LA PEDAGOGIA IN AIUTO ALLA PERSONA: Controsensi Educativi

A cura di : Dr.ssa DANIELA PANIGONI Pedagogista Clinico e Mediatore Familiare
e-mail: dr.ssa@danielapanigoni.it

Avrà all’incirca sei o sette anni, ha i capelli scuri e due occhi neri bellissimi e profondi ma troppo
tristi per essere un bambino che sta andando sulle giostre. È lì seduto sul cavallo con lo sguardo
basso e gli occhi pieni di lacrime, la sua colpa è di non aver preso la coda! Per tutto il tempo del
giro di giostra il padre ha continuato a gridargli :” …dai, muoviti, prendila! Allora?? Ti vuoi
allungare un po’ di più?! Ma sei impedito?! Cosa ci vuole?! …” ma lui non ci è riuscito, la coda non
l’ha presa, è arrivata prima una bimbetta dai riccioli d’oro, più piccola di lui. Ha guardato il papà,
che ha scosso la testa con sguardo severo e deluso, e si è messo a piangere. La delusione del
papà è diventata ancora più tangibile e con la voce piena di rabbia lo ha consolato così :” ma cosa
piangi?? sei uno stupido! La prossima volta impegnati di più!”. Era lì davanti a me affranto,
frustrato, aveva appena deluso una delle persone più importanti della sua vita e molto
probabilmente si sentiva una nullità.
Tre anni su per giù, una folta chioma rossa, le lentiggini e uno sguardo gioioso concentrato sui
suoi movimenti, corre sul bagnasciuga e si diverte a vedere l’acqua che schizza di qua e di là,
affonda i piedi nella sabbia bagnata, li solleva e butta la sabbia nel mare. È un gioco che si ripete
sempre uguale a se stesso e che gli piace molto. Poco più avanti c’è la sua mamma seduta in riva
al mare alle prese con il cellulare. Non lo guarda, è assorta nei suoi pensieri. Ogni tanto lui la
chiama, le dice :”mamma, guarda!!” ma lei sembra non sentirlo proprio. Poi succede che qualche
goccia d’acqua arriva alla mamma e al suo prezioso cellulare, lei si gira di scatto, lo fulmina con lo
sguardo e gli dice :”Ma sei cretino!! Ti ho detto di non schizzare l’acqua, guarda cosa hai fatto! Se
non funziona più è colpa tua!”. Si alza e se ne va allo sdraio lasciandolo lì da solo. Il suo sorriso si
è spento, il suo meraviglioso gioco ha fatto arrabbiare la mamma e le ha rotto un giocattolo
probabilmente più importante di lui e delle sue emozioni. Scoppia a piangere, guarda in direzione
della mamma per cercare una sorta di consolazione ma lei non lo degna di uno sguardo. Smette di
giocare con l’acqua, si siede sulla sabbia mentre si asciuga le lacrime.
Ha quasi due anni ed è una bella bimba dai riccioli castani, si avvicina ad un bimbo che ha in mano
una macchinina, probabilmente la trova interessante e vorrebbe poterla toccare e guardare un po’
più da vicino, lo fissa e poi gli prende la macchinina dalle mani. Lui non fa una piega, sta lì di
fronte a lei e la guarda mentre osserva la sua macchinina. Senza dire una parola quei due bimbi si
sono detti tutto. Nei loro sguardi e nei loro gesti ci sono tutte le parole che, per la loro età, era
impossibile dirsi. :”ciao, che bella macchinina! La posso vedere?” “sì, certo, ma sto qui a vedere
che tu non la rompa e quando hai finito di guardarla la voglio riavere!”. Ma ecco che interviene la
mamma della bambina :” Ma cosa fai? Non toccare! Dalla subito al bimbo, non è tua!”, le strappa
la macchinina di mano e le dà una schiaffo sulle manine tremanti. Il bimbo spaventato scoppia a
piangere, anche la bimba piange mentre cerca di riprendersi la macchinina. Lo schiaffo ora le
arriva in viso mentre viene trascinata via dalla mamma.
Non so cosa sia accaduto prima, quando li ho incontrati stavano camminando una accanto all’altro
visibilmente arrabbiati. D’improvviso la bimba, di circa quattro anni, si ferma e si gira indietro a
fissare i suoi oggetti del desiderio in un negozietto sul lungo mare. A quel punto il padre da dietro
la spinge, lei cade a terra, lui la prende per un braccio e la solleva strattonandola. La bimba piange
disperata. Lui, spingendola nuovamente per farla camminare, le dice:” Muoviti!! Ti ho detto che
quella roba lì non la puoi avere! Se continui a piangere ti do anche una sberla!”. Lei ammutolisce,
abbassa lo sguardo e, con le lacrime che le scendono sulle guance rosse, inizia a camminare
accanto al padre.
Quattro situazioni diverse ma con un denominatore comune, un atto di violenza fisica o verbale
compiuto da un adulto su un bambino. Quattro situazioni realmente accadute, quattro bambini che
sono stati umiliati, feriti, spaventati, picchiati dalle persone che, più di tutte le altre, avrebbero
dovuto garantirgli protezione e amore. Quattro bambini tristi a cui mamma e papà hanno tolto il
sorriso, la spontaneità, la stima di se stessi, la possibilità di avere fiducia nel prossimo. Quattro
bambini che stanno imparando a gestire la propria vita con l’uso della violenza, fisica o verbale che
sia, perché così si comportano con loro la mamma e il papà. Ne ho citati quattro ma gli esempi
possono essere molti di più, accade ancora troppo spesso di dover assistere a malincuore a scene
di questo tipo. Il nostro mondo, purtroppo, è malato di violenza, ne siamo circondati e quasi non
ce ne rendiamo conto. “Save the Children” ha recentemente commissionato ad Ipsos una ricerca
sugli stili educativi genitoriali dalla quale è emerso che un genitore su quattro utilizza
costantemente punizioni corporali e le ritiene educative per i propri figli.
Diciamo che vogliamo il “Bene” dei nostri bambini e non esitiamo a picchiarli o umiliarli per
