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Felicità è giocare all’aperto

Uno studio dell’american journal of play invita i genitori a far giocare i bimbi fuori casa
Diminuirebbe il rischio di depressione
MILANO – “Non correre che ti fai male”, “Scendi subito da quell’albero”, “Non ti allontanare”, “Non toccare”, sono ammonimenti che chiunque ha sentito rivolgere ai bambini ma, sebbene motivati dall’intenzione genitoriale di evitare traumi e cadute varie, soffocano il naturale istinto dei bimbi al gioco libero e, secondo uno studio commissionato dall’American Journal of Play che indaga l’impatto della diminuzione del gioco libero e en plain air, questo comporterebbe conseguenze negative sullo sviluppo fisico, mentale e sociale dei piccoli.
IPERPROTETTIVITA’ E DEPRESSIONE – Insomma l’ansia dei genitori di evitare qualunque brutta esperienza ai propri figli diventa un invalicabile impedimento al gioco libero e all’aperto. La paura dell’esterno e degli estranei fanno sì che un padre e una madre anziché vigilare giustamente sulle attività ludiche dei propri pargoli si trasformino in sorveglianti implacabili che precludono loro le utili e sane esperienze del gioco tra simili. Secondo Peter Gray, psicologo del Boston College e autore della ricerca che ha aggregato e analizzato gli studi sul gioco degli ultimi decenni, “negli ultimi cinquant’anni le possibilità di giocare liberamente per i bambini sono diminuite sensibilmente negli Usa e negli altri Paesi sviluppati” e proprio da questa carente attività giocosa deriverebbe l’aumento di depressione, suicidio e narcisismo tra i giovani e i giovanissimi.
GIOCARE PER VIVERE – Il gioco riveste un ruolo molto importante nello sviluppo dei bambini e rappresenta una sorta di addestramento alla vita sociale e di palestra per sviluppare e mettere alla prova le proprie capacità. Esplorazioni, risoluzione di problemi pratici, gestione delle proprie emozioni, accettazione delle regole e delle gerarchie sono esperienze che i più piccoli devono fare, o meglio dovrebbero, per imparare quelle che sono le regole base della vita e per migliorare la propria attitudine ai rapporti sociali.
LE PAURE CHE FERMANO IL GIOCO – Diversi studi nel corso degli anni hanno osservato il declino del gioco libero e hanno cercato di individuarne le cause. Crimini, molestie sessuali e traffico stradale sono i principali timori espressi dalla maggior parte dei genitori. Altri hanno individuato nella televisione, nei videogiochi e in internet le sirene che attraggono i bimbi, chiudendoli in casa. Ma è altrettanto vero che un bambino o un ragazzino al quale è vietato uscire a giocare trova in questi supporti una minima consolazione ludica. Un’altra pista è quella che porta alla scuola e all’elevato numero di ore che i giovanissimi vi trascorrono e alle attività indirizzate verso la vita adulta che occupano le loro giornate, che assomigliano sempre più a quelle di manager in miniatura che a quelle di bimbi spensierati.
Emanuela Di Pasqua – Corriere della sera  30.8.2011

I neonati “fiutano” il latte: il seno materno ha per loro un odore irresistibile

Non sono solo gli adulti a non saper resistere al profumo del cibo. Anche i neonati trovano irresistibile l’odore del latte materno, e quando sono affamati i loro nasi li guidano verso la fonte del cibo: la scoperta, pubblicata su New Scientist, è stata effettuata da un gruppo di studiosi francesi del Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica di Digione guidati da Benoist Schaal. Secondo i ricercatori il merito è delle piccole ghiandole – visibili a occhio nudo – sull’areola, intorno al capezzolo: appaiono come dei minuscoli rigonfiamenti e producono un liquido – la cui funzione, fino a oggi, si riteneva fosse esclusivamente quella di proteggere il capezzolo dall’«usura» provocata dalla suzione dei neonati – il cui odore sarebbe irresistibile per i piccoli, soprattutto quando affamati.

Gli studiosi hanno contato il numero di ghiandole sui seni di 121 mamme entro i primi tre giorni dal parto: e hanno scoperto che i bambini delle donne che avevano 9 o più ghiandole per seno si attaccavano con più facilità, mangiavano di più e prendevano peso più facilmente. Non solo: dallo studio è emerso anche che le mamme che partorivano per la prima volta avevano, in media, più ghiandole – secondo i ricercatori una sorta di «vantaggio» concesso da Madre Natura per aiutarle nella nuova esperienza.

Secondo lo studioso la scoperta potrebbe avere delle implicazioni pratiche: nel caso di bambini prematuri e alimentati tramite sondino, per esempio, far odorare loro il liquido prodotto dalle ghiandole della mamma potrebbe aiutarli a riconoscere l’odore della propria mamma e ad attaccarsi più facilmente una volta iniziato ad alimentarsi naturalmente.

di Miriam Cesta (05/04/2012)

http://salute24.ilsole24ore.com/articles/13726-i-neonati-fiutano-il-latte-il-seno-materno-ha-per-loro-un-odore-irresistibile

Depressione post-partum: quello che sappiamo

di Katleen Kendall-Tackett, Professore associato in psicologia al Family research Laboratory, University of New Hampshire; IBCLC; membro della American Psychological Association

The impact of maternal stress and depression on breasfeeding: what we know so far. Breastfeeding Abstract 2005;(24):4.

