Archivi

Trauma nel bambino e l’importanza di un trasporto sicuro

Croce Bianca & gruppo Mums4Mums
Venerdì 29 NOVEMBRE alle ore 20.30
presso A.P. Croce Bianca – Via Fellini 4 – Sant’Ilario d’Enza
CORSO GRATUITO
Trauma nel bambino e l’importanza di un trasporto sicuro in macchina. Piccoli incidenti in casa,cosa fare e come comportarsi in attesa dei soccorsi.
La serata sarà condotta dai volontari del gruppo formatori della Croce Bianca con l’intervento di un infermiere della centrale operativa 118 di Reggio Emilia.
Serata aperta a tutta la cittadinanza.

 

Questa sera ci sarà l’atteso incontro in Croce Bianca, vi chiedo di darne notizie agli interessati, perchè sono serate davvero utili che aiutano a i genitori (e chiunque abbia a che fare con i piccoli) a reagire in maniera più adeguata nei casi di emergenza. Accade che, pur agendo in buona fede, il trasporto in ospedale, la fretta e la paura peggiorino le condizioni del bambino. Tanti anni fa sono stata investita da un’auto,  ero alle elementari, tornavo a casa in bici, mi pare un sabato pomeriggio, come a tanti bimbi e ragazzini accade anche oggi. Ricordo ancora la botta, ma soprattutto ricordo il volontario della Croce Bianca che riprendeva in maniera molto concitata il signore che mi aveva soccorso, alzata e messa a sedere, su una sedia (!!!) saltata fuori da chissa dove, in mezzo ad una strada. Gli diceva che doveva lasciarmi stare, ferma, nel dubbio, aspettare i soccorsi. Ecco ringrazio ancora la voglia di agire di quel signore, ma sono più grata alla Croce che da tanti anni soccorre e insegna a soccorrere, perchè la buona volontà, in certi casi non basta. STASERA abbiamo tutti una grande possibilità: ci è regalata una serata per poter intervenire con coscienza in caso di piccoli traumi e a riconoscere i casi di emergenza, dove è necessario l’intervento di personale qualificato. PARTECIPATE e FATE PARTECIPARE!!!

 

Bimbi e sole

Tempo di estate, tempo di vacanza e finalmente tempo di sole.

Per proteggere i nostri bimbi dall’eccessiva esposizione, un articolo tratto da Quaderni ACP.

– Preferire le creme solari a schermo fisico che ci proteggono dai raggi UV di tipo B e A.
– Le creme devono avere un grado di protezione maggiore di 15.
– Evitare un eccesso di esposizione al sole e l’esposizione nelle ore “NO” (dalle 10 alle 16).
– Nelle ore “NO” usare indumenti coprenti e sostare in zone ombreggiate.

E soprattutto l’uso di una buona crema solare non deve andare a scapito della prudenza:

“per tutte le creme solari non è stata dimostrata l’efficacia nel prevenire i tumori della pelle. Addirittura alcuni studi hanno evidenziato che, mettendo una crema solare, si tende a esporsi al sole con tranquillità per un tempo maggiore, anche durante le ore considerate a maggiore rischio per i raggi UV, determinando in tal modo un aumento dei tumori della pelle.”

Buona estate e buon sole!!!

L’articolo completo lo trovate qui

 

Fenossietanolo (sostanza nei prodotti da bambino) ATTENZIONE

Mamme e papà, attenzione!!! Leggete in merito alle salviette e prodotti per bimbi.

L’Agenzia nazionale per la sicurezza dei medicinali e dei prodotti sanitari (Ansm) francese ha lanciato lo scorso novembre un allarme: “Il fenossietanolo è sospettato di essere tossico per la riproduzione e per lo sviluppo” e di conseguenza “non andrebbe più utilizzato nei prodotti cosmetici destinati ai bambini sotto i tre anni”.

Vi lascio due link nel quale è spiegato tutto.

http://www.eticamente.net/9636/fenossietanolo-pericoloso-per-la-salute-dei-bambini-fissan-pampers-e-chicco-lo-utilizzano.html

http://www.ilsalvagente.it/Sezione.jsp?idSezione=20295

Incontro tra mamme, bimbi e bambole

Domani ci sarà il nostro incontro tra mamme e papà a S.Ilario, nella Casa della Salute, avremo il piacere di ritrovarci insieme chiacchierando e facendo una cosa un pò speciale: una mamma ha deciso di condividere con tutte noi la sua capacità di creare bambole, per chi vuole ci sarà la possibilità di sperimentare quest’arte antica, creando qualcosa di speciale per il proprio piccolo.

