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Se il latte materno è inquinato dobbiamo smettere di allattare?

Molti ci chiedono se la Campagna potrebbe scoraggiare le mamme ad allattare al seno i propri bambini e visti i bassi tassi di allattamento presenti nel nostro Paese e la disinformazione generale che ruota intorno a questa pratica di salute millenaria a cui non viene data l’importanza necessaria nella nostra cultura  ritengo importante chiarire alcuni aspetti fondamentali che stanno alla base di questa iniziativa.

Da un punto di vista strettamente comunicativo è chiaro che gridare a gran voce che il latte materno è inquinato è un messaggio che provoca certamente un forte impatto emotivo nelle mamme e negli addetti ai lavori che può avere come conseguenza per le mamme la preoccupazione di mettere in pericolo la salute dei propri figli attraverso l’allattamento al seno oppure per gli operatori del settore quella che venga indirettamente scoraggiato l’allattamento. Tuttavia occorre fare chiarezza e andare oltre le apparenze immediate per capire in profondità il valore di questa affermazione e perché è necessaria.

Occorre trasformare queste emozioni in azione e non cedere all’evitamento della notizia e alla censura della loro fonte.

Tutto il nostro corpo è inquinato: lo sperma maschile, l’utero femminile, l’aria che respiriamo e il cibo che ingeriamo riflettono lo stato dell’ambiente in cui viviamo e del cibo che mangiamo. Gli studi ampiamente diffusi da questa Campagna[2] provano come gli effetti più pericolosi delle sostanze inquinanti siano quelli derivati dall’esposizione alle stesse durante la vita prenatale e anche prima del concepimento. Dobbiamo per questo smettere di fare figli o di allattare? No! Dobbiamo innanzi tutto essere informati e in seguito unirci per cambiare la situazione italiana al riguardo.

Scegliere di portare la nostra attenzione sul latte materno ha molteplici obiettivi:

  • Dare valore al fatto che il latte materno rappresenta di fatto un ANTIDOTO naturale agli agenti inquinanti in quanto attraverso meccanismi biochimici delle sostanze in esso presenti, è capace di contrastare in parte gli effetti di tali agenti.
  • Porre l’attenzione sul latte materno ci dà la possibilità di compiere un biomonitoraggio dell’intero territorio italiano attraverso campioni forniti dalle mamme volontarie agli istituti di ricerca; questi sono di facile reperibilità e analizzabili con un costo contenuto. Lo scopo non sarà certo quello di creare liste di latte più o meno inquinato fine a se stesse o per seminare il panico, ma piuttosto quello di attuare misure che tutelino la salute dei più piccoli a partire proprio dalle zone più esposte agli agenti inquinanti. Fermarsi davanti al dato dell’inquinamento del latte o peggio continuare a censurare i dati presenti negli studi che stiamo diffondendo attraverso la nostra Campagna, significherebbe di fatto non fare niente per cambiare la situazione e non avere l’esatta misura dello stato del problema dal quale, invece, si può partire per attuare politiche sanitarie ed istituzionali volte a colpire nel profondo le emissioni selvagge di agenti inquinanti presenti nel nostro Paese. Di fatto, non ci sono regolamentazioni sufficienti a proteggere i nostri figli e noi stessi e i dati ci fanno capire l’urgenza di rimboccarci tutti le maniche e di smettere di tacere o scandalizzarci per un’analisi superficiale o soltanto emotiva della questione. Mai come adessooccorre agire ed è necessario farlo unendo le forze di mamme, addetti ai lavori e opinione pubblica che si devono dare da fare insieme.
  • Se le mamme saranno informate di quanto il loro latte possa servire per migliorare e difendere la salute dei propri figli in zone inquinate e non, come di quanto il loro latte attraverso il biomonitoraggio possa servire al Paese intero per uno scopo così importante, siamo certi che non si fermeranno di fronte alla possibilità di dare ai propri figli, nipoti e generazioni a venire un futuro migliore in termini di salute e di equilibrio ambientale.
  • Non dimentichiamoci poi che anche il latte artificiale può essere inquinato o contaminato. Quello in polvere, per esempio, non è un prodotto sterile. Altri sono stati ritirati dal commercio in molti paesi (la lista è troppo lunga per trascriverla) perché contenenti sostanze inquinanti di vario tipo introdotte sistematicamente o accidentalmente durante la produzione e il confezionamento. Altre contaminazioni possono accadere in fase di preparazione, per l’uso di acqua inquinata o per manipolazioni inappropriate. Recentemente è stato rilevato anche che biberon e tettarelle possano recare nella loro composizione ftalati e bisfenolo A, che per anni sono stati ritenuti innocui e che solo da pochi mesi sono vietati. Questo non può succedere con il latte materno, che è un tessuto vivo mai uguale a se stesso ed è l’unico alimento a cm 0! Come tale non inquina e non contribuisce a sprecare energia e ad accumulare, al contrario del latte artificiale, rifiuti che poi potranno essere inceneriti per produrre altra diossina.

Cosa fare allora?