La  depressione  post-partum  colpisce  circa  il 10-20% delle neomamme a livello mondiale e può portare a serie conseguenze sia per la madre sia per il bambino. Anche se negli ultimi 15 anni sono  stati  pubblicati  centinaia  di  studi sulla  depressione  post-partum,  pochi hanno  incluso  l’allattamento  tra  le  variabili  e  questi  si  sono  generalmente  focalizzati  sulla  trasmissione di farmaci attraverso il latte materno.  Tuttavia  recentemente  alcuni studi hanno esaminato la relazione tra stress, depressione materna e allattamento. Nancy  Aaron  Jones  ha  descritto come l’allattamento protegga i bambini di madri depresse dall’impatto negativo  della  depressione  materna.

Questo articolo riassume altri studi recenti  che  hanno  preso  in  esame  la  relazione  tra depressione, stress e allattamento.

Depressione e interruzione dell’allattamento.

Alcuni  ricercatori  hanno  preso  in  esame  la relazione tra interruzione dell’allattamento e  depressione.  In  uno  studio  nelle  Barbados,

Galler e collaboratori  hanno scoperto che le madri  con  sintomi  di  depressione  a  7  settimane  dal parto  dimostravano  una  ridotta  preferenza  per l’allattamento  al  momento  della  valutazione e pensieri negativi circa l’allattamento per il futuro.  Gli  autori concludono  che  la  depressione post-partum dovrebbe essere curata allo scopo di migliorare     le     speranze     di     buon     esito dell’allattamento.

Misri,  Sinclair  e  Kuan ,  nel  loro  studio  su  51 donne  nel  post-parto  con  depressione  maggiore, riportano che nell’83% delle donne la depressione ha  preceduto  l’interruzione  dell’allattamento. Solo il 17% riferiva che la depressione era iniziata dopo la sospensione dell’allattamento. In  uno  studio  inglese,  Bick  e  collaboratori  hanno  avuto  risultati  simili  con  donne  nel  post-parto. Hanno intervistato 906 donne 45 settimane dopo  il  parto.  In  questo  campione  il  63%  aveva allattato, ma di queste il 40% aveva interrotto entro  il  terzo mese.  I fattori  predittivi  di  interruzione precoce dell’allattamento comprendevano depressione, ritorno al lavoro entro 3 mesi e la regolare cura del bambino da parte di altri famigliari di sesso femminile. Uno  studio  australiano   su  790  donne  a  8-9 mesi  dal  parto  ha  rilevato  che  donne  che  non avevano allattato dalla nascita o che non stavano allattando a 3 mesi dal parto erano in modo significativo  più inclini  alla  depressione.  Uno  studio  in Pakistan  ha riportato risultati simili. Questo campione comprendeva 100 donne con figli in  età  da  allattamento  compresa  tra  2 mesi  e  2  anni.  Di  queste  donne  il  38% aveva  sospeso  l’allattamento  al  seno, con il 36,8% che riferiva che la depressione   aveva   preceduto   l’interruzione dell’allattamento  e  l’1,2%  che  riferiva che  la  depressione  si  era  sviluppata dopo  la  conclusione  dell’allattamento. Le    donne    che    avevano    sospeso l’allattamento  avevano  conseguito,  sulla  versione  Urdu  della  HADS (Hospital anxiety and depression scale), un punteggio del valore medio di 19,66, contro    il    3,27    delle    donne    che allattavano.  Gli  autori  concludono  che  la  depressione  materna  è  stata  la  causa  dell’interruzione dell’allattamento per queste donne.

Stress post-parto e allattamento.

Dall’esperienza  clinica  gli  specialisti  di  allattamento    sono    consapevoli    da    tempo    che l’allattamento  riduce  lo  stress  materno.

Tuttavia è stato difficile dimostrarlo empiricamente perché spesso ci sono notevoli differenze preesistenti  tra  le  madri  che  allattano  e  quelle che  danno  il  biberon.  Mezzacappa  e  Katkin hanno presentato dati da 2 studi che indicano che l’allattamento difende le donne dall’umore

negativo.  Nel  primo  studio  hanno  confrontato  28 madri che allattavano al seno e 27 che allattavano artificialmente  sul  livello  di  stress  percepito  nel mese precedente. Come previsto le madri che allattavano  riferivano  meno  stress  anche dopo  aver  controllato  per  possibili  variabili  confondenti. In un secondo studio hanno confrontato 28 madri, che allattavano sia al seno sia con il biberon,  immediatamente  dopo  aver  allattato  e immediatamente dopo aver dato  la formula con il biberon. Il disegno di questo  studio ha permesso agli autori di tenere conto delle differenze preesistenti  nelle  madri  che  sceglievano  di  allattare  piuttosto  che  nutrire con il  biberon,  dato  che  ogni madre  veniva  confrontata  con  se  stessa.  Essi hanno  rilevato  che  l’allattamento  era  associato  a  una  riduzione  dell’umore  negativo  e la nutrizione artificiale a una riduzione dell’umore positivo nelle stesse donne.

Le  difficoltà  nell’allattamento  al  seno  tuttavia possono  aumentare  lo  stress  e  la  depressione materna. In un campione di 41 madri che allattavano  la  stanchezza  era  moderatamente correlata con depressione, stress percepito e gravità  dei  problemi  nell’allattamento.  Queste rilevazioni sono state fatte a 3 giorni e a 3,6 e 9  mesi  dal  parto.  Come  previsto  le  madri  depresse  riferivano  più  stanchezza  in  ciascuno  di

questi periodi. Le madri più anziane e quelle i cui figli  avevano  temperamento  difficile  riportavano i livelli più alti di stanchezza.

In un altro studio su 465 donne i pensieri negativi 1 mese dopo il parto erano predittivi di depressione  a  4  mesi.  Le  donne  che  allattavano  al

seno  i  loro  bambini  non  differivano  dalle  donne che  li  allattavano  artificialmente  nello  sviluppo  di depressione, ma le donne preoccupate per l’allattamento avevano più probabilità di diventare depresse rispetto a quelle non preoccupate.

