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Crescere : Svezzamento spontaneo

Non necessariamente lo svezzamento dal seno deve essere un evento, imposto dall’adulto, che segna un taglio netto fra il prima e il dopo, fra la vita di lattante e quella di bimbo “grande”. Può anche essere un processo spontaneo che avviene con semplicità, senza strappi, secondo i ritmi fisiologici del bambino.
Fonte: Antonella Sagone

“Poppa ancora? Ma quando lo svezzi?”
Questa frase le mamme che allattano se la sentono dire molto prima che il loro bimbo sappia anche solo muovere i primi passi. E la frase “Ma come! Grande e grossa ancora attaccata alla tetta!” opprime la bimba che poppa molto prima che questa possa ribattere a parole. L’aspettativa della nostra società è che i bambini siano svezzati dal seno non appena hanno cominciato a mangiare cibi solidi in quantità sufficiente, come se allattare al seno fosse solo un modo per “tamponare la situazione” finché il cucciolo non è in grado di nutrirsi “come i grandi”, come se solo ciò che si mangia con il cucchiaio o la forchetta fosse “vero” cibo. L’alimentazione artificiale, ponendosi come standard, ha radicato in noi l’idea fuorviante che l’allattamento al seno sia solo un modo di nutrire il bambino, piuttosto che, come in effetti è, un modo per accudirlo sotto tutti i punti di vista (proteggere la sua salute, dare un corretto imput al suo sistema neuro-endocrino-immunitario, confortarlo, riscaldarlo e addormentarlo).

Così è difficile pensare che un bambino oltre l’anno possa ancora poppare al seno anche se mangia regolarmente al piatto. Nonostante l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomandi di continuare ad allattare il bambino che mangia cibi solidi, almeno per due anni e, se mamma e bambino lo desiderano, anche oltre, l’allattamento di un bambino che parla e cammina nella nostra società è considerata una strana anomalia, quando non una perversione.
Dato che nella nostra società attuale il bambino allattato è in genere un piccolo di pochi mesi, si associa la poppata alle sole fasi più precoci della vita di un individuo, e vedere poppare un bambino più grande sconcerta perché sta facendo una cosa “da neonato”. Ma in effetti la relazione di allattamento si evolve con la crescita del bambino e un bimbo di due, tre anni o più che poppa al seno non lo fa certo come lo faceva a pochi mesi di vita, così come un bambino grandicello non abbraccia la mamma, gioca o dorme come faceva da neonato.
E dato che da noi lo svezzamento viene in genere imposto parallelamente all’introduzione dei cibi solidi, e cioè – quando va bene – prima della fine del primo anno, ci siamo inoltre convinti che i bambini non vogliano mai svezzarsi, che svezzare sia una cosa che va inevitabilmente intrapresa e condotta dall’adulto, che sarà difficile, che il bambino opporrà resistenza. Tutto vero: ma solo quando la rinuncia al seno materno viene imposta al bambino mesi o anni prima del momento in cui questi sarebbe pronto.

Perché invece il giorno in cui l’interesse per la poppata viene meno, e semplicemente il piccolo non ci pensa più, arriva per tutti i bambini: anche se è così difficile crederci.
Ma quando avviene questo momento? Se ci si basa sull’esperienza di quelle culture in cui non viene fatto nulla di particolare per svezzare il bambino, questo accade generalmente fra i 3 e i 7 anni, che è anche il periodo in cui il sistema immunitario del bambino è completamente sviluppato, come anche la sua dentatura da latte, e altri aspetti della sua fisiologia sono giunti a maturazione. D’altronde, il bisogno di suzione (che varia ampiamente da bambino a bambino) si esprime in genere proprio in quest’arco di tempo: che sia seno, biberon, ciuccio o pollice, i bambini si disinteressano al succhiare tutti più o meno con gli stessi tempi.
Allora, oggi come non mai, è importante mostrare come non sia necessario soffrire e forzare per condurre il bambino sulla strada della maturità. Le donne e i loro figli hanno diritto di godere pienamente, finché sentono di volerlo fare, della felicità, semplicità e salute di un gesto quotidiano, quello di allattare, che è del tutto normale e fisiologico, senza che questo piacere sia avvelenato da dubbi, paure, vergogna o sensi di colpa. Sapendo che tante donne prima di loro lo hanno fatto e possono testimoniare, insieme ai loro figli ormai adulti, come nessuno poppa per sempre, e come la loro relazione, basata anche a suo tempo sull’allattamento, non ha creato in loro alcuna perversione, alcun danno psicologico.

