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Prossimi incontri Mums4Mums

Qeusto mese riprendono gli incontri del sabato mattina di mums4mums!!!! Sabato 19 settembre ci troviamo per parlare un pò di un argomento che probabilemente angoscia la quasi totalità dei genitori…il sonno dei neonati!!  La’appuntamento è sempre per sabato mattina, presso la palestra gestanti del consultorio della casa della salute di Sant’Ilario d’Enza.

Vi aspettiamo!

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Nanna- Non si addormenta nella culla

Il bebè prende sonno serenamente solo tra le braccia di mamma e papà oppure nel passeggino. Perché? E come aiutarlo ad addormentarsi nella culla o nel lettino?

Prende sonno solo in braccio…

È stanco, ma nella culla non si addormenta. Anzi, spesso piange, diventando sempre più inquieto. Ma appena la mamma lo prende in braccio, si tranquillizza e in pochi minuti scivola nel sonno.

“È un comportamento del tutto naturale”, rassicura Alessandra Bortolotti, psicologa perinatale a Firenze. “Il contatto con il genitore, che lo culla e lo ‘contiene’, rassicura il bimbo e gli regala una sensazione di profondo benessere. Il calore e la vicinanza della mamma ricreano le condizioni che il bambino ha vissuto nel grembo materno. Non a caso si parla di endogestazione, riferendosi ai nove mesi della gravidanza, e di esogestazione per indicare i primi mesi successivi alla nascita, definizioni che sottolineano la continuità tra il prima e il dopo. Continuità che riguarda anche i bisogni del bambino, per cui l’esigenza di contatto è prioritaria. Il suggerimento, quindi, è di non temere che si tratti di una ‘cattiva’ abitudine e di godersi questi momenti di tenerezza“.

E se parenti e amici raccomandano di abituare il piccolo a dormire nel lettino? “Spetta ai genitori decidere come gestire la nanna del bebè. Se mamma e papà sono sereni, va tutto bene. Il bisogno di contatto è un’esigenza fisiologica e non c’è alcuno studio che dimostri che le coccole ritardano il cammino verso l’autonomia”.

… o nel passeggino

“Il movimento del passeggino culla il bimbo e concilia il sonno“, spiega Alessandra Bortolotti. “Naturalmente, il fatto che il bebè ami addormentarsi così non significa che prenderà sonno sempre e solo in questo modo. Con la crescita, le sue abitudini si modificheranno spontaneamente“.

Ma se ai genitori questa modalità non è gradita, cosa fare? “L’ideale sarebbe prevenire, ovvero evitare di creare l’associazione nanna-passeggino. Come? Cercando di non far coincidere la passeggiata con gli orari in cui è più probabile che il bambino si addormenti e, naturalmente, di non usare spesso il passeggino per conciliare il sonno del piccolo. La ripetizione fa sì che si creino routine consolidate: se tutti i giorni i genitori escono per una passeggiata dopo cena e il bimbo si addormenta nel passeggino, è naturale che si abitui a questa modalità e fatichi a prendere sonno in situazioni differenti”.

Modificare un’abitudine

Se i genitori desiderano cambiare la routine serale, come devono procedere?

“Con tanta pazienza, gradualità e un surplus di coccole”, consiglia la psicologa. “Per creare un nuovo rituale della nanna e aiutare il bimbo ad addormentarsi nel lettino, il genitore potrà restare al suo fianco, tenergli la manina, sussurrare parole affettuose o cantare una ninnananna, finché pian piano il piccolo si rilassa e riesce a prendere sonno. Se invece l’associazione da modificare è quella nanna-passeggino, si potrà cullare il piccolo, farlo addormentare nell’apposita fascia o, ancora, posarlo nel lettino e fargli tante coccole. Ogni famiglia troverà i suoi rituali, nel rispetto dei tempi e delle reazioni del bambino, senza fretta e senza forzature.

È importante anche essere pronti a fare un passo indietro e rimandare un poco il cambiamento, se ci si accorge che il piccolo non è pronto per la novità. I bimbi cambiano molto in breve tempo: quello che rifiutano oggi potrebbe non essere più un problema tra una settimana…”.

Articolo di Giorgia E. Cozza  

Articolo tratto dal sito http://www.ioeil miobambino.it

http://www.ioeilmiobambino.it/bambino/nanna/non-si-addormenta-nella-culla-6369

L’estinzione graduale risolve i problemi del sonno nei bambini?

Vi riportiamo il riassunto di questo lavoro pubblicato da Tortorella e colleghi (Quaderni acp, 2006; 13(6): 264-266).

Per rispondere al quesito posto da una madre abbiamo cercato nella letteratura scientifica
lavori che comprovino l’efficacia della tecnica di “estinzione graduale” nella
educazione e nella rieducazione al sonno. L’autosomministrazione della tecnica di EG
è la proposta di un libro divulgativo scritto dal dott. E. Estivill (“Fate la nanna”) e
diffuso largamente presso i genitori. I lavori in letteratura dimostrano che tale tecnica
risulta efficace solo a 2 mesi di follow-up ma non a 4.
Di seguito trovate il link per scaricare l’articolo integrale, molto interessante!

http://db.acp.it/Quaderni.nsf/5e4077550f8d6c3ac12571170039d315/9af08d4ad404b472c125722e0035d269/$FILE/LEGGEREFARE.pdf

Nanna Risvegli notturni: cosa fare?

È un bimbo tranquillo, che “mangia e dorme”: spesso, nell’immaginario comune, il neonato viene definito così, creando false aspettative nei genitori. In realtà, il sonno dei piccoli è molto diverso da quello degli adulti, e i risvegli notturni sono del tutto naturali.

Un sonno più “leggero”

“Nei primissimi anni di vita è normale che il bimbo non dorma come un adulto“, spiega la psicologa Alessandra Bortolotti. “I cicli di sonno del neonato sono più brevi e i momenti di passaggio dalla fase di sonno più profondo (non REM) a quella di sonno meno profondo (REM) sono più frequenti. Ed è in questi ‘momenti di passaggio’ che il bebè si sveglia. Con la crescita, la durata dei singoli risvegli si riduce progressivamente fino a diventare di pochi secondi, proprio come accade agli adulti, che al mattino non li ricordano nemmeno.

Finché il bimbo è piccolo, ha bisogno di essere rassicurato dalla presenza della mamma o del papà. E proprio la risposta del genitore a questa sua esigenza lo aiuta a crescere più sicuro di sé”.

Latte e coccole di mamma

Ai piccoli nutriti al seno, in genere, basta poppare per qualche minuto per prender sonno. “Il latte materno contiene endorfine, che inducono uno stato di benessere e rilassamento profondo e favoriscono la nanna del bebè, mentre prolattina e ossitocina aiutano la mamma a riaddormentarsi rapidamente”, spiega la psicologa. “Inoltre, si è visto che la madre riposa meglio se dorme vicino al suo bimbo, perché i loro ritmi del sonno si sincronizzano, come già avveniva nell’ultimo periodo della gravidanza”.

Lasciarlo piangere?

Tra i suggerimenti per i genitori messi a dura prova dalla mancanza di sonno, il più diffuso è quello di “lasciar piangere” il bambino, perché impari a non cercarli più quando si sveglia di notte. Prima di rispondere al pianto, il genitore dovrebbe attendere per un lasso di tempo sempre più lungo (la prima sera pochi minuti, la successiva qualche minuto in più, e così via), in modo che il piccolo impari a riaddormentarsi da solo.