Il  dolore  ai  capezzoli,  un tipo  di  dolore  relativamente  comune  nelle  donne  che  allattano,  può portare a svezzamento prematuro anche in madri motivate ad allattare e può anche avere un  impatto  psicologico  sulle  madri.  In  uno  studio di  Amir  e  collaboratori su  madri  australiane,  48 donne  che  allattavano  con  dolore  ai  capezzoli  furono  confrontate  con  65  donne  che  allattavano senza dolore. Le donne con dolore avevano  una  probabilità  significativamente  maggiore di essere depresse. Delle donne con dolore il 38% aveva  un  punteggio  oltre la  soglia  per la  depressione  contro  il  14%  nel  gruppo  di  controllo.  In modo simile le donne nel gruppo con dolore avevano punteggi significativamente più alti su tutti gli indici  della  scala  Profile  of  Mood  States  (Profilo degli stati dell’umore). Tali stati sono tensione, depressione, stanchezza, aggressività, confusione e vigore.  Una  volta  risolto  il  dolore  i  punteggi  su questa scala scendevano a livelli normali.

Ormoni dello stress e allattamento.

Secondo  Marshall livelli  elevati  di  stress  alterano  l’equilibrio  tra  i  neurotrasmettitori  acetilcolina  e  noradrenalina  portando  a  un  eccesso  di acetilcolina. Lo stress prolungato non inibisce più l’attività  colinergica  con  conseguente  aumento dell’ormone dello stress: il cortisolo. I livelli di cortisolo sono  spesso elevati in persone depresse e elevati    livelli    di    cortisolo    possono    influire sull’allattamento.

Grajeda  e  Perez-Escamilla  hanno  misurato  i livelli di cortisolo di 136 donne cittadine del Guatemala prima e dopo il parto. Hanno scoperto che

le  donne  primipare  hanno  nell’insieme  livelli  di cortisolo  più  elevati,  in  particolare  dopo  il  parto.

Per  le  donne  con  i  più  alti  livelli  di  cortisolo  la montata  lattea  (lattogenesi  II)  era  ritardata  di  parecchi giorni  Più recentemente Groër e collaboratori  hanno  esaminato  la  relazione  tra  stanchezza materna e depressione, trovando una correlazione  positiva  tra  cortisolo  sierico  e  stanchezza  in  donne  che  stavano  allattando.  Hanno inoltre  scoperto  che  le  madri  stressate,  affaticate o con umore negativo avevano livelli più bassi di prolattina e livelli più alti di melatonina nel latte rispetto a madri non stanche e stressate. Inoltre la prolattina  sierica  era  più  bassa  nelle  donne  depresse.  Livelli  più  bassi  di  prolattina  possono  ridurre  la  produzione  di  latte  che  a  sua  volta  può condurre a interruzione dell’allattamento.

Implicazioni

•    Dato che la depressione è un importante fattore     di     rischio     per     la     sospensione dell’allattamento,    gli    specialisti

dell’allattamento   dovrebbero   effettuare   uno screening  per  identificarla  (2  scale  per  lo screening  della  depressione,  libere  da  diritti

d’autore      sono      disponibili      sul      sito: http://www.GraniteScientific.com).

•    Stress e stanchezza materna riducono i livelli di  prolattina  e  possono  condurre  a  interruzione  dell’allattamento.  Alti  livelli  di cortisolo possono ritardare la lattogenesi II.

•    Difficoltà  nell’allattamento  al  seno,  in  particolare il dolore ai capezzoli, possono condurre a depressione   e   devono   essere   affrontate

prontamente.

•    Le    madri    depresse    dovrebbero    essere incoraggiate   a   continuare   l’allattamento   dal  momento  che  questo  protegge  il

bambino  dagli  effetti  dannosi  della  depressione materna.

Bibliografia

Kendall-Tackett KA. Depression in new mothers. Binghanton, New York: Haworth 2005.

Jones NA. The protective effects of breastfeeding for infant of depressed mothers. Breastfeed Abstr 2005;24(3):19-20.

Galler  JR  et  al.  Maternal  moods  predict  breastfeeding  in Barbados. J Dev Behav Pediatr 1999;20:80-87.

Misri S, Sinclair DA, Kuan AJ. Breasfeeding and postpartum depression:   Is   there   a   relationship?   Can   J   Psichiatr 1997;42:1061-65.

Bick  DE, MacArthur  C,  Lancashire RJ. What  influences the uptake  and  the  early  cessation  of  breastfeeding? Midwifery 1998;14:242-47.

Astbury  J  et  al.  Birth  events,  birth  experiences,  and  social differences  in  postnatal  depression.  Austr  J  Pub  Health 1994;18:176-84.

Taj  R,  Sikander  KS.  Effects  of  maternal  depression  on breastfeeding. J Pakistani Med Assoc 2003;53:8-11.

Mezzacappa ES, Katkin ES. Breastfeeding is associated with reduced  perceived  stress  and  negative  mood  in  mothers. Health Psychology 2002;21:187-93.

Wambach  KA.  Maternal  fatigue in  breastfeeding  primiparae during   the   first   nine   weeks   postpartum.   J   Hum   Lact 1998;14:219-29. L’Allattamento Moderno

Chaudron LH et al. Predictors, prodromes, and incidence of postpartum   depression.   J   Psichosom   Obstet   Gynaecol 2001;22:103-12.

Schwartz K et al. Factors associated with weaning in the first 3 months postpartum. J Fam Pract 2002;51:439-44.

Amir LH et al. Psichological aspects of nipple pain in lactating women. J Psichosom Obstet Gynaecol 1996;17:53-58.

