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Don’t panic ! Organise: il lavoro di comunità come approccio creativo alla risoluzione dei problemi

Ospitiamo con grande piacere un articolo di Valentina, del Centro Famiglia per la Val d’Enza, ci auguriamo che leggendo le sue parole possa aumentare la consapevolezza verso il servizio (anzi i servizi) di confronto e crescita comunitaria che il Centro, quotidianamente, offre.

Care mamme, cari genitori, care famiglie: BUONA LETTURA 🙂

Da tempo circola nei muri delle città e sulle immagini condivise dei social network la raffigurazione di un grande pesce che divora piccoli pesciolini intenti alla fuga in ordine sparso, è il panico.

Pesci

Nella sequenza successiva, però, i pesciolini si organizzano per costruire insieme un enorme pesce che terrorizza quello che prima era il predatore. Lo slogan dell’illustrazione è ‘ Niente panico. Organizzatevi ’.

Un’immagine che potrebbe rappresentare molte realtà di persone che oggi si organizzano, unendosi insieme per contrastare una situazione che li mette in pericolo o non li fa stare bene. Ciò che è veramente innovativo nella vita delle persone di oggi è l’idea che la ricerca del benessere non possa prescindere dalla forza della voce corale, una voce all’unisono che  rispetti allo stesso tempo tutte le diversità e che abbia anche un potere tale da scacciare il pesciolone.

Se ogni giorno si apre un qualsiasi giornale ci si rende conto di come il pesce predatore possa assumere mille forme e che più in generale il pescione rappresenti il PROBLEMA, la caterva di problemi che gravitano sulle nostre spalle. Cosa possono essere i problemi ? I problemi possono essere delle creature generatrici di quella paura che non lascia prendere respiro nelle persone e nei legami affettivi che le uniscono, della frustrazione che le porta a sentirsi sole e inferiori a qualcuno o a qualcosa, di impotenza al cambiamento e alla felicità. Ma i Problemi possono anche essere attivatori di legami, confronto, dialogo, generatori di risposte, attivatori di cambiamento, elementi di contrasto alla noia, alla passività, all’omologazione. Dai problemi ci risolleviamo per elaborare le soluzioni.

Dai Problemi le persone possono lasciarsi divorare oppure rendersi conto di essere veramente decisive nel miglioramento di questo mondo. E questa divergenza non è una colpa, è semplicemente  una fase di vita. Molto spesso l’essere stati pesciolini impauriti per tanto tempo dà la forza di voler cambiare un bel giorno in cui si decide di dire ‘Basta’.

A volte quindi capita che nascano gruppi autogestiti di persone che vivono in un dato territorio ( perché l’appartenenza è prima di tutto quotidiana e pratica ai luoghi, alle abitazioni ), si sentono appesantiti da un determinato problema e intendono cambiarlo perché in quella situazione semplicemente non vivono più bene. Pensiamo solo da quali immensi problemi quotidiani, locali e globali  ( =glocali ), nascono gruppi di cittadinanza attiva come i Gruppi di Acquisto Solidale, gli spazi autogestiti dai genitori, i gruppi di mutuo-aiuto, i comitati, le famiglie di quartiere o i gruppi informali di sostegno alla genitorialità come il vostro.

Il presente è il miglior teatro di questo cambiamento: si sta sviluppando l’idea che tutti dobbiamo e possiamo, come cittadini, essere sentinelle dei processi democratici e partecipativi . L’idea che le famiglie come forme organizzate di persone legate dall’amore abbiano il potere di essere al timone del miglioramento e quindi del futuro.

Non è retorica è pratica.

Talvolta la motivazione a stare insieme va sollecitata, è latente. Da qui nascono figure professionali come gli operatori di comunità che facilitano i processi di costruzione dei problemi e sostengono le risorse che ogni persona e famiglia può portare nell’organizzarsi per affrontarli. Il lavoro di comunità richiede professionalità, dunque, perché i problemi vanno fatti emergere e costruiti, non esistono se non se ne parla, o meglio esistono nella solitudine di ognuno e diventano insormontabili. Richiede professionalità perché vanno attivati i processi di collaborazione e partecipazione tra amministratori, operatori e il terzo settore che un tempo sostenevano e davano tutte le risposte e i cittadini che spesso le godevano o le subivano. Devono sostenere un equilibrio e rimettere in circolo diversità e idee in una modalità simmetrica e progettare insieme le azioni concrete.