Oggi come non mai allora ho voglia di raccontare come avviene veramente questo graduale abbandono del seno, quando la mamma (pur fra critiche e perplessità di chi le sta vicino) decide di fidarsi del bambino e di lasciare che sia lui a guidare questo percorso.

Svezzamento spontaneo significa che un giorno ti rendi conto che il tuo piccoletto di 2 o 3, o 5 anni forse si è svezzato… forse!
Insomma, viene il giorno che alla solita domanda “poppa ancora?” risponderai “non lo so”.
Com’è possibile? Eppure è così. Perché negli ultimi giorni, o settimane, o mesi di uno svezzamento spontaneo il bambino non poppa tutti i giorni, ma in modo molto saltuario; possono passare diversi giorni senza che chieda il seno, magari una settimana o più; poi arriva quel momento di tristezza, o tenerezza, o cade e si fa male, ed ecco che chiede ancora…
E così tu dici: ah, ecco, allora non si era svezzato.

Ma poi arriva il momento in cui davvero “la poppata successiva” non arriva più. E alla fine gli chiedi esplicitamente se vuole poppare, e lui o lei ti risponde tranquillamente di no: non ne ha più interesse.

È un po’ come quando il bambino non ha più bisogno del pannolino: chi l’ha sperimentato sa di quel pacco iniziato di pannolini che resta dentro casa per mesi “per sicurezza”, prima che ci si decida a farne solennemente regalo a qualche amica che ne ha ancora bisogno…
ma alla fine si prende atto che il bambino è cresciuto e si sta dedicando a cose diverse: ha ancora bisogno di noi, ma non del nostro seno.

Ecco come funziona: molto semplicemente, senza bisogno che la mamma o che il padre o che altri “facciano” alcunché. Lo svezzamento non diventa un rito di passaggio, una cesura, un passo obbligato che segna un taglio netto fra il prima e il dopo, fra la vita di lattante e quella di bimbo “grande”. Non è un evento che l’adulto impone, e nemmeno una decisione che il bambino prende: è un processo, che porta lentamente il bambino su altri lidi, senza colpo ferire e senza bisogno di forzature, di trucchi, di compensazioni, di incentivi, di ricatti o di distrazioni.
Occorrono solamente due ingredienti molto semplici da usare (ma molto difficili da apprendere nel nostro mondo): la fiducia nelle capacità del bambino di fare ciò che è giusto per lui al momento giusto per lui, e la pazienza di aspettare i suoi tempi, godendosi il presente fatto di intimità e coinvolgimento profondo.

Articolo di: Antonella Sagone
Fonte: http://www.consapevolmente.org
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UPPA: domande e risposte su allattamento prolungato e tipo di latte da dare ai bimbi

“Non so se potete togliermi questo fastidioso dilemma che mi assilla: riprendendo il lavoro e continuando ad allattare ho avuto un periodo di “crisi”in cui ero tentata di smettere di allattare la mia bambina di 1 anno, adesso ha 14 mesi ed ho deciso di aspettare che sia lei a “chiedermelo”, ma le persone a cui lo dico mi guardano come se fossi matta, ma è così assurdo? E` davvero impossibile che ciò avvenga? Tutti mi dicono ch non avverrà mai e che lei si attaccherà sempre di più e sarà sempre più difficile farla smettere, e che addirittura le farei del male perché la vizierei troppo. Questo è anche detto da quelli pro allattamento. Ma dopo l`anno di età cosa succede al latte, si trasforma? Grazie per i vostri utilissimi consigli Cristina”

RISPOSTA

Cara Cristina,
l`organizzazione mondiale della sanità consiglia di allattare per due anni e oltre, fin che mamma e bambino lo desiderano. Non esiste il bambino che non si stacca naturalemnte dal seno, ma il bisogno di suzione e l`epoca in cui un bambino è pronto a staccarsi autonomaente sono molto soggettivi. Alcuni studi antropologici hanno evidenziato che in media un bambino abbandona il seno spontaneamente intorno ai tre anni (con molte variabili naturali). Ciò non vuol dire che tutte le mamme debbano allattare fino a tre anni, ma che, naturalmente, tutti i bambini prima o poi si staccano dal seno.