Non serve nessuna abilità con ago e filo, anzi benvenute tutte le mamme che come noi  non sanno cucire nemmeno un bottone 🙂

Se siete interessati a saperne di più sull’arte di bambolaia, questo è il blog di Cinzia:

http://miraccontiunabambola.wordpress.com/

Don’t panic ! Organise: il lavoro di comunità come approccio creativo alla risoluzione dei problemi

Ospitiamo con grande piacere un articolo di Valentina, del Centro Famiglia per la Val d’Enza, ci auguriamo che leggendo le sue parole possa aumentare la consapevolezza verso il servizio (anzi i servizi) di confronto e crescita comunitaria che il Centro, quotidianamente, offre.

Care mamme, cari genitori, care famiglie: BUONA LETTURA 🙂

Da tempo circola nei muri delle città e sulle immagini condivise dei social network la raffigurazione di un grande pesce che divora piccoli pesciolini intenti alla fuga in ordine sparso, è il panico.

Pesci

Nella sequenza successiva, però, i pesciolini si organizzano per costruire insieme un enorme pesce che terrorizza quello che prima era il predatore. Lo slogan dell’illustrazione è ‘ Niente panico. Organizzatevi ’.

Un’immagine che potrebbe rappresentare molte realtà di persone che oggi si organizzano, unendosi insieme per contrastare una situazione che li mette in pericolo o non li fa stare bene. Ciò che è veramente innovativo nella vita delle persone di oggi è l’idea che la ricerca del benessere non possa prescindere dalla forza della voce corale, una voce all’unisono che  rispetti allo stesso tempo tutte le diversità e che abbia anche un potere tale da scacciare il pesciolone.

Se ogni giorno si apre un qualsiasi giornale ci si rende conto di come il pesce predatore possa assumere mille forme e che più in generale il pescione rappresenti il PROBLEMA, la caterva di problemi che gravitano sulle nostre spalle. Cosa possono essere i problemi ? I problemi possono essere delle creature generatrici di quella paura che non lascia prendere respiro nelle persone e nei legami affettivi che le uniscono, della frustrazione che le porta a sentirsi sole e inferiori a qualcuno o a qualcosa, di impotenza al cambiamento e alla felicità. Ma i Problemi possono anche essere attivatori di legami, confronto, dialogo, generatori di risposte, attivatori di cambiamento, elementi di contrasto alla noia, alla passività, all’omologazione. Dai problemi ci risolleviamo per elaborare le soluzioni.

Dai Problemi le persone possono lasciarsi divorare oppure rendersi conto di essere veramente decisive nel miglioramento di questo mondo. E questa divergenza non è una colpa, è semplicemente  una fase di vita. Molto spesso l’essere stati pesciolini impauriti per tanto tempo dà la forza di voler cambiare un bel giorno in cui si decide di dire ‘Basta’.

A volte quindi capita che nascano gruppi autogestiti di persone che vivono in un dato territorio ( perché l’appartenenza è prima di tutto quotidiana e pratica ai luoghi, alle abitazioni ), si sentono appesantiti da un determinato problema e intendono cambiarlo perché in quella situazione semplicemente non vivono più bene. Pensiamo solo da quali immensi problemi quotidiani, locali e globali  ( =glocali ), nascono gruppi di cittadinanza attiva come i Gruppi di Acquisto Solidale, gli spazi autogestiti dai genitori, i gruppi di mutuo-aiuto, i comitati, le famiglie di quartiere o i gruppi informali di sostegno alla genitorialità come il vostro.

Il presente è il miglior teatro di questo cambiamento: si sta sviluppando l’idea che tutti dobbiamo e possiamo, come cittadini, essere sentinelle dei processi democratici e partecipativi . L’idea che le famiglie come forme organizzate di persone legate dall’amore abbiano il potere di essere al timone del miglioramento e quindi del futuro.

Non è retorica è pratica.