Organizzare incontri, animazioni e cene, prendere contatti, confliggere e ricostruire, creare volantini, scrivere e condividere, informarsi sulle questioni, cercare un luogo ospitante, cercare persone nuove interessate, fermarsi sui momenti di crisi e sospensione dei progetti, costruire legami con i servizi e le associazioni, sforzarsi di capire come stanno gli altri oltre a come sto io, rinunciare a qualcosa, ritrovare qualcosa, preparare materiali magari fino a  serata inoltrata, preparare cibi e bevande per altri, aprire ad altri la porta di casa, muoversi da un posto all’altro, tenere in mente le persone, dare disponibilità e impegno, spendere energie, gestire le emozioni, cercare  le parole per raccontare, imparare dalle differenze, telefonare e inviare messaggi, rimettere in circolo informazioni e punti di vista.

Comporta certamente un sacrificio di sé, del proprio tempo libero. E’ innegabile e va riconosciuto a chi ci investe. Sul piatto della bilancia se ne ricava però quello che la seconda immagine sui pesciolini racconta in maniera tanto esplicita. Non tutti sono pronti a mettersi sul piatto, non tutti lo sono in tutti i momenti della propria vita. A volte si ha bisogno di intimità, ma laddove si apre lo spiraglio del bisogno del confronto e dell’apertura nasce il ‘candidato’ perfetto per attivare un progetto di comunità.

Come abbiamo detto lavorare per la propria comunità è un impegno decisamente molto pratico e positivo.

Un pratica però rafforzata anche da un sistema di valori: la lealtà, la fiducia reciproca, la solidarietà, l’autocritica e il superamento dei limiti, la legalità, l’assertività, la prossimità, la democraticità, la partecipazione, l’appartenenza, l’empatia, la volontà di vedere oltre le apparenze.

In un’epoca storica di crisi consolidata del quotidiano, la tendenza è quella di emarginare questi valori in un idealismo di lusso,  di chi ‘ se lo può permettere’.

Il lavoro di comunità è invece, se vogliamo, idealismo pratico: si lavora con le mani per raggiungere ciò a cui la mente e il cuore di molti ambiscono: una vita serena ed equilibrata assieme agli altri.

Ben Harper in ‘With my own two hands’ canta

Io posso cambiare il mondo
Con solo le mie due mani
Costruire un posto migliore
Con solo le mie due mani
Costruire un posto infantile
Con solo le mie due mani

La dedichiamo a chi ha ancora molti dubbi, dai dubbi nascono le creatività.

http://www.youtube.com/watch?v=aEnfy9qfdaU

Per info : centrofamiglie@unionevaldenza.it pagina Facebook ( Centro per le Famiglie Val d’Enza )

Tel : 0522.243721

Mamme, arrivano i nostri!

