Archivio | ottobre 2012

ALIMENTAZIONE COMPLEMENTARE A RICHIESTA (o AUTOSVEZZAMENTO)

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Documento sull’autosvezzamento per genitori e/o pediatri

by Gloria

Qualche mese fa è entrata in contatto con noi una pediatra, la Dottoressa Manuela Musetti, chiedendoci di poter usare alcuni nostri testi per redigere un documento riguardo l’autosvezzamento da dare ai genitori dei suoi pazienti. Ben felici, abbiamo detto un grande SÌ!

   

Bambino coccolato non significa viziato

Attenzione! Non troppe coccole. Così lo viziamo. Bisogna stare attenti a non eccedere con i gesti d’amore. Dosarli, centellinarli. Altrimenti…

Altrimenti? Ma di cosa ha paura la nostra società? Che mettiamo in circolazione troppo amore, gentilezza e disponibilità?

Quando si dice che le coccole, il latte della mamma, la vicinanza non sono vizi (pregiudizio assai diffuso nella nostra cultura) oggi si va molto controcorrente.
Parenti, amici, conoscenti non sono convinti. “Se lo tieni sempre in braccio poi si abitua” è l’idea diffusa. Come se quella di ricevere e dare molto amore fosse una cattiva abitudine.

E ancora. “Poi non vorrà più stare giù”. Come se i bimbi una volta imparato a gattonare, camminare, correre, volessero ancora stare in braccio tutto il giorno.

Una coccola, certo. Un po’ di latte di mamma. Ma le nuove conquiste (la stazione eretta, i primi passi) e la realtà circostante chiamano…
Anzi, chi fa “il pieno di mamma” da piccolo, poi si muove alla scoperta del mondo con maggior sicurezza in se stesso e in quanti lo circondano.

Ma tutto questo le mamme lo sanno già. Sono “programmate” da secoli per rispondere al pianto del loro bambino.

Quando una nonna, una suocera, una zia, una vicina di casa, dicono a una mamma di lasciar piangere il suo bambino, alla mamma questo monito suona stonato dentro. In fondo al cuore.

Quando il suo piccino piange tutto in lei risponde, chiamiamolo istinto, chiamiamolo come vogliamo, ma le mamma sono “fatte” per dare conforto ai loro cuccioli.

E quello che le mamme già sapevano, oggi lo conferma anche la scienza. Non che ne avessero bisogno, le madri. Ma una conferma autorevole magari può essere utile per gli altri, quei parenti, amici, conoscenti che si ostinano a interferire con le competenze materne, offrendo consigli, commenti e spesso critiche, ovviamente non richiesti.

Citiamo un paio di studi recenti. Quello realizzato dalla Duke University del North Carolina mette in relazione la stabilità emotiva in età adulta con le cure affettuose ricevute nella primissima infanzia e dimostra che il contatto, la tenerezza, la risposta sollecita ai bisogni del bambino hanno effetti positivi nell’immediato, ma anche a lungo termine.
Lo studio americano ha coinvolto un campione di quasi cinquecento bambini di otto mesi, classificati in base al livello di affetto (basso, normale, molto elevato) dimostrato dalle rispettive mamme.

Trentaquattro anni dopo, si è visto che i bimbi che avevano ricevuto livelli di affetto molto elevati mostravano valori significativamente più bassi di ansia, angoscia e ostilità. In poche parole: erano adulti più sereni e sicuri di sé grazie alle coccole della mamma.
Risultati analoghi sono quelli di uno studio recentissimo condotto dalla Washington University School of Medicine di St. Louis che ha coinvolto 92 bambini – sani o con sintomi depressivi – dei quali era stata precedentemente valutata l’interazione quotidiana con i genitori.

Secondo la ricerca, una relazione affettuosa, nutrita di contatto e vicinanza, è associata a un miglior sviluppo dell’ippocampo, una regione cerebrale che ha un ruolo essenziale per la gestione dello stress.

In pratica, nei bimbi più coccolati, l’ippocampo risulta più sviluppato del 10% circa. Un accudimento affettuoso in età prescolare si è dunque rivelato il primo e miglior antidoto contro lo stress.

Ma ripeto. Le mamme lo sapevano già. Non hanno bisogno degli studi scientifici. La nostra società però ne ha ancora bisogno.

Per dire addio a tanti pregiudizi, per incamminarsi senza più timori, sulla strada della tenerezza e dell’amore. Con risultati garantiti a breve e lungo termine.

 

 

Giorgia Cozza

 

Per approfondimenti
Bebè a costo zero

E se poi prende il vizio?