Marshall   P.   Allergy   and   depression:   A   neurochemical thresold model of the relation between the illnesses. Psych  Bull 1993;113:23-43.

Grajeda  R,  Perez-Escamilla  R.  Stress  during  labor  and delivery is associated with delayed onset of lactation among guatemalan women. J Nutr 2002;132:3055-60.

Groër M et al. Neuroendocrine and immune relationships in postpartum fatigue. MCN 2005;30:133-38.

Traduzione di Marisa Fogliati.

Tratto da

http://www.lllitalia.org/index.php?option=com_content&task=view&id=294&Itemid=49

Televisione: piccolo schermo, grande nemico

Questo articolo è tratto da sito di UPPA
L’abbiamo scritto e riscritto, ma non siamo ancora paghi, soprattutto perché stavolta sono loro, gli scienziati a dirlo! La televisione, se utilizzata in modo indiscriminato, fa male. E qualcuno adesso ci ha spiegato anche perché.
L’esperimento di cui scriveremo è stato condotto in America nel 2008 e muove da studi precedenti, nei quali si affermava che la prolungata esposizione alla televisione, in bambini con età inferiore ai 30 mesi, produce uno sviluppo cognitivo e del linguaggio più modesto del normale. L’obbiettivo era capire in che modo la televisione interferiva sullo sviluppo di questi bambini.
Il campione era costituito da 50 bambini di età compresa tra i 17 e i 36. Il gruppo venne diviso in due sottogruppi. Sono stati allestiti due setting sperimentali di uguali dimensioni collegati ad una stanza di osservazione. I bambini del primo gruppo venivano fatti entrare in una stanza dove, per i primi 30’ minuti, la televisione rimaneva accesa; viceversa i bambini dell’altro gruppo giocavano prima con la televisione spenta, poi, per i rimanenti 30’ con la televisione accesa. La televisione trasmetteva un popolare gioco televisivo per adulti, compresa la pubblicità.
I risultati dell’osservazione hanno evidenziato che i bambini più piccoli, se pure distratti dalla televisione soltanto per pochi secondi, risultavano più disturbati rispetto ai bambini più grandi; l’attività che stavano svolgendo veniva interrotta più frequentemente e per periodi più lunghi; lo schema di gioco dimenticato ogni volta e ricominciato da capo, compromettendone in modo significativo la complessità e la maturità.
Tenuto conto del valore imprescindibile del gioco come strumento di sperimentazione e di crescita nel processo di sviluppo cognitivo, e del fatto che un bambino impegnato in un gioco lo fa in modo serio, difficile da interrompere, bisogna ritenere che la televisione accesa, se pure utilizzata come semplice sottofondo per altre attività, costituisca un elemento di fortissimo disturbo per un bambino piccolo e costituisca un ostacolo alla normale attività di apprendimento di un bambino sotto i 30 mesi di età.
Cos’altro dovranno dirci per spiegarci che la televisione usata come presenza continua e invasiva nella vita familiare non è una compagnia, ma solo un’illusione di compagnia, che non aggiunge ma toglie, che non avvicina agli altri ma allontana; che i nostri bambini non ne sentono il bisogno e che per tenerli impegnati basta farli sedere a terra con una pentola, un coperchio e qualcosa da metterci dentro? In fondo, non chiedono molto per crescere, possiamo accontentarli.

Sonia Bozzi, redattrice di UPPA, bozzi.sonia@gmail.com

L’amore materno rende più svegli “Ippocampo più sviluppato del 10%”

NOI ITALIANI, è noto, siamo dei ‘mammoni’. Ed è probabile, con buona pace di chi ci critica, che sia questo il segreto della nostra genialità. Una ricerca della Washington University School of Medicine di St. Louis dimostra infatti che i bambini che in età prescolare godono di cure materne particolarmente amorevoli sviluppano del 10 per cento in più l’ippocampo, area del cervello fondamentale nella gestione di apprendimento, memoria e stress.

In altre parole, chi fino ai quattro-cinque anni di vita trascorre molto tempo in compagnia della madre e viene da lei coccolato e vezzeggiato, anche “più del dovuto”, da quel rapporto trarrà, crescendo, un enorme vantaggio sul piano psico-fisico, ritrovandosi molto più sveglio dei coetanei.

“Ecco perché dico sempre ai neo-papà: smettetela di ‘giocare’ a fare le mamme”, spiega il pedagogista Daniele Novara, fondatore e direttore del Cpp (Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti) di Piacenza. “Nel primo anno di vita (e non solo) il rapporto tra mamma e bambino è fondamentale per lo sviluppo cerebrale. E finalmente uno studio conferma questa teoria”.

Una teoria – detta “dell’attaccamento primario”, già elaborata dallo psicanalista britannico John Bowlby – che studia le componenti etologiche del comportamento umano e aveva concluso che il neonato è un mammifero e che, come tutti i mammiferi, nel primo anno di vita deve continuare ad essere trattato come se si trovasse ancora nel grembo materno, con un continuo e forte contatto epidermico con la madre.

“Studi successivi – precisa Novara – hanno poi dimostrato che i bambini che vengono allevati in questo modo, da grandi raggiungono performance cognitive migliori. Una situazione che io stesso ho riscontrato personalmente”.

Quella pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences è però la prima ricerca che lega gli accudimenti materni allo sviluppo strutturale di una regione chiave del cervello, in questo caso l’ippocampo. “Il nostro lavoro – spiega il coordinatore del progetto, Joan Luby – fornisce una prova affidabile dell’importanza di coltivare in anticipo lo sviluppo cerebrale e potrebbe avere enormi implicazioni per la salute pubblica”.