Sono qui, oggi, a raccontarvi che cos’è una doula (una che? direte voi!) perché, troppo spesso,
quando ne parlo con qualche mamma mi sento dire: Cavoli! Averlo saputo prima… ne avrei
avuto proprio bisogno.
Doula (si legge “dula”) è una parola presa in prestito dal greco antico che vuol dire “colei che
fa da madre alla madre”. Per farla un po’ più semplice, noi possiamo dire Aiuto-mamma oppure
assistente mamma, oppure come più vi piace, l’importante è che il concetto sia quello. Si tratta
di una donna che si occupa di accompagnare un’altra donna (o una coppia o una famiglia) nel
bellissimo e complesso percorso di trasformazione che porta con sé ogni neonato.
In pratica, la doula ascolta le richieste di chi la chiama, i suoi bisogni specifici: ognuno è a sé,
con la propria storia, gioie e dolori, non c’è niente di preconfezionato! 🙂
Questa figura assistenziale (assolutamente non medica), in Paesi come il Nord America e in
alcuni stati del Nord Europa è molto diffusa da più di un trentennio ed è ritenuta molto
importante in quanto garantisce un costante supporto alle mamme, migliorando notevolmente
le esperienze di travaglio, di allattamento e adattamento ai primi tempi di vita di un neonato.
Aiuta la nuova famiglia nel rientro a casa dopo il parto, quando è così facile sentirsi
inadeguate, sentirsi sopraffatte dalla fatica e dalla solitudine, o più semplicemente sentirsi
impacciate nel fare il bagnetto… Inoltre aiuta nella gestione pratica e nell’organizzazione della
casa, aiuta chi lo desidera a portare i bambini a contatto, quando una mamma lo desidera la
sostiene nell’allattamento, fornendo una completa informazione ai genitori, in modo che
possano valutare ed agire di conseguenza.
Ci tengo a sottolineare che non è una figura medica, ma assistenziale e non può sostituirsi ad
altre figure professionali, ( es. l’ostetrica), semmai agisce in modo complementare a loro,
senza entrare mai in conflitto e incoraggiando un clima di fiducia e collaborazione con i
genitori.
Io che scrivo ho avuto l’enorme privilegio di poter vivere questa esperienza. Ho due bimbe, con
appena 26 mesi di differenza e sono diventata mamma a 1.200 chilometri di distanza dalla mia
famiglia d’origine e con mio marito che lavorava lontano. Ho dovuto fare da sola e non è stato
facile. Ma accanto a me avevo Matejka, la mia ostetrica, la mia doula, la mia roccia. Non solo
era con me, ma era dalla mia parte. Grazie al suo aiuto tutto è stato più semplice, veniva
valorizzato tutto quello che era positivo e io mi sentivo competente e sicura. Ho ricevuto tanto.
E adesso è giunto il momento di dare. Sto frequentando la scuola delle doule e spero di poter
essere una valida risorsa per questo territorio pieno di mamme che si mettono in gioco e
hanno tanta voglia di fare. Ecco, se siete arrivati a leggere fin qui, sapete che cos’è e che cosa
non è una doula. E sapete anche cosa fa. Ma voglio aggiungere un’altra cosa, sussurrarvi un
segreto nell’orecchio, perché è una cosa importante che però non dice nessuno: la doula aiuta
a sorridere, a ridere, a prendere il meglio delle cose. La doula veglia, la doula raccoglie le
lacrime e semina sorrisi. Se nel mio percorso riuscirò a fare davvero così potrò dirmi felice.
Se volete maggiori informazioni o fare due chiacchiere io sono qui: ferrari.cinzia@gmail.com

Felicità è giocare all’aperto

Uno studio dell’american journal of play invita i genitori a far giocare i bimbi fuori casa
Diminuirebbe il rischio di depressione
MILANO – “Non correre che ti fai male”, “Scendi subito da quell’albero”, “Non ti allontanare”, “Non toccare”, sono ammonimenti che chiunque ha sentito rivolgere ai bambini ma, sebbene motivati dall’intenzione genitoriale di evitare traumi e cadute varie, soffocano il naturale istinto dei bimbi al gioco libero e, secondo uno studio commissionato dall’American Journal of Play che indaga l’impatto della diminuzione del gioco libero e en plain air, questo comporterebbe conseguenze negative sullo sviluppo fisico, mentale e sociale dei piccoli.
IPERPROTETTIVITA’ E DEPRESSIONE – Insomma l’ansia dei genitori di evitare qualunque brutta esperienza ai propri figli diventa un invalicabile impedimento al gioco libero e all’aperto. La paura dell’esterno e degli estranei fanno sì che un padre e una madre anziché vigilare giustamente sulle attività ludiche dei propri pargoli si trasformino in sorveglianti implacabili che precludono loro le utili e sane esperienze del gioco tra simili. Secondo Peter Gray, psicologo del Boston College e autore della ricerca che ha aggregato e analizzato gli studi sul gioco degli ultimi decenni, “negli ultimi cinquant’anni le possibilità di giocare liberamente per i bambini sono diminuite sensibilmente negli Usa e negli altri Paesi sviluppati” e proprio da questa carente attività giocosa deriverebbe l’aumento di depressione, suicidio e narcisismo tra i giovani e i giovanissimi.
GIOCARE PER VIVERE – Il gioco riveste un ruolo molto importante nello sviluppo dei bambini e rappresenta una sorta di addestramento alla vita sociale e di palestra per sviluppare e mettere alla prova le proprie capacità. Esplorazioni, risoluzione di problemi pratici, gestione delle proprie emozioni, accettazione delle regole e delle gerarchie sono esperienze che i più piccoli devono fare, o meglio dovrebbero, per imparare quelle che sono le regole base della vita e per migliorare la propria attitudine ai rapporti sociali.
LE PAURE CHE FERMANO IL GIOCO – Diversi studi nel corso degli anni hanno osservato il declino del gioco libero e hanno cercato di individuarne le cause. Crimini, molestie sessuali e traffico stradale sono i principali timori espressi dalla maggior parte dei genitori. Altri hanno individuato nella televisione, nei videogiochi e in internet le sirene che attraggono i bimbi, chiudendoli in casa. Ma è altrettanto vero che un bambino o un ragazzino al quale è vietato uscire a giocare trova in questi supporti una minima consolazione ludica. Un’altra pista è quella che porta alla scuola e all’elevato numero di ore che i giovanissimi vi trascorrono e alle attività indirizzate verso la vita adulta che occupano le loro giornate, che assomigliano sempre più a quelle di manager in miniatura che a quelle di bimbi spensierati.
Emanuela Di Pasqua – Corriere della sera  30.8.2011

