Archivio | dicembre 2012

LA PEDAGOGIA IN AIUTO ALLA PERSONA: Controsensi Educativi

A cura di : Dr.ssa DANIELA PANIGONI Pedagogista Clinico e Mediatore Familiare
e-mail: dr.ssa@danielapanigoni.it

Avrà all’incirca sei o sette anni, ha i capelli scuri e due occhi neri bellissimi e profondi ma troppo
tristi per essere un bambino che sta andando sulle giostre. È lì seduto sul cavallo con lo sguardo
basso e gli occhi pieni di lacrime, la sua colpa è di non aver preso la coda! Per tutto il tempo del
giro di giostra il padre ha continuato a gridargli :” …dai, muoviti, prendila! Allora?? Ti vuoi
allungare un po’ di più?! Ma sei impedito?! Cosa ci vuole?! …” ma lui non ci è riuscito, la coda non
l’ha presa, è arrivata prima una bimbetta dai riccioli d’oro, più piccola di lui. Ha guardato il papà,
che ha scosso la testa con sguardo severo e deluso, e si è messo a piangere. La delusione del
papà è diventata ancora più tangibile e con la voce piena di rabbia lo ha consolato così :” ma cosa
piangi?? sei uno stupido! La prossima volta impegnati di più!”. Era lì davanti a me affranto,
frustrato, aveva appena deluso una delle persone più importanti della sua vita e molto
probabilmente si sentiva una nullità.
Tre anni su per giù, una folta chioma rossa, le lentiggini e uno sguardo gioioso concentrato sui
suoi movimenti, corre sul bagnasciuga e si diverte a vedere l’acqua che schizza di qua e di là,
affonda i piedi nella sabbia bagnata, li solleva e butta la sabbia nel mare. È un gioco che si ripete
sempre uguale a se stesso e che gli piace molto. Poco più avanti c’è la sua mamma seduta in riva
al mare alle prese con il cellulare. Non lo guarda, è assorta nei suoi pensieri. Ogni tanto lui la
chiama, le dice :”mamma, guarda!!” ma lei sembra non sentirlo proprio. Poi succede che qualche
goccia d’acqua arriva alla mamma e al suo prezioso cellulare, lei si gira di scatto, lo fulmina con lo
sguardo e gli dice :”Ma sei cretino!! Ti ho detto di non schizzare l’acqua, guarda cosa hai fatto! Se
non funziona più è colpa tua!”. Si alza e se ne va allo sdraio lasciandolo lì da solo. Il suo sorriso si
è spento, il suo meraviglioso gioco ha fatto arrabbiare la mamma e le ha rotto un giocattolo
probabilmente più importante di lui e delle sue emozioni. Scoppia a piangere, guarda in direzione
della mamma per cercare una sorta di consolazione ma lei non lo degna di uno sguardo. Smette di
giocare con l’acqua, si siede sulla sabbia mentre si asciuga le lacrime.
Ha quasi due anni ed è una bella bimba dai riccioli castani, si avvicina ad un bimbo che ha in mano
una macchinina, probabilmente la trova interessante e vorrebbe poterla toccare e guardare un po’
più da vicino, lo fissa e poi gli prende la macchinina dalle mani. Lui non fa una piega, sta lì di
fronte a lei e la guarda mentre osserva la sua macchinina. Senza dire una parola quei due bimbi si
sono detti tutto. Nei loro sguardi e nei loro gesti ci sono tutte le parole che, per la loro età, era
impossibile dirsi. :”ciao, che bella macchinina! La posso vedere?” “sì, certo, ma sto qui a vedere
che tu non la rompa e quando hai finito di guardarla la voglio riavere!”. Ma ecco che interviene la
mamma della bambina :” Ma cosa fai? Non toccare! Dalla subito al bimbo, non è tua!”, le strappa
la macchinina di mano e le dà una schiaffo sulle manine tremanti. Il bimbo spaventato scoppia a
piangere, anche la bimba piange mentre cerca di riprendersi la macchinina. Lo schiaffo ora le
arriva in viso mentre viene trascinata via dalla mamma.
Non so cosa sia accaduto prima, quando li ho incontrati stavano camminando una accanto all’altro