 

Tratto da:

http://www.bambinonaturale.it/2012/08/bambino-coccolato-non-significa-viziato/

6 consigli se tuo figlio non ti mangia

Abbiamo già detto che insistere per far mangiare un bambino è un controsenso; se va bene, non serve a niente, ma se va male può causare danni a lungo termine nel rapporto che il bambino ha con il cibo e in quello tra il bambino stesso e il genitore.

“Ma forse ci sono casi in cui va bene insistere per far mangiare un bambino”, si starà forse chiedendo il lettore casuale approdato qui grazie a Google; rimandando tale lettore all’articolo dedicato, rispondo con un laconico“NO”.

Tuttavia noi genitori siamo esseri umani e come tali non siamo perfetti, per cui se ci sembra che nostro figlio mangi poco ci facciamo prendere dall’ansia, anche se solo per un istante. Come fare per controllare meglio le nostre apprensioni da cibo? (a questo punto viene spontanea la domanda… ma non saranno i genitori ad avere un problema con il cibo più che i bambini?).

Oggi vediamo alcune semplici tecniche per aiutare i genitori ad allentare la presa.

1) Scopriamo quanto mangia veramente

Si fa presto a dire che un bambino non mangia, ma prima di lanciarci con pranzi e cene interminabili fino a che il piatto non è pulito, cure ingrassanti e visite specialistiche bisogna scoprire cosa e quanto mangia effettivamente il bambino “sotto esame”.Scriviamo ASSOLUTAMENTE TUTTO quello che ingerisce nell’arco di qualche giorno e facciamo due conti per vedere se è vero che non si nutre abbastanza. Emblematico è un articolo di UPPA che si occupa proprio di tutto ciò e dove si leggiamo di Marco, un bambino di tre anni che a sentire la madre disperata “non” mangia. Il medico comincia a farle domande e così scopriamo che Marco la mattina prende una tazza di latte con sei biscotti e la sera, una volta a letto e in dormiveglia, un biberon con altri sei. A tutto ciò si aggiungono una merendina preconfezionata e una fetta di pizza bianca. Così facendo il bambino ha già assunto il 75% – 80% del fabbisogno di calorie giornaliero fuori dai pasti e il resto lo assume spizzicando all’ora dei pasti. Di certo questo non è un bambino che non mangia, ma è un bambino che non mangia bene. Tuttavia la madre, che non lo vedeva mai mangiare a tavola, era convinta che “non mangiasse”. L’articolo così conclude:

La salute e la crescita di Marco non corrono alcun rischio; quella che potrebbe soffrire, se mai, è la sua educazione.

2) Facciamo porzioni più piccole

È fondamentale che la richiesta di cibo arrivi da parte del bambino, per cui se riempiamo i piatti con la quantità di cibo che secondo noi dovrebbe mangiare, di sicuro già sbagliamo. Quando la tendenza è di non finire quello che c’è nel piatto, al pasto successivo dimezziamo la porzione e continuiamo a rimpicciolirla fino a che non si determina una quantità di cibo che il bambino finisce di buon grado e che magari fa sì che ne chieda di più. Dopo tutto se cucini per un adulto sai più o meno quanto mangerà e così servirai una quantità di cibo corrispondente alle sue aspettative e non alle tue. Perché dovrebbe essere diverso se abbiamo davanti un bambino?

3) Facciamoli servire da soli

Quando possibile è sempre una buona idea mettere a tavola un piatto da portata e lasciar servire i commensali da soli, così piccoli e grandi metteranno nel piatto quello che intendono mangiare. Chiaramente i più piccolini troveranno difficile regolarsi all’inizio e magari tenderanno a esagerare, ma per lo meno si sentiranno maggiormente in controllo. Per evitare che il piatto si riempa troppo possiamo sempre far usare loro delle posate da portata più piccole o se li serviamo noi gli potremo chiedere quanto ne vogliono, cominciando sempre con piccole quantità.