LEGGERE CON UN BAMBINO E’ IMPORTANTE PERCHE’…

 

  • Fino da quando nasce, ed anche prima, il bambino è in grado ed è contento di ascoltare la voce umana, sia che canti racconti o legga una storia
  • Si stabilisce con lui un rapporto speciale intimo e intenso che fa desiderare al bambino che l’esperienza sia ripetuta nel tempo favorendo l’abitudine all’ascolto che è fondamentale per il bambino ma che permette all’adulto di approfondire la conoscenza dei libri (escursioni in biblioteca o in libreria), a migliorare il modo di proporli e creare delle maggiori possibilità di incontro fra bambino e libri
  • Attraverso i libri il bambino aumenta i tempi di attenzione, e sollecita la sua capacità immaginativa. ( la televisione invece l’annulla)
  • Fino dai primi anni di vita le capacità di apprendimento linguistico del bambino sono molto sviluppate, quindi più stimoli e scambi linguistici si offrono maggior sarà la sua capacità linguistica.
  • Le storie ascoltare permettono al bambino di creare collegamenti logici tra i vari avvenimenti e permette loro di ampliare i propri orizzonti.
  • Il rapporto quotidiano con il libro, costruisce la premessa ideale per la lettura individuale che verrà in seguito. Nei primi anni di vita il bambino copia i genitori
  • Condividendo i libri e le storie l’adulto cresce con il bambino

 

CHE LIBRO SCEGLIERE…

  • I libri destinati alla prima infanzia devono essere sicuri, non tossici lavabili, privi di elementi potenzialmente pericolosi con il marchio CE
  • Alta leggibilità, senza stereotipi con immagini chiare e testi intelligenti che creano curiosità nei bambini, mai banali, che stimolano sia gli adulti che i bambini.
  • I libri devono essere di cartone spesso e piccoli così i bambini possono prenderli in mano

Grazie ad Antonella, bibliotecaria di Quattro Castella che ha ci ha fornito questo articolo

Bambino coccolato non significa viziato

Attenzione! Non troppe coccole. Così lo viziamo. Bisogna stare attenti a non eccedere con i gesti d’amore. Dosarli, centellinarli. Altrimenti…

Altrimenti? Ma di cosa ha paura la nostra società? Che mettiamo in circolazione troppo amore, gentilezza e disponibilità?

Quando si dice che le coccole, il latte della mamma, la vicinanza non sono vizi (pregiudizio assai diffuso nella nostra cultura) oggi si va molto controcorrente.
Parenti, amici, conoscenti non sono convinti. “Se lo tieni sempre in braccio poi si abitua” è l’idea diffusa. Come se quella di ricevere e dare molto amore fosse una cattiva abitudine.

E ancora. “Poi non vorrà più stare giù”. Come se i bimbi una volta imparato a gattonare, camminare, correre, volessero ancora stare in braccio tutto il giorno.