visibilmente arrabbiati. D’improvviso la bimba, di circa quattro anni, si ferma e si gira indietro a
fissare i suoi oggetti del desiderio in un negozietto sul lungo mare. A quel punto il padre da dietro
la spinge, lei cade a terra, lui la prende per un braccio e la solleva strattonandola. La bimba piange
disperata. Lui, spingendola nuovamente per farla camminare, le dice:” Muoviti!! Ti ho detto che
quella roba lì non la puoi avere! Se continui a piangere ti do anche una sberla!”. Lei ammutolisce,
abbassa lo sguardo e, con le lacrime che le scendono sulle guance rosse, inizia a camminare
accanto al padre.
Quattro situazioni diverse ma con un denominatore comune, un atto di violenza fisica o verbale
compiuto da un adulto su un bambino. Quattro situazioni realmente accadute, quattro bambini che
sono stati umiliati, feriti, spaventati, picchiati dalle persone che, più di tutte le altre, avrebbero
dovuto garantirgli protezione e amore. Quattro bambini tristi a cui mamma e papà hanno tolto il
sorriso, la spontaneità, la stima di se stessi, la possibilità di avere fiducia nel prossimo. Quattro
bambini che stanno imparando a gestire la propria vita con l’uso della violenza, fisica o verbale che
sia, perché così si comportano con loro la mamma e il papà. Ne ho citati quattro ma gli esempi
possono essere molti di più, accade ancora troppo spesso di dover assistere a malincuore a scene
di questo tipo. Il nostro mondo, purtroppo, è malato di violenza, ne siamo circondati e quasi non
ce ne rendiamo conto. “Save the Children” ha recentemente commissionato ad Ipsos una ricerca
sugli stili educativi genitoriali dalla quale è emerso che un genitore su quattro utilizza
costantemente punizioni corporali e le ritiene educative per i propri figli.
Diciamo che vogliamo il “Bene” dei nostri bambini e non esitiamo a picchiarli o umiliarli per
insegnare loro la “buona educazione”. Ma cosa c’è di buono in uno schiaffo? Cosa insegniamo ai
nostri bambini attraverso questi comportamenti? Perché un adulto che picchia un altro adulto
commette un reato e viene denunciato mentre un genitore che picchia suo figlio lo sta
“educando”?
A mio parere in questo modo di pensare c’è qualcosa di distorto, di malato. Utilizzare la violenza
per ottenere un comportamento corretto, o meglio, il comportamento da noi desiderato, non
significa educare. EDUCARE è un termine con un significato “nobile”, deriva dal latino e significa
“condurre fuori”, aiutare la persona nel proprio percorso di crescita a diventare “se stessa”, a tirare
fuori le proprie capacità, i valori, il potenziale che è insito in lei. Nulla a che vedere, quindi, con
l’ammaestramento attraverso mezzi di coercizione e punizione che utilizzino la violenza.
Ma cosa si intende per punizione corporale? Il Comitato ONU sui diritti dell’infanzia e
dell’adolescenza definisce le punizioni corporali come qualsiasi punizione che utilizzi la forza fisica
per infliggere un certo livello di dolore, non importa quanto lieve sia. Picchiare, schiaffeggiare,
sculacciare, tirare orecchie o capelli, colpire con oggetti vari, dare calci o scossoni, spingere per far
cadere a terra, graffiare, pizzicare, mordere, o ancora obbligare a restare in posizioni scomode,
provocare bruciature, costringere ad ingerire qualcosa con la forza. Qualsiasi punizione corporale è
considerata umiliante e degradante. Oltre ad esse, ed ugualmente degradanti, vi sono poi le
punizioni psicologiche che consistono nell’effettuare violenze verbali, gridare, insultare, deridere,
minacciare, mortificare, isolare o ignorare il bambino, negargli il proprio affetto, umiliare in