“I metodi che si basano sul condizionamento e impongono di non rispondere al richiamo del bebè, lasciandolo piangere a lungo, sono potenzialmente nocivi”, dice la psicologa. “Il pianto è l’unico modo che il bimbo ha a disposizione per segnalare un suo bisogno. Ed è grazie alla risposta del genitore che il piccolo acquisisce fiducia negli adulti e nelle sue competenze, dato che si scopre capace di richiamare a sé la mamma e il papà”.

Ciò non significa che il genitore debba intervenire al primo sussurro del bambino. A volte, infatti, il bebè si riaddormenta da solo dopo qualche secondo, altre volte bastano una parola rassicurante, una carezza o la semplice presenza della mamma perché riprenda sonno serenamente.

Ogni bimbo e ogni famiglia sono diversi: non ci sono metodi e ‘istruzioni’ validi per tutti. I genitori sapranno trovare la soluzione che più si adatta alla propria realtà e che permette a tutta la famiglia di riposare al meglio.

Un aiuto dalla routine

Premesso che i risvegli notturni sono normali, una buona nanna si costruisce già durante il giorno, creando routine consolidate e mantenendo invariati gli orari del risveglio, dei pasti, del sonnellino e dell’addormentamento serale. La giornata del bambino deve essere scandita da ritmi regolari, perché la ripetitività, le abitudini consolidate, gli eventi che si succedono secondo una sequenza nota infondono sicurezza al piccolo e favoriscono una nanna serena.

nfine, nel periodo in cui i risvegli sono ancora frequenti, il suggerimento per la mamma è quello di ‘recuperare’ il sonno interrotto durante il giorno, ad esempio approfittando del sonnellino pomeridiano del proprio bimbo per riposare o anche solo rilassarsi un po’ sul divano. Articolo di Giorgia E. Cozza  

Articolo tratto dal sito: http://www.ioeilmiobambino.it

(http://www.ioeilmiobambino.it/bambino/nanna/risvegli-notturni-cosa-fare-5762)

Il sonno con la mamma rende i bimbi più intelligenti

Vi riportiamo l’intervista al Professor Susan Ludington, phd in Pediatric Nursing negli USA, un’autorità sul tema della marsupioterapia (kangaroo therapy o KT) dei neonati prematuri e degli effetti del sonno sui neonati. Le cose di cui ci parla in questa intervista suffragano scientificamente che il contatto di pelle mamma bambino, favorendo cicli di sonno adeguati, consentono uno sviluppo migliore e accelerato del cervello.

***

Tenere i bimbi a contatto di pelle stimola la loro autostima

Nei primi 3 anni di vita di un bambino il sistema neurologico è estremamente flessibile e in continua trasformazione.

Tutti i messaggi che arrivano al bebè sono di tipo sensoriale, il tipo di messaggi che il cervello del bambino è più in grado di elaborare, perché sono analoghi a quelli della vita intrauterina: sentirsi contenuto, i suoni, il movimento, il calore, etc..

Vi sono 5 aree cerebrali specifiche dove si codificano le esperienze sensoriali del bebè.

Ciò che desideriamo è che il bebè riceva certi stimoli quanto prima, perché il 75% del suo cervello si sviluppa nei primi 3 anni di vita. Questi stimoli sono dunque dello stesso tipo di quelli che riceve in utero. E’ per questa ragione che l’utilizzo della marsupio-terapia (portare i bambini a contatto di pelle, fasciati al petto della mamma) contribuisce ad incrementare la complessità del cervello e la sua maturazione.

Maggiore sviluppo cerebrale se i bimbi dormono a contatto con la mamma

In particolare, l’area cerebrale che si sviluppa maggiormente con l’utilizzo della marsupio terapia (l’utilizzo delle fasce portabebè, ma con il contatto pelle a pelle mamma-neonato) è l’area limbica. Questa è l’area nella quale risiedono l’autostima, la capacità di sentirsi amati, le facoltà emotive, etc, che sono stimolate al meglio da esperienze tattili piacevoli (Ollauson et al., 2003).

Quindi il contatto pelle a pelle mamma-bambino è, dopo l’allattamento al seno, il primo processo di influenza neurobiologica di sviluppo cerebrale.

La marsupio terapia espleta questo importante effetto in particolare attraverso il sonno che è un processo fondamentale di sviluppo.

Il sonno ha un andamento ciclico: alterna fasi di sonno “attivo” (rem), in cui sogna, a fasi di sonno profondo (non rem). Questi cicli nel bambino dovrebbero avere un preciso andamento.

Quando un bambino entra nella fase di sonno profondo e questa fase ha una buona durata, allora il bambino procede in una fase di sonno attivo nel quale assorbe e metabolizza, a livello cerebrale, le esperienze fatte durante la veglia. Ma questo processo di apprendimento può aver luogo solo quando vi è una buona fase di sonno attivo, e questa è possibile solo se nel sonno vi è una predominanza di sonno profondo.

Nell’utero un bebè di 32 settimane dorme 20-22 ore al giorno e le sue fasi di sonno profondo durano all’incirca 40’, i bambini che sono in incubatrice dormono un numero di ore di molto inferiore, e i loro cicli di sonno profondo (individuabili con un elettroencefalogramma) risultano di circa 10” alla volta. I bambini in marsupio terapia presentano cicli di sonno profondo di 20-23’.

Un buon ciclo di sonno richiede un sonno continuativo di almeno 1 ora. Poiché sappiamo che la marsupio terapia favorisce enormemente il sonno (tutti sanno che un neonato in fascia sprofonda nel sonno per ore), la marsupio terapia per i prematuri dovrebbe prevedere che il contatto duri almeno un ciclo completo di sonno (1 ora).

Se la marsupio terapia viene fatta per periodi più brevi, osserviamo comunque un miglioramento a livello di funzioni vitali, riduzione dello stress e miglioramento del sistema immunitario, ma non arriva ad espletare i suoi effetti sulla maturazione del cervello.

Inoltre durante la marsupio terapia il bebè è stimolato come nell’utero (contenimento, calore, movimento, rumori, etc.) stimoli preziosi per la sua crescita proprio perché quelli che il suo cervello richiede in questa fase.

 

Marsupio terapia e sonno: effetti sui prematuri

Gli effetti del sonno sullo sviluppo e quindi della marsupio terapia (che favorisce il sonno corretto) sono particolarmente visibili sui prematuri, per i quali i progressi spesso risultano vitali. Si osserva che l’incubatrice genera un ritmo di sonno cosiddetto “indeterminato”, ovvero dove il ritmo rem/non rem non è adeguato, i cicli sono molto più brevi ed erratici. Gli studi condotti ad oggi mostrano che lo sviluppo cerebrale di neonati prematuri portati in marsupio terapia può risultare accelerato di 3-4 settimane rispetto a bambini tenuti solo in incubatrice.

Il miglioramento dell’interazione delle aree cerebrali che si riscontra grazie al sonno in marsupio terapia ha un effetto diretto sul miglioramento dei parametri vitali: riduzione delle apnee, stabilità di temperatura e respiro, migliori output cardiaci, migliore irrorazione dei reni, riduzione dell’ipoglicemia. La marsupio terapia più precoce è stata attivata entro 24 ore dalla nascita per un neonato prematuro nato di 24 settimane.