Una coccola, certo. Un po’ di latte di mamma. Ma le nuove conquiste (la stazione eretta, i primi passi) e la realtà circostante chiamano…
Anzi, chi fa “il pieno di mamma” da piccolo, poi si muove alla scoperta del mondo con maggior sicurezza in se stesso e in quanti lo circondano.

Ma tutto questo le mamme lo sanno già. Sono “programmate” da secoli per rispondere al pianto del loro bambino.

Quando una nonna, una suocera, una zia, una vicina di casa, dicono a una mamma di lasciar piangere il suo bambino, alla mamma questo monito suona stonato dentro. In fondo al cuore.

Quando il suo piccino piange tutto in lei risponde, chiamiamolo istinto, chiamiamolo come vogliamo, ma le mamma sono “fatte” per dare conforto ai loro cuccioli.

E quello che le mamme già sapevano, oggi lo conferma anche la scienza. Non che ne avessero bisogno, le madri. Ma una conferma autorevole magari può essere utile per gli altri, quei parenti, amici, conoscenti che si ostinano a interferire con le competenze materne, offrendo consigli, commenti e spesso critiche, ovviamente non richiesti.

Citiamo un paio di studi recenti. Quello realizzato dalla Duke University del North Carolina mette in relazione la stabilità emotiva in età adulta con le cure affettuose ricevute nella primissima infanzia e dimostra che il contatto, la tenerezza, la risposta sollecita ai bisogni del bambino hanno effetti positivi nell’immediato, ma anche a lungo termine.
Lo studio americano ha coinvolto un campione di quasi cinquecento bambini di otto mesi, classificati in base al livello di affetto (basso, normale, molto elevato) dimostrato dalle rispettive mamme.

Trentaquattro anni dopo, si è visto che i bimbi che avevano ricevuto livelli di affetto molto elevati mostravano valori significativamente più bassi di ansia, angoscia e ostilità. In poche parole: erano adulti più sereni e sicuri di sé grazie alle coccole della mamma.
Risultati analoghi sono quelli di uno studio recentissimo condotto dalla Washington University School of Medicine di St. Louis che ha coinvolto 92 bambini – sani o con sintomi depressivi – dei quali era stata precedentemente valutata l’interazione quotidiana con i genitori.

Secondo la ricerca, una relazione affettuosa, nutrita di contatto e vicinanza, è associata a un miglior sviluppo dell’ippocampo, una regione cerebrale che ha un ruolo essenziale per la gestione dello stress.

In pratica, nei bimbi più coccolati, l’ippocampo risulta più sviluppato del 10% circa. Un accudimento affettuoso in età prescolare si è dunque rivelato il primo e miglior antidoto contro lo stress.

Ma ripeto. Le mamme lo sapevano già. Non hanno bisogno degli studi scientifici. La nostra società però ne ha ancora bisogno.

Per dire addio a tanti pregiudizi, per incamminarsi senza più timori, sulla strada della tenerezza e dell’amore. Con risultati garantiti a breve e lungo termine.

 

 

Giorgia Cozza

 

Per approfondimenti
Bebè a costo zero

E se poi prende il vizio?

 

Tratto da:

http://www.bambinonaturale.it/2012/08/bambino-coccolato-non-significa-viziato/

CONFERENZA

Giovedì si inaugura una bellissima serie di conferenze che mirano a proporre ai genitori strumenti (arte, musica, lettura) e riflessioni per favorire la comunicazione efficace nei bambini. Qualcuna viene? E’ alla sera, 20.45 (capisco che sia tardino per chi ha bimbi piccoli), in ogni caso io vado.

Vi metto l’elenco dei relatori di questo primo incontro:
GIOVEDì 25 OTTObRE 2012
Ore 20.45 – Sala polivalente, via Cicalini,14 – Praticello di Gattatico (RE)