Con questa Campagna chiediamo:

  1. che venga ratificata la Convenzione di Stoccolma che fissa limiti severi e rigide misure di controllo all’emissione in ambiente di sostanze inquinanti e persistenti (POPs – Persistent Organic Pollutants)[3]. L’Italia è l’unico Paese dei 151 che l’hanno sottoscritta ma non ratificata.
  2. un  biomonitoraggio a campione del latte materno e del sangue cordonale nel nostro paese. Il latte materno è un indicatore molto attendibile dello stato dell’ambiente di vita della madre ed il suo monitoraggio è raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS); negli studi fino ad ora condotti dall’OMS  l’Italia non compare e chiediamo pertanto che il nostro paese si allinei con quanto fatto al riguardo negli altri paesi  europei[4];
  3. la SOSTITUZIONE di pratiche inquinanti, antiecologiche ed antieconomiche quali l’incenerimento di rifiuti e biomasse, con pratiche virtuose quali la riduzione, il recupero, il riciclo e la trasformazione a freddo dei materiali;
  4. l’adozione di STRUMENTI DI CONTROLLO efficaci e continuativi da applicare a tutti gli impianti fonti di diossina e non eliminabili. In particolare ci sembrano indispensabili il campionamento in continuo delle emissioni di diossina da questi impianti e il monitoraggio a campione di matrici alimentari (latte, burro, formaggi, uova, carne, pesce, mitili, ecc.) nei  territori circostanti;
  5. l’approvazione del DISEGNO DI LEGGE per creare un marchio “dioxin free” per gli alimenti[5]

Non fermiamoci davanti a tali comunicazioni tanto necessarie quanto sconvolgenti. Non stiamo parlando soltanto di allattamento ma è in gioco l’intera salute delle generazioni future del nostro Paese. Elaboriamo insieme le nostre emozioni e volgiamole in azione costruttiva.

Ricordo, infine, che fra i promotori della Campagna ci sono Associazioni di genitori di bambini colpiti da tumore. Questi genitori sono l’anima del progetto e nessuno più di loro avrebbe voluto poter fare qualcosa PRIMA che i loro figli si ammalassero. Di certo adesso queste mamme e questi papà non stanno zitti ma cercano di agire nell’interesse di tutti noi;  per questo dobbiamo soltanto ringraziarli, rispettarli e prendere da loro l’esempio e la forza di fare con urgenza qualcosa e dicendo a gran voce: basta alla disinformazione su questo argomento!

Questo è il senso più profondo della nostra Campagna in difesa del latte materno dai contaminanti ambientali.

Dott.ssa Alessandra Bortolotti, psicologa perinatale.


[2] Per consultare gli studi http://difesalattematerno.wordpress.com/per-approfondire/

Inoltre a breve sarà caricato su youtube il video della conferenza stampa del 19 marzo accessibile a tutti.

[4]  L’analisi del latte materno è usata in tutto il mondo perché è il modo più semplice per valutare l’impatto degli agenti inquinanti sugli esseri umani; il latte materno è il tessuto umano più facile da ottenere ed analizzare. Si vedano le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità:http://www.who.int/foodsafety/chem/POPprotocol.pdf ehttp://www.who.int/foodsafety/chem/pops_biomonitoring/en/index.html

Allattare in un mondo inquinato!

Aderisci alla campagna DIFESA LATTE MATERNO  DAGLI INQUINANTI! CLICCA QUI’! 

(Allattare in un mondo inquinato consigli per le mamme a cura di Adriano Cattaneo, Patrizia Gentilini, Paola Negri, Linda Maggiori)