L`allattamento prolungato non è più accettato dalla nostra società perchè i modelli sono cambiati, ma in realtà sono molte le mamme che allattano a lungo (semplicemnte non lo dicono). Inoltre, il latte materno dopo l`anno di vita continua ad avere un`importante funzione nutritiva (pensa che 2-3 poppate al giorno possono arrivare a fornire 1/3 delle calorie necessarie al bambino). Ogni mamma dovrebbe scegliere liberamente quale strada percorrere senza troppi condizionamenti esterni e secondo le proprie modalità (non è che l`allattamento deve per forza essere “selvaggio”, alcune mamme scelgono di offrire il seno solo di giorno, o solo di notte o solo la sera e la mattina o solo in casa); insomma il mio consiglio è che siate tu e il tuo piccolo  a scegliere e non chi ti circonda. Spero di esserti stata utile,
Elena Uga

 

“Dopo l`anno non risultano effetti negativi apprezzabili ma bisogna sempre ricordare che il latte vaccino, anche se biologico, rispetto al latte umano e alla formula sostitutiva è tutto un altro alimento.” Caro UPPA … mi spiega meglio che cosa significa ” è tutto un altro alimento”. Ho preso questa frase da una sua risposta rispetto al latte di crescita. Rispetto a un 3 anni fa i pediatri stanno spingendo molto il latte di crescita o proseguimento al posto di quello vaccino (dopo l`anno), mi domando se sono stati fatti studi scientifici da fonti non interessate a tal proposito Mi aiuta… io tre anni fa con il mio primo figlio a 15 mesi gli ho dato il latte vaccino… e nessuno mi parlava di quello di proseguimento…adesso però i pediatri lasciano intendere che sia migliore per il bambino anche fino ai 3 anni di età… Grazie Valentina Como”

RISPOSTA
Se diamo per scontato che il latte materno resta l`alimento ideale per i bambini anche fino a due tre anni, come dichiara l`OMS, ne consegue che il latte di vacca, ideale per i vitelli, non può considerarsi un vero sostituto, e per convincersene basta guardare la composizione. Questo non significa tuttavia che un latte di vacca più o meno modificato abbia ancora un senso dopo l`anno di vita quando il bambino è in grado di assumere tutto ciò che gli serve anche senza far mai ricorso a qualsivoglia tipo di latte, ma neanche che non possa far uso del latte vaccino come alimento di buona qualità nutrizionale nell`ambito di una dieta varia di tipo “mediterraneo”. Il che vuol dire anche che il latte di vacca e derivati sono benvenuti nella dieta ma non possono essere considerati la componente più importante o maggioritaria, anzi, pena pesanti conseguenze metaboliche a lungo termine.

Allattamento prolungato, vizio o pregiudizio?

“Non esistono evidenze scientifiche secondo le quali l’allattamento oltre i primi mesi possare provocare danni pscicologici nel bambino, nè che rivela eventuali disturbi della madre che sceglie di allattare i propri figli a lungo.” (1)

In genere infatti sono proprio gli psicologi a mettere in quardia dall’allattamento al seno prolungato, ma di fatto questo è dovuto esclusivamente ad una mancanza di informazione.
Va chiarito, innanzi tutto, che in Italia, nessun corso di laurea in psicologia, né scuole di specializzazione post-lauream, prevedono formazione specifica in psicologia perinatale, cioè riguardo i temi del periodo intorno alla nascita.
L’equivoco è ancor più evidente se consideriamo inoltre, che è rarissimo che uno psicologo si occupi di fisiologia, cioè di ciò che è normalmente presente nei processi di sviluppo fisici e mentali di ognuno di noi, fin dal concepimento. Non avendo avuto una formazione specifica è evidente che uno psicologo ignori l’anatomia della mammela, la composizione del altte materno, il ruolo fondamentale degli ormoni dell’ossitocina e della prolattina ed il legame che ne deriva tra madre e bambino.(2)