CONVEGNO DI APERTURA
Moderatore:
Costantino Panza Pediatra – Coordinamento “Nati per la Musica”
Relatori:
Andrea Apostoli
Presidente AIGAM (Ass. Italiana Gordon Apprendimento Musicale)
Alessandro Volta
Responsabile Pediatria di Comunità all’Ospedale di Montecchio Emilia
Anna Maria Davoli
Pediatra e coordinatrice “Nati per Leggere” – Reggio Emilia
Mariangela Pasciuti
Dirigente scolastico – Docente corso di Laurea Scienze della Formazione
Primaria Università Studi di Modena – Reggio Emilia
Arnalda Mori
ha collaborato con l’Università di Modena e Reggio Emilia
in qualità di Tutor d’aula – Supervisore di tirocinio
Enrica Fontani
Supervisore al tirocinio nel corso di Laurea in Scienze
della Formazione Primaria Università di Bologna
Monica Maccaferri
Musicoterapeuta, Direttore del Centro comunale di Musicoterapia
“M. Uboldi” di Novellara, docente all’Università di Parma
(facoltà di Medicina-Corso di laurea logopedia)
Mariagrazia Orlandini
Illustratrice di libri per l’infanzia
Michela Grasselli e Giuseppe Vitale
Atelieristi e illustratori di libri per l’infanzia
Lorenzo Lotti
Dirigente scolastico I.C. di Gattatico
Daniele Zanoni
Docente ed esperto in dislessia
Sara Rossi
Docente di musica (Ass. Italiana Gordon Apprendimento Musicale)
Licia Artoni
Organista e Docente di musica
Fabio bonvicini
Musicista
con la partecipazione straordinaria del pittore Alfonso borghi

Lo stress del bambino quando la mamma lavora

ROSALBA MICELI

Treno di pendolari. Mattina presto. Un gruppetto di donne – per lo più insegnanti – sta discutendo su come conciliare lavoro e vita familiare, soprattutto la cura dei figli. La più concitata ed agitata è Maria, ingegnere chimico, insegnante precaria di chimica e mamma di un bambino di non ancora tre anni. Quel mattino è uscita di casa prestissimo – saranno state le sei – lasciando il bambino alle cure del marito. «Dov’è mamma?», ha chiesto il bambino con gli occhi socchiusi, toccando con le manine il posto morbido e vuoto sul lettone matrimoniale, sistemandosi accanto al corpo del padre. Più tardi il papà lo accompagnerà al nido.

 

Maria è preoccupata. Non sa cosa troverà al ritorno a casa. Di che umore sarà il bambino? Ieri le è andato incontro tutto imbronciato e arrabbiato e l’ha presa a schiaffi. La donna non è preparata a questi comportamenti. È ancora sconvolta, quasi sul punto di piangere. L’hanno scorso insegnava in una scuola vicino casa, per alcune ore settimanali, ma adesso deve viaggiare, andare lontano, tornare a casa il pomeriggio inoltrato. Ha deciso di accettare qualsiasi incarico, anche il più lontano. «Andrei anche sulla Luna» – dice alle colleghe sul treno. Ma il pensiero del bambino la tormenta. Anche il bambino non è preparato a questo brusco cambiamento di abitudini. Come spiegargli che la mamma deve lavorare? Maria ha provato a dirgli che così la mamma avrà più soldini per comprargli dei regali, dei giocattoli. Ma il bambino ha ignorato completamente il discorso. «Ho sbagliato? – chiede la donna alle colleghe -. Che cosa posso dirgli? Che cosa posso fare?».

 

Anna, insegnante elementare, prova a sdrammatizzare: «Crescerà, vedrai, si abituerà». Ma Maria non è convinta, teme di perdere l’affetto del bambino, di essere rifiutata. Ma teme anche di restare senza lavoro, di finire completamente esclusa dal mondo del lavoro. «Forse – pensa ad alta voce -quella scuola è troppo distante da casa, forse dovrei trasferirmi in un’altra città, forse dovrei affidare il bambino a mia madre…», gli schiaffi del bambino le bruciano ancora, e poi «Sono una brava madre o una madre inadeguata?».

 

Luisa, biologa ed etologa, insegnante di scienze e madre di figli ormai grandi, prova a calmarla. «È normale che un bambino piccolo abbia reagito in quel modo all’assenza prolungata della madre. Fa parte di un sano legame di attaccamento», le dice. Persino il suo cane, Nico, che lei ha cresciuto quasi come un figlio, reagisce alle sue assenze prolungate. Nico conosce gli orari di Luisa, la aspetta tranquillo fin verso le due del pomeriggio, quando lei arriva le salta addosso felice e subito i due escono allegri per la passeggiata. Di solito il cane è molto educato e disciplinato sia in casa che fuori.