insegnare loro la “buona educazione”. Ma cosa c’è di buono in uno schiaffo? Cosa insegniamo ai
nostri bambini attraverso questi comportamenti? Perché un adulto che picchia un altro adulto
commette un reato e viene denunciato mentre un genitore che picchia suo figlio lo sta
“educando”?
A mio parere in questo modo di pensare c’è qualcosa di distorto, di malato. Utilizzare la violenza
per ottenere un comportamento corretto, o meglio, il comportamento da noi desiderato, non
significa educare. EDUCARE è un termine con un significato “nobile”, deriva dal latino e significa
“condurre fuori”, aiutare la persona nel proprio percorso di crescita a diventare “se stessa”, a tirare
fuori le proprie capacità, i valori, il potenziale che è insito in lei. Nulla a che vedere, quindi, con
l’ammaestramento attraverso mezzi di coercizione e punizione che utilizzino la violenza.
Ma cosa si intende per punizione corporale? Il Comitato ONU sui diritti dell’infanzia e
dell’adolescenza definisce le punizioni corporali come qualsiasi punizione che utilizzi la forza fisica
per infliggere un certo livello di dolore, non importa quanto lieve sia. Picchiare, schiaffeggiare,
sculacciare, tirare orecchie o capelli, colpire con oggetti vari, dare calci o scossoni, spingere per far
cadere a terra, graffiare, pizzicare, mordere, o ancora obbligare a restare in posizioni scomode,
provocare bruciature, costringere ad ingerire qualcosa con la forza. Qualsiasi punizione corporale è
considerata umiliante e degradante. Oltre ad esse, ed ugualmente degradanti, vi sono poi le
punizioni psicologiche che consistono nell’effettuare violenze verbali, gridare, insultare, deridere,
minacciare, mortificare, isolare o ignorare il bambino, negargli il proprio affetto, umiliare in
pubblico, offendere o sminuire, minacciare l’uso di violenza su persone, oggetti o animali cari al
bambino, minacciare il suo abbandono. (Commento Generale n°8 del 2006).
La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo dice che tutte le persone hanno dei diritti
fondamentali che devono essere rispettati. Tutte le persone devono essere trattate con rispetto e
dignità e hanno diritto alla protezione della loro integrità fisica e psichica. I bambini sono persone!
La Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza riconosce ai minori i diritti fondamentali,
anche all’interno del contesto familiare, per cui essi hanno diritto ad esprimere la propria
individualità, ad essere protetti da ogni tipo di violenza, ad essere ascoltati quando esprimono le
proprie opinioni, ad essere rispettati nella loro dignità. Quindi i genitori non possono infliggere
punizioni fisiche, o qualsiasi altra punizione degradante, per correggere il comportamento dei
propri figli. (art. 19 della Convenzione).
Purtroppo molti genitori pensano erroneamente che utilizzare uno stile educativo improntato alla
violenza sia l’unico modo di ottenere un comportamento “corretto” da parte dei figli. La realtà è
ben diversa, l’uso di atti violenti, fisici o verbali, non garantisce assolutamente una buona condotta
dei bambini, che reprimono rabbia e frustrazione fino a che sono troppo piccoli per poter reagire,
ed esplodono quando la loro età e le loro forze glielo permettono. L’uso di questo tipo di stile
genitoriale provoca molti danni, impedisce o indebolisce la creazione di un legame forte e basato
sulla fiducia, genera sentimenti di rancore e ostilità nei confronti dei genitori, compromette lo
sviluppo emotivo dei bambini, può procurare lesioni fisiche anche gravi con danni fisiologici
permanenti, insegna ai bambini ad utilizzare la violenza per affrontare le situazioni vissute,
esprimendo il messaggio implicito che “vale la legge del più forte”.
Quando si arriva ad usare questi metodi significa che il dialogo è fallito e la relazione genitori-figli è
in serio pericolo.
Cosa fare, allora? Forse fermarci un attimo a riflettere sul significato delle nostre azioni ci
permetterebbe di capire che tutte le situazioni gestite con la violenza sono indicatori della
frustrazione dell’adulto e che, sicuramente, quella stesse situazioni sarebbero potute essere gestite
in modo diverso, con calma, consapevolezza e responsabilità.
Ci vuole tanta pazienza e del tempo da dedicare ai bambini per poterli conoscere e per
comprendere il perché delle loro azioni. Parlare con loro, spiegargli il senso di una regola o di un
divieto, motivare una nostra azione, dare esempi positivi di relazione attraverso il nostro
comportamento. Tutto questo richiede attenzione, tempo, impegno. Ed è faticoso. Ma è l’unica
strada che ci permette di basare la relazione con i nostri figli sull’ascolto, lo scambio e la
comprensione. È indispensabile far capire ai bambini che ci sono delle regole che devono essere
rispettate, hanno bisogno di sapere che ci sono dei limiti che non possono superare, ma tutto
questo può essere fatto nel rispetto della loro individualità e dignità, senza autoritarismi o
maltrattamenti. Non serve picchiare i bambini, serve invece spiegare loro ogni cosa ed aiutarli ad
interpretare il mondo complesso in cui viviamo, serve premiare i comportamenti positivi con un
sorriso, un complimento, una parola buona, serve invitarli alla collaborazione con il nostro
esempio, serve averne rispetto perché solo così anche loro impareranno a rispettare gli altri.

Grazie di cuore a Daniela che ci ha permesso di pubblicare questo articolo

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