Numerosi studi nel nostro paese e nel mondo dimostrano i benefici dell’allattamento al seno oltre i primi anni, ma tali studi purtroppo non sono diffusi tra numerosi operatori sanitari come gli psicologi ed i pediatri, i quali continuano ad ignorare gli effetti positivi sul sistema immunitario, sullo sviluppo del sistema nervoso e sulla relazione madre/figlio.

Non è un caso se un autorevole psicologa come Mary Ainsworth (3), grazie ad alcune ricerche da lei compiute in Africa, già nel 1972 ipotizzava che l’età di svezzamento dei bambini dovesse essere intorno ai due/tre anni e che le modalità di allattamento al seno a richiesta, anche di notte, dormendo vicino al bambino e allattandolo per farlo addormentare, contribuirebbero a rendere il bambino più sicuro di sé e aumenterebbero la sua fiducia nel fatto che la madre comprenda i suoi segnali ed i suoi bisogni.
Ciò costituirebbe una sorta di iniezione di fiducia e di sicurezza a cui il bambino farebbe riferimento per tutta la vita nei momenti di difficoltà.

John Bowlby (4), ricercatore britannico di scuola psicoanalitica, affermava che gli esseri umani hanno una predisposizione innata a formare relazioni di attaccamento con le figure genitoriali, che queste relazioni hanno la funzione di proteggere la persona accudita ed esistono in forma stabile già alla fine del primo anno.
L’attaccamento, sistema innato osservabile nei mammiferi e specialmente nei primati, ha una notevole importanza evolutiva (assicura la sopravvivenza dell’individuo giovane e quindi la futura diffusione della specie) e, per questo, è profondamente radicato.
Nell’età evolutiva l’attaccamento riveste un’importanza fondamentale e permea tutto lo sviluppo psichico.
La funzione propria dell’attaccamento è di assicurare la protezione del bambino dai pericoli: come negli animali, il piccolo dell’uomo, se protetto dall’adulto, corre minori pericoli.

Katherine Dettwailer (5), antropologa americana, comparando l’allattamento dei primati e analizzando la letteratura sull’età di svezzamento nelle varie culture, fa notare come esistano usanze molto diverse fra i vari popoli della Terra, sull’età ideale in cui si dovrebbero svezzare i bambini; in base ai suoi studi questa autrice afferma che se lo svezzamento avvenisse senza farsi condizionare dalle regole della società di appartenenza e fosse rispettato il processo biologico scelto dalla natura da migliaia di anni attraverso la selezione naturale, questo avverrebbe in un’età compresa fra i due anni e mezzo ed i sette.

Maria Ersilia Armeni (6), pediatra italiana e consulente IBCLC di allattamento, afferma che: “La psicologia italiana è uno dei pilastri della legittimazione a sospendere l’allattamento protratto oltre i primi mesi poichè non è al corrente del profondo radicamento dal punto di vista ormonale e fisiologico dell’allattamento nella donna e nel bambino. Questo rappresenta una copertura che la nostra società adotta per rivestire di legittimità comportamenti e pratiche che non rispondono affatto alle esigenze biologiche dei nostri bambini”.

Carlos Gonzales (7), pediatra spagnolo, padre di tre figli e fondatore dell’associazione catalana per l’allattamento materno, afferma che non esiste nessun limite all’allattamento materno, che non esiste alcune motivazione, medica, psicologica o nutrizionale per svezzare obbligatoriamente ad una certa età. Che le donne sono libere di decidere quanto allattare senza farsi condizionare dalle opinioni di esperti o presunti tali. Il bambino ha bisogno di essere dipendente dalla madre per la conquista della propria autonomia con i suoi tempi. Purtroppo alcuni psicologi e pediatri colpevolizzano addirittura le madri che proseguono l’allattamento oltre il primo anno, dandole la colpa addirittura di creare dipendenza, insicurezza ed incapacità di autoregolazione nei propri bambini. Contribuiscono così a generare in loro sentimenti di sfiducia in se e di confusione circa l’ascolto di accudimento dei propri figli.