 

Ma se Luisa ritarda oltre misura ed in casa non c’è nessuno, il cane comincia a diventare nervoso, dal terrazzino al primo piano (che rappresenta la sua postazione di osservazione della strada sottostante) abbaia furiosamente contro qualsiasi cosa in movimento, e talvolta, quando lei finalmente arriva, non le viene incontro gioioso, ma si presenta ai richiami mogio mogio, con la coda bassa, fa i capricci per farsi mettere il collare e poi corre in strada come un pazzo, trascinandola quasi, sordo ad ogni richiamo, tentando di inseguire i gatti, di attaccare briga con gli altri cani, di mangiare avidamente e ansiosamente qualsiasi cosa che si trovi per terra. La sfuriata dura un po’, poi a mano a mano, la presenza amorevole di Luisa lo calma e Nico ritorna il cane affettuoso ed educato di sempre.

 

I legami di attaccamento sono alla base di qualsiasi relazione significativa. La teoria dell’attaccamento fu elaborata da John Bowlby, un ricercatore britannico di scuola psicoanalitica, in un contesto interdisciplinare arricchito dagli studi etologici di Lorenz, ed ha avuto un’influenza importante negli ultimi trenta anni non solo in ambito psicoanalitico. Se la psicoanalisi è potuta passare da teoria della psicopatologia a teoria dello sviluppo, buona parte del merito si deve agli psicoanalisti dell’infanzia e dell’adolescenza e ad educatori orientati alla psicoanalisi.

 

Bowlby opera un cambio di prospettiva: non è la pulsione sessuale a motivare il comportamento umano, ma il bisogno di sicurezza, che nel bambino si manifesta con la vicinanza alla figura che si prende cura di lui (caregiver). Il comportamento di attaccamento viene attivato durante le esperienze di separazione dalla madre. Le ricerche di Bowlby, gli esperimenti in situazioni controllate di Mary Ainsworth, una collaboratrice di Bowlby, e ricerche più recenti hanno messo in evidenza diverse tipologie di attaccamento. Un primo gruppo è quello dei bambini che mostrano un attaccamento «sicuro»: utilizzano la madre come una base sicura, hanno fiducia nella sua disponibilità a fornire aiuto e, grazie a questa sicurezza, sono in grado di esplorare l’ambiente; quando la madre si assenta per un breve periodo, al suo ritorno viene accolta con calore.

 

L’attaccamento dei bambini del secondo gruppo è definito di «resistenza angosciosa» o di «resistenza ambivalente»: questi bambini esplorano poco l’ambiente, sono costantemente angosciati per gli andirivieni della madre, sono incerti sulla disponibilità della madre a fornire aiuto e conforto, piangono molto in sua assenza, ma al suo ritorno si comportano in modo resistente, oppositivo o ambivalente. Lo stile «evitante» è tipico dei bambini che non si aspettano aiuto e conforto dalla madre, evitano attivamente la madre e la ignorano quando ritorna dopo un periodo di separazione.

 

L’attaccamento disorientato-disorganizzato si evidenzia durante il ricongiungimento dopo una separazione con un comportamento particolare: il bambino non saluta la madre, ma la evita deliberatamente, si avvicina brevemente ma voltando la faccia e poi ritraendosi, oppure, invece di avvicinarsi alla madre, volge la faccia verso un angolo della stanza, come aspettandosi una punizione, una reazione ostile.

 

Un modello comportamentale presente in un dato momento può cambiare con il variare della situazione familiare in cui il bambino cresce. Così un bambino con un comportamento «sicuro» all’età di un anno può manifestare un comportamento ansioso, o aggressivo in seguito ad eventi di vita che mutano la situazione familiare, come lunghe ed improvvise separazioni dalla madre, depressioni della madre o del padre, divorzi, lutti, o altre evenienze. Viceversa, sono stati osservati cambiamenti positivi se l’ambiente familiare diventa più disteso e accogliente verso i bisogni di sicurezza del bambino.

 

tratto da:

http://www.lastampa.it/2012/10/15/scienza/galassiamente/lo-stress-del-bambino-quando-la-mamma-lavora-ROYGIBfElgNUbja5wgpSlL/pagina.html