Archivi

Asilo: 6-7 infezioni all’anno sono normali

Virus e batteri: le indicazioni per affrontare le immancabili «epidemie» scolastiche

MILANO – Ricomincia la scuola: fino a primavera sarà slalom fra raffreddori, mal di gola, influenza, tosse, diarree. La “condanna” è certa per i più piccoli, che si affacciano per la prima volta al nido o alla scuola dell’infanzia (la scuola materna, per intendersi); brutti incontri meno frequenti ma molto comuni anche per i più grandicelli delle elementari. La scuola sembra proprio il posto ideale per scambiarsi i germi. «I motivi sono vari – spiega Alberto Tozzi, responsabile di alta specializzazione in malattie infettive dell’unità di Epidemiologia e biostatistica dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma e direttore scientifico per la comunicazione della Società Italiana di Pediatria -. La scuola è un ambiente chiuso, dove i bambini vivono a stretto contatto per lunghi periodi: le condizioni ideali per il propagarsi di qualsiasi infezione. Il numero di bimbi che restano vittime di un contagio dipende dalla “cattiveria” del germe, dalle modalità di trasmissione e dal numero di contatti con gli altri».

«Il bimbo piccolo ha un sistema immune ancora “vergine”, che cioè non ha ancora incontrato i germi – spiega Pier Angelo Tovo, presidente della Società italiana di infettivologia pediatrica -. Venendo man mano in contatto coi microrganismi il bambino costruisce una memoria immunitaria che gli servirà poi per reagire contro le infezioni che ha già “visto”, quando le incontrerà di nuovo. La vita nella comunità scolastica aumenta le possibilità di questo contatto: un bimbo di due anni che sta a casa coi nonni può avere 3-4 infezioni respiratorie con tosse, raffreddore e febbre in un inverno; un bambino della stessa età che va al nido ne ha facilmente 6 o 7». Quasi sempre il responsabile è uno dei tantissimi virus respiratori che circolano nella stagione fredda. Spesso gli antibiotici non servono: «Esistono criteri specifici per decidere se è il caso di dare l’antibiotico, che va usato con buonsenso per non favorire la comparsa di resistenze – osserva Tozzi -. Se ci sono molti casi di infezioni virali e i sintomi suggeriscono l’assenza di una componente batterica, l’antibiotico non è necessario. In genere per decidere si aspetta da qualche ora a 1-2 giorni per vedere l’evoluzione della malattia».

Nella maggior parte dei casi bastano farmaci sintomatici e un po’ di pazienza perché tutto si risolva presto e bene. E sul “presto” c’è da ragionare: quanto bisogna aspettare prima di rimandare il bambino a scuola? «Se l’episodio è stato banale possono bastare 1-2 giorni di convalescenza senza febbre – consiglia Tovo -. L’importante è che il bimbo dia segno di avere recuperato: febbre a parte, ad esempio, non deve essere debilitato da una tosse eccessiva. Se il piccolo non si è ripreso bene infatti è più a rischio di ricadere in un nuovo episodio infettivo». Restare a casa qualche giorno serve anche a non diffondere il contagio: se il bimbo ha una semplice congiuntivite virale, ad esempio, deve restare a casa finché gli occhi non sono più arrossati o spargerà germi per tutta la classe. Per alcune malattie, come il morbillo o la varicella, la durata della convalescenza è stabilita da regole precise (si veda la tabella in questa pagina), in altri casi il rientro è condizionato dall’avvio della terapia antibiotica.
In ogni caso, nei primi anni di scuola le cose in genere vanno lisce per poco tempo. Ma quando ci si deve preoccupare? «Per esempio quando le malattie riguardano sempre o quasi un solo organo: otiti ripetute, frequenti bronchiti-broncopolmoniti, tonsilliti ricorrenti – interviene Giuseppe Di Mauro, presidente della Società italiana di pediatria preventiva e sociale -. In questi casi, o anche se il bimbo non cresce correttamente, non sta bene fra un episodio e l’altro o ha infezioni di una certa gravità, è utile discuterne con il pediatra».
Elena Meli 07 settembre 2011 Corriere della Sera

IL CASO ILVA “Qui si nasce con il cancro” denuncia shock del pediatra.

Riporto un articolo, tratto dal sito di  La Repubblica, che tratta degli effetti nefasti dell’inquinamento ambientale sulla salute dei bambini. Credo sia importante rifelttere tutti su quanto l’inquinamento possa incidere sulla salute di tutti, e tanto più su quella dei piccoli. Francesca.

Il primario di pediatria dell’ospedale Ss Annunziata di Taranto, Giuseppe Merico: “È la madre a trasmetterlo, due episodi di neuroblastoma recenti. Questo prova che nella nostra città c’è stato un danno genotossico”

ARANTO  –  “Ci sono bambini che nascono con il cancro. È la mamma a trasmetterlo. Due casi li abbiamo scoperti di recente in ospedale”. Lascia senza parole l’allarme di Giuseppe Merico, il primario della struttura complessa di pediatria dell’ospedale Santissima Annunziata di Taranto. “Ci siamo accorti del cancro in questi bimbi al quarto giorno di vita  –  racconta – con lo screening che si esegue per verificare eventuali malformazioni dei reni. Si tratta di due casi di neuroblastoma. Questo prova che nella nostra città c’è stato un danno genotossico. Ed è terribile”.