pubblico, offendere o sminuire, minacciare l’uso di violenza su persone, oggetti o animali cari al
bambino, minacciare il suo abbandono. (Commento Generale n°8 del 2006).
La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo dice che tutte le persone hanno dei diritti
fondamentali che devono essere rispettati. Tutte le persone devono essere trattate con rispetto e
dignità e hanno diritto alla protezione della loro integrità fisica e psichica. I bambini sono persone!
La Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza riconosce ai minori i diritti fondamentali,
anche all’interno del contesto familiare, per cui essi hanno diritto ad esprimere la propria
individualità, ad essere protetti da ogni tipo di violenza, ad essere ascoltati quando esprimono le
proprie opinioni, ad essere rispettati nella loro dignità. Quindi i genitori non possono infliggere
punizioni fisiche, o qualsiasi altra punizione degradante, per correggere il comportamento dei
propri figli. (art. 19 della Convenzione).
Purtroppo molti genitori pensano erroneamente che utilizzare uno stile educativo improntato alla
violenza sia l’unico modo di ottenere un comportamento “corretto” da parte dei figli. La realtà è
ben diversa, l’uso di atti violenti, fisici o verbali, non garantisce assolutamente una buona condotta
dei bambini, che reprimono rabbia e frustrazione fino a che sono troppo piccoli per poter reagire,
ed esplodono quando la loro età e le loro forze glielo permettono. L’uso di questo tipo di stile
genitoriale provoca molti danni, impedisce o indebolisce la creazione di un legame forte e basato
sulla fiducia, genera sentimenti di rancore e ostilità nei confronti dei genitori, compromette lo
sviluppo emotivo dei bambini, può procurare lesioni fisiche anche gravi con danni fisiologici
permanenti, insegna ai bambini ad utilizzare la violenza per affrontare le situazioni vissute,
esprimendo il messaggio implicito che “vale la legge del più forte”.
Quando si arriva ad usare questi metodi significa che il dialogo è fallito e la relazione genitori-figli è
in serio pericolo.
Cosa fare, allora? Forse fermarci un attimo a riflettere sul significato delle nostre azioni ci
permetterebbe di capire che tutte le situazioni gestite con la violenza sono indicatori della
frustrazione dell’adulto e che, sicuramente, quella stesse situazioni sarebbero potute essere gestite
in modo diverso, con calma, consapevolezza e responsabilità.
Ci vuole tanta pazienza e del tempo da dedicare ai bambini per poterli conoscere e per
comprendere il perché delle loro azioni. Parlare con loro, spiegargli il senso di una regola o di un
divieto, motivare una nostra azione, dare esempi positivi di relazione attraverso il nostro
comportamento. Tutto questo richiede attenzione, tempo, impegno. Ed è faticoso. Ma è l’unica
strada che ci permette di basare la relazione con i nostri figli sull’ascolto, lo scambio e la
comprensione. È indispensabile far capire ai bambini che ci sono delle regole che devono essere
rispettate, hanno bisogno di sapere che ci sono dei limiti che non possono superare, ma tutto
questo può essere fatto nel rispetto della loro individualità e dignità, senza autoritarismi o
maltrattamenti. Non serve picchiare i bambini, serve invece spiegare loro ogni cosa ed aiutarli ad
interpretare il mondo complesso in cui viviamo, serve premiare i comportamenti positivi con un
sorriso, un complimento, una parola buona, serve invitarli alla collaborazione con il nostro
esempio, serve averne rispetto perché solo così anche loro impareranno a rispettare gli altri.