Per giungere a queste conclusioni, Luby e il suo team hanno condotto un esperimento costringendo bambini dai 3 ai 6 anni ad affrontare una situazione frustrante: lasciati in una stanza con un pacchetto dai colori molto vivaci, avrebbero potuto aprire il regalo solo dopo che la mamma avesse portato a termine una serie di disegni. Osservando come madre e figlio gestivano la situazione, pensata proprio per replicare i fattori di stress tipici della quotidianità (in cui una mamma non può assecondare in ogni momento le richieste del figlio), gli studiosi hanno classificato sotto la categoria “accudimento” i casi in cui le madri offrivano rassicurazione e supporto al bambino, e diversamente quelli in cui lo ignoravano o rimproveravano.

Tempo dopo, quando i bambini avevano compiuto dai 7 ai 10 anni, i ricercatori hanno effettuato scansioni con risonanza magnetica al cervello di 92 di loro, riscontrando, in quelli con mamme più amorevoli, un ippocampo più grande del 10 per cento rispetto a quelli rientrati nell’altra categoria.

Nello studio, i ricercatori hanno escluso i bambini che soffrivano di depressione o altri disturbi psichiatrici in grado di influenzare la dimensione dell’ippocampo. “Decenni di ricerche avevano suggerito l’importanza di un caregiver particolarmente amorevole (che si tratti di mamma, papà o nonni) ai fini dello sviluppo emotivo e comportamentale del bambino – ha concluso Luby – ma questo studio fornisce prove concrete circa il fatto che una regione chiave del cervello cresca più sana e meglio sviluppata nei bambini che ricevono un accudimento più attento”.

“Che esista un rapporto tra sviluppo dell’ippocampo e cure materne è perfettamente vero – spiega Enrico Cherubini, coordinatore del settore di Neurobiologia della Sissa di Trieste, la Scuola internazionale superiore di studi avanzati, e presidente della Società italiana di neuroscienze – e lo confermano anche diversi studi già condotti sul mondo animale. Nei primi anni di vita il bambino ha un cervello plastico, in grado di formare continuamente nuove connessioni. Quindi è altamente probabile che gli stimoli materni contribuiscano all’aumento di questo network, favorendo lo sviluppo delle sinapsi dell’ippocampo”.

Articolo tratto da “Repubblica.it

http://www.repubblica.it/salute/benessere-donna/2012/02/05/news/amore_materno-29185422/?ref=HRERO-2

Tisana al finocchio: studio INRAN sull’estragolo

L’INRAN, l’ente pubblico italiano per la ricerca in materia di alimenti e nutrizione vigilato dal Mipaaf (Ministero per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali), ha condotto uno studio sull’estragolo, sostanza naturale presente nei semi di finocchio e, di conseguenza, nelle tisane a base di questo ingrediente, molto utilizzate non solo come digestivo per grandi e piccoli, ma soprattutto come rimedio naturale per le coliche dei neonati e per favorire la produzione del latte nelle mamme durante l’allattamento. Già nel 2001 l’estragolo era stato riconosciuto come sostanza cancerogena e genotossica a livello europeo, tanto da bandirne l’aggiunta come aromatizzante agli alimenti trasformati. La ricerca, realizzata nell’ambito del progetto europeo FACET, finanziato nel VII Programma Quadro, in cui l’INRAN coordina il sottoprogetto relativo agli aromi alimentari, ha permesso per la prima volta di ottenere stime dell’esposizione all’estragolo associata al consumo di tisane al finocchio basate su analisi relative a prodotti in commercio, invece di stimarne la concentrazione in modo indiretto a partire da una serie di assunzioni.

Nella prima fase dello studio sono state individuate le tre tipologie di prodotti in commercio per la preparazione di tisane al finocchio: bustine da tè, tisane solubili istantanee e semi sfusi. Per quanto riguarda le prime due sono stati raccolti i prodotti più diffusi sul mercato nazionale, 9 per le bustine da tè e 7 per le tisane istantanee, mentre il campione relativo ai semi sfusi, acquistati in 6 differenti erboristerie di Roma, considerata l’estrema variabilità del prodotto, non è altrettanto rappresentativo. Ogni tisana è stata poi preparata con 100 ml di acqua bollente, con un tempo standard di infusione di 7 minuti sia per le bustine da tè che per i semi sfusi. Per i preparati solubili invece, sono state seguite le istruzioni riportate in etichetta. I livelli di estragolo rilevati dalle analisi confermano che l’esposizione a questa sostanza è troppo elevata perché il consumo di tisane possa essere considerato  sicuro, per lo meno nel caso dei neonati, come spiega Antonio Raffo, ricercatore INRAN e autore della ricerca. “Per avere un rischio basso l’esposizione dovrebbe essere 10.000 volte inferiore alla soglia di cancerogenicità misurata negli animali di laboratorio. Al contrario, nel caso di un neonato che consumi 100 ml (un piccolo biberon) di tisana di finocchio al giorno, abbiamo riscontrato un margine molto più basso, nell’ordine di alcune centinaia di volte. Questi risultati confermano dunque le  recenti indicazioni in materia dell’EMEA, l’Agenzia europea che si occupa della valutazione scientifica dei farmaci, secondo la quale, il consumo di tisane al finocchio non è raccomandato nei bambini al di sotto dei 4 anni, a meno di una specifica indicazione del pediatra, così come non è raccomandato nel caso di donne in gravidanza e durante l’allattamento.” Inoltre, Catherine Leclercq, responsabile scientifico per l’INRAN del progetto Facet, ricorda che “Da anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità promuove l’allattamento esclusivo al seno fino a 6 mesi e quindi consiglia di non somministrare  né acqua né tisane ai neonati. Il rischio legato all’estragolo presente nelle tisane di finocchio è un motivo in più per attenersi a queste indicazioni. Per quanto riguarda le altre categorie di popolazione particolarmente vulnerabili (bambini sotto i 4 anni e donne in gravidanza e che allattano), occorre aumentare la consapevolezza di tutti circa la tossicità dell’estragolo”.