Talvolta la motivazione a stare insieme va sollecitata, è latente. Da qui nascono figure professionali come gli operatori di comunità che facilitano i processi di costruzione dei problemi e sostengono le risorse che ogni persona e famiglia può portare nell’organizzarsi per affrontarli. Il lavoro di comunità richiede professionalità, dunque, perché i problemi vanno fatti emergere e costruiti, non esistono se non se ne parla, o meglio esistono nella solitudine di ognuno e diventano insormontabili. Richiede professionalità perché vanno attivati i processi di collaborazione e partecipazione tra amministratori, operatori e il terzo settore che un tempo sostenevano e davano tutte le risposte e i cittadini che spesso le godevano o le subivano. Devono sostenere un equilibrio e rimettere in circolo diversità e idee in una modalità simmetrica e progettare insieme le azioni concrete.

Organizzare incontri, animazioni e cene, prendere contatti, confliggere e ricostruire, creare volantini, scrivere e condividere, informarsi sulle questioni, cercare un luogo ospitante, cercare persone nuove interessate, fermarsi sui momenti di crisi e sospensione dei progetti, costruire legami con i servizi e le associazioni, sforzarsi di capire come stanno gli altri oltre a come sto io, rinunciare a qualcosa, ritrovare qualcosa, preparare materiali magari fino a  serata inoltrata, preparare cibi e bevande per altri, aprire ad altri la porta di casa, muoversi da un posto all’altro, tenere in mente le persone, dare disponibilità e impegno, spendere energie, gestire le emozioni, cercare  le parole per raccontare, imparare dalle differenze, telefonare e inviare messaggi, rimettere in circolo informazioni e punti di vista.

Comporta certamente un sacrificio di sé, del proprio tempo libero. E’ innegabile e va riconosciuto a chi ci investe. Sul piatto della bilancia se ne ricava però quello che la seconda immagine sui pesciolini racconta in maniera tanto esplicita. Non tutti sono pronti a mettersi sul piatto, non tutti lo sono in tutti i momenti della propria vita. A volte si ha bisogno di intimità, ma laddove si apre lo spiraglio del bisogno del confronto e dell’apertura nasce il ‘candidato’ perfetto per attivare un progetto di comunità.

Come abbiamo detto lavorare per la propria comunità è un impegno decisamente molto pratico e positivo.

Un pratica però rafforzata anche da un sistema di valori: la lealtà, la fiducia reciproca, la solidarietà, l’autocritica e il superamento dei limiti, la legalità, l’assertività, la prossimità, la democraticità, la partecipazione, l’appartenenza, l’empatia, la volontà di vedere oltre le apparenze.

In un’epoca storica di crisi consolidata del quotidiano, la tendenza è quella di emarginare questi valori in un idealismo di lusso,  di chi ‘ se lo può permettere’.

Il lavoro di comunità è invece, se vogliamo, idealismo pratico: si lavora con le mani per raggiungere ciò a cui la mente e il cuore di molti ambiscono: una vita serena ed equilibrata assieme agli altri.

Ben Harper in ‘With my own two hands’ canta

Io posso cambiare il mondo
Con solo le mie due mani
Costruire un posto migliore
Con solo le mie due mani
Costruire un posto infantile
Con solo le mie due mani

La dedichiamo a chi ha ancora molti dubbi, dai dubbi nascono le creatività.

http://www.youtube.com/watch?v=aEnfy9qfdaU

Per info : centrofamiglie@unionevaldenza.it pagina Facebook ( Centro per le Famiglie Val d’Enza )

Tel : 0522.243721

CSB Onlus

Il Centro per la Salute del Bambino è una ONLUS (organizzazione non lucrativa di utilità sociale) fondata nel febbraio del 1999 da un gruppo di professionisti che operano nel campo della salute nell’infanzia. (cit. dal sito)

Pubblica con cadenza trimestrale la newsletter FIN DA PICCOLI che nasce per  promuovere la conoscenza dell’efficacia degli interventi precoci.

Interventi che, effettuati nei primi anni di vita per la salute e lo sviluppo dei bambini, hanno poi conseguenze sulla qualità della vita dell’adulto.

A seguire trovate il link con tutte le uscite, spesso sono commenti a importanti ricerche pubblicate su riviste scientifiche, a cui non tutti i genitori hanno la possibilità di accedere.