Grazie di cuore a Daniela che ci ha permesso di pubblicare questo articolo

Annunci

Punture di zecche

La possibilità di contagio è massima in primavera – estate.

  1. Evitare le aree infestate da zecche (aree frequentate da cani, pecore, animali selvatici…).
  2. Difendere le zone del corpo a rischio (cuoio capelluto, braccia gambe) con indumenti idonei (cappello, camicie a maniche lunghe, calzari alti, pantaloni lunghi).
  3. Tornati a casa ispezionare con cura gli abiti e le zone a rischio (soprattutto le zone ricoperte da peli o le pieghe dove le zecche si annidano – ad es: genitali, ascelle -).
  4. Per staccare eventuali zecche: coprire l’acaro con una goccia di glicerina (o altro unguento), soffocandolo; poi rimuoverlo delicatamente con una pinzetta (assicurarsi di rimuovere il rostro, cioè la parte della bocca della zecca “agganciata alla pelle”). Disinfettare.
  5. N.B.: non schiacciare il corpo della zecca perchè ciò può facilitare l’infezione.
  6. Informare il medico.

Massima Sicurezza

Decalogo per la prevenzione degli incidenti domestici in età pediatriaca

Progetto “Casa Sicura”

Ministero delle Attività Produttive

  1. Controllare che l’altezza delle sponde del lettino o della culla sia sufficientemente elevata, con distanza tra le sbarre inferiore a 8 cm; il materasso deve essere aderente a tutto il perimetro del letto e nell’area giochi mettete sempre una coperta per terra. MAI LASCIARE IL BAMBINO SOLO SU UNA SUPERFICIE ELEVATA SENZA SPONDE (es.Tavolo)
  2. Se in casa ci sono scale, predisporre cancelletti in cima e in fondo. Le finestre e le porte devono avere chiusure di sicurezza interne. Accertarsi che le ringhiere dei balconi e dei davanzali siano sufficientemente alte. Non sistemare vasi, sedie o mobili sotto i davanzali su cui i bambini potrebbero salire.
  3. Regolare lo scaldabagno ad una temperatura inferiore a 50°C. e non lasciare mai da soli i bambini accanto a vasche da bagno piene di acqua, anche se tiepida. All’aperto controllare costantemente i bambini se giocano accanto a laghetti, mare, piscine e per i più piccoli anche canotti riempiti di acqua per giocare.
  4. Le prese di corrente vanno protette con dispositivi di sicurezza. Tenere lontano i bambini dai fili elettrici e dagli elettrodomestici in genere quando collegati alla rete elettrica.
  5. Non lasciare mai soli i bambini in cucina:girare sempre il manico delle pentole verso il muro e utilizzare i fornelli più interni. Non lasciare fiammiferi e accendini incustoditi
  6. Conservare in luoghi inaccessibili ai bambini, possibilmente sotto chiave, medicinali, prodotti per la pulizia della casa, detersivi, insetticidi o altre sostanze potenzialmente nocive. Non scambiare mai i contenitori, travasando le sostanze in bottiglie non appropriate (acqua minerale, bevande…)
  7. Attenzione agli oggetti e ai giocattoli con cui giocano i vostri figli. Gli oggetti con diametro inferiore a 4 cm sono facilmente ingeribili, specie dai bambini di età inferiore ai 4 anni (bottoni, spille, biglie, giochi smontabili, parti facilmente staccabili, monete). Molti oggetti inalati entrano nei polmoni e provocano soffocamento. Acquistate giocattoli sicuri, certificati dal marchio CE sulle etichette.
  8. Prestare attenzione agli oggetti taglienti (forbici, coltelli, lamette, vetri, porcellane). I bambini soprattutto quando dormono, non devono indossare catenelle, braccialetti, ciondoli. Non acquistare palloncini gonfiabili in lattice: a seguito della loro improvvisa rottura, i pezzetti che si formano sono facilmente inalabili.
  9. I bambini di età inferiore a 10 anni di età devono viaggiare sul sedile posteriore dell’auto, sistemati sul loro seggiolone o supporto di sicurezza. Illustrare ai bambini i pericoli della strada, insegnandogli ad attraversarla e a rispettare la segnaletica. Se possiedono un triciclo o una bicicletta accertatevi che vengano usati in luoghi sicuri.
  10. Tenere sempre a portata di mano il numero di telefono del Pediatra e del centro Antiveleni della vostra regione. Consultateli sempre anche se avete solo il dubbio che il vostro bambino abbia ingerito una sostanza potenzialmente tossica. Cercate di capire quando e quanta sostanza ha ingerito.

NOTA: Gli Ospedali Riuniti di Bergamo hanno un servizio attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e rispondono al numero: 800 88 33 00

www.casasicura.info

Asilo: 6-7 infezioni all’anno sono normali

Virus e batteri: le indicazioni per affrontare le immancabili «epidemie» scolastiche

MILANO – Ricomincia la scuola: fino a primavera sarà slalom fra raffreddori, mal di gola, influenza, tosse, diarree. La “condanna” è certa per i più piccoli, che si affacciano per la prima volta al nido o alla scuola dell’infanzia (la scuola materna, per intendersi); brutti incontri meno frequenti ma molto comuni anche per i più grandicelli delle elementari. La scuola sembra proprio il posto ideale per scambiarsi i germi. «I motivi sono vari – spiega Alberto Tozzi, responsabile di alta specializzazione in malattie infettive dell’unità di Epidemiologia e biostatistica dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma e direttore scientifico per la comunicazione della Società Italiana di Pediatria -. La scuola è un ambiente chiuso, dove i bambini vivono a stretto contatto per lunghi periodi: le condizioni ideali per il propagarsi di qualsiasi infezione. Il numero di bimbi che restano vittime di un contagio dipende dalla “cattiveria” del germe, dalle modalità di trasmissione e dal numero di contatti con gli altri».