BIBLIOGRAFIA

A. Raffo, S. Nicoli, C. Leclercq. Quantification of estragole in fennel herbal teas. Implications on the assessment of dietary exposure to estragole. Food and Chemical Toxicology, 2011, 49, 370-375

Micotossine nel latte di formula e negli omogeneizzati alla carne

Un’alta percentuale di latti formulati e di omogeneizzati di carne, commercializzati in Italia, potrebbe essere contaminata da micotossine, un gruppo di sostanze potenzialmente tossiche e cancerogene, come recepito dalle numerose leggi che ne proibiscono la presenza negli alimenti. E potenzialmente più pericolose se presenti in alimenti per lattanti, dato che questi non hanno una dieta variata come i bambini più grandi e gli adulti, ma spesso vengono alimentati solo o principalmente con latte formulato e omogeneizzati.

La scoperta è di un gruppo di ricercatori dell’Università di Pisa ed è stata pubblicata dalla prestigiosa rivista USA Journal of Pediatrics (1). Gli autori dell’articolo hanno analizzato 185 campioni di latte formulato, sia in polvere sia liquido e pronto all’uso, di 14 marche trovati in vari punti vendita nel 2007 e 2008. I latti erano in maggioranza di tipo 1, quelli raccomandati per i primi 6 mesi, ma c’erano anche dei latti per neonati prematuri. Hanno analizzato anche 44 campioni di omogeneizzati di carne, di solito raccomandati dai 4 mesi di età, di 7 marche, tutti commercializzati nel 2008. Le carni usate erano di manzo, vitello, pollo, tacchino, coniglio, maiale, cavallo e agnello. L’analisi consisteva nel cercare la presenza di diversi tipi di zearalenone, una micotossina non steroidea prodotta da batteri spesso presenti in diversi cereali, usati appunto negli allevamenti di vari animali, comprese le mucche da latte, ingrediente base per la preparazione delle formule per lattanti. Cos’hanno trovato?

Diversi tipi di zearalenone erano presenti tra il 9% e il 28% dei latti 1, ma anche in uno dei campioni di latte per neonati pretermine, senza differenze significative tra le varie marche. Le micotossine erano presenti anche nel 27% dei campioni di omogeneizzati alla carne, anche in questo caso senza differenze significative tra marche. Gli autori hanno anche stimato le quantità medie di micotossine che un lattante ingerirebbe per kg di peso, se fosse alimentato solamente con latte di formula. Questo valore supererebbe gli 0.5 microgrammi per kg di peso al giorno che è il limite di sicurezza raccomandato dalle più importanti agenzie di controllo internazionali. E per i bambini questo rappresenta un considerevole rischio, data la loro velocità di crescita e sviluppo, il metabolismo elevato, e l’immaturità dei loro sistemi di depurazione e di molti organi e tessuti, sistema nervoso centrale in primo luogo.

“Le micotossine trovate negli alimenti per l’infanzia – precisano in un comunicato congiunto ACP – AICPAM – BABYCONSUMERS – IBFAN ITALIA – IL MELOGRANO – MAMI – provengono evidentemente dalle carni degli animali usati dall’industria per la preparazione di questi prodotti. Più precisamente dalle granaglie usate per l’alimentazione di questi animali, spesso non controllate rigorosamente, o addizionate di sostanze proibite. Il dato mette in seri dubbi la tanto decantata maggior sicurezza di questi prodotti rispetto agli alimenti di preparazione casalinga, pubblicizzata dalle ditte produttrici. Grazie al marketing, il pubblico in generale ha una percezione degli alimenti industriali per bambini (compresi i latti artificiali) come di cibi molto sicuri e controllati, mentre evidentemente non è così. Gli autori della ricerca raccomandano a ragione controlli più rigorosi. Noi chiediamo quindi che tutti gli ingredienti che rientrano nei latti formulati e nei cibi destinati all’infanzia vengano maggiormente controllati per la loro qualità e sicurezza, e che le ditte si impegnino a rispettare il Codice Internazionale al 100%, per la tutela della salute dei bambini e la protezione dell’allattamento.”

Comunicato stampa congiunto sottoscritto da:
IBFAN Italia – www.ibfanitalia.org
ACP (Associazione Culturale Pediatri) – www.acp.it
AICPAM (Associazione Italiana Consulenti Professionali in Allattamento Materno) – www.aicpam.org
Baby Consumers – www.babyconsumers.it
Il Melograno – Centri Informazione Maternità e Nascita – www.melograno.org 
MAMI (Movimento allattamento materno italiano) – www.mami.org

Riferimenti:
(1) Meucci V, Soldani G, Razzuoli E, Maggese G, Massart F. Mycoestrogen pollution of Italian infant food. Journal of Pediatrics 2011;159:278-83 – Clicca qui per scaricare la pubblicazione (file .pdf)

Articolo tratto dal sito:

http://www.babyconsumers.it/2011/07/23/micotossine-nel-latte-di-formula-e-negli-omogeneizzati-alla-carne/