Articolo tratto dal sito http://www.genitorichannel.it

qui si può anche vedere la video interivista all prof. Susan Ludington

http://www.genitorichannel.it/I-figli-crescono/Primo-anno-di-vita-e-allattamento/Il-sonno-con-la-mamma-rende-i-bimbi-piu-intelligenti-video.html

L’evoluzione del sonno del neonato

James McKenna, intervento al convegno de La Leche League International, 1997

Abbiamo letto nel libro Genitori di giorno e di notte del dottor Sears che i neonati dormono in maniera diversa dagli adulti, soprattutto perché hanno più sonno attivo (REM) che sonno passivo (non REM), visto che il primo è fondamentale per loro crescita neurologica. Un altro studioso del sonno, il dottor James McKenna, antropologo e professore nel dipartimento di neurologia all’università della California e ricercatore sulla SIDS (sindrome della morte improvvisa del lattante) da oltre 10 anni, ha cercato di approfondire la vera natura del sonno di un neonato, sano e nato termine, dal punto di vista evolutivo – cioè come il suo corpo sia stato programmato biologicamente per dormire. Ha studiato quelle che lui definisce le “aspettative biologiche” del neonato rispetto alle sue esperienze di sonno, in contrasto con le nostre “aspettative culturali”, e ha riscontrato un enorme abisso.

Il dottor McKenna fa notare come recenti modelli pediatrici e psicologici, assieme a nuove ideologie, convenienze e valori culturali, abbiano formato la nostra opinione su come un bambino “normalmente” dovrebbe dormire; ma questo è in netto contrasto con ciò che è importante per il neonato dal punto di vista biologico e dello sviluppo.

In questa nostra epoca, quindi, dice McKenna, stiamo provocando nel neonato umano un nuovo tipo d’esperienza di sonno.

Origini evolutive del modo di dormire della specie umana
La struttura, il comportamento, lo sviluppo fisiologico dei nostri neonati si formò migliaia e migliaia di anni fa, tra l’epoca dei cacciatori-raccoglitori e la rivoluzione agricola – il che storicamente ci può sembrare tanto, osserva McKenna, ma dal punto di vista biologico è estremamente recente. Il modus vivendi dei nostri antenati ha sviluppato quelle caratteristiche di sopravvivenza che abbiamo oggi. Infatti, dice l’antropologo, nonostante grandissime differenze culturali nel mondo, ritroviamo una base comune a tutti i neonati, che si è sviluppata in questo periodo in cui gli esseri umani sono stati “scolpiti” per adattarsi meglio al loro modo di vita.
James McKenna fa un passo indietro per parlare di una fondamentale differenza tra gli esseri umani e gli altri primati: la nostra circonferenza cranica fetale è in media più grande dell’apertura pelvica media (questo sarebbe avvenuto quando abbiamo acquisito la posizione eretta), e per questo i nostri cuccioli nascono estremamente immaturi in confronto agli altri mammiferi. Abbiamo il cervello meno maturo neurologicamente alla nascita, con solo il 25% del suo volume definitivo.
Gli scimpanzé nascono con il 45% del volume del loro cervello, eppure i loro piccoli vengono portati addosso in media dai due-quattro anni e allattati altrettanto a lungo.
Gli esseri umani terminano la maggior parte della gestazione fuori dell’utero (dentro sarebbe impossibile proprio per via della grandezza del cranio rispetto allo scavo pelvico). I neonati dovrebbero stare almeno altri sei mesi nell’utero materno per essere vicini come sviluppo agli altri cuccioli mammiferi, afferma McKenna, e quindi necessitano di un ambiente ricco di cure per il loro sviluppo. Condividere il sonno, quindi, è una decisione fisiologica.
Noi facciamo parte delle specie che “portano” i loro cuccioli, come le scimmie e in particolare i primati (scimmie antropomorfe). Il nostro latte è stato disegnato per un cucciolo che viva costantemente con sua madre, che mangi frequentemente giorno e notte – a differenza delle specie che “cacciano”, il cui latte è altamente proteico, ricco di grassi, povero di zuccheri e molto calorico, il che permette alle madri di lasciare le tane, cercare il cibo e tornare per allattare; i loro cuccioli sono sazi più a lungo e possono quindi stare dei periodi lunghi senza la mamma.
La qualità del latte umano, afferma McKenna, suggerisce invece un rapporto di costante contatto o prossimità con la mamma.
Il nostro mondo occidentale industrializzato incoraggia da subito lunghe e frequenti separazioni del neonato dalla madre – da cui al contrario dipende la sua sopravvivenza.

II dottor McKenna sottolinea come i neonati che protestano, che hanno “problemi di sonno”, che sono definiti “patologici” stiano semplicemente cercando di migliorare quello che il loro corpo segnala essere una situazione pericolosa per la loro sopravvivenza: e cioè la separazione dalla madre. I neonati che non possono e non vogliono adattarsi ad un modello culturale arbitrario di separazione NON sono meno intelligenti o meno creativi o meno maturi, dice McKenna: sono probabilmente più vigorosi e agiscono nel loro interesse per cercare di ridurre la separazione.
Pregiudizi e false aspettative
Negli Stati Uniti dal 20% al 40% dei problemi pediatrici coinvolgono questioni di sonno. Per McKenna, questo conflitto genitori / figli sul sonno è in realtà la falsa aspettativa dei genitori su come il bambino DOVREBBE dormire, e come invece il bambino è stato BIOLOGICAMENTE PROGRAMMATO per dormire. Secondo James McKenna, è ingiusto interpretare l’incapacità dei neonati di dormire soli come un fallimento del bambino o dei genitori. I genitori non dovrebbero aspettarsi che i loro bambini dormano tutta la notte a 2, 6, 8 mesi o più: è falso, si svegliano tantissimo! ma se sono vicini ai genitori spesso i genitori nemmeno se ne accorgono. Se invece si svegliano e sono soli, allora il loro scopo è di cercare di ridurre questa separazione, quest’isolamento, questo senso di abbandono col pianto.
I modelli culturali arbitrari di cui parla McKenna hanno diverse origini storiche, tra cui:
il complesso di Edipo freudiano; la crescita della famiglia patriarcale (che è un avvenimento recente); la società vittoriana e le sue nozioni riguardo alla privacy e ai comportamenti sessuali; il movimento moralista nell’Europa ottocentesca.
Si sono quindi create delle credenze popolari del tipo: “Vostro figlio rischia di soffocare se dorme con voi!” “Ci può essere un danno psicologico irreparabile dall’essere troppo intimi o sentire rumori di sesso!” Oppure “I bambini possono intromettersi fra i genitori!” eccetera.
Nulla di tutto questo è stato dimostrato scientificamente, afferma il dottor McKenna. Non esiste neanche uno studio che dimostri i benefici del sonno solitario (tranne in situazioni rischiose per il neonato come materassi ad acqua, genitori che fumano, usano droghe, oppure sono obesi).
Insomma: le nostre ideologie sono cambiate dai nostri antenati cacciatori / raccoglitori di 100.000 anni fa, ma i nostri geni no, i neonati sono esattamente uguali.
I vantaggi biologici del sonno condiviso
McKenna prosegue raccomandandoci di creare degli ambienti di sonno sicuri per i nostri bambini.
I bambini possono soffocare, ma non è facile riuscirci: le ricerche dimostrano la capacità del neonato di proteggere la bocca e le narici dall’occlusione. Nel suo laboratorio di ricerca su sonno, il dottor McKenna e i suoi collaboratori hanno avuto difficoltà ad applicare del cellophane (pellicola) e cotone sul viso di un neonato, perché lui si è difeso in maniera vigorosa. Hanno provato a mettere del cellophane sul suo viso per 20 secondi e poi hanno tentato di infilare del cotone nelle sue narici e ci sono volute due persone per tenerlo fermo perché tentava selvaggiamente di difendere la zona nasale. È una dimostrazione del fatto che i neonati sono strutturati per proteggersi in situazioni di condivisione di sonno, afferma McKenna: è così che hanno vissuto attraverso l’evoluzione, ed è così che vivono in gran parte del mondo.
La letteratura scientifica abbonda dei benefici del contatto fisico tra genitori e bambini. Gli studi sul tatto e sul massaggio, giorno e notte, dimostrano che i livelli di glucosio nel sangue sono più alti, le temperature corporee dei bambini sono più alte, i bambini piangono meno, l’allattamento al seno si stabilisce meglio e i bambini aumentano di peso più velocemente.
Le ultime ricerche de dottor McKenna sono rivolte alla condivisione del sonno tra mamma e bambino, monitorando reazioni fisiche e registrando mamme e bambini che dormono insieme e separatamente. Ha riscontrato che, dormendo insieme, i neonati trascorrono meno tempo nel sonno profondo: in questa fase sarebbe più difficile per loro svegliarsi da situazioni di apnea o pause respiratorie (che sono molto comuni nei neonati). I neonati più a rischio per SIDS sono quelli che hanno un’incapacità di riprendersi da questo stato, e quindi non è nel loro interesse trascorrere 15-20 minuti in un sonno profondo solitario, a differenza di 7-11 minuti in un sonno profondo condiviso. Quando dormono insieme, i bambini e le mamme sono nella stessa fase di sonno.
Conclusioni
McKenna conclude ricordandoci che non solo i neonati portano la loro eredità biologica nel presente, ma anche che noi adulti non avremmo mai dovuto accettare l’idea che loro arrivino già “adattati”, per quanto incredibili e versatili possano essere.
Abbiamo spinto troppo in là le nozioni dell’indipendenza fisiologica del neonato dalla madre, perché questi sono i valori che la nostra società sostiene. Quando, ad esempio, scopriamo una cosa nuova che i nostri piccoli sanno fare pensiamo che sia fantastico: “Guarda, sa già fare così!”.
Ebbene, un conto è riconoscere che i nostri figli si preparano ad adattarsi, dice McKenna, ma un altro è riconoscere che non sono ancora adattati. Per McKenna, la frase del grande pediatra e psicologo infantile Winnicott:* “Non esiste un neonato, esiste un neonato e qualcuno”, è una bella metafora per cercare di capire la natura del sonno dei nostri neonati e come la storia evolutiva umana ci suggerisca di considerarli.