4) Offriamo scelta (anche se solo apparente)

Chiaramente questo non va inteso nel senso che se al bambino non va una cosa gliene diamo un’altra che andremo a cucinare appositamente. Mi riferisco sempre alle cose che si trovano normalmente sulla tavola o a una scelta fatta prima o durante la preparazione del pasto.
Ad esempio al momento di cucinare possiamo chiedere: “preferisci i fusilli o le conchiglie?” o “meglio gli spinaci o i piselli?”. Questo chiaramente è difficile da mettere in atto con un bambino di 6 mesi, ma già a 12, ad esempio, provate a mettergli davanti i due oggetti: potrà scegliere lui indicando il suo peferito.
A tavola metteremo tutta una serie di cibi che il bambino potrà mangiare senza problemi e, soprattutto, senza pressioni. Se poi il piccolo sta attraversando una fase durante la quale mangia solo verdure (sì, credetemi… capita:) ) o solo carne o solo pasta, ricordiamoci di prenderne nota e vedremo che a medio termine la dieta non sarà così monotona come potrebbe apparire a noi.
Se invece gli mettiamo davanti una pappa (per quanto sana, buona e piena di nutrienti) o un cibo fatto apposta per lui senza interpellarlo in alcun modo, ci mettiamo da soli in un vicolo cieco.

5) Usiamo piatti (più) piccoli.

Anche l’occhio (dei genitori) gioca la sua parte. Al bambino non credo importerà più di tanto, ma il genitore ansioso vedrà un piattino pieno invece di uno grande semivuoto e si sentirà già meglio.
Lo so che è irrazionale, ma è fuor di dubbio che un piatto grande ti porta a riempirlo con troppo cibo.

6) Cambiamo modo di pensare

Il genitore DEVE cambiare modo di pensare e ricordarsi che è meglio un fusillo mangiato di propria spontanea volontà che un piatto mangiato per forza.Facciamo sempre partire la richiesta dal bambino: le tabelle, i consigli non desiderati, i trucchi e gli inganni lasciamoli agli altri. Bisogna dar fiducia ai propri figli e ricordarsi che non si lasciano morire di fame. Non dimentichiamo mai che i bambini non vogliono farci un dispetto non mangiando; loro fanno semplicemente quello che ritengono più giusto al momento. Lottare perché loro facciano quello che vogliamo noi è una battaglia persa in partenza e prima ce ne rendiamo conto, meglio sarà. Il genitore deve cambiare approccio, NON il bambino.

Articolo tratto da:

http://www.autosvezzamento.it/6-consigli-se-tuo-figlio-non-ti-mangia-2/

Nanna- Non si addormenta nella culla

Il bebè prende sonno serenamente solo tra le braccia di mamma e papà oppure nel passeggino. Perché? E come aiutarlo ad addormentarsi nella culla o nel lettino?

Prende sonno solo in braccio…

È stanco, ma nella culla non si addormenta. Anzi, spesso piange, diventando sempre più inquieto. Ma appena la mamma lo prende in braccio, si tranquillizza e in pochi minuti scivola nel sonno.

“È un comportamento del tutto naturale”, rassicura Alessandra Bortolotti, psicologa perinatale a Firenze. “Il contatto con il genitore, che lo culla e lo ‘contiene’, rassicura il bimbo e gli regala una sensazione di profondo benessere. Il calore e la vicinanza della mamma ricreano le condizioni che il bambino ha vissuto nel grembo materno. Non a caso si parla di endogestazione, riferendosi ai nove mesi della gravidanza, e di esogestazione per indicare i primi mesi successivi alla nascita, definizioni che sottolineano la continuità tra il prima e il dopo. Continuità che riguarda anche i bisogni del bambino, per cui l’esigenza di contatto è prioritaria. Il suggerimento, quindi, è di non temere che si tratti di una ‘cattiva’ abitudine e di godersi questi momenti di tenerezza“.

E se parenti e amici raccomandano di abituare il piccolo a dormire nel lettino? “Spetta ai genitori decidere come gestire la nanna del bebè. Se mamma e papà sono sereni, va tutto bene. Il bisogno di contatto è un’esigenza fisiologica e non c’è alcuno studio che dimostri che le coccole ritardano il cammino verso l’autonomia”.

… o nel passeggino

“Il movimento del passeggino culla il bimbo e concilia il sonno“, spiega Alessandra Bortolotti. “Naturalmente, il fatto che il bebè ami addormentarsi così non significa che prenderà sonno sempre e solo in questo modo. Con la crescita, le sue abitudini si modificheranno spontaneamente“.

Ma se ai genitori questa modalità non è gradita, cosa fare? “L’ideale sarebbe prevenire, ovvero evitare di creare l’associazione nanna-passeggino. Come? Cercando di non far coincidere la passeggiata con gli orari in cui è più probabile che il bambino si addormenti e, naturalmente, di non usare spesso il passeggino per conciliare il sonno del piccolo. La ripetizione fa sì che si creino routine consolidate: se tutti i giorni i genitori escono per una passeggiata dopo cena e il bimbo si addormenta nel passeggino, è naturale che si abitui a questa modalità e fatichi a prendere sonno in situazioni differenti”.