Si può, inoltre, richiedere di ricevere gratuitamente la newsletter nella propria casella mail scrivendo a

info@csbonlus.org

A questo link trovate tutte le newsletter pubblicate ad oggi

http://www.csbonlus.org/?CONTENT=NEWS&newID=87

Buona lettura 🙂

LA PEDAGOGIA IN AIUTO ALLA PERSONA: Controsensi Educativi

A cura di : Dr.ssa DANIELA PANIGONI Pedagogista Clinico e Mediatore Familiare
e-mail: dr.ssa@danielapanigoni.it

Avrà all’incirca sei o sette anni, ha i capelli scuri e due occhi neri bellissimi e profondi ma troppo
tristi per essere un bambino che sta andando sulle giostre. È lì seduto sul cavallo con lo sguardo
basso e gli occhi pieni di lacrime, la sua colpa è di non aver preso la coda! Per tutto il tempo del
giro di giostra il padre ha continuato a gridargli :” …dai, muoviti, prendila! Allora?? Ti vuoi
allungare un po’ di più?! Ma sei impedito?! Cosa ci vuole?! …” ma lui non ci è riuscito, la coda non
l’ha presa, è arrivata prima una bimbetta dai riccioli d’oro, più piccola di lui. Ha guardato il papà,
che ha scosso la testa con sguardo severo e deluso, e si è messo a piangere. La delusione del
papà è diventata ancora più tangibile e con la voce piena di rabbia lo ha consolato così :” ma cosa
piangi?? sei uno stupido! La prossima volta impegnati di più!”. Era lì davanti a me affranto,
frustrato, aveva appena deluso una delle persone più importanti della sua vita e molto
probabilmente si sentiva una nullità.
Tre anni su per giù, una folta chioma rossa, le lentiggini e uno sguardo gioioso concentrato sui
suoi movimenti, corre sul bagnasciuga e si diverte a vedere l’acqua che schizza di qua e di là,
affonda i piedi nella sabbia bagnata, li solleva e butta la sabbia nel mare. È un gioco che si ripete
sempre uguale a se stesso e che gli piace molto. Poco più avanti c’è la sua mamma seduta in riva
al mare alle prese con il cellulare. Non lo guarda, è assorta nei suoi pensieri. Ogni tanto lui la
chiama, le dice :”mamma, guarda!!” ma lei sembra non sentirlo proprio. Poi succede che qualche
goccia d’acqua arriva alla mamma e al suo prezioso cellulare, lei si gira di scatto, lo fulmina con lo
sguardo e gli dice :”Ma sei cretino!! Ti ho detto di non schizzare l’acqua, guarda cosa hai fatto! Se
non funziona più è colpa tua!”. Si alza e se ne va allo sdraio lasciandolo lì da solo. Il suo sorriso si
è spento, il suo meraviglioso gioco ha fatto arrabbiare la mamma e le ha rotto un giocattolo
probabilmente più importante di lui e delle sue emozioni. Scoppia a piangere, guarda in direzione
della mamma per cercare una sorta di consolazione ma lei non lo degna di uno sguardo. Smette di
giocare con l’acqua, si siede sulla sabbia mentre si asciuga le lacrime.
Ha quasi due anni ed è una bella bimba dai riccioli castani, si avvicina ad un bimbo che ha in mano
una macchinina, probabilmente la trova interessante e vorrebbe poterla toccare e guardare un po’
più da vicino, lo fissa e poi gli prende la macchinina dalle mani. Lui non fa una piega, sta lì di
fronte a lei e la guarda mentre osserva la sua macchinina. Senza dire una parola quei due bimbi si
sono detti tutto. Nei loro sguardi e nei loro gesti ci sono tutte le parole che, per la loro età, era
impossibile dirsi. :”ciao, che bella macchinina! La posso vedere?” “sì, certo, ma sto qui a vedere
che tu non la rompa e quando hai finito di guardarla la voglio riavere!”. Ma ecco che interviene la
mamma della bambina :” Ma cosa fai? Non toccare! Dalla subito al bimbo, non è tua!”, le strappa
la macchinina di mano e le dà una schiaffo sulle manine tremanti. Il bimbo spaventato scoppia a
piangere, anche la bimba piange mentre cerca di riprendersi la macchinina. Lo schiaffo ora le