Tale sentimento poi è ulteriormente rafforzato dai condizionamenti delle persone che si hanno intorno, da ciò che una mamma sente dire o legge sui libri e sulle riviste a loro dedicate a tal punto che le mamme che allattano a lungo , il più delle volte, sono portate a nascondersi o a mentire a chi gli sta intorno (8).
I dati tratti dall’indagine ISPO indicano che il 27% delle mamme se avesse avuto un sostegno maggiore da parte di figure sanitarie, forse o sicuramente avrebbe potuto allattare più a lungo.
Risulta evidente quindi, che il problema è esclusivamente culturale, una cultura non del sapere, ma dell’ignoranza nel vero senso della parola, perché di fatto, l’allattamento non è materia di studio nei programmi universitari delle facoltà di Psicologia italiane.

Alexander Lowen (9), psicologo, padre della bioenergetica, afferma che.” Il neonato ha bisogno del contatto fisico con sua madre così come ha bisogno del cibo e dell’aria.
L’intimità necessaria si raggiunge soprattutto attraverso l’allattamento al seno. Soltanto il bambino sa di quanto contatto ha bisogno e per quanto tempo, alcuni bambini ne avranno bisogno più di altri. Il contatto del bambino col sistema energetico della madre eccita l’energia del suo sistema e lo fa avvicinare al petto di sua madre.
Se il bambino viene allattato circa tre anni lo svezzamento non sarà traumatico e molti disturbi mentali potrebbero essere spiegati”.

Secondo il mio modesto parere è chiaramente deducibile che spesso noi mamme siamo più informate in materia di allattamento rispetto a  numerosi operatori sanitari.
Ciò che ci guida è soprattutto al nostro istinto che ci porta a fare del nostro meglio per accudire i nostri cuccioli.
Pertanto fidiamoci un pò più di noi stesse e facciamoci guidare dal nostro bambino.
La mia speranza è che, nell’attesa di un percorso fomativo specifico, così come molti pediatri si stanno informando, anche gli psicologi facciano altrettanto per potenziare un reale lavoro di squadra a sostegno delle mamme.

Bibliografia:

1. Paola Negri, Sapore di mamma – Allattare dopo i primi mesi, Il leone verde edizioni
2. Nell’articolo dal titolo “Ossitocina e attaccamento” dell’ACP (Associazione Culturale Pediatri) si afferma: “un posto a parte va riservato all’allattamento al seno che presso le nostra cultura è troppo precocemente abbandonato a favore del latte in formula o vaccino. Tale pratica, che secondo le indicazioni OMS va promossa fino al secondo anno di vita, non solo ha effetti positivi sulla salute del neonato e della madre ma,attraverso lo stimolo ossitocinico costante nel tempo, promuove il legame madre bambino. Pratiche prossimali, come il cosleeping, dimostratamente si associano al successo dell’allattamento al seno in una relazione causale non chiarita. Non è difficile ipotizzare però che le due pratiche prossimali, entrambe sotto il governo dell’azione dell’OT, in un’azione concertata e ne dell’OT, in un’azione concertata e simultanea interagiscano potenziandosi vicendevolmente”
3. http://www.eric.ed.gov
4. Bowlby J., (1989) Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Cortina, Milano.
5. Dettwailer, articolo tratto dal sito www.allattiamo.it link http://www.allattiamo.it/kdsvezz.htm
6. Armeni M.E., (2008), Allattare.net, Castelvecchi Edizioni.
7. Gonzales C. (2007), Un dono per tutta la vita, Il Leone verde, Torino.
8. Bortolotti A. (2008), “Ricordi di latte”
9. Lowen A. (2003), Il linguaggio del corpo, Feltrinelli, Milano.

L’articolo è stato tratto da:

http://www.professionemamma.it/professione-mamma/allattamento/374-allattamento-prolungato-vizio-o-pregiudizio.html