sintesi a cura di Lydia Landi

  Articolo tratto dal sito de La Leche League

Il pediatra di fronte ai problemi del sonno: un’occasione di riflessione sul nostro ruolo

A seguire una relazione della dott.ssa Maria Merlo, pubblicata sul sito ACP Ovest

La serata è nata dal desiderio di mettere in comune alcune riflessioni del gruppo genitorialità nate
dalla lettura delle conclusioni della ricerca (a cura delle dottoresse Zaltron e Favretto): “Genitori,
bambini e pratiche quotidiane di cura. Il ruolo della pediatria nella costruzione delle
rappresentazioni della genitorialità adeguata” . E dal desiderio di confrontare il nostro lavoro
medico con una visione antropologica, in grado forse di spiegare alcune contraddizioni in cui ci
troviamo immersi.
L’antropologia medica nasce in seno all’antropologia culturale, disciplina che mira ad analizzare
l’uomo nelle sue dimensioni socio-culturali; oggi in particolare esamina le interazioni fra i singoli e
il contesto in cui agiscono. Studia dunque come alcuni processi politici, economici e culturali
“macro” influenzino il livello “micro” e, viceversa, come le esperienze soggettive abbiano una
ricaduta sulle dinamiche sociali più ampie.
All’interno di questa prospettiva si costituisce l’antropologia medica, in origine con lo scopo di
studiare medicine “altre” che si credevano “credenze” magiche , religiose ed altro ancora. A partire
dagli anni settanta la disciplina si è rivolta anche allo studio della biomedicina, considerata
anch’essa una pratica socio-culturale.
L’antropologa che ci ha aiutato nella discussione dei temi proposti è la dottoressa Ilaria Lesmo.
Nell’attuale processo di trasformazione della società verso l’individualizzazione e quindi dei
cambiamenti rispetto al concetto di bambino, di autorità ecc, non dobbiamo stupirci della difficoltà
degli attuali genitori a fare i genitori:
1) in un periodo di transizione manca un modello culturale unitario a cui fare riferimento.
2) Questo modello manca ai genitori, ma anche ai pediatri e agli altri esperti
Prendiamo, come esempio, il problema del sonno, che è frequente e forse uno dei più controversi.
Nelle soluzioni che gli esperti propongono si rintracciano soluzioni diverse. Ci siamo chiesti se, pur
fra le diversità ben evidenti, era possibile rintracciare un nucleo comune.
In effetti tutti i testi iniziano con la fisiologia, spiegando le caratteristiche del sonno dei bambini
(fasi del sonno, addormentamento nei più piccoli in fase REM, durata delle varie fasi, fisiologia dei
microrisvegli nei passaggi di fase ecc) e i loro cambiamenti nel tempo.
Poi però differiscono fra loro anche profondamente nelle soluzioni.
Le differenze nascono da:
1) teorie di base differenti
2) una lettura diversa dei bisogni dei bambini
3) un peso diverso dato ai bisogni del bambino e a quelli della famiglia
4) diversità rispetto al problema se, come e quanto il bambino deve essere guidato (quanto
quindi viene valorizzato l’aspetto della competenza e quanto quello dell’immaturità; diverso
peso di autorità e negoziazione)
5) obiettivi dell’educazione
Vari autori analizzati secondo questi 5 punti:
W. Sears Genitori di giorno e…di notte.La Leache League International, 1985
1) La Lega del latte (di cui Sears è diventato uno degli ideologi) basa il suo approccio
sull’importanza di seguire la natura. Mamma e bambino sono mammiferi. La cultura non può
prescindere da questo, altrimenti fa danni. I problemi del sonno sono una conseguenza di richieste
al bambino “innaturali”, legate al tipo di organizzazione e di vita della nostra cultura che nontengono conto della natura. Riportare il sonno dei bambini alle sue condizioni naturali evita la
maggior parte dei problemi.
Non è naturale dormire a lungo di notte (l’allattamento notturno è indispensabile perché il latte
umano non è fatto per sonni prolungati; la specie umana richiede alto accudimento perchè il
neonato completa la sua maturazione fuori dall’utero; i microrisvegli hanno la funzione, importante
nell’evoluzione, di controllare l’ambiente per fronteggiarne i pericoli). Non è naturale dormire da
solo.
2) Sears mette in evidenza soltanto un tipo di bisogni del bambino: il bisogno di continuità con la
vita intrauterina, di fusionalità e di regolazione esterna. Il b perciò è bene che resti nel lettone (al
limite si allarga il lettone per far posto a tutti i figli), che mantenga il contatto e la suzione fino a
quando vuole. Si staccherà, dal seno e dal lettone, quando è pronto, senza la necessità di un
intervento o una pressione esterna. Questa impostazione trascura l’evoluzione del bambino, la
crescita delle sue capacità di autoregolazione e i suoi bisogni di autonomia che crescono con lui!
(diverso è il neonato e il bimbo di 3 anni).
3) Trascura anche i bisogni dei genitori. Le esigenze degli adulti (di sonno tranquillo, di intimità
coniugale ecc) sono negate o minimizzate (la mamma è contenta di poter avere il bambino con sé; i
ritmi REM e non REM di mamma e bambino arrivano a coincidere per cui i risvegli della mamma
non sono molto disturbanti; dopo la poppata la mamma si riaddormenta subito, anzi può allattare
anche senza svegliarsi completamente; se la coppia ha bisogno di intimità può trovare altri tempi e
spazi ecc).
4) Sears non ha bisogno né di imporre regole né di negoziare. Educare significa leggere e seguire
esclusivamente le richieste del bambino, adattandosi ad esse. Il bambino, soddisfatto nelle sue
esigenze di fusionalità, maturerà, diventerà autonomo coi suoi tempi e si svilupperà al meglio.
All’estremo opposto troviamo il metodo di Estivill: il bambino, dai 3 mesi, deve addormentarsi da
solo e deve gestirsi da solo i microrisvegli. Per ottenere ciò occorre lasciarlo piangere, accorrendo
da lui a intervalli sempre più lunghi e sempre senza prenderlo in braccio e senza dargli un aiuto
esterno (cullarlo ecc), ma solo facendo sentire la presenza dell’adulto.
1) Questo metodo si basa sulla teoria comportamentistica più arcaica, una teoria che non prende in
considerazione né gli aspetti cognitivi né quelli emotivi, ma si basa solo sul concetto: stimolorisposta (è’ il sistema utilizzato dagli addomesticatori di animali!)
2) Ignora completamente tutti i bisogni del bambino, tranne quello di riuscire a dormire e quindi di
riposare. Ignora inoltre anch’esso l’evoluzione dei bisogni del bambino (si tratta l’addormentamento
nello stesso modo, a tutte le età, qualsiasi sia il problema alla base).
3) Salvaguarda pienamente il bisogno degli adulti di dormire, di avere tempi e spazi per sé, dei ritmi
di vita prevedibili (a letto alle 21).