Modificare un’abitudine

Se i genitori desiderano cambiare la routine serale, come devono procedere?

“Con tanta pazienza, gradualità e un surplus di coccole”, consiglia la psicologa. “Per creare un nuovo rituale della nanna e aiutare il bimbo ad addormentarsi nel lettino, il genitore potrà restare al suo fianco, tenergli la manina, sussurrare parole affettuose o cantare una ninnananna, finché pian piano il piccolo si rilassa e riesce a prendere sonno. Se invece l’associazione da modificare è quella nanna-passeggino, si potrà cullare il piccolo, farlo addormentare nell’apposita fascia o, ancora, posarlo nel lettino e fargli tante coccole. Ogni famiglia troverà i suoi rituali, nel rispetto dei tempi e delle reazioni del bambino, senza fretta e senza forzature.

È importante anche essere pronti a fare un passo indietro e rimandare un poco il cambiamento, se ci si accorge che il piccolo non è pronto per la novità. I bimbi cambiano molto in breve tempo: quello che rifiutano oggi potrebbe non essere più un problema tra una settimana…”.

Articolo di Giorgia E. Cozza  

Articolo tratto dal sito http://www.ioeil miobambino.it

http://www.ioeilmiobambino.it/bambino/nanna/non-si-addormenta-nella-culla-6369

IL CASO ILVA “Qui si nasce con il cancro” denuncia shock del pediatra.

Riporto un articolo, tratto dal sito di  La Repubblica, che tratta degli effetti nefasti dell’inquinamento ambientale sulla salute dei bambini. Credo sia importante rifelttere tutti su quanto l’inquinamento possa incidere sulla salute di tutti, e tanto più su quella dei piccoli. Francesca.

Il primario di pediatria dell’ospedale Ss Annunziata di Taranto, Giuseppe Merico: “È la madre a trasmetterlo, due episodi di neuroblastoma recenti. Questo prova che nella nostra città c’è stato un danno genotossico”

ARANTO  –  “Ci sono bambini che nascono con il cancro. È la mamma a trasmetterlo. Due casi li abbiamo scoperti di recente in ospedale”. Lascia senza parole l’allarme di Giuseppe Merico, il primario della struttura complessa di pediatria dell’ospedale Santissima Annunziata di Taranto. “Ci siamo accorti del cancro in questi bimbi al quarto giorno di vita  –  racconta – con lo screening che si esegue per verificare eventuali malformazioni dei reni. Si tratta di due casi di neuroblastoma. Questo prova che nella nostra città c’è stato un danno genotossico. Ed è terribile”.

Pino Merico non è un medico qualsiasi. La lotta all’inquinamento per lui è diventata una missione come quella di curare i bimbi. Nel giugno del 2007 ha fondato l’associazione “Bambini contro l’inquinamento” e nel marzo dell’anno successivo riuscì a portare in strada quindicimila persone. Mamme, papà e bimbi tutti uniti per dire basta alle polveri e ai fumi che avvelenano Taranto. “Vogliamo il cielo blu”, urlavano i bambini di Taranto quel giorno in piazza. Quella battaglia toccò anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che scrisse una lettera al pediatra capopopolo.

“Il presidente  –  aggiunge Merico – intervenne per sostenerci in una battaglia contro i veleni industriali. Contro di me si scagliarono in tanti e non tutti in buona fede. Oggi i dati del ministero della Salute confermano quello che io e i miei colleghi abbiano scoperto sul campo”. Ma il primario, che per primo denunciò la presenza di diossina nel latte materno, insiste sul danno genetico. “Guardare negli occhi i genitori e dire che il loro figlio è ammalato di tumore è un’esperienza straziante. A me  –  dice – è capitato troppe volte. Mi sono trovato di fronte a bimbi di pochi giorni di vita e di sei mesi con il cancro. Possono averlo contratto solo geneticamente. E chi sopravvive a sua volta potrà trasmetterlo ancora”.

di MARIO DILIBERTO

http://bari.repubblica.it/cronaca/2012/10/23/news/tumori_taranto-45119136/?ref=HREC1-3

CONFERENZA

Giovedì si inaugura una bellissima serie di conferenze che mirano a proporre ai genitori strumenti (arte, musica, lettura) e riflessioni per favorire la comunicazione efficace nei bambini. Qualcuna viene? E’ alla sera, 20.45 (capisco che sia tardino per chi ha bimbi piccoli), in ogni caso io vado.