Pino Merico non è un medico qualsiasi. La lotta all’inquinamento per lui è diventata una missione come quella di curare i bimbi. Nel giugno del 2007 ha fondato l’associazione “Bambini contro l’inquinamento” e nel marzo dell’anno successivo riuscì a portare in strada quindicimila persone. Mamme, papà e bimbi tutti uniti per dire basta alle polveri e ai fumi che avvelenano Taranto. “Vogliamo il cielo blu”, urlavano i bambini di Taranto quel giorno in piazza. Quella battaglia toccò anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che scrisse una lettera al pediatra capopopolo.

“Il presidente  –  aggiunge Merico – intervenne per sostenerci in una battaglia contro i veleni industriali. Contro di me si scagliarono in tanti e non tutti in buona fede. Oggi i dati del ministero della Salute confermano quello che io e i miei colleghi abbiano scoperto sul campo”. Ma il primario, che per primo denunciò la presenza di diossina nel latte materno, insiste sul danno genetico. “Guardare negli occhi i genitori e dire che il loro figlio è ammalato di tumore è un’esperienza straziante. A me  –  dice – è capitato troppe volte. Mi sono trovato di fronte a bimbi di pochi giorni di vita e di sei mesi con il cancro. Possono averlo contratto solo geneticamente. E chi sopravvive a sua volta potrà trasmetterlo ancora”.

di MARIO DILIBERTO

http://bari.repubblica.it/cronaca/2012/10/23/news/tumori_taranto-45119136/?ref=HREC1-3

Ecco perché non si può ignorare il pianto di un neonato

La reazione del cervello umano al pianto di un lattante arriva nel tempo di un battito di ciglia (anche in chi non ha fiUn neonato che piange è un suono che non potremmo ignorare nemmeno se lo volessimo, perché basta sentirlo per appena cento millisecondi (ovvero, il tempo di un battito di ciglia) per attivare i centri emotivi del nostro cervello ed ottenere così una reazione istantanea, mentre altri lamenti (come ad esempio un animale in difficoltà) non ottengono la stessa risposta-lampo.

REAZIONE IMMEDIATA – Insomma, l’essere umano – non importa se genitore o no – è programmato per reagire in maniera specifica e pressochè immediata al pianto di un bambino e la correlazione causa/effetto è stata analizzata da un team di Oxford guidato dalla dottoressa Christine Parsons, che ha poi presentato i risultati dello studio nel corso dell’annuale convegno della Society for Neuroscience , che si è chiuso mercoledì a New Orleans.

IL CERVELLO SCANDAGLIATO – Scannerizzando il cervello di 28 persone impegnate ad ascoltare una serie di urla diverse, è stato possibile valutarne la loro reazione, scoprendo come questa fosse decisamente più forte di fronte agli strepiti di un bimbo più che per altri tipi di suoni e che questo tipo di risposta valeva tanto per gli uomini quanto per le donne, indipendentemente dal fatto che avessero figli oppure no. «La ricerca è stata condotta su un campione senza figli e oltretutto senza particolari esperienze nella cura dei bambini – ha spiegato la Parsons al Daily Mail– eppure tutti, sia uomini che donne, hanno reagito nel medesimo modo e dopo un’esposizione di soli 100 millisecondi, confermando che si tratta di un tipo di reazione presente in ognuno di noi e quindi non legata allo status di genitore».

FORSE UNA SPIEGAZIONE ALLA DEPRESSIONE POST-PARTUM – In precedenza, sempre lo stesso studio aveva anche evidenziato come il pianto di un bambino accelerasse e migliorasse le azioni umane (la prova era stata fatta usando dei videogame che richiedevano velocità, destrezza e abilità), mentre un identico risultato non si otteneva se il disturbo sonoro era causato dal suono di un adulto in lacrime o dal canto acuto di un uccellino. Non a caso, secondo gli scienziati inglesi, proprio l’analisi di come il cervello di una persona senza particolari patologie risponda agli stimoli scatenati dal pianto di un bambino potrebbe servire a far luce sulla depressione post-partum, che colpisce un sempre più elevato numero di donne.

Simona Marchettigli.

Articolo tratto dal sito del Corriere della Sera

http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/12_ottobre_18/pianto-neonati-reazione-cervello_4ee8c524-191e-11e2-b7ea-e60076599502.shtml