Acido folico e gravidanza

L’acido folico (folato), è la vitamina B9. Non viene prodotto dall’organismo ma deve essere assunto con il cibo e dalla flora batterica intestinale, e il fabbisogno quotidiano in condizioni normali è di circa 0,2 mg. Negli ultimi decenni, l’acido folico è stato riconosciuto come essenziale nella prevenzione delle malformazioni neonatali, particolarmente di quelle a carico del tubo neurale, che si possono originare nelle prime fasi dello sviluppo embrionale. Durante la gravidanza, quindi, il fabbisogno di folato si raddoppia a 0,4 mg perché il feto utilizza le riserve materne.
Anche se il suo ruolo non è conosciuto nei dettagli, infatti, la vitamina B9 è essenziale per la sintesi del DNA e delle proteine e per la formazione dell’emoglobina, ed è particolarmente importante per i tessuti che vanno incontro a processi di proliferazione e differenziazione, come, appunto, i tessuti embrionali.
L’acido folico, tuttavia, contribuisce anche a prevenire altre situazioni di rischio alla salute. La sua presenza abbassa i livelli dell’aminoacido omocisteina, associato al rischio di malattie cardiovascolari e infarti, anche se non si può al momento stabilire una associazione diretta tra assunzione di folati e riduzione del rischio cardiaco. Inoltre, sembra giocare un ruolo, non ancora ben chiarito, nella prevenzione di altri difetti e malformazioni congenite, come lalabiopalatoschisi e alcuni difetti cardiaci congeniti.

Effetti della carenza di acido folico
La carenza di acido folico nelle prime fasi della gravidanza aumenta fortemente il rischio di malformazione del feto, in particolare di difetti del tubo neurale (DTN) associati a spina bifida o anencefalia. In generale, una carenza di folati può dare luogo con più facilità a esiti avversi (ritardo di crescita intrauterina, parto prematuro, lesioni placentari..).
Negli adulti, la carenza di acido folico può manifestarsi con l’anemia megaloblastica. Inoltre, è spesso associata a carenze di altri oligonutrienti (zinco, vitamina B12) che sono, a loro volta, ulteriori fattori di rischio teratogeno (ad es., difetti del tubo neurale).
Una riduzione dell’assorbimento di acido folico, e/o un conseguente aumento del fabbisogno, possono derivare anche dall’assunzione di alcuni farmaci (barbiturici, estroprogestinici), da un elevato consumo di alcol, dal diabete mellito insulino-dipendente, dalla celiachia, o da alcune specifiche varianti di geni coinvolti nel metabolismo dei folati (metilene-tetraidrofolato-reduttasi, recettore dei folati).
Se le donne in età fertile presentano uno di questi fattori di rischio, quindi, è necessario che assumano con particolare attenzione la vitamina nel periodo periconcezionale. Le donne che rientrano in gruppi ad alto rischio (quelle che presentano una certa familiarità con malattie del tubo neurale, o che hanno avuto una precedente gravidanza con un DTN, o che sono affette da diabete mellito, obesità o epilessia) dovrebbero essere monitorate con particolare cura dagli operatori sanitari in quanto potrebbero necessitare di quantità maggiori di acido folico.

 

difetti del tubo neurale (DTN)

Il tubo neurale è quella parte del feto che si sviluppa per formare il cervello, la scatola cranica e la spina dorsale. Quando il tubo neurale non si chiude correttamente e completamente durante le prime settimane di gravidanza, il bambino sviluppa gravi malformazioni congenite come la spina bifida e l’anencefalia. La maggior parte di queste condizioni sono multifattoriali e risultano quindi dalla combinazione di elementi genetici e ambientali. Non è possibile prevedere se una donna avrà una gravidanza affetta da DTN, dato che il 95 per cento delle malformazioni si presentano in bambini nati da donne senza alcuna familiarità con queste condizioni.
La spina bifida è il più frequente DTN, dovuta a una incompleta chiusura della parte inferiore del tubo neurale. La spina bifida comporta conseguenze anche molto diverse, che vanno da problemi che possono essere corretti con interventi chirurgici a gravi disabilità fisiche e mentali. In questo secondo caso, si possono verificare paralisi degli arti inferiori, difficoltà di controllo degli organi interni (intestino e vescica), difficoltà nello sviluppo e apprendimento e ritardo mentale, talvolta idrocefalia. L’80-90 per cento dei bambini con spina bifida sopravvivono fino all’età adulta.
L’anencefalia è una condizione in cui il cervello si sviluppa in modo incompleto o non si sviluppa affatto in seguito alla incompleta chiusura della parte superiore del tubo neurale. I bambini con anencefalia muoiono prima della nascita o subito dopo.

 

Quando e come va assunto l’acido folico

Il tubo neurale si chiude entro 30 giorni dal concepimento (tra il 17esimo e il 29esimo giorno tipicamente), quando la donna spesso non sa ancora di essere incinta. Data l’importanza dell’acido folico in questa fase, tutte le donne che programmano una gravidanza o che semplicemente sono in fase riproduttiva e non applicano misure anticoncezionali dovrebbero assumere acido folico giornalmente, sia tramite la dieta che con integratori. In una ipotesi minima, l’assunzione dovrebbe avvenire regolarmente perlomeno nel mese precedente il concepimento e per i primi tre mesi di gravidanza. Secondo un dato dei CDC americani, l’assunzione di acido folico può prevenire dal 50 al 70 per cento di alcuni tipi di malformazioni.
Data la difficoltà a soddisfare il fabbisogno minimo con la sola alimentazione durante la gravidanza, gli esperti raccomandano di agire su tre fronti allo stesso tempo: una dieta ricca di acido folico, l’uso di alimenti fortificati e l’assunzione quotidiana di integratori di acido folico.

Una dieta ricca di acido folico
L’acido folico si trova in abbondanza in alcuni alimenti come le verdure a foglia verde (spinaci, broccoli, asparagi, lattuga), le arance (e il succo di arancia dal concentrato), i legumi, i cereali, frutta come limoni, kiwi e fragole, e nel fegato. Il processo di cottura però distrugge la grande maggioranza di folato presente nei cibi.