Vi metto l’elenco dei relatori di questo primo incontro:
GIOVEDì 25 OTTObRE 2012
Ore 20.45 – Sala polivalente, via Cicalini,14 – Praticello di Gattatico (RE)

CONVEGNO DI APERTURA
Moderatore:
Costantino Panza Pediatra – Coordinamento “Nati per la Musica”
Relatori:
Andrea Apostoli
Presidente AIGAM (Ass. Italiana Gordon Apprendimento Musicale)
Alessandro Volta
Responsabile Pediatria di Comunità all’Ospedale di Montecchio Emilia
Anna Maria Davoli
Pediatra e coordinatrice “Nati per Leggere” – Reggio Emilia
Mariangela Pasciuti
Dirigente scolastico – Docente corso di Laurea Scienze della Formazione
Primaria Università Studi di Modena – Reggio Emilia
Arnalda Mori
ha collaborato con l’Università di Modena e Reggio Emilia
in qualità di Tutor d’aula – Supervisore di tirocinio
Enrica Fontani
Supervisore al tirocinio nel corso di Laurea in Scienze
della Formazione Primaria Università di Bologna
Monica Maccaferri
Musicoterapeuta, Direttore del Centro comunale di Musicoterapia
“M. Uboldi” di Novellara, docente all’Università di Parma
(facoltà di Medicina-Corso di laurea logopedia)
Mariagrazia Orlandini
Illustratrice di libri per l’infanzia
Michela Grasselli e Giuseppe Vitale
Atelieristi e illustratori di libri per l’infanzia
Lorenzo Lotti
Dirigente scolastico I.C. di Gattatico
Daniele Zanoni
Docente ed esperto in dislessia
Sara Rossi
Docente di musica (Ass. Italiana Gordon Apprendimento Musicale)
Licia Artoni
Organista e Docente di musica
Fabio bonvicini
Musicista
con la partecipazione straordinaria del pittore Alfonso borghi

Ecco perché non si può ignorare il pianto di un neonato

La reazione del cervello umano al pianto di un lattante arriva nel tempo di un battito di ciglia (anche in chi non ha fiUn neonato che piange è un suono che non potremmo ignorare nemmeno se lo volessimo, perché basta sentirlo per appena cento millisecondi (ovvero, il tempo di un battito di ciglia) per attivare i centri emotivi del nostro cervello ed ottenere così una reazione istantanea, mentre altri lamenti (come ad esempio un animale in difficoltà) non ottengono la stessa risposta-lampo.

REAZIONE IMMEDIATA – Insomma, l’essere umano – non importa se genitore o no – è programmato per reagire in maniera specifica e pressochè immediata al pianto di un bambino e la correlazione causa/effetto è stata analizzata da un team di Oxford guidato dalla dottoressa Christine Parsons, che ha poi presentato i risultati dello studio nel corso dell’annuale convegno della Society for Neuroscience , che si è chiuso mercoledì a New Orleans.

IL CERVELLO SCANDAGLIATO – Scannerizzando il cervello di 28 persone impegnate ad ascoltare una serie di urla diverse, è stato possibile valutarne la loro reazione, scoprendo come questa fosse decisamente più forte di fronte agli strepiti di un bimbo più che per altri tipi di suoni e che questo tipo di risposta valeva tanto per gli uomini quanto per le donne, indipendentemente dal fatto che avessero figli oppure no. «La ricerca è stata condotta su un campione senza figli e oltretutto senza particolari esperienze nella cura dei bambini – ha spiegato la Parsons al Daily Mail– eppure tutti, sia uomini che donne, hanno reagito nel medesimo modo e dopo un’esposizione di soli 100 millisecondi, confermando che si tratta di un tipo di reazione presente in ognuno di noi e quindi non legata allo status di genitore».

FORSE UNA SPIEGAZIONE ALLA DEPRESSIONE POST-PARTUM – In precedenza, sempre lo stesso studio aveva anche evidenziato come il pianto di un bambino accelerasse e migliorasse le azioni umane (la prova era stata fatta usando dei videogame che richiedevano velocità, destrezza e abilità), mentre un identico risultato non si otteneva se il disturbo sonoro era causato dal suono di un adulto in lacrime o dal canto acuto di un uccellino. Non a caso, secondo gli scienziati inglesi, proprio l’analisi di come il cervello di una persona senza particolari patologie risponda agli stimoli scatenati dal pianto di un bambino potrebbe servire a far luce sulla depressione post-partum, che colpisce un sempre più elevato numero di donne.

Simona Marchettigli.

Articolo tratto dal sito del Corriere della Sera

http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/12_ottobre_18/pianto-neonati-reazione-cervello_4ee8c524-191e-11e2-b7ea-e60076599502.shtml