4 Sottintende che il bambino non è competente. Per crescere bene e per disturbare il meno possibile
deve essere guidato completamente e adattato al volere degli adulti. E’il genitore che pone le regole.
Educare il bambino significa imporgli delle regole assolute che non tengono conto del suo
temperamento (esempio: ore di sonno che sono necessarie a quel bambino lì, bambino ipereccitabile
che stenta a rilassarsi e ha più bisogno di altri di una regolazione esterna, bambino angosciato per
qualche motivo ecc), dei suoi desideri, dei suoi bisogni (di fusionalità, magari di stare qualche ora
coi genitori che lavorano…). E’ un metodo autoritario vecchio stile, che somiglia molto al
vecchio:”lascialo piangere, se no lo vizi; lascialo piangere e vedrai che impara; piangere fa bene,
sviluppa i polmoni”.
Vegetti Finzi (psicologa; docente di Psicologia Dinamica all’Università di Pavia) si richiama
invece alle teorie della Mahler e al conflitto edipico.
1) Tutti insieme nel lettone? No. E’ bene che il bambino dorma subito, dal primo giorno, non solo
nel suo letto, ma nella sua camera.
E’ infatti importante che ogni bambino abbia uno spazio per sé, come individuo distinto, nella
mente dei genitori. Ciò permette al bambino di imparare a percepirsi come persona non fusa coigenitori (percorso di individuazione-separazione). Separazione e esclusione sono inevitabili,
rappresentano “prove” da superare per crescere. Bisogna aiutare il bambino in questo percorso,
consolandolo quando piange, utilizzando pazienza e calma per aiutarlo a diventare autonomo.
Certo, il b ha bisogno di vicinanza corporea che gli comunichi affetto, tenerezza, ma sempre entro i
limiti del pudore e del rispetto dell’intimità dell’altro. Questi limiti vengono a cadere quando il
contatto diventa troppo intimo, stimolante, avvolgente.
Il b , perché la sua sessualità possa crescere in modo armonioso, deve capire che non si può
sostituire al padre o alla madre, non li può separare (conflitto edipico).
Anche Stephan Clerget, francese, psichiatra dell’infanzia ((Stephan Clerget, Anne Lamy. Adesso
torna nel tuo letto. EGA 2008) ha presente in primo piano la teoria dell’Edipo:
1) “il b. non ha nulla da guadagnare col cosleeping. Dopo i 3 anni il b che sta entrando nella fase
edipica avverte e capisce i legami di desiderio amoroso e sessuale fra i genitori e vorrebbe
parteciparvi. Educarlo significa insegnargli a rinunciare a questo legame incestuoso. Non è escluso
che la vicinanza corporea a 3 anni turbi il suo sviluppo affettivo. Fino a quando non dormirà notti
intere, verso i 6 mesi (!), può restare nella sua culla in camera coi genitori. Poi può andare in
camera sua”.
Cramer sottolinea, alla base dei disturbi del sonno, le angosce dei genitori che si traducono in un
disturbo della relazione.
1) I genitori inquieti e angosciati, che sentono il figlio ipervulnerabile, interpretano i normali
risvegli del bambino come segni di sofferenza fisica o psichica. Sviluppano perciò un’ipervigilanza,
accorrendo immediatamente (a volte anche prima dei risvegli!) a volte disturbamdo il bambino e
impedendogli comunque di imparare l’autoconsolazione
La maggior parte dei testi più recenti hanno in comune la teoria dell’intersoggettività e quella
dell’attaccamento.
1) Intersoggettività: Il bambino fin dalla nascita è una persona, con sue caratteristiche individuali, in
grado di essere in relazione cogli altri: all’inizio una relazione essenzialmente emotiva che poi
diventa una relazione anche mentale. Come persona va ascoltato e rispettato ed è soggetto attivo
nell’educazione (porta le sue esigenze). Educarlo non significa “inculcare” norme, ma aiutarlo a
svelare e realizzare se stesso.
Attaccamento: Nel corso dei primi 3 anni di vita, durante tutte le esperienze della sua giornata
(dunque anche durante la gestione del sonno) il bambino si forma un’idea del mondo, di sé e degli
altri e struttura il modello di attaccamento e i modelli operativi interni che lo caratterizzeranno per
tutta la vita. Se gli adulti sono sensibili alle sue esigenze, rispondono prontamente al suo pianto, ai
suoi bisogni, alle sue richieste, imparerà che si può fidare dei genitori, che il mondo è un luogo
ospitale e che lui è in grado di vivere bene nel mondo. Maturerà una fiducia di base e un
attaccamento sicuro che gli permetteranno, quando è necessario, di distaccarsi con facilità (quindi
anche di abbandonarsi al sonno) e di esplorare il mondo.
2) Questi libri considerano in modo simile i diversi bisogni dei bambini e tentano di equilibrarli: da
una parte il bisogno di fusionalità e di vicinanza, dall’altra di autonomia e di imparare a passare
dall’eteroregolazione all’autoregolazione (dunque di imparare a dormire da soli). Sono molto attenti
a non chiedere troppo al bambino (un’autonomia per cui non è ancora pronto) e a gestire i problemi
del sonno come tutti gli altri momenti della giornata, nell’ottica di aiutare il bambino a formarsi una
base sicura.
3) Cercano in modo simile di tener conto anche dei bisogni dei genitori (di dormire, di avere orari
prevedibili e tempi per sé).
Sono libri che in generale offrono meno ricette precise (per esempio non si schierano sul tema:
lettone si o no) in quanto richiedono di calibrarsi sul singolo bambino, sulla singola famiglia e sulle
diverse tappe del suo sviluppo.
Cercano di aiutare i genitori dicendo, in realtà, cose ovvie: preparare il bambino al sonno,
l’importanza dei rituali, non far addormentare il bambino al seno, aiutare e incoraggiarel’autonomia del bambino ma rispettandone con pazienza i ritmi di sviluppo ecc. Sono i più
equilibrati e ovvii, ma anche i più difficili da applicare.
Differiscono fra loro per sottolineature diverse riguardanti gli ultimi 2 punti: il 4), cioè il tema di
quanto è necessario guidare il bambino (autorità e negoziazione, peso diverso ai 2 poli:
competenza-immaturità del bambino) e il 5), cioè gli obiettivi dell’educazione
4) Procedendo dai più autoritari (maggior peso all’immaturità) ai meno autoritari (maggior peso alla
competenza):
Grazia Honegger Fresco (Facciamo la nanna, Il leone verde, 2006), allieva della Montessori. Il
bambino deve essere libero di svilupparsi, però entro binari molto precisi, rigidi e uguali per tutti,
formulati dai genitori per il benessere del bambino.
Il problema del sonno praticamente non esiste se si segue questa impostazione e si aiuta il bambino
ad avere una “buona” giornata, in quanto tutto ciò che rende ricca e interessante la veglia facilita il
sonno. Il bambino deve avere autonomia di movimento (non deve essere messo in seggiolini, infant