arriva in viso mentre viene trascinata via dalla mamma.
Non so cosa sia accaduto prima, quando li ho incontrati stavano camminando una accanto all’altro
visibilmente arrabbiati. D’improvviso la bimba, di circa quattro anni, si ferma e si gira indietro a
fissare i suoi oggetti del desiderio in un negozietto sul lungo mare. A quel punto il padre da dietro
la spinge, lei cade a terra, lui la prende per un braccio e la solleva strattonandola. La bimba piange
disperata. Lui, spingendola nuovamente per farla camminare, le dice:” Muoviti!! Ti ho detto che
quella roba lì non la puoi avere! Se continui a piangere ti do anche una sberla!”. Lei ammutolisce,
abbassa lo sguardo e, con le lacrime che le scendono sulle guance rosse, inizia a camminare
accanto al padre.
Quattro situazioni diverse ma con un denominatore comune, un atto di violenza fisica o verbale
compiuto da un adulto su un bambino. Quattro situazioni realmente accadute, quattro bambini che
sono stati umiliati, feriti, spaventati, picchiati dalle persone che, più di tutte le altre, avrebbero
dovuto garantirgli protezione e amore. Quattro bambini tristi a cui mamma e papà hanno tolto il
sorriso, la spontaneità, la stima di se stessi, la possibilità di avere fiducia nel prossimo. Quattro
bambini che stanno imparando a gestire la propria vita con l’uso della violenza, fisica o verbale che
sia, perché così si comportano con loro la mamma e il papà. Ne ho citati quattro ma gli esempi
possono essere molti di più, accade ancora troppo spesso di dover assistere a malincuore a scene
di questo tipo. Il nostro mondo, purtroppo, è malato di violenza, ne siamo circondati e quasi non
ce ne rendiamo conto. “Save the Children” ha recentemente commissionato ad Ipsos una ricerca
sugli stili educativi genitoriali dalla quale è emerso che un genitore su quattro utilizza
costantemente punizioni corporali e le ritiene educative per i propri figli.
Diciamo che vogliamo il “Bene” dei nostri bambini e non esitiamo a picchiarli o umiliarli per
insegnare loro la “buona educazione”. Ma cosa c’è di buono in uno schiaffo? Cosa insegniamo ai
nostri bambini attraverso questi comportamenti? Perché un adulto che picchia un altro adulto
commette un reato e viene denunciato mentre un genitore che picchia suo figlio lo sta
“educando”?
A mio parere in questo modo di pensare c’è qualcosa di distorto, di malato. Utilizzare la violenza
per ottenere un comportamento corretto, o meglio, il comportamento da noi desiderato, non
significa educare. EDUCARE è un termine con un significato “nobile”, deriva dal latino e significa
“condurre fuori”, aiutare la persona nel proprio percorso di crescita a diventare “se stessa”, a tirare
fuori le proprie capacità, i valori, il potenziale che è insito in lei. Nulla a che vedere, quindi, con
l’ammaestramento attraverso mezzi di coercizione e punizione che utilizzino la violenza.
Ma cosa si intende per punizione corporale? Il Comitato ONU sui diritti dell’infanzia e
dell’adolescenza definisce le punizioni corporali come qualsiasi punizione che utilizzi la forza fisica
per infliggere un certo livello di dolore, non importa quanto lieve sia. Picchiare, schiaffeggiare,
sculacciare, tirare orecchie o capelli, colpire con oggetti vari, dare calci o scossoni, spingere per far
cadere a terra, graffiare, pizzicare, mordere, o ancora obbligare a restare in posizioni scomode,
provocare bruciature, costringere ad ingerire qualcosa con la forza. Qualsiasi punizione corporale è
considerata umiliante e degradante. Oltre ad esse, ed ugualmente degradanti, vi sono poi le
punizioni psicologiche che consistono nell’effettuare violenze verbali, gridare, insultare, deridere,