Alimenti fortificati
Sono pochi i cereali che contengono acido folico in quantità tali da soddisfare con una singola razione il fabbisogno quotidiano. Nel 1998 la Food and Drug Administration (l’organismo federale statunitense per la sorveglianza sui farmaci e sugli alimenti) ha disposto l’aggiunta di acido folico a tutti i cereali ‘fortificati’ nella misura di 0,14 mg per 100 grammi di prodotto in granella. Sono così acquistabili sul mercato americano alimenti fortificati come la farina, il pane, il riso e altri prodotti a base di cereali. In Italia, non esiste l’obbligo di produzione di alimenti fortificati, ma esiste solo una fortificazione volontaria adottata da alcune industrie alimentari. Sono quindi presenti sul nostro mercato solo alcuni  alimenti  fortificati come cereali da colazione prodotti da industrie multinazionali, succhi di frutta, un latte speciale UHT e pochi altri prodotti.

Assunzione di un integratore
Ogni giorno, una donna in età fertile che preveda o perlomeno non escluda una gravidanza, dovrebbe assumere una pastiglia contenente 0,4 mg di acido folico. In alternativa, è possibile assumere una pastiglia da 0,5 mg ogni secondo giorno. Gli integratori di acido folico sono in vendita in tutte le farmacie e possono facilmente essere acquistati dietro presentazione di ricetta medica. E’ importante attenersi alle quantità indicate, perché un eccesso di vitamine (soprattutto se si assumono i complessi multivitaminici) può causare altri danni (un eccesso di vitamina A può dare luogo ad altri difetti di nascita, e la dose giornaliera consigliata è di 3000 UI). Sembra invece superato il problema per cui un eccesso di acido folico può mascherare una carenza di vitamina B12 che comporta una forma rara di anemia: sono infatti disponibili altri test che permettono di valutare rapidamente i livelli di B12 indipendentemente dalla presenza di folati.
Nonostante la dose raccomandata sia di 0,4 mg di acido folico al giorno, uno studio pubblicato su The Lancet nel 2001 stima che un aumento di questa dose fino a 5 mg al giorno avrebbe effetti anche più incisivi nella riduzione del rischio di DTN.

Articolo tratto da:

http://www.epicentro.iss.it/problemi/folico/folico.asp

Due cuori, un solo battito!

Non è sempre facile seguire il proprio cuore. Ma per i neonati e le loro mamme seguire il battito cardiaco dell’altro è facile come guardarsi e sorridere. Uno studio dimostra che neonati di tre mesi e le loro mamme riescono a sincronizzare il loro battito cardiaco al millisecondo. I ricercatori hanno studiato 40 coppie di mamme e rispettivi bebè seduti uno di fronte all’altro, con un elettrodo adesivo posizionato sul cuore. Appena la mamma e il bebè si guardano teneramente e si scambiano qualche effusione subito i loro cuori cominciano a battere, quasi nello stesso istante; secondo i ricercatori dell’articolo nell’ Infant Behavior and Development di questo mese, la sincronia si evidenzia solo nella coppia mamma e bambino e solo se si scambiano sorrisi e manifestano altri atteggiamenti sociali di contentezza. Secondo gli studiosi, quando gli esseri umani si guardano reciprocamente allo specchio, potrebbero accendersi delle specifiche aree del cervello che comandano al cuore quando battere. I battiti all’unisono non durano, tuttavia, che pochi secondi. I neonati che non sono in sintonia con la loro mamma sono meno empatici come adolescenti, secondo uno studio condotto nello stesso laboratorio. I prematuri e i bambini la cui mamma ha sofferto di depressione post-partum, potrebbero non sviluppare questa capacità sociale poiché non hanno avuto la possibilità di interagire con la madre nei primi mesi di vita.
Fonte: http://news.sciencemag.org/sciencenow/2011/12/scienceshot-human-hearts-beat-to.html

Sicurezza Bisfenolo A: l’EFSA conferma che nel 2012 riesaminerà il proprio parere

Su richiesta della Commissione europea, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha pubblicato una dichiarazione sul bisfenolo A (BPA) in risposta alle relazioni del settembre 2011 dell’Agenzia francese per la sicurezza sanitaria dell’alimentazione, dell’ambiente e del lavoro.

Gli esperti scientifici del gruppo Materiali a contatto con gli alimenti, enzimi, aromatizzanti e coadiuvanti tecnologici (CEF) ritengono nel complesso che le informazioni contenute nella relazione riguardo agli effetti del BPA sulla salute non giustifichino una modifica delle considerazioni espresse dal gruppo nel parere del 2010 sulla sicurezza del BPA. Il gruppo scientifico chiarisce che il lavoro condotto dall’Anses si è limitato all’identificazione del pericolo mentre l’EFSA ha effettuato una valutazione del rischio completa del BPA[3]. La dose giornaliera tollerabile (DGT) per il bisfenolo A, stabilita dall’EFSA per la prima volta nel 2006, viene fissata per tutelare tutti i vari gruppi della popolazione rispetto all’esposizione a tale sostanza tramite la dieta nel corso dell’intera vita.

L’EFSA ha in corso un programma per monitorare gli sviluppi scientifici in merito al BPA. Dopo un’analisi preliminare della nuova letteratura, il gruppo di esperti CEF conferma, come nel 2010, che permangono incertezze sulla possibile rilevanza per la salute umana di taluni effetti associati al BPA, osservati a basse dosi nei roditori. Il gruppo di esperti riconsidererà il proprio parere dopo aver ulteriormente valutato nuovi studi e nuovi dati provenienti da studi a basse dosi, attualmente in corso negli Stati Uniti[4], che saranno disponibili nel 2012.

 Redazione Web GenitoriMagazine