Spazzolare è meglio che curare

di Nicola D`Andrea

La carie. Pochi lo sanno, ma è una malattia infettiva. In bocca sono presenti centinaia di microbi, che non provocano disturbi: alcuni di questi però (della specie Streptococcus) producono delle sostanze che fanno fermentare gli zuccheri e quindi alterano lo smalto e la dentina, facendo perdere i minerali essenziali per la buona salute del dente. Questi microbi possono vivere solo sulle superfici dure: diventano colonizzatori della bocca solo quando erompono i primi denti. Ormai sembra dimostrato da molti studi che il consumo di zuccheri, soprattutto con modalità del “poco e spesso”, è il principale fattore favorente la comparsa della carie.
La somministrazione di fluoro previene la carie. Sulle modalità di somministrazione ci sono suggerimenti non sempre concordanti tra gli esperti. Semplificando, sulla scorta dei consigli ufficiali del Ministero della Salute, ci si può orientare così: da 6 mesi a 3 anni 0,25 mg di fluoro al giorno; da 3 a 6 anni 0,50 mg e dai 6 ai 16 anni 1 mg. In commercio si trovano compresse e gocce. Questi dosaggi vanno bene per i bambini che vivono in aeree con acqua a basso contenuto di fluoro, cioè di minore di 0,6 ppm (parti per milione – vedi box). Come si può conoscere quanto fluoro contiene l’acqua che scorre dal nostro rubinetto? Ogni azienda-gestore dell’acquedotto di zona deve fornire il dato; alcune rilevazioni sono state condotte da Altroconsumo e sono reperibili al sito: altroconsumo.it/acquapotabile.
Ma per prevenire efficacemente la carie resta fondamentale l’uso dello spazzolino con il dentifricio.
Fino a un anno. Niente spazzolino, né dentifricio. Basta strofinare delicatamente con garza umida o con gli appositi ditalini di gomma sulle gengive e sui denti.
Da un anno a tre anni. Sì allo spazzolino, no al dentifricio. Il bambino deve iniziare a prendere confidenza con lo spazzolino, ma saranno sempre mamma e papà a pulire i denti. Niente dentifricio, quindi, fino a tre anni perché il bambino non è ancora in grado di controllare la deglutizione e ne ingerisce una quantità troppo alta (il 65% secondo alcuni studi).
Dopo i tre/quattro anni. Spazzolino e dentifricio. Sotto l`occhio vigile di mamma e papà, il bambino può iniziare a lavarsi i denti da solo con spazzolino e dentifricio. Quest`ultimo deve avere un contenuto di fluoro non superiore a 500 ppm (controllate in etichetta). Una quantità che garantisce il corretto apporto di fluoro per proteggere i denti, ma è abbastanza basso per evitare la fluorosi (degenerazione dello smalto dei denti, demineralizzazione e macchie).
Dai 6 anni in poi. È il momento dell`emancipazione. Il bimbo si lava i denti da solo e senza limiti di fluoro. Infatti, può usare un dentifricio per adulti (con 1000 ppm di fluoro) anche perché la quantità ingerita involontariamente scende al 30% perché i riflessi di deglutizione sono già sviluppati.

Quanto dentifricio e quale spazzolino? Basta poco dentifricio, la quantità necessaria a “sporcare” lo spazzolino. Infatti, la pulizia è data dal movimento meccanico dello spazzolino, che deve essere piccolo e con setole morbide. Sostituitelo appena le setole si rovinano. Attenzione agli spazzolini con pupazzetti e simili che hanno impugnature non adeguate e dimensioni spesso eccessive per un bambino rendendo difficile la pulizia dei denti.
Come si lavano? Facendo ruotare le setole dello spazzolino dalla gengiva al dente
Sono efficaci le sigillature dei solchi e delle fossette della superficie occlusale dei denti? È una metodica di prevenzione della carie molto efficace se viene praticata nei due anni successivi all’eruzione, controllandone l’integrità una volta l’anno. Consiste nella copertura di quelle irregolarità dello smalto dentario presenti sulle superfici masticatorie dei molari e dura fino a quindici anni. È indicata specialmente per i primi molari permanenti, data la loro posizione molto profonda nel cavo orale e perciò non facilmente aggredibile dallo spazzolino.
I peggiori nemici dei denti dei bambini? Il succhiotto con zucchero o miele e il biberon con acqua o latte zuccherato. Specialmente se utilizzati durante il sonno, quando la produzione di saliva, che ha comunque un’azione di “lavaggio”, è fortemente ridotta. Queste cattive abitudini sono la causa della carie particolarmente severa, che rapidamente distrugge il dente, con notevole disagio per il bambino: comporta dolore, ascessi e fistole, talvolta difficoltà di alimentazione e conseguente malnutrizione. Non è semplice curare tale condizione e quasi sempre bisogna ricorre a estrazioni multiple con disagi per i bambini e le loro famiglie.
Curare l’igiene orale è sempre importante, in gravidanza lo è ancora di più. Studi svolti in Finlandia, Stati Uniti e Cile e pubblicati sul Journal of Peridontology hanno rilevato che il 30% di gestanti con minacce di parto pre-termine prese in esame aveva nel liquido amniotico il Porphyromonas gingivalis, uno dei batteri responsabili dei disturbi paradontali più seri. Questa scoperta dimostra la capacità del microorganismo di attraversare la placenta e diffondersi nel liquido amniotico provocando un’infiammazione che può determinare persino la rottura precoce del sacco amniotico e quindi un parto prematuro. Nella saliva dei bambini si trovano gli stessi tipi di batteri che si trovano nella saliva della madre: la salute orale e dentale della madre, non favorisce lo sviluppo della carie nella dentatura decidua dei figli. Utilizzare regolarmente collutorio alla clorexidina durante la gravidanza impedisce o ritarda l’infezione da parte degli streptococchi responsabili della carie.

BASSA CONCENTRAZIONE
Un milligrammo è un millesimo di grammo, un grammo è un millesimo di chilogrammo. Così un milligrammo è un milionesimo di chilogrammo. Quindi un milligrammo è una parte per milione del chilogrammo: una sostanza ha un certo valore espresso in parti per milione (ppm), come dire “milligrammi per ogni chilogrammo”.