Introduzione
La presenza di diossine e altre sostanze inquinanti (PCB –Policlorobifenili, metalli pesanti come piombo, mercurio e cadmio, pesticidi e ritardanti di fiamma, ecc…) nel latte materno è un tema complesso e delicato per le ansie e i timori che genera. Come può una mamma allattare serenamente se sa che il suo latte è inquinato? C’è il rischio di scoraggiare l’allattamento?
La letteratura scientifica sostiene l’importanza dell’allattamento al seno anche in presenza di contaminanti come quelli citati. I rischi legati all’alimentazione artificiale sono tali che, soppesando costi, rischi e benefici, non è consigliabile interrompere l’allattamento a causa della presenza di inquinanti nel latte materno. L’allattamento al seno, infatti, favorisce e protegge lo sviluppo neuropsicologico e cognitivo anche quando sia stato compromesso dall’esposizione ad inquinanti durante la gravidanza, il periodo della vita nel quale il sistema nervoso cresce maggiormente ed è quindi maggiormente soggetto ad eventuali danni. A parità di contaminazione in utero se la cavano meglio, in termini di sviluppo neuropsicologico e cognitivo, i bambini allattati al seno, soprattutto se a lungo, rispetto a quelli alimentati con formula o in maniera mista[1].
Tuttavia il timore di disincentivare l’allattamento non deve essere un pretesto per ignorare il problema. Occorre invece che le mamme e le associazioni a tutela dell’allattamento ne prendano consapevolezza e chiedano alle istituzioni monitoraggi regolari dei livelli di contaminazione del latte materno e politiche più rispettose dell’ambiente e tali da evitare la formazione di sostanze tossiche.
Diossine: cosa sono?
Le diossine (policloro-dibenzo-p-diossine PCDD e policloro-dibenzofurani PCDF o furani) sono composti chimici formati da carbonio, idrogeno, ossigeno e cloro: si tratta di sottoprodotti non voluti dei processi di combustione di plastiche clorurate o altre sostane organiche, in particolari condizioni di temperatura ed in presenza di cloro, ma possono provenire anche come sottoprodotti da processi di sintesi di pesticidi.
Dove si trovano?
Sono sostanze persistenti, insolubili in acqua e hanno un’elevata affinità per i grassi. Sono inoltre soggette a bioaccumulo e biomagnificazione: vuol dire che persistono nella catena alimentare e si concentrano via via negli organismi viventi, negli animali ed in particolare nell’uomo che ne è all’apice. La loro assunzione avviene per oltre il 90% per via alimentare, specie attraverso alimenti quali pesce, latte, carne, uova e formaggi ad alto contenuto di grassi. Questi inquinanti passano da un territorio all’altro con i venti o le acque, o con la commercializzazione di alimenti inquinati[2].
Chi produce le diossine?
In Italia numerose industrie immettono in ambiente diossine e PCB, in particolare le acciaierie e gli impianti di produzione e lavorazione dei metalli. Uno dei territori più inquinati da diossine è l’area circostante l’acciaieria ILVA di Taranto. Ma consultando il registro europeo sulle sorgenti di diossina appare chiaro che un’altra fonte importante è la combustione di rifiuti urbani, industriali e ospedalieri, responsabile del 64% circa delle emissioni complessive di tali sostanze[3].
In Italia le stime per il calcolo delle diossine emesse si basano sui dati forniti in autocontrollo dai gestori e relativi a 24 ore annuali di analisi eseguite in condizioni dinormale attività dell’impianto. È ben noto, tuttavia, che la massima produzione di diossine si ha in presenza di cambiamenti della temperatura di esercizio che le moderne tecnologie non possono evitare. Secondo recenti studi, oltre il 60% della diossina prodotta annualmente si forma nella sola fase di accensione[4]. Inoltre si pone il problema del trasporto e stoccaggio delle ceneri altamente inquinanti dei filtri.
La Conferenza di Stoccolma sui POPs (Persistent Organic Pollutants), che l’Italia ha sottoscritto ma non ha ancora ratificato (unico tra i paesi dell’Unione Europea), impone che sia ridotta quanto più possibile la produzione di diossina come sottoprodotto inevitabile di determinati processi. L’obiettivo è ridurre l’immissione nell’ambiente di queste sostanze dato che, una volta prodotte, è praticamente impossibile eliminarle.
Gli inceneritori di rifiuti e le centrali a biomassa sono sorgenti di diossina del tutto evitabili con adeguate politiche di riduzione e riciclo dei rifiuti.
I PCB: cosa sono?
A differenza delle diossine, i PCB (policlorobifenili) sono prodotti deliberatamente dall’uomo tramite processi industriali. La loro produzione è iniziata negli anni ‘30 ed è perdurata per oltre 50 anni, fino al 1985, quando sono stati ufficialmente banditi stante la loro pericolosità.
Oltre a diossina e PCB, esistono più di 300 sostanze tossiche, di cui molte cancerogene, che possano trovarsi stabilmente nel nostro corpo ed essere, al pari delle diossine e dei PCB, trasferite alla prole; tra queste, mercurio, piombo, nichel, arsenico, cadmio, benzene, idrocarburi policiclici aromatici, pesticidi e ritardanti di fiamma.