minacciare, mortificare, isolare o ignorare il bambino, negargli il proprio affetto, umiliare in
pubblico, offendere o sminuire, minacciare l’uso di violenza su persone, oggetti o animali cari al
bambino, minacciare il suo abbandono. (Commento Generale n°8 del 2006).
La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo dice che tutte le persone hanno dei diritti
fondamentali che devono essere rispettati. Tutte le persone devono essere trattate con rispetto e
dignità e hanno diritto alla protezione della loro integrità fisica e psichica. I bambini sono persone!
La Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza riconosce ai minori i diritti fondamentali,
anche all’interno del contesto familiare, per cui essi hanno diritto ad esprimere la propria
individualità, ad essere protetti da ogni tipo di violenza, ad essere ascoltati quando esprimono le
proprie opinioni, ad essere rispettati nella loro dignità. Quindi i genitori non possono infliggere
punizioni fisiche, o qualsiasi altra punizione degradante, per correggere il comportamento dei
propri figli. (art. 19 della Convenzione).
Purtroppo molti genitori pensano erroneamente che utilizzare uno stile educativo improntato alla
violenza sia l’unico modo di ottenere un comportamento “corretto” da parte dei figli. La realtà è
ben diversa, l’uso di atti violenti, fisici o verbali, non garantisce assolutamente una buona condotta
dei bambini, che reprimono rabbia e frustrazione fino a che sono troppo piccoli per poter reagire,
ed esplodono quando la loro età e le loro forze glielo permettono. L’uso di questo tipo di stile
genitoriale provoca molti danni, impedisce o indebolisce la creazione di un legame forte e basato
sulla fiducia, genera sentimenti di rancore e ostilità nei confronti dei genitori, compromette lo
sviluppo emotivo dei bambini, può procurare lesioni fisiche anche gravi con danni fisiologici
permanenti, insegna ai bambini ad utilizzare la violenza per affrontare le situazioni vissute,
esprimendo il messaggio implicito che “vale la legge del più forte”.
Quando si arriva ad usare questi metodi significa che il dialogo è fallito e la relazione genitori-figli è
in serio pericolo.
Cosa fare, allora? Forse fermarci un attimo a riflettere sul significato delle nostre azioni ci
permetterebbe di capire che tutte le situazioni gestite con la violenza sono indicatori della
frustrazione dell’adulto e che, sicuramente, quella stesse situazioni sarebbero potute essere gestite
in modo diverso, con calma, consapevolezza e responsabilità.
Ci vuole tanta pazienza e del tempo da dedicare ai bambini per poterli conoscere e per
comprendere il perché delle loro azioni. Parlare con loro, spiegargli il senso di una regola o di un
divieto, motivare una nostra azione, dare esempi positivi di relazione attraverso il nostro
comportamento. Tutto questo richiede attenzione, tempo, impegno. Ed è faticoso. Ma è l’unica
strada che ci permette di basare la relazione con i nostri figli sull’ascolto, lo scambio e la
comprensione. È indispensabile far capire ai bambini che ci sono delle regole che devono essere
rispettate, hanno bisogno di sapere che ci sono dei limiti che non possono superare, ma tutto
questo può essere fatto nel rispetto della loro individualità e dignità, senza autoritarismi o
maltrattamenti. Non serve picchiare i bambini, serve invece spiegare loro ogni cosa ed aiutarli ad
interpretare il mondo complesso in cui viviamo, serve premiare i comportamenti positivi con un
sorriso, un complimento, una parola buona, serve invitarli alla collaborazione con il nostro
esempio, serve averne rispetto perché solo così anche loro impareranno a rispettare gli altri.