«Il bimbo piccolo ha un sistema immune ancora “vergine”, che cioè non ha ancora incontrato i germi – spiega Pier Angelo Tovo, presidente della Società italiana di infettivologia pediatrica -. Venendo man mano in contatto coi microrganismi il bambino costruisce una memoria immunitaria che gli servirà poi per reagire contro le infezioni che ha già “visto”, quando le incontrerà di nuovo. La vita nella comunità scolastica aumenta le possibilità di questo contatto: un bimbo di due anni che sta a casa coi nonni può avere 3-4 infezioni respiratorie con tosse, raffreddore e febbre in un inverno; un bambino della stessa età che va al nido ne ha facilmente 6 o 7». Quasi sempre il responsabile è uno dei tantissimi virus respiratori che circolano nella stagione fredda. Spesso gli antibiotici non servono: «Esistono criteri specifici per decidere se è il caso di dare l’antibiotico, che va usato con buonsenso per non favorire la comparsa di resistenze – osserva Tozzi -. Se ci sono molti casi di infezioni virali e i sintomi suggeriscono l’assenza di una componente batterica, l’antibiotico non è necessario. In genere per decidere si aspetta da qualche ora a 1-2 giorni per vedere l’evoluzione della malattia».

Nella maggior parte dei casi bastano farmaci sintomatici e un po’ di pazienza perché tutto si risolva presto e bene. E sul “presto” c’è da ragionare: quanto bisogna aspettare prima di rimandare il bambino a scuola? «Se l’episodio è stato banale possono bastare 1-2 giorni di convalescenza senza febbre – consiglia Tovo -. L’importante è che il bimbo dia segno di avere recuperato: febbre a parte, ad esempio, non deve essere debilitato da una tosse eccessiva. Se il piccolo non si è ripreso bene infatti è più a rischio di ricadere in un nuovo episodio infettivo». Restare a casa qualche giorno serve anche a non diffondere il contagio: se il bimbo ha una semplice congiuntivite virale, ad esempio, deve restare a casa finché gli occhi non sono più arrossati o spargerà germi per tutta la classe. Per alcune malattie, come il morbillo o la varicella, la durata della convalescenza è stabilita da regole precise (si veda la tabella in questa pagina), in altri casi il rientro è condizionato dall’avvio della terapia antibiotica.
In ogni caso, nei primi anni di scuola le cose in genere vanno lisce per poco tempo. Ma quando ci si deve preoccupare? «Per esempio quando le malattie riguardano sempre o quasi un solo organo: otiti ripetute, frequenti bronchiti-broncopolmoniti, tonsilliti ricorrenti – interviene Giuseppe Di Mauro, presidente della Società italiana di pediatria preventiva e sociale -. In questi casi, o anche se il bimbo non cresce correttamente, non sta bene fra un episodio e l’altro o ha infezioni di una certa gravità, è utile discuterne con il pediatra».
Elena Meli 07 settembre 2011 Corriere della Sera

Il cibo del bambino

Con grande piacere ospitiamo la trasposizione, fatta da ravanello curioso, mamma, blogger e cuoca volontaria del progetto  cascina rosa,  della conferenza su cibo e bambini tenuta dal dottor Berrino, dell’istituto nazionale tumori di Milano.

Un’occasione unica per riflettere su:

  • Obesità e proteine
  • Omogeneizzati, latte materno, mensa scolastica
  • Colazione e cibo dei genitori
  • Sindrome ADHD, cibo bio e latte vaccino
  • Dieta mediterranea, disbiosi intestinale e raccomandazioni ufficiali

Il testo completo è disponibile presso questo link:

http://ravanellocurioso.files.wordpress.com/2012/11/11_09_07_conferenza-berrino.pdf

Diarrea: come comportarsi

Cos’e’ la diarrea?

La diarrea è un sintomo comune a diverse malattie, intestinali e non, che consiste nell’emissione di feci liquide con aumento del numero e del volume delle scariche. Nelle feci si può osservare schiuma, muco o catarro. Una diarrea abbondante (molte scariche di feci liquide al giorno) può comportare problemi di disidratazione, cioè perdita di acqua e di sali minerali.

La prima preoccupazione quindi, è di ristabilire un corretto apporto di liquidi e sali.

Come si tratta?

E’ utile sospendere l’alimentazione con cibi solidi per le prime 6/12 ore dall’inizio di sintomatologia e somministrare, in abbondanza, acqua con l’aggiunta di sali minerali: le soluzioni idrosaline. Questi preparati, acquistabili in farmacia, permettono di reintegrare le perdite di acqua e sali minerali e rappresentano la cura fondamentale per la diarrea. Nella maggior parte dei casi questi preparati si presentano in bustine che devono essere disciolte in acqua secondo le indicazioni scritte sulla confezione.