seat ecc, ma a terra fin dal primo mese); non aiuti inutili (che sono ostacoli allo sviluppo); deve
giocare da solo in modo da esplorare e vivere le sue esperienze, senza essere “plagiato” dal
pensiero e dall’immaginazione dell’adulto; non deve essere posto di fronte a scelte eccessive (è il
genitore che sceglie, non il bambino); deve avere regolarità nei ritmi di vita (a letto non oltre le
20,30 anche se il papà rientra tardi)
(Questo approccio, probabilmente rivoluzionario all’epoca della Montessori che è stata una delle
prime a considerare il bambino come individuo, mi sembra molto datato perché dimostra molto
interesse per le condizioni ambientali che favoriscono lo sviluppo, ma molto poco per la relazione).
Tracy Hogg (Il linguaggio segreto dei neonati, Mondatori, 2001). Infermiera inglese, specializzata
in puericultura, vive a Los Angeles dove ha fondato Baby Technique con cui offre consulenze a
genitori, tiene corsi, conferenze ecc.
E’ il genitore che detta il ritmo, non il bambino “che è solo un bambino”.
Però, rispetto all’autrice precedente, è attenta anche alle differenze fra bambino e bambino: li
distingue in vari gruppi secondo le loro caratteristiche (angelico, da manuale, sensibile, vivace,
scontroso).
La strutturazione della giornata è anche qui rigida, uguale per tutti, ma la proposta al bambino
viene fatta in modi differenti tenendo conto delle sue caratteristiche. La giornata deve seguire un
ritmo preciso: pasto, gioco, nanna, tempo per i genitori, in una cornice che dia ordine e regolarità
alla vita del bambino. Ciò aiuta la famiglia a non vivere nel caos, a gestire i vari problemi (non solo
del sonno, ma anche di alimentazione, coliche ecc). Aiuta anche il bambino a crescere e il bambino
non fa fatica a seguirla perché è rispettosa delle sue esigenze.
Rispetto al sonno utilizza i soliti consigli (attività tranquille serali, rituali ecc) sottolineando che è
importante non rendere il b dipendente da bisogni esterni (ciò significherebbe togliergli la
possibilità di calmarsi da solo e impedirgli di addormentarsi da solo) e che sostenere l’autonomia
non vuol dire lasciarlo piangere, ma soddisfare i suoi bisogni. Significa però anche rimetterlo giù
non appena i bisogni sono soddisfatti.
La Clerget suggerisce, per i bambini che si svegliano e chiamano nel cuore della notte, di fare “un
contratto: “io ti aiuto con orari regolari, con rituali, e tu non ci svegli e non vieni nel lettone”.
Un contratto: dunque il bambino è alla pari col genitore. Ma far rispettare il contratto, come si vede
successivamente, dipende dal genitore: “Se si sveglia ogni 2 ore: si ritarda un po’ alla volta il
momento in cui si risponde al suo pianto. Quando si va gli si dice solo: E’ notte, bisogna dormire,
senza coccole e discussioni”
Asha Philip (I no che aiutano a crescere, Feltrinelli, 1999) propone un modello di genitore che aiuta
attivamente il bambino a maturare e a crescere facendogli delle richieste ma anche fornendogli
amore e sostegno. Per quanto riguarda il momento del sonno la madre che mette il bambino a
dormire nella culla gli comunica che il disagio che lui sente è sonno e che la culla non è un posto
orribile. Crea in lui la sensazione che le cose andranno bene, gli permette di trovare i modi per
adattarsi, lo aiuta nel rafforzamento del senso di sé. E’ l’inizio di una crescita emotiva , un primopasso per attingere da sé le proprie risorse e per goderne. Il b però deve ricevere abbastanza amore
da avere il “carburante” necessario.
Pur con un’impostazione di questo genere non si scaglia contro il metodo Estevill. Porta l’esempio
di una madre spesso sola (il compagno lavorava lontano), incapace di lasciar piangere la bimba di 9
mesi, ma esausta per i suoi risveglio gni 2 ore. Con l’aiuto di un’amica, ha lasciato piangere la
bambina la prima sera per 1 ora, poi mezz’ora; in 5 giorni la b. non si è più svegliata. L’autrice la
definisce una soluzione drastica, ma dice che,”siccome avevano una solida base comune, il recupero
fu relativamente facile”.
Sara Letardi (Il mio bambino non mi dorme, Bonomi, 2007) propone un approccio ancora meno
direttivo, in cui la madre, quando ci sono problemi del sonno, non impone nulla, ma propone al
bambino cambiamenti nella gestione dell’addormentamento e dei risvegli.
Anzi, con l’idea che è il metodo che si deve adattare al bambino e non viceversa, l’autrice arriva a
suggerire di chiedere il consenso del bambino ai cambiamenti, lasciando a lui la libertà di scegliere
se accogliere o meno le richieste, che andranno sempre formulate con un: ”Per favore” e seguite da
un “Grazie”.
Ci sono poi differenze rispetto agli obiettivi della educazione:
5) Brazelton sottolinea molto il bisogno di autonomia del bambino. L’autonomia è un valore in sé,
uno degli obiettivi principali dell’educazione negli USA, come conseguenza dell’educazione a una
società individualista.
Prima dei 4 mesi, per l’immaturità del SNC, il bambino non è in grado di addormentarsi da solo e
di gestirsi i risvegli.
Ma già a 3 settimane si può cercare di intervenire sui ritmi sonno-veglia provando ad allungare gli
intervalli fra le poppate. Poi, via via, per condizionarlo a un lungo sonno notturno, si può intervenire
sempre di più, per esempio svegliandolo, se è necessario, alle 22. Successivamente si può agire sul
ritmo e la durata dei pisolini diurni.
Aiutare il b ad addormentarsi da solo è una modalità rispettosa del bambino, della sua autonomia e
delle sue possibilità.
Dai 4 mesi si può cominciare ad aiutarlo ad addormentarsi da solo. E’ infatti fisicamente pronto a
stare 6-8 ore senza mangiare e il suo cervello ha raggiunto una maturazione tale per cui può avere
un ruolo attivo nell’addormentamento.
Un b di 5 mesi deve aver già imparato a gestirsi da solo i risvegli notturni.
Alcuni consigli: non addormentarlo al seno o in braccio; metterlo nel lettino ancora sveglio,
dandogli buffetti, carezze e dicendogli: “Ce la fai, ce la fai…!” ; offrirgli il ciuccio; fargli trovare il
dito; ninne-nanne; suono “bianco”; rituali.; ai risvegli non accorrere al primo strillo.
Se si vuole si può metterlo nel lettone (sembra che secondo Brazelton sia un’esigenza più del
genitore che lavora e desidera il contatto col figlio che del bambino). Ma bisogna sapere che a 2 o 3
anni, quando si vorrà spostarlo, lui avrà inserito il lettone e il genitore nelle modalità di
addormentamento e il cambiamento potrà essere difficile.
Naturalmente ci saranno regressioni ai touch points. In quei momenti sarà come fare un passo