Tossicità di diossine e PCB
Diossine e PCB sono sostanze cancerogene e “endocrin disruptor”, ovvero interferenti endocrini, molecole che disturbano funzioni complesse e delicatissime dell’organismo quali quelle immunitarie, endocrine, metaboliche e neuropsichiche. In particolare, risulta essere molto pericolosa l’esposizione durante la vita intrauterina, quando gli inquinanti arrivano all’embrione e al feto interferendo con le fasi più critiche e delicate dello sviluppo sia del sistema nervoso che di altri organi.
Ma non dobbiamo preoccuparci solo degli effetti tossici di dosi massicce, oltre i limiti consentiti: l’esposizione continua, seppure a dosi “minime”, ha effetti a lungo temine non ancora conosciuti, ma non per questo meno temibili[5].
Diossina e PCB in utero e nel latte materno
La diossina e i PCB possono essere trasferiti dalla mamma al piccolo sia durante la gestazione, sia (in misura maggiore) durante l’allattamento. Benché si trasferisca più diossina al neonato tramite l’allattamento che durante la gestazione, (perché il latte contiene più lipidi del sangue placentare e perché l’allattamento può  durare ben oltre 9 mesi), è comunque più pericolosa l’esposizione in utero, anche a minime dosi, di quella via latte materno.
Per i suoi preziosi componenti (nutrienti, enzimi, anticorpi, agenti antinfiammatori, fattori di crescita, ormoni) e per le funzioni regolatrici sul sistema immunitario, neurologico e endocrinologico, il latte materno può essere considerato un fattore di protezione anche e soprattutto in zone inquinate, perché favorisce e protegge lo sviluppo neuropsicologico e cognitivo dei bambini già contaminati in utero. Rimane valida quindi la raccomandazione dell’OMS e del Ministero della Salute di allattare al seno in modo esclusivo fino al sesto mese compiuto, e di continuare ad allattare, con l’aggiunta di altri alimenti, fino ai 2 anni o oltre, ed in ogni caso finché madre e bambino lo desiderano[6].
Ricordiamoci inoltre che anche il latte artificiale può essere contaminato da diossina, e i controlli sono pochi: nel 2009 in Emilia Romagna sono stati eseguiti 13 controlli sul latte di mucca e 2 su latte per l’infanzia; in Toscana, non è stato eseguito nessun controllo su latte di mucca e su latte per l’infanzia[7].
Il latte materno, d’altra parte, rappresenta un materiale particolarmente idoneo per la valutazione dell’inquinamento “in vivo”, perché è agevole da reperire e permette di stimare l’esposizione presente e pregressa di una popolazione. Questo significa che il latte materno è un indicatore del tipo e della concentrazione di sostanze inquinanti che si trovano nell’organismo delle persone che vivono in una data zona, il cosiddetto “body burden”. Grazie alle misure di controllo messe in atto dopo l’entrata in vigore, nel 2004, della Convenzione di Stoccolma (che l’Italia non ha ratificato), i livelli di contaminazione del latte materno stanno diminuendo in Europa, ma mancano studi su vasta scala sulla situazione nel nostro paese, sia dal punto di vista geografico che temporale[8]. In carenza di adeguate informazioni da parte delle istituzioni preposte, i cittadini si organizzano in comitati spontanei (come a Montale, Taranto, Brescia, Forlì) e spesso provvedono con propri fondi all’esecuzione di analisi e controlli. Le analisi su campioni raccolti in Italia, in zone vicine ad inceneritori o acciaierie, segnalano un preoccupante livello di diossina nel latte materno: un lattante di 5 kg può trovarsi ad assumere da 18 a 80 o perfino da 240 fino a quasi 1200 pg/kg/die di diossine (invece dei 2 pg/kg/die raccomandati come massimi livelli da OMS ed Unione Europea per gli adulti), a seconda che risieda in una zona rurale, a Montale, a Taranto o a Brescia[9].
Occorre un monitoraggio continuo e indipendente su campioni di latte materno e sul sangue del cordone ombelicale, anche per evitare che l’assenza di dati certi possa ingenerare un allarme incontrollato e disincentivare l’allattamento al seno. Le mamme che allattano, e più in generale le donne in età fertile, se correttamente informate sui possibili danni al feto e al lattante, sono le persone più interessate a far pressione perché diminuisca l’inquinamento ambientale da diossina ed altre sostanze. Un serio monitoraggio sui livelli di diossina nel latte materno è uno strumento importante di lotta contro l’inquinamento ed allo stesso tempo può essere uno strumento di protezione dell’allattamento al seno.
Consigli alle mamme
Come minimizzare i rischi di contaminazione durante la gravidanza e l’allattamento (tratto da un articolo di Betty Crase[10]):Consuma preferibilmente cibi genuini, freschi e prodotti possibilmente lontano da fonti di contaminazione e  senza utilizzo di prodotti chimici . Prediligi- quando possibile- il consumo di alimenti con certificazione  biologica: la certificazione biologica prevede che gli alimenti siano coltivati lontano da autostrade/siti industriali, discariche e soprattutto senza uso di  pesticidi.