 

ACQUA MINERALE E FLUORO

Abbiamo detto che una parte del fluoro viene assunta bevendo acqua. Uppa, si sa, è per l’acqua del rubinetto, ma in qualche caso, per motivi di inquinamento dell’acqua dell’acquedotto, potrebbe essere necessario ricorrere all’acquisto di acqua in bottiglia, è utile perciò conoscerne il contenuto di fluoro

FLUORO PER BOCCA? NON TUTTI SONO D’ACCORDO
Nonostante si continui a sostenere l’importanza della fluoroprofilassi per bocca per la prevenzione della carie, è curioso notare come la Linea Guida italiana di cui si parla in questo articolo non riesca a risultare convincente in questo senso. Mancano, almeno così ci pare, le prove solide a sostegno di tale tesi (studi randomizzati e controllati). Per la somministrazione in gravidanza le evidenze sembrano addirittura sostenere il contrario. L’onere della prova sta, come sempre, ai sostenitori di tali interventi su tutta la popolazione; in assenza della prova stessa si può forse pensare di condurre uno studio ad hoc. Numerosi e convincenti sembrano, invece, gli studi e le revisioni sistematiche a favore dell’applicazione direttamente sulla superficie dei denti di prodotti a base di fluoro. In questo caso, tuttavia, andrebbero considerati alcuni problemi di fattibilità a livello economico e di acquisibilità di certe abitudini nel comportamento quotidiano. Sarà interessante analizzare i risultati di una nuova revisione degli articoli scientifici più recenti, che ha tra gli obiettivi la valutazione della somministrazione di fluoro per bocca nella prevenzione della carie e la verifica di eventuali differenze tra l’uso del fluoro per bocca, l’applicazione diretta sulla superficie dei denti e altre misure preventive.
Mattia Doria e Roberto Buzzetti
Da Medico e Bambino n. 3/2010 modificato

Articolo tratto dal sito di UPPA

http://www.uppa.it

UPPA: domande e risposte su allattamento prolungato e tipo di latte da dare ai bimbi

“Non so se potete togliermi questo fastidioso dilemma che mi assilla: riprendendo il lavoro e continuando ad allattare ho avuto un periodo di “crisi”in cui ero tentata di smettere di allattare la mia bambina di 1 anno, adesso ha 14 mesi ed ho deciso di aspettare che sia lei a “chiedermelo”, ma le persone a cui lo dico mi guardano come se fossi matta, ma è così assurdo? E` davvero impossibile che ciò avvenga? Tutti mi dicono ch non avverrà mai e che lei si attaccherà sempre di più e sarà sempre più difficile farla smettere, e che addirittura le farei del male perché la vizierei troppo. Questo è anche detto da quelli pro allattamento. Ma dopo l`anno di età cosa succede al latte, si trasforma? Grazie per i vostri utilissimi consigli Cristina”

RISPOSTA

Cara Cristina,
l`organizzazione mondiale della sanità consiglia di allattare per due anni e oltre, fin che mamma e bambino lo desiderano. Non esiste il bambino che non si stacca naturalemnte dal seno, ma il bisogno di suzione e l`epoca in cui un bambino è pronto a staccarsi autonomaente sono molto soggettivi. Alcuni studi antropologici hanno evidenziato che in media un bambino abbandona il seno spontaneamente intorno ai tre anni (con molte variabili naturali). Ciò non vuol dire che tutte le mamme debbano allattare fino a tre anni, ma che, naturalmente, tutti i bambini prima o poi si staccano dal seno.

L`allattamento prolungato non è più accettato dalla nostra società perchè i modelli sono cambiati, ma in realtà sono molte le mamme che allattano a lungo (semplicemnte non lo dicono). Inoltre, il latte materno dopo l`anno di vita continua ad avere un`importante funzione nutritiva (pensa che 2-3 poppate al giorno possono arrivare a fornire 1/3 delle calorie necessarie al bambino). Ogni mamma dovrebbe scegliere liberamente quale strada percorrere senza troppi condizionamenti esterni e secondo le proprie modalità (non è che l`allattamento deve per forza essere “selvaggio”, alcune mamme scelgono di offrire il seno solo di giorno, o solo di notte o solo la sera e la mattina o solo in casa); insomma il mio consiglio è che siate tu e il tuo piccolo  a scegliere e non chi ti circonda. Spero di esserti stata utile,
Elena Uga

 

“Dopo l`anno non risultano effetti negativi apprezzabili ma bisogna sempre ricordare che il latte vaccino, anche se biologico, rispetto al latte umano e alla formula sostitutiva è tutto un altro alimento.” Caro UPPA … mi spiega meglio che cosa significa ” è tutto un altro alimento”. Ho preso questa frase da una sua risposta rispetto al latte di crescita. Rispetto a un 3 anni fa i pediatri stanno spingendo molto il latte di crescita o proseguimento al posto di quello vaccino (dopo l`anno), mi domando se sono stati fatti studi scientifici da fonti non interessate a tal proposito Mi aiuta… io tre anni fa con il mio primo figlio a 15 mesi gli ho dato il latte vaccino… e nessuno mi parlava di quello di proseguimento…adesso però i pediatri lasciano intendere che sia migliore per il bambino anche fino ai 3 anni di età… Grazie Valentina Como”

