggiore qualità e sicurezza del baby food industriale rispetto ai prodotti naturali. Essi affermarono che “i medici pediatri garantiscono per la nutrizione dei bambini, ma non sono i portavoce dell’industria e non possono disinformare e creare confusione nelle famiglie. Per crescere sani:  allattamento al seno nei primi mesi di vita e poi tanto buon senso, un’alimentazione sana ed equilibrata per tutta la famiglia, magari scegliendo i prodotti biologici”.

Agli inizi del 900, Janusz  Korczak (1878-1942), pediatra, pedagogo e scrittore, con quasi un secolo d’anticipo aveva capito che le basi della puericultura e accudimento del lattante sono più culturali che scientifiche. Con grande acume e ironia constatava che “a volte i genitori non vogliono sapere quello che sanno, né vedere quello che vedono…” e che “ogni opuscolo in voga ricopia dai manuali quelle piccole verità valide per i bambini in generale, ma che diventano menzogne per il tuo in particolare”. Per lasua sensibilità e il suo senso critico, l’alimentazione infantile, già ai suoi tempi, era disturbata e condizionata da regole di mercato non sempre chiare; ammoniva i suoi contemporanei (ma anche noi oggi) che “occorre distinguere la scienza della salute dal commercio col pretesto della salute”.   

Ecco, allora, che a 6 mesi nel lattante convergono tutta una serie di competenze, psichiche, motorie  e intestinali, tali da affermare che a quest’età il piccolo è in grado di cominciare a sperimentare l’introduzione di tutti i cibi solidi in completa sicurezza, così come vengono preparati quotidianamente nell’alimentazione di tutta la famiglia.

E allora, come si comincia?

Non c’è un modo. Non c’è una ricetta. Non c’è un orario.

Dobbiamo smettere di pensare che un pediatra abbia la ricetta per ogni bambino e per il bambino di ogni famiglia. Per troppo tempo, per poter essere accolti a tavola con i loro genitori e fratelli e vivere le esperienze che desideravano fare secondo natura, i nostri bambini hanno dovuto soffrire le imposizioni che i loro stessi genitori, in nome di una fede infondata hanno adottato, pendendo dalle labbra di un pediatra.

Ma chi, a noi pediatri, ha mai insegnato che il bambino va rispettato fin dalla sua nascita e che ogni bambino è una storia a sé? Eppure, con quasi un secolo di anticipo Korczak aveva affermato che “soltanto una sconfinata ignoranza e superficialità dello sguardo possono negare l’evidenza che il lattante possiede una individualità ben precisa e determinata, in cui confluiscono temperamento innato, energia, intelletto, senso di benessere ed esperienze vitali e che questa individualità va rispettata, accolta, ascoltata”. E questo vale anche nel campo dell’alimentazione, alla luce di quanto sopra ho provato a raccontarvi.

Quando il lattante è prossimo ai 6 mesi e mostra interesse per la vita della famiglia a tavola, allunga le mani per portare alla bocca le cose e gli alimenti presenti sulla mensa, ecco: questi sono i segnali che il bambino è pronto.

Lo prendiamo sulle nostre ginocchia o lo posiamo sul sediolone e lo avviciniamo alla tavola. Ci sediamo tutti e spegniamo il televisore. Gli allunghiamo un cucchiaio dal nostro piatto, quello che abbiamo preparato oggi per noi (qualsiasi cosa). Se l’alimento è saporito e stimola le sue papille gustative, comincerà ad eccitarsi e ci farà capire chiaramente che vuole ancora saggiare.

A quel punto potremo sminuzzare il preparato oppure prenderne una manciata e passarla al frullatore. La sua prima pappa è pronta!

Con la nostra pasta? Con la nostra pasta!

Quanto ne dovrà prendere? Lasciate che sia lui a decidere. In una fase iniziale, il piccolo potrebbe anche fare solo piccoli assaggi e basta. Ricordate che siamo all’inizio di un’esperienza. Se dopo pochi bocconi mostrasse insofferenza, noia o fastidio, ma capite che ha ancora fame, c’è sempre il suo latte.

Ecco, questa è l’alimentazione complementare a richiesta.

Complementare a cosa? Al latte. Il latte rimane ancora l’alimento privilegiato e primario, finché pian piano, di giorno in giorno, non verrà sostituito, a pranzo e a cena, da un pasto solido. A richiesta, perché sarà lui a regolare la quantità di cibo e il tipo di cibo da introdurre, dal momento che saprà ben autoregolarsi.

Cosa deve mangiare? Tutto. Come abbiamo detto nulla può fargli male. Badate soprattutto che sia cibo saporito. Privilegiate frutta e verdura di stagione, e poi carne, pesce, legumi… Come noi, un piatto unico completo a pranzo; un piatto proteico (secondo) con verdure a cena. Frutta fresca, anche più volte al giorno.

Questo è quanto credono oggi i pediatri. Tutti? Tutti quelli che hanno voluto credere alle evidenze e soprattutto hanno saputo mettersi in discussione e modificare i loro vecchi e impolverati schemi fotocopiati da anni e chiusi in cassetti e che invocavano novità.

Se tutto questo vi sembra assurdo, compite pure i primi passi come volete o come vi indica la vostra figura di riferimento, ma cercate sempre di rispettare questi pochi e importantissimi aspetti:

1. Rispettate i gusti del bambino. Se non vuole mangiare non costringetelo. Riproponete sempre quel tipo di cibo, ma non costringetelo mai a mangiare con la forza.

2. Cucinategli del cibo che sia saporito.Provate sempre quello che avete cucinato prima di dargli da mangiare: se a voi non piace non dateglielo.

3. Se volete prodotti di qualità comprate quelli freschi da agricoltura biologica.

4. Fategli vivere la mensa familiare.

La mia esperienza, la vostra esperienza

La mia personale esperienza, dopo anni, è che tutto questo è… magnifico! Fantastico!

La maggior parte dei bambini partono in quarta e dopo già poche settimane sono a regime!

Mangiano e assaporano tutto. Non fanno storie, se non manifestare qualche preferenza, ma in genere mangiano tutto e con gusto, partecipando felici all’esperienza della mensa familiare.

I genitori più entusiasti sono quelli che hanno un figlio più grande precedentemente svezzano alla vecchia maniera. Un termine di paragone che li entusiasma enormemente, perché possono confrontare l’abisso tra le due esperienze.

Rarissimi sono i bambini che stentano a ingranare e nei quali l’alimentazione lattea rimane ancora per qualche mese preponderante. Questi sono quei bambini che, molto più degli altri, meritano attenzione e rispetto. Probabilmente quel tipo di bambino che, svezzato alla vecchia maniera, sarebbe andato incontro a quelle enormi difficoltà nel rapporto col cibo dal titolo: “Mio figlio non mi mangia!”.

Alimentarsi non è mangiare a comando e secondo le nostre scelte 

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