indietro, occorrerà nuovamente una maggiore presenza. Bisognerà però fare attenzione ai segnali
che dicono che il b è nuovamente pronto per una maggiore autonomia (spesso basta una settimana).
Puntando probabilmente molto anche lei sull’autonomia L. Moore, ricercatrice, docente di
Psicologia dello Sviluppo in Inghilterra (Il linguaggio prima delle parole), propone di insegnare ad
addormentarsi da solo anche al neonato. Per mediare fra il bisogno di fusionalità del b molto
piccolo e l’educazione all’autonomia, ripropone un metodo utilizzato in alcune culture: quello di
fasciare il bambino. Suggerisce cioè un contenimento artificiale (la fasciatura), invece di prendere
in considerazione un contenimento “naturale” (le braccia) anche per un neonato.
Carlo Gonzales, pediatra spagnolo, (Besame mucho, Coleman) sembra puntare invece ad una
educazione meno individualista. Abbiamo bisogno gli uni degli altri; gli esseri umani sono
interdipendenti. Il pianto è un segnale. Il bambino che piange sta esercitando una competenza
sociale, sta imparando a chiedere aiuto. Perciò occorre rispondere al suo pianto.Vediamo gli studi pediatrici.
Genitori più.
Si occupa dell’argomento solo dal punto di vista della prevenzione della SIDS.
Bene condividere la stanza da letto per permettere un “disturbo” fisiologico del sonno (cioè
impedire un sonno troppo profondo che inibisce l’automatismo del respiro quando il SNC è ancora
immaturo) in modo da ridurre il rischio di SIDS.
Fino al 2004 si riteneva sicuro il bed sharing (tranne che per genitori fumatori, obesi o sotto effetto
di sonniferi, alcool, o droghe). Studi recenti hanno evidenziato che il bed sharing aumenta
comunque il rischio di SIDS sotto le 11 settimane. Perciò sembrerebbe ammesso solo oltre le 11
settimane. Ma il problema è ancora in parte controverso.
(Quaderni ACP 2005, numero 4 e 6)
Nei cosleepers sono documentati maggiori disturbi del sonno. Si conferma cioè che il sonno nel
lettone ha periodi più brevi di sonno profondo e più frequenti risvegli.
Questo è valutato positivamente da alcuni (Moschetti, pediatra di base, superesperta della fisiologia
del sonno) in quanto diminuisce i rischi di SIDS) e negativamente da altri (Ciotti, neuropsichiatra
infantile di Cesena).
Inoltre Moschetti vede il cosleeping come conseguenza dei disturbi del sonno (non dorme, quindi lo
metto nel lettone) mentre Ciotti come causa (lo metto nel lettone e il sonno del bambino è più
disturbato).
Ciotti perciò consiglia ai pediatri di affrontare il problema del sonno prima che i bambini
raggiungano gli 8-9 mesi (età in cui i disturbi iniziano ad essere più frequenti per l’ansia da
separazione), spiegando ai genitori che il b. deve imparare ad addormentarsi da solo e non deve
stare nel lettone. Pur essendo un neuropsichiatra che sostiene la teoria dell’attaccamento non
demonizza il metodo Estivill (valorizzando il fatto che comunque c’è una risposta al pianto del
bambino e che tale risposta è prevedibile per lui).
Moschetti sottolinea come il sonno solitario crea ansia (aumento del cortisolo e della frequenza
cardiaca) e propone quindi, rispetto al lettone, di lasciar fare ai genitori come vogliono, spiegando
loro che comunque i disturbi sono transitori (fino ai 3 anni!).
Partendo da teorie diverse, diversa dunque è la posizione riguardo a: lettone sì, lettone no.
Ma anche riguardo ad altri aspetti:
Ciuccio
Sears: non serve; c’è la suzione al seno
Brazelton: si può
Hogg: si, ma solo prima dei 3 mesi e senza abusarne (aiuta il bambino a non utilizzare la mamma
come un ciuccio umano). Se un bambino di 3 mesi si sveglia piangendo perché ha perso il ciuccio,
significa che se ne è abusato.
Genitori più: ha effetto protettivo contro la SIDS, perciò sì’ dopo il primo mese (per non interferire
coll’allattamento; ma in nota si riportano recentissimi studi che sembrerebbero dimostrare che non
interferisce sull’allattamento) e fino all’anno.
Dentisti: no perché favorisce le malocclusioni
Dito
Hogg: si, in quanto iniziativa del bambino. Non c’è problema sul farlo smettere: smetterà di
succhiarlo quando è pronto.
Fresco: quando il bambino lo trova da solo, lasciarglielo, ma non attivarsi per farglielo trovare.
Brazelton e Murray: attivarsi per farglielo trovare, in modo che sia facilitato nella gestione
dell’autoconsolamento.
Dentisti: malocclusioni
Farlo addormentare al senoSears: si
Tutti gli altri: no, metterlo giù ancora sveglio
Correre subito ai risvegli
Estevill: no. Mantenere i tempi del metodo.
Brazelton: no, lasciargli il tempo di provare a riaddormentarsi
Letardi: si, in modo che non si svegli completamente
Sears: si, offrendogli subito il seno
Età a cui cominciare a insegnargli a dormire:
Estivill: dopo i 3 mesi
Murray: subito
Philips: subito
Brazelton: dopo i 4 mesi
Età a cui può sospendere le poppate notturne:
Brazelton: 4 mesi
Letardi: 1 anno
Sears: quando vuole
Età a cui ci si può aspettare che faccia una notte intera
Brazelton: 5 mesi
Clarget: 6 mesi
Estivill: 6 mesi
Cramer: all’anno il 60-70% dei bambini ha la capacità di addormentarsi da solo e di gestirsi i
risvegli
Ogni pediatra poi ha i suoi aggiustamenti personali di queste teorie, aggiustamenti che riflettono le
abitudini sue e della sua famiglia, le sue esperienze, le sue letture, le sue inclinazioni, le sue
preferenze. Quasi mai ha una chiarezza di fondo sui motivi che lo spingono a dare certi “consigli”
piuttosto che altri. Quasi sempre ha la convinzione che le sue idee siano le uniche giuste e, sotto
sotto, che i genitori che non le condividono o non riescono ad applicarle sono “strani” o
“inadeguati”.
Ciò che rende molto difficile la situazione è che le teorie di riferimento non sono esplicitate e
quindi è molto difficile discuterle. Si percepisce solo una differenza.
In questo quadro quale può essere il ruolo del pediatra?
Gli viene richiesto, come abbiamo visto dalla ricerca, di avere un ruolo per aiutare i genitori
nell’educazione del bambino. Ma su quali basi può dare dei “consigli”?
Consigliare un metodo autoritario o la negoziazione? Quanto tener conto dei bisogni del b e quanto
di quelli del genitore? Quanto valorizzare i bisogni di fusionalità e quanto di quelli di autonomia?
DISCUSSIONE
– La prima sensazione è di smarrimento. Alcuni dicono di aver sempre pensato di non saper
risolvere il problema del sonno per il fatto di avere scarse conoscenze, altri di aver letto sempre
molto sull’argomento confondendosi sempre di più le idee.
Adesso sembra che una certezza ci sia: non ci sono certezze.
– Alcuni dicono di non dare, in effetti, mai “consigli”. I genitori, che arrivano angosciati per il