RISPOSTA
Se diamo per scontato che il latte materno resta l`alimento ideale per i bambini anche fino a due tre anni, come dichiara l`OMS, ne consegue che il latte di vacca, ideale per i vitelli, non può considerarsi un vero sostituto, e per convincersene basta guardare la composizione. Questo non significa tuttavia che un latte di vacca più o meno modificato abbia ancora un senso dopo l`anno di vita quando il bambino è in grado di assumere tutto ciò che gli serve anche senza far mai ricorso a qualsivoglia tipo di latte, ma neanche che non possa far uso del latte vaccino come alimento di buona qualità nutrizionale nell`ambito di una dieta varia di tipo “mediterraneo”. Il che vuol dire anche che il latte di vacca e derivati sono benvenuti nella dieta ma non possono essere considerati la componente più importante o maggioritaria, anzi, pena pesanti conseguenze metaboliche a lungo termine.

Allergie e crescita, quanto fa bene il latte di mamma

Un bimbo che mangia fast food annulla gli effetti benefici della poppata ed è a rischio asma. L’allattamento naturale potenzia la salute fisica del piccolo, il sistema immunitario e riduce la probabilità di numerosi disturbi dell’apparato respiratorio, del sistema gastrointestinale e della pelle

di Adele Sarno

Chi mangia male annulla gli effetti benefici dell’allattamento al seno. E, secondo uno studio canadese pubblicato su Clinical and Experimental Allergy, se un bambino mangia hamburger e patatine più di una volta a settimana rischia di andare in contro all’asma. Perché un tipo di alimentazione sbagliata riduce uno dei vantaggi dell’allattamento, ovvero proteggere il bebè dalle malattie respiratorie. Insomma gli studiosi hanno analizzato circa 700 bambini, 250 dei quali con asma e i rimanenti senza. Ne hanno rilevato le abitudini alimentari e la storia personale, per poi arrivare alla conclusione che più aumentava il consumo di hamburger e patatine più cresceva l’asma. Inoltre, i dati raccolti confermavano gli effetti protettivi nei confronti dell’asma derivanti dall’essere stati allattati al seno, anche se questi benefici risultano evidenti solo nei bambini che non mangiano fast food o lo fanno solo occasionalmente.

“L’allattamento naturale – spiega la professoressa Alessandra Graziottin, direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica dell’H. San Raffaele Resnati di Milano – ha un effetto molto positivo sulla salute fisica del bambino, potenziandone il sistema immunitario e riducendo la probabilità di numerosi disturbi dell’apparato respiratorio, del sistema gastrointestinale e della pelle”.

Allergie: l’incidenza e la prevenzione.
L’incidenza di allergia alimentare nei bambini sotto i 3 anni è stata calcolata intorno all’8%, mentre la prevalenza di allergia al latte vaccino nell’età tra 1 e 2 anni risulta essere 2-2,5%, la maggior parte di questi casi (circa l’85%) sembra risolversi entro il terzo anno di età. “L’allattamento materno – aggiunge la Graziottin – stimola il sistema immunitario e restituisce al bambino gli anticorpi necessari. Per questo si può dire che allattare al seno resta la strategia più efficace per prevenire l’insorgenza di allergie alimentari”. Molti studi hanno analizzato hanno messo in relazione l’alimentazione nei primi mesi di vita e la possibilità di sviluppo di allergie alimentari in bambini che avevano in famiglia casi di persone allergiche. Ebbene l’effetto protettivo del latte materno è stato messo in relazione alla scarsa quantità di proteine alimentari che verrebbero trasferite al bambino mentre gli anticorpi presenti nel latte materno avrebbero la capacità di modulare le risposte immunologiche verso eventuali antigeni.

Gli altri effetti benefici dell’allattamento al seno.
“Più tempo si allatta meglio è. Dopo la battaglia a favore del latte artificiale operata dal marketing negli anni Settanta, oggi per fortuna si è di nuovo consapevoli dell’importanza di questo gesto antico, al punto che – anche in Italia – il tempo medio di allattamento è cresciuto. Secondo l’Istat oggi si alimenta il bambino al seno per quasi sette mesi, contro i sei di dieci anni fa. Questo è un elemento molto positivo – spiega la Graziottin – perché significa che le mamme stanno più tempo con i propri figli. L’allattamento al seno, infatti, non solo placa il bisogno di cibo nel modo più naturale, ma costituisce per un bambino la più gratificante delle esperienze a livello sensoriale, emotivo ed affettivo. Il piccolo cresce meglio, acquista sicurezza, dorme meglio e, in generale, ha un bioritmo più regolare”. Insomma il calore del seno, il contatto rassicurante dell’abbraccio, le parole sussurrate con dolcezza, il profumo della pelle della mamma (il primo stimolo sensoriale che il piccolo impara a riconoscere fra mille, ben prima del volto o della voce) inducono una calma profonda e gettano le basi per il miglior sviluppo affettivo, cognitivo ed emotivo del cucciolo d’uomo e del futuro adulto.