  • Evitare il contatto sul lavoro con agenti chimici inquinanti; pretendere che sul lavoro siano fissati livelli di sicurezza che considerino le donne gravide e allattanti come i modelli di riferimento.
  1. Consuma cibi genuini, freschi e se possibile prodotti lontano da siti industriali, discariche e inceneritori e senza utilizzo di prodotti chimici, se possibile biologico.

  2. Limita il consumo di carni, pesce, uova, latte, (essendo all’apice della catena alimentare, sono i più contaminati) e cerca di eliminare il grasso della carne, dove si concentrano inquinanti liposolubili come la diossina.
  3. Preferisci carni e uova biologiche, allevati lontano da inceneritori, cementifici, industrie metallurgiche, acciaierie ed insediamenti industriali in genere.
  4. Preferisci pesci piccoli (quelli più grandi sono all’apice della catena alimentare), in particolare il pesce azzurro (ricco di sostanze benefiche per la salute della donna in gravidanza e del feto).
  5. Preferisci frutta e verdura biologica. Se non è possibile, lava bene e togli la buccia.
  6. Evita bruschi cambiamenti di peso, come ingrassare troppo durante la gravidanza e diete dimagranti dopo il parto, che immettano nel sangue all’improvviso maggiori quantità di fattori inquinanti liposolubili, come i PCB.
  7. Evita di fumare sigarette e di bere alcool poiché i livelli dei fattori inquinanti più elevati sono stati rilevati nelle persone che fumano.
  8. Evita l’uso di pesticidi (insetticidi, diserbanti, fungicidi, ecc.) e di sostanze chimiche in generale, in casa, nel giardino e sull’erba.
  9. Non utilizzare cosmetici realizzati con materie prime contaminate. Per lenire eventualmente capezzoli dolenti o il dolore da ragadi durante l’allattamento, utilizza soltanto lanolina di qualità medica.
  10. Fai attenzione ai prodotti che si utilizzano per la pulizia della casa, il bucato, l’igiene personale: ricorda che aceto, bicarbonato, acido citrico, sapone naturale  ecc. possono evitare grandemente  l’utilizzo di prodotti chimici.
Conclusioni
IBFAN Italia e Mami condividono e sostengono pienamente il lavoro di denuncia e ricerca di tanti medici ed operatori sanitari, in particolare quelli appartenenti all’associazione International Society of Doctors for the Environment (ISDE)[11].Crediamo che la protezione dell’allattamento passi anche dal rispetto e dalla tutela dell’ambiente che ci circonda. Per questo, oltre a sensibilizzare le mamme ad adottare stili di vita salutari e poco inquinanti, siamo pienamente d’accordo con ISDE e con Associazioni e Comitati di mamme e Cittadini indipendenti nel chiedere alle istituzioni che:
  1. Sia effettuato un biomonitoraggio regolare e indipendente per la presenza di diossina ed altre sostanze inquinanti, sia sul latte materno che sul sangue del cordone ombelicale, per un’accurata sorveglianza dello stato di salute complessivo della popolazione infantile.
  2. Siano messe al bando pratiche altamente inquinanti, oltre che illogiche quali l’incenerimento di rifiuti, biomasse e quant’altro, che una volta avviate ostacolano il diffondersi di pratiche virtuose quali la riduzione, il recupero e il riciclo dei rifiuti[12].
  3. Siano diffuse pratiche virtuose quali la riduzione, il recupero e il riciclo dei rifiuti.
  4. Siano imposti vincoli normativi ben più rigidi ad impianti produttivi realisticamente non eliminabili almeno per l’immediato, come ad esempio le acciaierie, sia in ordine all’entità delle emissioni che alla loro localizzazione nei pressi di centri abitati e/o di territori in cui si pratica l’allevamento di bestiame, pesci e molluschi, per l’elevato rischio di contaminazione delle catene alimentari[13].
  5. Sia ratificata la Convenzione di Stoccolma sui POP’s[14].
LETTURE E LINK CONSIGLIATI
Allattamento al seno:
Linee di indirizzo nazionali sulla protezione, la promozione ed il sostegno dell’allattamento al seno. Gazzetta Ufficiale N.32 del 7 Febbraio 2008
Studi su diossina, PCB e latte materno:
P. Gentilini, A.M. Moschetti, E. Burgio, , S.Raccanelli, M. Bolognini, A.Cattaneo. Xenobiotici nel latte materno, il caso delle diossine, Il Cesalpino, Rivista medico-scientifica dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Arezzo, 2010 n. 26, pag 15-22.
P. Gentilini, Diossina nel latte delle madri, in Europa, in Italia e a Taranto, quali sono i rischi e come  possiamo difenderci dalla contaminazione?
Giornate di studio su Inquinamento e salute Ordine Medici chirurgi e odontoiatri, provincia di Taranto, Taranto 22 gennaio 2011
G. Calamandrei, Xenobiotici nel latte ed attività neuroendocrina, Istituto superiore della sanità, Roma , 21-22 giugno 2007
Primavera G., Contaminanti chimici nel latte materno, XXII Congresso Nazionale ACP Palermo,
Tomatis L. Prenatal exposure to chemical carcinogens and its effect on subsequent generations. Natl Cancer Inst Monogr 1979;51:159-84.
Betty Crase,”Pesticidi e allattamento al seno”  Leaven  vol.30 n.3, pp. 37-40 maggio 1994
Analisi su campioni biologici (polli, uova, latte materno) condotta a Coriano (FO) dall’ISDE Associazione Medici per l’Ambiente www.isde.it ;
per una rassegna stampa vedi anche su Corriere Romagna, Resto del Carlino, La voce del 20 aprile 2011. Comunicato stampa Ausl Arpa Forlì, 22-04-2011. Risposta dell’ISDE al Comunicato Arpa Ausl, 23-04-2011
Unione Europea e rifiuti:
Direttiva 2008/98/CE,  la Direttiva antepone la prevenzione al riutilizzo, al riciclaggio e alle altre modalità di recupero, relegando in fondo alla scala sistemi di smaltimento quali la messa in discarica.
Relazione 19 gennaio 2011 della Commissione Europea sulla riduzione  e riciclaggio dei rifiuti da parte degli Stati membri:http://ec.europa.eu/environment/waste/strategy.htm
Conferenza Stoccolma sui Persistent Organic Pollutants, maggio 2001. www.pops.int
United Nations, “Regional monitoring reports under the global monitoring plan for effectiveness evaluation: additional human tissue data from
the human milk survey”, 23 Febbraio 2011, Conference of the Parties to the Stockholm Convention on Persistent Organic Pollutants Fifth meeting
Buone pratiche:
Coordinamento GCR Parma, “L’alternativa c’è. Progetto alternativo per la gestione dei rifiuti” scaricabile su http://gestionecorrettarifiuti.it/no-inceneritore/alternative.html
Centro Riciclo Vedelago: http://www.centroriciclo.com/: in questo centro è stata messa a punto la sperimentazione dell’”estrusore”, che trasforma a freddo il materiale secco non riciclabile per ricavarne sabbia sintetica inerte e non inquinante da utilizzare nei calcestruzzi.
Rete Nazionale Rifiuti Zero: http://www.rifiutizerocapannori.it/, tra i suoi maggiori ideatori Paul Connett, professore della St. Lawrence Universty di Canton.

[1] Mead MN. Contaminants in human milk: weighing the risks against the benefits of breastfeeding. Environ Health Perspect 2008;116:A427-A434.
[2] P. Gentilini, A.M. Moschetti, E. Burgio, , S.Raccanelli, M. Bolognini, A.Cattaneo. Xenobiotici nel latte materno, il caso delle diossine, Il Cesalpino, Rivista medico-scientifica dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Arezzo, 2010 n. 26, pag 15-22.
[4] Wang LC, Hsi HC, Chang JE et al. Influence of start-up on PCDD/F emission of incinerators. Chemosphere 2007;67:1346-53.
[5] Tomatis L. Prenatal exposure to chemical carcinogens and its effect on subsequent generations. Natl Cancer Inst Monogr 1979;51:159-84.
[6] Linee di indirizzo nazionali sulla protezione, la promozione ed il sostegno dell’allattamento al seno. Gazzetta Ufficiale N.32 del 7 Febbraio 2008
[7] Comunicazione del Dott. Diegoli, veterinario della regione Emilia Romagna nel 2009.
[9] Vedi nota 2
[10] Betty Crase, Leaven  vol.30 n.3, pp. 37-40 maggio 1994
[13] P. Gentilini, A.M. Moschetti, E. Burgio, , S.Raccanelli, M. Bolognini, A.Cattaneo. Xenobiotici nel latte materno, il caso delle diossine, Il Cesalpino, Rivista medico-scientifica dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Arezzo, 2010 n. 26, pag 15-22.

