Don’t panic ! Organise: il lavoro di comunità come approccio creativo alla risoluzione dei problemi

Ospitiamo con grande piacere un articolo di Valentina, del Centro Famiglia per la Val d’Enza, ci auguriamo che leggendo le sue parole possa aumentare la consapevolezza verso il servizio (anzi i servizi) di confronto e crescita comunitaria che il Centro, quotidianamente, offre.

Care mamme, cari genitori, care famiglie: BUONA LETTURA🙂

Da tempo circola nei muri delle città e sulle immagini condivise dei social network la raffigurazione di un grande pesce che divora piccoli pesciolini intenti alla fuga in ordine sparso, è il panico.

Pesci

Nella sequenza successiva, però, i pesciolini si organizzano per costruire insieme un enorme pesce che terrorizza quello che prima era il predatore. Lo slogan dell’illustrazione è ‘ Niente panico. Organizzatevi ’.

Un’immagine che potrebbe rappresentare molte realtà di persone che oggi si organizzano, unendosi insieme per contrastare una situazione che li mette in pericolo o non li fa stare bene. Ciò che è veramente innovativo nella vita delle persone di oggi è l’idea che la ricerca del benessere non possa prescindere dalla forza della voce corale, una voce all’unisono che  rispetti allo stesso tempo tutte le diversità e che abbia anche un potere tale da scacciare il pesciolone.

Se ogni giorno si apre un qualsiasi giornale ci si rende conto di come il pesce predatore possa assumere mille forme e che più in generale il pescione rappresenti il PROBLEMA, la caterva di problemi che gravitano sulle nostre spalle. Cosa possono essere i problemi ? I problemi possono essere delle creature generatrici di quella paura che non lascia prendere respiro nelle persone e nei legami affettivi che le uniscono, della frustrazione che le porta a sentirsi sole e inferiori a qualcuno o a qualcosa, di impotenza al cambiamento e alla felicità. Ma i Problemi possono anche essere attivatori di legami, confronto, dialogo, generatori di risposte, attivatori di cambiamento, elementi di contrasto alla noia, alla passività, all’omologazione. Dai problemi ci risolleviamo per elaborare le soluzioni.

Dai Problemi le persone possono lasciarsi divorare oppure rendersi conto di essere veramente decisive nel miglioramento di questo mondo. E questa divergenza non è una colpa, è semplicemente  una fase di vita. Molto spesso l’essere stati pesciolini impauriti per tanto tempo dà la forza di voler cambiare un bel giorno in cui si decide di dire ‘Basta’.

A volte quindi capita che nascano gruppi autogestiti di persone che vivono in un dato territorio ( perché l’appartenenza è prima di tutto quotidiana e pratica ai luoghi, alle abitazioni ), si sentono appesantiti da un determinato problema e intendono cambiarlo perché in quella situazione semplicemente non vivono più bene. Pensiamo solo da quali immensi problemi quotidiani, locali e globali  ( =glocali ), nascono gruppi di cittadinanza attiva come i Gruppi di Acquisto Solidale, gli spazi autogestiti dai genitori, i gruppi di mutuo-aiuto, i comitati, le famiglie di quartiere o i gruppi informali di sostegno alla genitorialità come il vostro.

Il presente è il miglior teatro di questo cambiamento: si sta sviluppando l’idea che tutti dobbiamo e possiamo, come cittadini, essere sentinelle dei processi democratici e partecipativi . L’idea che le famiglie come forme organizzate di persone legate dall’amore abbiano il potere di essere al timone del miglioramento e quindi del futuro.

Non è retorica è pratica.

Talvolta la motivazione a stare insieme va sollecitata, è latente. Da qui nascono figure professionali come gli operatori di comunità che facilitano i processi di costruzione dei problemi e sostengono le risorse che ogni persona e famiglia può portare nell’organizzarsi per affrontarli. Il lavoro di comunità richiede professionalità, dunque, perché i problemi vanno fatti emergere e costruiti, non esistono se non se ne parla, o meglio esistono nella solitudine di ognuno e diventano insormontabili. Richiede professionalità perché vanno attivati i processi di collaborazione e partecipazione tra amministratori, operatori e il terzo settore che un tempo sostenevano e davano tutte le risposte e i cittadini che spesso le godevano o le subivano. Devono sostenere un equilibrio e rimettere in circolo diversità e idee in una modalità simmetrica e progettare insieme le azioni concrete.