In caso sia presente anche vomito, somministrare le soluzioni reidratanti a piccoli sorsi, frequentemente e a temperatura fredda.

ATTENZIONE!!!

Queste soluzioni reintegrano le perdite di acqua, sali minerali e contengono già zucchero. Se si introduce altro zucchero, si rischia di favorire la diarrea. Trascorse 6 ore, si può reintrodurre l’alimentazione solida che il bambino aveva già in precedenza. I pasti devono essere offerti solo se “il bambino si sente di mangiare” e le porzioni devono essere ridotte. Non insistere o forzare mai il bambino a mangiare. Non ci sono cibi sconsigliati, tuttavia alcuni cibi (come lo yogurt, la mela, il brodo di carne, il pomodoro) in questa situazione possono favorire il vomito.

Le soluzioni reidratanti vanno continuamente offerte fino a che il bambino presenta scariche diarroiche. Se il bambino continua a presentare molte scariche e rifiuta le soluzioni reidratanti, oppure fa poca pipi o è molto abbattuto, E’ OPPORTUNO CONTATTARE IL PEDIATRA.

 

 

Felicità è giocare all’aperto

Uno studio dell’american journal of play invita i genitori a far giocare i bimbi fuori casa
Diminuirebbe il rischio di depressione
MILANO – “Non correre che ti fai male”, “Scendi subito da quell’albero”, “Non ti allontanare”, “Non toccare”, sono ammonimenti che chiunque ha sentito rivolgere ai bambini ma, sebbene motivati dall’intenzione genitoriale di evitare traumi e cadute varie, soffocano il naturale istinto dei bimbi al gioco libero e, secondo uno studio commissionato dall’American Journal of Play che indaga l’impatto della diminuzione del gioco libero e en plain air, questo comporterebbe conseguenze negative sullo sviluppo fisico, mentale e sociale dei piccoli.
IPERPROTETTIVITA’ E DEPRESSIONE – Insomma l’ansia dei genitori di evitare qualunque brutta esperienza ai propri figli diventa un invalicabile impedimento al gioco libero e all’aperto. La paura dell’esterno e degli estranei fanno sì che un padre e una madre anziché vigilare giustamente sulle attività ludiche dei propri pargoli si trasformino in sorveglianti implacabili che precludono loro le utili e sane esperienze del gioco tra simili. Secondo Peter Gray, psicologo del Boston College e autore della ricerca che ha aggregato e analizzato gli studi sul gioco degli ultimi decenni, “negli ultimi cinquant’anni le possibilità di giocare liberamente per i bambini sono diminuite sensibilmente negli Usa e negli altri Paesi sviluppati” e proprio da questa carente attività giocosa deriverebbe l’aumento di depressione, suicidio e narcisismo tra i giovani e i giovanissimi.
GIOCARE PER VIVERE – Il gioco riveste un ruolo molto importante nello sviluppo dei bambini e rappresenta una sorta di addestramento alla vita sociale e di palestra per sviluppare e mettere alla prova le proprie capacità. Esplorazioni, risoluzione di problemi pratici, gestione delle proprie emozioni, accettazione delle regole e delle gerarchie sono esperienze che i più piccoli devono fare, o meglio dovrebbero, per imparare quelle che sono le regole base della vita e per migliorare la propria attitudine ai rapporti sociali.
LE PAURE CHE FERMANO IL GIOCO – Diversi studi nel corso degli anni hanno osservato il declino del gioco libero e hanno cercato di individuarne le cause. Crimini, molestie sessuali e traffico stradale sono i principali timori espressi dalla maggior parte dei genitori. Altri hanno individuato nella televisione, nei videogiochi e in internet le sirene che attraggono i bimbi, chiudendoli in casa. Ma è altrettanto vero che un bambino o un ragazzino al quale è vietato uscire a giocare trova in questi supporti una minima consolazione ludica. Un’altra pista è quella che porta alla scuola e all’elevato numero di ore che i giovanissimi vi trascorrono e alle attività indirizzate verso la vita adulta che occupano le loro giornate, che assomigliano sempre più a quelle di manager in miniatura che a quelle di bimbi spensierati.
Emanuela Di Pasqua – Corriere della sera  30.8.2011