Depressione post-partum: quello che sappiamo

di Katleen Kendall-Tackett, Professore associato in psicologia al Family research Laboratory, University of New Hampshire; IBCLC; membro della American Psychological Association

The impact of maternal stress and depression on breasfeeding: what we know so far. Breastfeeding Abstract 2005;(24):4.

La  depressione  post-partum  colpisce  circa  il 10-20% delle neomamme a livello mondiale e può portare a serie conseguenze sia per la madre sia per il bambino. Anche se negli ultimi 15 anni sono  stati  pubblicati  centinaia  di  studi sulla  depressione  post-partum,  pochi hanno  incluso  l’allattamento  tra  le  variabili  e  questi  si  sono  generalmente  focalizzati  sulla  trasmissione di farmaci attraverso il latte materno.  Tuttavia  recentemente  alcuni studi hanno esaminato la relazione tra stress, depressione materna e allattamento. Nancy  Aaron  Jones  ha  descritto come l’allattamento protegga i bambini di madri depresse dall’impatto negativo  della  depressione  materna.

Questo articolo riassume altri studi recenti  che  hanno  preso  in  esame  la  relazione  tra depressione, stress e allattamento.

Depressione e interruzione dell’allattamento.

Alcuni  ricercatori  hanno  preso  in  esame  la relazione tra interruzione dell’allattamento e  depressione.  In  uno  studio  nelle  Barbados,

Galler e collaboratori  hanno scoperto che le madri  con  sintomi  di  depressione  a  7  settimane  dal parto  dimostravano  una  ridotta  preferenza  per l’allattamento  al  momento  della  valutazione e pensieri negativi circa l’allattamento per il futuro.  Gli  autori concludono  che  la  depressione post-partum dovrebbe essere curata allo scopo di migliorare     le     speranze     di     buon     esito dell’allattamento.

Misri,  Sinclair  e  Kuan ,  nel  loro  studio  su  51 donne  nel  post-parto  con  depressione  maggiore, riportano che nell’83% delle donne la depressione ha  preceduto  l’interruzione  dell’allattamento. Solo il 17% riferiva che la depressione era iniziata dopo la sospensione dell’allattamento. In  uno  studio  inglese,  Bick  e  collaboratori  hanno  avuto  risultati  simili  con  donne  nel  post-parto. Hanno intervistato 906 donne 45 settimane dopo  il  parto.  In  questo  campione  il  63%  aveva allattato, ma di queste il 40% aveva interrotto entro  il  terzo mese.  I fattori  predittivi  di  interruzione precoce dell’allattamento comprendevano depressione, ritorno al lavoro entro 3 mesi e la regolare cura del bambino da parte di altri famigliari di sesso femminile. Uno  studio  australiano   su  790  donne  a  8-9 mesi  dal  parto  ha  rilevato  che  donne  che  non avevano allattato dalla nascita o che non stavano allattando a 3 mesi dal parto erano in modo significativo  più inclini  alla  depressione.  Uno  studio  in Pakistan  ha riportato risultati simili. Questo campione comprendeva 100 donne con figli in  età  da  allattamento  compresa  tra  2 mesi  e  2  anni.  Di  queste  donne  il  38% aveva  sospeso  l’allattamento  al  seno, con il 36,8% che riferiva che la depressione   aveva   preceduto   l’interruzione dell’allattamento  e  l’1,2%  che  riferiva che  la  depressione  si  era  sviluppata dopo  la  conclusione  dell’allattamento. Le    donne    che    avevano    sospeso l’allattamento  avevano  conseguito,  sulla  versione  Urdu  della  HADS (Hospital anxiety and depression scale), un punteggio del valore medio di 19,66, contro    il    3,27    delle    donne    che allattavano.  Gli  autori  concludono  che  la  depressione  materna  è  stata  la  causa  dell’interruzione dell’allattamento per queste donne.

Stress post-parto e allattamento.

Dall’esperienza  clinica  gli  specialisti  di  allattamento    sono    consapevoli    da    tempo    che l’allattamento  riduce  lo  stress  materno.

Tuttavia è stato difficile dimostrarlo empiricamente perché spesso ci sono notevoli differenze preesistenti  tra  le  madri  che  allattano  e  quelle che  danno  il  biberon.  Mezzacappa  e  Katkin hanno presentato dati da 2 studi che indicano che l’allattamento difende le donne dall’umore

negativo.  Nel  primo  studio  hanno  confrontato  28 madri che allattavano al seno e 27 che allattavano artificialmente  sul  livello  di  stress  percepito  nel mese precedente. Come previsto le madri che allattavano  riferivano  meno  stress  anche dopo  aver  controllato  per  possibili  variabili  confondenti. In un secondo studio hanno confrontato 28 madri, che allattavano sia al seno sia con il biberon,  immediatamente  dopo  aver  allattato  e immediatamente dopo aver dato  la formula con il biberon. Il disegno di questo  studio ha permesso agli autori di tenere conto delle differenze preesistenti  nelle  madri  che  sceglievano  di  allattare  piuttosto  che  nutrire con il  biberon,  dato  che  ogni madre  veniva  confrontata  con  se  stessa.  Essi hanno  rilevato  che  l’allattamento  era  associato  a  una  riduzione  dell’umore  negativo  e la nutrizione artificiale a una riduzione dell’umore positivo nelle stesse donne.