(20 febbraio 2009)

http://www.repubblica.it/salute/benessere-donna/gravidanza-e-parto/2009/02/20/news/allergie_e_crescita_quanto_fa_bene_il_latte_di_mamma-5586887/

Perché piange?

Di Dee Kassing, da Leaven, Dic. 1996-Gen 1997

 

Il bimbo piccolo ha pochi mezzi per comunicare i suoi bisogni. Non importa se si tratta di fame, dolore o solitudine, per lui che non capisce cosa significhi il tempo, sono tutte esigenze ugualmente urgenti ed immediate. Quindi, quando ha un bisogno, apre la bocca e fa l’unico rumore che riesce a fare: è un meccanismo di sopravvivenza arcaica che si mette in atto. Fino a che non impara altri modi di comunicare, e i genitori non cominciano a comprenderli, distinguerli e a rispondere meglio, quindi, il piccolo piange, e può anche piangere spesso.

Cosa vorrà dire? Come farlo smettere?

Finché il bambino ed i suoi genitori non si conoscono meglio, bisogna provare le possibili alternative, una alla volta. Poiché i pianti dei bambini piccoli sono programmati per suscitare comportamenti di conforto o attaccamento nei genitori, le risposte sono praticamente “scritte” nel nostro inconscio. Sentiamo il bisogno di prendere il bambino in braccio, di attaccarlo al seno, di dondolarlo. A volte funziona, ma non sempre. Succede anche che a volte un bambino pianga talmente tanto che la madre, emotivamente e fisicamente esaurita, smette di rispondere nella maniera più adatta al bambino. Forse, una volta accertato che il bambino non ha nessun problema fisico, i genitori, stremati, dopo aver sentito più volte da persone estranee il consiglio di lasciar piangere il bambino perché “ha bisogno di piangere per far maturare i polmoni”, fanno proprio questo.

Prima o poi la maggior parte dei bambini tende a piangere meno. Ma il bambino chiaramente non ne riceve beneficio, e ricerche recenti hanno dimostrato che questo non è un bene per altri motivi.[1]

· Il bambino che piange molto sta consumando molte energie che potrebbero altrimenti essere utilizzate per la crescita.

· Le madri che decidono che i loro bambini sono difficili tendono a interagire meno facilmente con loro, parlando loro meno spesso. Queste interazioni sono invece molto importanti per lo sviluppo del linguaggio.

· In più, se il genitore evita il bambino, anche il bambino a sua volta tende a ritirarsi.

È importante quindi cercare di capire le motivazioni del pianto e cercare una soluzione.

Quali sono le motivazioni più frequenti per il pianto del neonato?

Qui di seguito potrete trovare alcune idee. Se una singola soluzione non funzionasse, può essere utile scegliere alcuni suggerimenti da mettere in pratica contemporaneamente.

Motivazioni possibili (solo alcune!) del pianto
1. L’uso di anestesia epidurale o di altri farmaci durante il parto può causare irrequietezza per un periodo che va da alcuni giorni ad alcune settimane dopo il parto.

2. Il bambino allattato al seno ha bisogno di essere allattato più spesso di un bambino nutrito artificialmente. Il latte materno viene digerito molto velocemente, perciò i bambini allattati al seno potrebbero richiedere poppate ogni due ore o più frequentemente. I bambini nutriti con formula artificiale tendono a poppare invece ogni tre-quattro ore.

3. Molti bambini hanno periodi di irrequietezza per alcune ore, di solito durante il pomeriggio o la sera.

4. Durante gli scatti di crescita, i bambini richiedono poppate più frequenti per alcuni giorni. Queste fasi solitamente si verificano intorno alle due settimane, alle sei settimane ed ai tre-quattro mesi del bambino.

5. Una produzione di latte troppo bassa è una causa frequente di pianti o irrequietezza nel bambino. Per assicurarsi una produzione adeguata di latte, è importante allattare a richiesta (vedi punto 2 qui sopra). Ci sono però altri fattori che influiscono sull’ abilità della madre di produrre latte a sufficienza:
– il fumo inibisce il riflesso di emissione del latte, e quindi gioca un ruolo nella diminuzione della quantità di latte prodotto.
– Un consumo eccessivo di caffeina può rendere nervoso il bambino, che quindi, non succhiando bene, può a sua volta provocare una riduzione della quantità di latte. Sul consumo di caffeina incide la quantità di caffè consumato, ma anche diverse bibite la contengono in quantità significative. Mentre certi bambini non sono sensibili, altri la tollerano molto poco.
– L’abilità di estrarre il latte dal seno potrebbe essere influenzata negativamente da problemi di suzione del bambino. Se il latte non viene rimosso dal seno, non è possibile aumentarne la quantità prodotta. Il dolore persistente ai capezzoli è spesso un indicatore affidabile di problemi di posizionamento e di suzione.
– Un livello di stress insolitamente alto nella mamma può avere effetti negativi sul riflesso di emissione. La maggior parte delle neo-mamme vive situazioni di stress “normali”, ma alcune di loro devono far fronte a stress aggiuntivi, per esempio, la morte di un membro della famiglia o un trasloco.
– L’uso di alcuni farmaci, p.e. diuretici, antistaminici o contraccettivi ormonali può avere un effetto negativo sulla quantità di latte prodotta.
– L’ipotiroidismo non diagnosticato e quindi non trattato potrebbe diminuire la produzione del latte nella madre, e in più può essere causa di una stanchezza eccessiva.
– Un’alimentazione adeguata, compreso un consumo di liquidi in quantità sufficiente, può aiutare la mamma ad affrontare meglio i bisogni del suo bambino.