problema del sonno del bambino, col tempo lo risolvono da soli.
– Altri sottolineano che in realtà di fatto si limitano ad ascoltare.
– Alcuni sottolineano che basi certe ci sono: la fisiologia. E’ importante che il pediatra la conosca e
la spieghi ai genitori, anche come linee anticipatorie. Questo riduce di molto i problemi successivi
(in effetti tutti i testi iniziano con le basi di fisiologia) anche se, secondo la maggioranza dei
presenti, ciò non sempre è sufficiente.- Importante, per porsi di fronte al paziente, è diventare consapevoli del nostro modello personale,
costruito negli anni, delle sue radici, delle sue motivazioni.
Lesmo. La contrapposizione che fa Sears fra natura e cultura è, a sua volta, una costruzione
culturale che presuppone che sia possibile scindere l’evoluzione biologica dell’essere umano da una
sovrapposizione socio-culturale. La natura dell’uomo è di essere un “essere culturale”. L’uomo, sin
dalla sua esistenza intrauterina è calato in un mondo culturale che lo informa. Dunque non si può
riportare il sonno dei bambini alla sua condizione “naturale”. Nessun bambino si stacca dal seno o
dal lettone senza pressioni esterne, perché nessun bambino è avulso da pressioni esterne,
consapevoli o inconsapevoli, volontarie o involontarie. Anche l’apparente assenza di “pressioni
esterne” è in realtà un elemento che plasma il soggetto. L’uomo è sempre relazionale. Gli stessi
bisogni del bambino prendono forma nel corso di rapporti interpersonali. Le sue richieste diventano
tali quando vengono interpretate come richieste, altrimenti sarebbero una serie di segnali
inascoltati.
Sears considera l’individuo una monade in grado di agire sulla base dei propri istinti,
indipendentemente dal contesto in cui è calato.
Estivill presuppone che la struttura sociale (qui per esempio l’organizzazione della vita famigliare)
si imponga sull’individuo, senza lasciargli margine per l’azione. Questa prospettiva è opposta a
quella individualista (è il singolo che determina la struttura, dunque, nel nostro caso, il bambino con
le sue esigenze e richieste che determina la struttura famigliare). Sono 2 prospettive opposte che da
sempre percorrono le scienze sociali.
La medicina punta sempre di più all’ enhancement del soggetto, al suo potenziamento. E’
interessante chiedersi quanto il singolo debba essere adeguato, anche mediante le pratiche mediche,
a certe categorie socio-culturali o quanto siano queste a doversi adattare all’individuo.
L’antropologia non individua pratiche “giuste” o “sbagliate”: tutte concorrono alla costruzione
dell’individuo. Però scegliendo di dare più peso a un modello piuttosto che a un altro il medico
influenza il soggetto, la società e la cultura.
Il medico è una figura socialmente legittimata a curare. Il medico “educa” comunque, anche quando
tenta di sottrarsi a questo ruolo, proprio per il suo stato sociale. Non rispondere alle richieste del
genitore o limitarsi ad ascoltarlo senza dare risposte sono comunque risposte, perché il medico
detiene il potere di cura.
Il genitore che viene ascoltato modifica il suo racconto secondo il tipo di interlocutore che ha di
fronte, opera delle scelte nella narrazione. Non esiste una verità da narrare.
Il medico deve essere consapevole del suo potere di curare, di interpretare i segnali e di fornire
risposte. Del potere di costruire l’individuo e quindi la società, del suo potere normativo e politico.
I modelli di fronte al problema del sonno corrispondono a modelli di individui e società diversi.
Per Brazelton l’autonomia è un valore in sé. L’autonomia in effetti nella cultura americana è
fondamentale ed è molto utile raggiungerla. Non è detto che in altre culture questo modello sia il
più utile ed efficace.
Quindi Brazelton è figlio della sua cultura e insieme, proponendo l’adeguazione a quella cultura
(senza, per esempio, criticarla) la rafforza.
Dobbiamo cercare di comprendere, attraverso la narrazione, la famiglia che abbiamo davanti, il suo
modello.
Il modello del medico non deve essere escluso. Anche se sul problema del sonno non ci sono
evidenze forti il medico ha una sua cultura, delle sue esperienze di vita e professionali che gli danno
sul tema una competenza (anche se non EBM fondata e non condivisa da altri operatori).
– Il medico può intervenire per far comprendere, non per imporre un altro punto di vista.
– Tutti gli autori colgono una parte di verità. Anche Estivill coglie che è importante guidare il
bambino, la Vegetti Finzi coglie che in certi casi l’intimità può essere eccessiva ecc.
– Il paternalismo significa voler influenzare. Diverso è fornire la propria chiave di lettura.Lesmo. La medicina non è una disciplina “forte”, ma è essa stessa dotata di una dimensione storica
e culturale (il modo biomedico è uno dei modi possibili di leggere la realtà che è comunque
complessa e non riducibile a un solo modello). Tanto più non è una disciplina forte in aree grigie
come questa del sonno (e la pluralità degli studi presentati lo dimostra)
La pratica medica diventa un lavoro di interpretazione e di negoziazione.
E’ possibile intervenire in modo consapevole nel processo di negoziazione esplicitando (almeno
verso se stessi) la scelta interpretativa adottata e non liquidando le interpretazioni fornite dagli
interlocutori come “strane” e “inadeguate”. Esse possono esserlo all’interno di quel paradigma
biomedico o entro le pratiche sociali di un particolare contesto, ma non in termini assoluti.
E’ da questi presupposti che si può elaborare un a risposta condivisa mediante una partecipazione
consapevole dei soggetti coinvolti nella relazione (ad esempio mediante la narrazione).
Lì i saperi si incontrano e si influenzano reciprocamente (dunque anche il paziente influenza il
medico!) col fine di costruire qualcosa di condiviso.
– Per una negoziazione e co-costruzione efficace il modello del medico non deve svanire, anzi deve
essere proposto in modo chiaro, anche se disponibile a modifiche (“Che ne dice di provare così?
Può provare e poi possiamo vedere se funziona”)
– Il sistema della negoziazione è superiore al sistema paternalistico perché è più efficace.
Le riflessioni sull’importanza di tener conto del punto di vista del paziente (della illness, ossia del
vissuto di malattia e non solo della desease, ossia della malattia organica) sono nate proprio
dall’esame dei ripetuti insuccessi della medicina paternalistica, cioè autoritaria, che tiene conto solo
del modello del medico.

 

Tratto da:

http://www.acpovest.it/Blog/genitorialita_22_3_2011.pdf