Grazie di cuore a Daniela che ci ha permesso di pubblicare questo articolo

Felicità è giocare all’aperto

Uno studio dell’american journal of play invita i genitori a far giocare i bimbi fuori casa
Diminuirebbe il rischio di depressione
MILANO – “Non correre che ti fai male”, “Scendi subito da quell’albero”, “Non ti allontanare”, “Non toccare”, sono ammonimenti che chiunque ha sentito rivolgere ai bambini ma, sebbene motivati dall’intenzione genitoriale di evitare traumi e cadute varie, soffocano il naturale istinto dei bimbi al gioco libero e, secondo uno studio commissionato dall’American Journal of Play che indaga l’impatto della diminuzione del gioco libero e en plain air, questo comporterebbe conseguenze negative sullo sviluppo fisico, mentale e sociale dei piccoli.
IPERPROTETTIVITA’ E DEPRESSIONE – Insomma l’ansia dei genitori di evitare qualunque brutta esperienza ai propri figli diventa un invalicabile impedimento al gioco libero e all’aperto. La paura dell’esterno e degli estranei fanno sì che un padre e una madre anziché vigilare giustamente sulle attività ludiche dei propri pargoli si trasformino in sorveglianti implacabili che precludono loro le utili e sane esperienze del gioco tra simili. Secondo Peter Gray, psicologo del Boston College e autore della ricerca che ha aggregato e analizzato gli studi sul gioco degli ultimi decenni, “negli ultimi cinquant’anni le possibilità di giocare liberamente per i bambini sono diminuite sensibilmente negli Usa e negli altri Paesi sviluppati” e proprio da questa carente attività giocosa deriverebbe l’aumento di depressione, suicidio e narcisismo tra i giovani e i giovanissimi.
GIOCARE PER VIVERE – Il gioco riveste un ruolo molto importante nello sviluppo dei bambini e rappresenta una sorta di addestramento alla vita sociale e di palestra per sviluppare e mettere alla prova le proprie capacità. Esplorazioni, risoluzione di problemi pratici, gestione delle proprie emozioni, accettazione delle regole e delle gerarchie sono esperienze che i più piccoli devono fare, o meglio dovrebbero, per imparare quelle che sono le regole base della vita e per migliorare la propria attitudine ai rapporti sociali.
LE PAURE CHE FERMANO IL GIOCO – Diversi studi nel corso degli anni hanno osservato il declino del gioco libero e hanno cercato di individuarne le cause. Crimini, molestie sessuali e traffico stradale sono i principali timori espressi dalla maggior parte dei genitori. Altri hanno individuato nella televisione, nei videogiochi e in internet le sirene che attraggono i bimbi, chiudendoli in casa. Ma è altrettanto vero che un bambino o un ragazzino al quale è vietato uscire a giocare trova in questi supporti una minima consolazione ludica. Un’altra pista è quella che porta alla scuola e all’elevato numero di ore che i giovanissimi vi trascorrono e alle attività indirizzate verso la vita adulta che occupano le loro giornate, che assomigliano sempre più a quelle di manager in miniatura che a quelle di bimbi spensierati.
Emanuela Di Pasqua – Corriere della sera  30.8.2011

LEGGERE CON UN BAMBINO E’ IMPORTANTE PERCHE’…

 

  • Fino da quando nasce, ed anche prima, il bambino è in grado ed è contento di ascoltare la voce umana, sia che canti racconti o legga una storia
  • Si stabilisce con lui un rapporto speciale intimo e intenso che fa desiderare al bambino che l’esperienza sia ripetuta nel tempo favorendo l’abitudine all’ascolto che è fondamentale per il bambino ma che permette all’adulto di approfondire la conoscenza dei libri (escursioni in biblioteca o in libreria), a migliorare il modo di proporli e creare delle maggiori possibilità di incontro fra bambino e libri
  • Attraverso i libri il bambino aumenta i tempi di attenzione, e sollecita la sua capacità immaginativa. ( la televisione invece l’annulla)
  • Fino dai primi anni di vita le capacità di apprendimento linguistico del bambino sono molto sviluppate, quindi più stimoli e scambi linguistici si offrono maggior sarà la sua capacità linguistica.
  • Le storie ascoltare permettono al bambino di creare collegamenti logici tra i vari avvenimenti e permette loro di ampliare i propri orizzonti.
  • Il rapporto quotidiano con il libro, costruisce la premessa ideale per la lettura individuale che verrà in seguito. Nei primi anni di vita il bambino copia i genitori
  • Condividendo i libri e le storie l’adulto cresce con il bambino

 

CHE LIBRO SCEGLIERE…

  • I libri destinati alla prima infanzia devono essere sicuri, non tossici lavabili, privi di elementi potenzialmente pericolosi con il marchio CE
  • Alta leggibilità, senza stereotipi con immagini chiare e testi intelligenti che creano curiosità nei bambini, mai banali, che stimolano sia gli adulti che i bambini.
  • I libri devono essere di cartone spesso e piccoli così i bambini possono prenderli in mano

Grazie ad Antonella, bibliotecaria di Quattro Castella che ha ci ha fornito questo articolo

Bambino coccolato non significa viziato

Attenzione! Non troppe coccole. Così lo viziamo. Bisogna stare attenti a non eccedere con i gesti d’amore. Dosarli, centellinarli. Altrimenti…

Altrimenti? Ma di cosa ha paura la nostra società? Che mettiamo in circolazione troppo amore, gentilezza e disponibilità?