6. Il bambino potrebbe avere male al pancino? I bambini succhiano anche per confortarsi, e questo significa che stanno mettendo ancora più latte nella pancia già piena.
– Il bambino è allergico a qualcosa nell’ambiente o nella dieta della mamma?
– La mamma sta passando troppo spesso il bambino da un seno all’altro durante la poppata, con il risultato che questi riceve troppo primo latte?
– La mamma ha un riflesso d’emissione troppo forte? Se il latte passa con molta forza dall’esofago allo stomaco, può irritare i tessuti. In più, se un bambino rimane attaccato al seno quando il latte esce con forza, potrebbe ingoiare tanta aria.

7. Il bambino è stato controllato da un medico per escludere eventuali problemi? È il caso di ricontrollare il bambino, se piange spesso o in maniera preoccupante senza motivi evidenti.

8. Il cosiddetto “bambino ad alto bisogno” richiede molto contatto fisico. Quando viene preso in braccio si tranquillizza.

9. Alcuni bambini si annoiano e richiedono di essere più stimolati. Il bambino piccolo non può intrattenersi da solo, e gradisce a volte un cambiamento di ambiente.

10. Altri bambini, invece, hanno bisogno di meno stimoli di quanti ne ricevono. Alcuni proprio non gradiscono luce e rumori forti, mentre altri ricevono talmente tante attenzioni che a volte è il caso di stabilire delle regole che limitino prevalentemente alla madre il compito di tenere il bambino in braccio.

Possibili soluzioni
Se il problema è effettivamente uno scatto di crescita o una produzione di latte insufficiente, sarà necessario semplicemente attaccare il bambino più spesso al seno, e tenerlo lì per più tempo. Se è necessario del tempo per lavorare a una soluzione, allora la madre ha anche bisogno di utilizzare strategie per calmare il bambino, in attesa di risolvere il problema. Ci vogliono alcuni giorni per far abbassare i livelli di caffeina, nicotina o sostanze allergeniche presenti nel corpo della madre, è necessaria forse anche una settimana se il bambino è stato malato e deve recuperare la salute, e a volte servono alcune settimane per crescere e superare problemi di suzione, di noia, o altri di origine sconosciuta.

L’esperienza insegna diverse tecniche utili ai genitori di bambini irrequieti. Sono utilizzabili da chiunque desideri calmare un bambino. Anche i bambini nutriti artificialmente piangono, e queste tecniche sono utili per calmare anche loro.

Non esiste alcuna tecnica che funzioni comunque per tutti i bambini e, spesso, anche per il medesimo bambino tutte le volte. A volte ciascuna tecnica funziona solo per pochi minuti, e quindi la madre dovrà sviluppare diversi approcci e scegliere quale usare in quale momento, cambiando ed alternando secondo il bisogno. È utile stabilire una sequenza da ripetere più volte, magari nelle prime ore del mattino: i bambini tendono spesso ad essere irrequieti e svegli durante la notte, e per una mamma molto stanca è più facile cavarsela se per calmare il bambino non è costretta ad inventare continuamente qualcosa di nuovo.

1. Tenere il bambino in una fascia o marsupio. Alcuni bambini preferiscono essere girati all’infuori da poter “vedere il mondo”. Provate entrambe le soluzioni, fascia e marsupio, per vedere che cosa il bambino preferisce.

2. Fasciare il bambino in una copertina o in un lenzuolo. Alcuni bambini sentono il bisogno di essere “tenuti insieme” con le braccia sul petto, altrimenti si sentono persi e “disorganizzati”.

3. Dondolare il bambino.

4. Camminare con il bambino.

5. Utilizzare un movimento oscillatorio. Con i piedi fermi e tenendo il bambino fra le braccia o sulla spalla, muovere i fianchi da un lato all’altro.

6. Dondolare il bambino in un’ “amaca”. Mettere il bambino in un lenzuolino o in una copertina, con due persone che muovono insieme le due estremità raccolte. Il movimento laterale è preferito da alcuni bambini.

7. Utilizzare l’aspirapolvere mentre il bambino è nel marsupio. Forse troverà calmante il movimento e il rumore basso e costante.

8. Fare un giro in macchina. Più genitori di quanto si immagini hanno dormito alcune ore seduti in macchina dopo aver addormentato il piccolo nel seggiolino facendo un giro dell’isolato.

9. Tenere il bambino in una posizione da dove potrà vedere un disegno interessante. I disegni in bianco e nero o quelli che contengono il colore rosso interessano alcuni bambini.