Le  difficoltà  nell’allattamento  al  seno  tuttavia possono  aumentare  lo  stress  e  la  depressione materna. In un campione di 41 madri che allattavano  la  stanchezza  era  moderatamente correlata con depressione, stress percepito e gravità  dei  problemi  nell’allattamento.  Queste rilevazioni sono state fatte a 3 giorni e a 3,6 e 9  mesi  dal  parto.  Come  previsto  le  madri  depresse  riferivano  più  stanchezza  in  ciascuno  di

questi periodi. Le madri più anziane e quelle i cui figli  avevano  temperamento  difficile  riportavano i livelli più alti di stanchezza.

In un altro studio su 465 donne i pensieri negativi 1 mese dopo il parto erano predittivi di depressione  a  4  mesi.  Le  donne  che  allattavano  al

seno  i  loro  bambini  non  differivano  dalle  donne che  li  allattavano  artificialmente  nello  sviluppo  di depressione, ma le donne preoccupate per l’allattamento avevano più probabilità di diventare depresse rispetto a quelle non preoccupate.

Il  dolore  ai  capezzoli,  un tipo  di  dolore  relativamente  comune  nelle  donne  che  allattano,  può portare a svezzamento prematuro anche in madri motivate ad allattare e può anche avere un  impatto  psicologico  sulle  madri.  In  uno  studio di  Amir  e  collaboratori su  madri  australiane,  48 donne  che  allattavano  con  dolore  ai  capezzoli  furono  confrontate  con  65  donne  che  allattavano senza dolore. Le donne con dolore avevano  una  probabilità  significativamente  maggiore di essere depresse. Delle donne con dolore il 38% aveva  un  punteggio  oltre la  soglia  per la  depressione  contro  il  14%  nel  gruppo  di  controllo.  In modo simile le donne nel gruppo con dolore avevano punteggi significativamente più alti su tutti gli indici  della  scala  Profile  of  Mood  States  (Profilo degli stati dell’umore). Tali stati sono tensione, depressione, stanchezza, aggressività, confusione e vigore.  Una  volta  risolto  il  dolore  i  punteggi  su questa scala scendevano a livelli normali.

Ormoni dello stress e allattamento.

Secondo  Marshall livelli  elevati  di  stress  alterano  l’equilibrio  tra  i  neurotrasmettitori  acetilcolina  e  noradrenalina  portando  a  un  eccesso  di acetilcolina. Lo stress prolungato non inibisce più l’attività  colinergica  con  conseguente  aumento dell’ormone dello stress: il cortisolo. I livelli di cortisolo sono  spesso elevati in persone depresse e elevati    livelli    di    cortisolo    possono    influire sull’allattamento.

Grajeda  e  Perez-Escamilla  hanno  misurato  i livelli di cortisolo di 136 donne cittadine del Guatemala prima e dopo il parto. Hanno scoperto che

le  donne  primipare  hanno  nell’insieme  livelli  di cortisolo  più  elevati,  in  particolare  dopo  il  parto.

Per  le  donne  con  i  più  alti  livelli  di  cortisolo  la montata  lattea  (lattogenesi  II)  era  ritardata  di  parecchi giorni  Più recentemente Groër e collaboratori  hanno  esaminato  la  relazione  tra  stanchezza materna e depressione, trovando una correlazione  positiva  tra  cortisolo  sierico  e  stanchezza  in  donne  che  stavano  allattando.  Hanno inoltre  scoperto  che  le  madri  stressate,  affaticate o con umore negativo avevano livelli più bassi di prolattina e livelli più alti di melatonina nel latte rispetto a madri non stanche e stressate. Inoltre la prolattina  sierica  era  più  bassa  nelle  donne  depresse.  Livelli  più  bassi  di  prolattina  possono  ridurre  la  produzione  di  latte  che  a  sua  volta  può condurre a interruzione dell’allattamento.

Implicazioni

•    Dato che la depressione è un importante fattore     di     rischio     per     la     sospensione dell’allattamento,    gli    specialisti

dell’allattamento   dovrebbero   effettuare   uno screening  per  identificarla  (2  scale  per  lo screening  della  depressione,  libere  da  diritti

d’autore      sono      disponibili      sul      sito: http://www.GraniteScientific.com).

•    Stress e stanchezza materna riducono i livelli di  prolattina  e  possono  condurre  a  interruzione  dell’allattamento.  Alti  livelli  di cortisolo possono ritardare la lattogenesi II.

•    Difficoltà  nell’allattamento  al  seno,  in  particolare il dolore ai capezzoli, possono condurre a depressione   e   devono   essere   affrontate

prontamente.

•    Le    madri    depresse    dovrebbero    essere incoraggiate   a   continuare   l’allattamento   dal  momento  che  questo  protegge  il

bambino  dagli  effetti  dannosi  della  depressione materna.

Bibliografia

Kendall-Tackett KA. Depression in new mothers. Binghanton, New York: Haworth 2005.