Organizzare incontri, animazioni e cene, prendere contatti, confliggere e ricostruire, creare volantini, scrivere e condividere, informarsi sulle questioni, cercare un luogo ospitante, cercare persone nuove interessate, fermarsi sui momenti di crisi e sospensione dei progetti, costruire legami con i servizi e le associazioni, sforzarsi di capire come stanno gli altri oltre a come sto io, rinunciare a qualcosa, ritrovare qualcosa, preparare materiali magari fino a  serata inoltrata, preparare cibi e bevande per altri, aprire ad altri la porta di casa, muoversi da un posto all’altro, tenere in mente le persone, dare disponibilità e impegno, spendere energie, gestire le emozioni, cercare  le parole per raccontare, imparare dalle differenze, telefonare e inviare messaggi, rimettere in circolo informazioni e punti di vista.

Comporta certamente un sacrificio di sé, del proprio tempo libero. E’ innegabile e va riconosciuto a chi ci investe. Sul piatto della bilancia se ne ricava però quello che la seconda immagine sui pesciolini racconta in maniera tanto esplicita. Non tutti sono pronti a mettersi sul piatto, non tutti lo sono in tutti i momenti della propria vita. A volte si ha bisogno di intimità, ma laddove si apre lo spiraglio del bisogno del confronto e dell’apertura nasce il ‘candidato’ perfetto per attivare un progetto di comunità.

Come abbiamo detto lavorare per la propria comunità è un impegno decisamente molto pratico e positivo.

Un pratica però rafforzata anche da un sistema di valori: la lealtà, la fiducia reciproca, la solidarietà, l’autocritica e il superamento dei limiti, la legalità, l’assertività, la prossimità, la democraticità, la partecipazione, l’appartenenza, l’empatia, la volontà di vedere oltre le apparenze.

In un’epoca storica di crisi consolidata del quotidiano, la tendenza è quella di emarginare questi valori in un idealismo di lusso,  di chi ‘ se lo può permettere’.

Il lavoro di comunità è invece, se vogliamo, idealismo pratico: si lavora con le mani per raggiungere ciò a cui la mente e il cuore di molti ambiscono: una vita serena ed equilibrata assieme agli altri.

Ben Harper in ‘With my own two hands’ canta

Io posso cambiare il mondo
Con solo le mie due mani
Costruire un posto migliore
Con solo le mie due mani
Costruire un posto infantile
Con solo le mie due mani

La dedichiamo a chi ha ancora molti dubbi, dai dubbi nascono le creatività.

http://www.youtube.com/watch?v=aEnfy9qfdaU

Per info : centrofamiglie@unionevaldenza.it pagina Facebook ( Centro per le Famiglie Val d’Enza )

Tel : 0522.243721

3 thoughts on “Don’t panic ! Organise: il lavoro di comunità come approccio creativo alla risoluzione dei problemi

  1. “tutti dobbiamo e possiamo, come cittadini, essere sentinelle dei processi democratici e partecipativi “. Grazie Valentina, qui in Mums4Mums l’intento è quello di aiutarci, organizzarci e appartenere ad una comunitá di mamme e papá. Grazie ancora.

  2. grazie Valentina, le tue parole non solo mi trovano d’accordissimo, ma mi hanno toccato nel profondo, perché sono state davvero il motore che ha messo all’opera il nostro gruppo di mamme. Anni fa sono stata ad un concerto di Ben Harper all’Arena di Verona: ricordo ancora con grande emozione il momento in cui ha attaccato With my own two hands. Tutti ballavamo e cantavamo e lui, ad un certo punto, ha smesso di cantare e la band di suonare, ed ha lasciato che fossimo noi a costruire lo spettacolo, con le nostre mani:)

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