10. Farlo guardare allo specchio. Molti bambini si divertono guardando la loro faccia riflessa.

11. Se il tempo è bello, andare fuori a guardare le foglie che si muovono sugli alberi con il vento.

12. Fargli vedere altre cose interessanti, per esempio i pesci in un acquario.

13. Tenere il bambino in una di queste varianti della “presa per le coliche”:
· Tenere il bambino pancia in giù sull’avambraccio piegato all’altezza del gomito, con la testa al gomito, la mano che tiene la gamba, e la parte interna del polso contro la pancia. In questa maniera la pressione aiuta l’aria ad uscire dalla pancia.
· Se il bambino non gradisce la pressione sulla pancia, si può tenere il bambino nella stessa posizione tranne per il polso che rimane al lato cosicché la pancia è libera. Con entrambe le variazioni si può anche fare massaggi alla schiena o far “volare” avanti e indietro il bambino.
· L’avambraccio piegato contro la pancia della mamma funge da sedia per il bambino, che ha la schiena contro il petto della madre ed è sostenuto dall’altro braccio all’altezza del petto. Questa posizione tiene aperto il sederino del bambino permettendogli di far uscire più facilmente l’aria.
· Tenere il bambino a cavalcioni sul fianco della mamma, girato all’infuori, mentre questa fa i soliti lavori o giri.

14. Provare a fare il massaggio “I love you” (o “I-L-U”)[2]. Tenete il bambino sulla schiena, steso sul letto o per terra, con la testa vicina a voi e i piedi più lontani. Il primo passo è di massaggiare dolcemente il bambino al lato sinistro dell’addome, iniziando alla vita e spostando la mano fino all’inguine, ripetendo il movimento tre-quattro volte. Questo è la “I”. Poi viene la “L”: prima un movimento dalla destra alla sinistra, al livello dell’ombelico, poi giù fino all’inguine sinistro, sempre diverse volte. E poi viene la “U”, iniziando all’inguine destro, spostando la mano verso il lato destro fino all’altezza della vita, poi verso il fianco sinistro e giù all’inguine sinistro. Così facendo, seguendo il tracciato dell’intestino in tre fasi, l’aria esce gradualmente senza accumularsi o bloccarsi, il che potrebbe causare dolore all’intestino.

15. Tenendo il bambino sulla spalla, massaggiargli la schiena, invece di dargli colpetti. I colpetti sono utili quando si cerca di far fare il ruttino al bambino, ma possono anche disturbare alcuni bambini. Quando si tratta di calmare un bambino che piange, spesso funziona meglio un movimento liscio.

16. Alcuni bambini che hanno un bisogno forte di suzione possono beneficiare dell’uso del succhiotto. Tuttavia, visto il rischio di confondere la tecnica di suzione del bambino, il succhiotto non dovrebbe essere introdotto fino a che l’allattamento non è ben stabilito. Prima di questo momento, se il bambino dovesse avere bisogno di succhiare, la mamma può fargli succhiare un suo dito (ben pulito e con l’unghia tagliata).

17. Un bel bagno tiepido insieme può essere rilassante. È necessario tenere la zona dell’ombelico asciutta fino a che non è completamente cicatrizzata.

18. Cantare. I bambini amano la voce della mamma e non criticano mai!!

19. Ballare con il bambino.
Conclusioni

La  ricetta per far smettere di piangere un bambino non sempre è nelle mani della mamma. Ci sono cause su cui non abbiamo nessun controllo. A volte una neo-mamma ci mette un po’ di tempo per capire che il suo bambino non sta piangendo perché lei lo lascia piangere. “Lasciarlo piangere” significa metterlo nella culla e andare via mentre lui strilla. A volte, tutto quello che si può fare è tenerlo in braccio, dondolandolo e cantandogli dolcemente nell’orecchio (una volta che i pianti si sono calmati). A volte, c’è solo da aspettare che smetta di piangere.
Bibliografia:

Boehle, D: Quando i neonati piangono. Opuscolo n. 20 LLL Italia
L’arte dell’allattamento materno, LLL Italia 2005.
Heffern, D: Helping breastfeeding moms cope with exhaustion, Midwifery today 1989; 12-14
Jones, S. Crying baby, sleepless nights. Harvard Common press 1992
Mohrbacher, N: Lo sciopero del poppante. Opuscolo n. 62 LLL Italia
Mohrbacher, N e Stock, J: Il Libro delel Risposte, LLL Italia 2006
Schwarz, A. Management of colic in breastfed infants in New Beginnings Sett-Ott 1997
Sears, W e M: The Baby Book. Little Brown &Co, 1993
Sears, W: The Fussy Baby, LLL International, 1985
Sears, W. Genitori di giorno e … di notte, LLL Italia 1991
Zeretzke, K, Allergies and the breastfeeding family, in New Beginnings, Luglio Agosto 1998
Altre letture utili in italiano:
Sears, W: Bambini “capricciosi” RED, 1996
Kitzinger, S. Quando il bambino piange, Sperling e Kupfer 1992

Note

[1] Vedere l’articolo “Non lasciate piangere i bambini – Rischi inerenti ai pianti dei lattanti” in L’allattamento moderno n. 14 primavera 1997, che sintetizza brevemente (elencando i riferimenti bibliografici) le ricerche disponibili ad oggi sugli effetti del pianto sul bambino piccolo. La pubblicazione in questione è disponibile presso le Consulenti de La Leche League.
[2] Questa tecnica è descritta nel libro della RED Bambini “capricciosi”, del dott. Sears.

Tratto da “La Leche League”

http://www.lllitalia.org/index.php?option=com_content&task=view&id=83&Itemid=47