Quando si dice che le coccole, il latte della mamma, la vicinanza non sono vizi (pregiudizio assai diffuso nella nostra cultura) oggi si va molto controcorrente.
Parenti, amici, conoscenti non sono convinti. “Se lo tieni sempre in braccio poi si abitua” è l’idea diffusa. Come se quella di ricevere e dare molto amore fosse una cattiva abitudine.

E ancora. “Poi non vorrà più stare giù”. Come se i bimbi una volta imparato a gattonare, camminare, correre, volessero ancora stare in braccio tutto il giorno.

Una coccola, certo. Un po’ di latte di mamma. Ma le nuove conquiste (la stazione eretta, i primi passi) e la realtà circostante chiamano…
Anzi, chi fa “il pieno di mamma” da piccolo, poi si muove alla scoperta del mondo con maggior sicurezza in se stesso e in quanti lo circondano.

Ma tutto questo le mamme lo sanno già. Sono “programmate” da secoli per rispondere al pianto del loro bambino.

Quando una nonna, una suocera, una zia, una vicina di casa, dicono a una mamma di lasciar piangere il suo bambino, alla mamma questo monito suona stonato dentro. In fondo al cuore.

Quando il suo piccino piange tutto in lei risponde, chiamiamolo istinto, chiamiamolo come vogliamo, ma le mamma sono “fatte” per dare conforto ai loro cuccioli.

E quello che le mamme già sapevano, oggi lo conferma anche la scienza. Non che ne avessero bisogno, le madri. Ma una conferma autorevole magari può essere utile per gli altri, quei parenti, amici, conoscenti che si ostinano a interferire con le competenze materne, offrendo consigli, commenti e spesso critiche, ovviamente non richiesti.

Citiamo un paio di studi recenti. Quello realizzato dalla Duke University del North Carolina mette in relazione la stabilità emotiva in età adulta con le cure affettuose ricevute nella primissima infanzia e dimostra che il contatto, la tenerezza, la risposta sollecita ai bisogni del bambino hanno effetti positivi nell’immediato, ma anche a lungo termine.
Lo studio americano ha coinvolto un campione di quasi cinquecento bambini di otto mesi, classificati in base al livello di affetto (basso, normale, molto elevato) dimostrato dalle rispettive mamme.

Trentaquattro anni dopo, si è visto che i bimbi che avevano ricevuto livelli di affetto molto elevati mostravano valori significativamente più bassi di ansia, angoscia e ostilità. In poche parole: erano adulti più sereni e sicuri di sé grazie alle coccole della mamma.
Risultati analoghi sono quelli di uno studio recentissimo condotto dalla Washington University School of Medicine di St. Louis che ha coinvolto 92 bambini – sani o con sintomi depressivi – dei quali era stata precedentemente valutata l’interazione quotidiana con i genitori.

Secondo la ricerca, una relazione affettuosa, nutrita di contatto e vicinanza, è associata a un miglior sviluppo dell’ippocampo, una regione cerebrale che ha un ruolo essenziale per la gestione dello stress.

In pratica, nei bimbi più coccolati, l’ippocampo risulta più sviluppato del 10% circa. Un accudimento affettuoso in età prescolare si è dunque rivelato il primo e miglior antidoto contro lo stress.

Ma ripeto. Le mamme lo sapevano già. Non hanno bisogno degli studi scientifici. La nostra società però ne ha ancora bisogno.

Per dire addio a tanti pregiudizi, per incamminarsi senza più timori, sulla strada della tenerezza e dell’amore. Con risultati garantiti a breve e lungo termine.

 

 

Giorgia Cozza

 

Per approfondimenti
Bebè a costo zero

E se poi prende il vizio?

 

Tratto da:

http://www.bambinonaturale.it/2012/08/bambino-coccolato-non-significa-viziato/