Jones NA. The protective effects of breastfeeding for infant of depressed mothers. Breastfeed Abstr 2005;24(3):19-20.

Galler  JR  et  al.  Maternal  moods  predict  breastfeeding  in Barbados. J Dev Behav Pediatr 1999;20:80-87.

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Astbury  J  et  al.  Birth  events,  birth  experiences,  and  social differences  in  postnatal  depression.  Austr  J  Pub  Health 1994;18:176-84.

Taj  R,  Sikander  KS.  Effects  of  maternal  depression  on breastfeeding. J Pakistani Med Assoc 2003;53:8-11.

Mezzacappa ES, Katkin ES. Breastfeeding is associated with reduced  perceived  stress  and  negative  mood  in  mothers. Health Psychology 2002;21:187-93.

Wambach  KA.  Maternal  fatigue in  breastfeeding  primiparae during   the   first   nine   weeks   postpartum.   J   Hum   Lact 1998;14:219-29. L’Allattamento Moderno

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Schwartz K et al. Factors associated with weaning in the first 3 months postpartum. J Fam Pract 2002;51:439-44.

Amir LH et al. Psichological aspects of nipple pain in lactating women. J Psichosom Obstet Gynaecol 1996;17:53-58.

Marshall   P.   Allergy   and   depression:   A   neurochemical thresold model of the relation between the illnesses. Psych  Bull 1993;113:23-43.

Grajeda  R,  Perez-Escamilla  R.  Stress  during  labor  and delivery is associated with delayed onset of lactation among guatemalan women. J Nutr 2002;132:3055-60.

Groër M et al. Neuroendocrine and immune relationships in postpartum fatigue. MCN 2005;30:133-38.

Traduzione di Marisa Fogliati.

Tratto da

http://www.lllitalia.org/index.php?option=com_content&task=view&id=294&Itemid=49

allattamento, fertilità e ritorno del ciclo

Quando si allatta a richiesta ed in modo esclusivo solitamente il ciclo non ricompare prima di 3-6 sei mesi dal parto, più spesso intorno all’anno del bambino, purché non ci siano interferenze quali la somministrazione di latte formulato, di acqua o tisane, l’utilizzo di un ciuccio o il rispetto di schemi orari rigidi, tutti fattori che riducendo la frequenza di suzione e modificando di conseguenza la situazione ormonale possono contribuire alla comparsa del capoparto.

 

E’ proprio la frequenza della suzione infatti che inibisce il ritorno del ciclo e l’ovulazione. Esiste comunque una grande varietà di situazioni, tanto che ad alcune donne addirittura il ciclo non torna finché l’allattamento non si conclude, mentre ad altre, nonostante la suzione frequente, il ciclo ricompare anche poche settimane dopo il parto.

 

In caso di allattamento esclusivo e a richiesta, almeno nei primi sei mesi, si hanno scarse possibilità di rimanere incinte e spesso il capoparto è anovulatorio (ovvero senza precedente ovulazione) e serve per avvisare che si sta ritornando fertili. Dopo i sei mesi la possibilità di essere fertili è maggiore, e se le poppate si riducono ( tanto più se avviene drasticamente) è possibile che avvenga l’ovulazione anche prima dell’arrivo del capoparto.

 

Il periodo di assenza del ciclo (amenorrea lattazionale) è una fase normale e utile per la donna, che permette tra l’altro di reintegrare le scorte di ferro. L’assenza del ciclo non crea alcun problema anche se si protrae per molti mesi.

 

Poiché la suzione del bambino regola l’ovulazione, anche brevi periodi di interferenza (o una sola interferenza) con il meccanismo di suzione/produzione possono stimolare l’arrivo del capoparto, viceversa può anche accadere che ristabilendo un allattamento esclusivo e privo di interferenze la suzione inibisca nuovamente l’ovulazione e il ritorno del ciclo per diversi mesi.

 

I primi cicli possono essere irregolari, e comunque anche dopo una ripresa regolare, se ci sono periodi in cui il bambino succhia di più ( perché sta male per esempio) potrebbe accadere che il ciclo non si presenti per diverso tempo. Se i cicli sono regolari si ritiene che la donna sia nuovamente fertile!

 

Il ritorno del ciclo, quale che sia il periodo, non interferisce con l’allattamento, che può proseguire con tutta tranquillità, nonostante le dicerie molto diffuse. La donna può sentirsi più stanca in quei giorni e pare che il riflesso di emissione possa di conseguenza essere rallentato, rendendo a volte irrequieto il bambino, ma questo non influisce sulla qualità del latte stesso, sulla quantità, e non rende il latte inadeguato al bambino.

 

Info Allattamento- ottobre 2011

http://www.facebook.com/notes/info-allattamento/allattamento-fertilit%C3%A0-e-ritorno-del-ciclo/269088603114158

Domanda e risposta sull’allattamento..

Questa domanda me la sono fatta anche io tante volte ormai 3 anni fa….

“La mia bambina di 4 mesi mangia ogni due ore, giorno e notte. La allatto al seno, come posso fare per farla mangiare a intervalli più lunghi specie la notte?”

RISPOSTA (da parte della redazione di UPPA)

Cara,
capisco che allattare così di frequente sia stancante per te. Devi sapere però che il latte umano è molto povero di proteine, questo lo rende più digeribile e gli dà delle caratteristiche nutrizionali specifiche per la nostra specie, il fatto che venga digerito in fretta fa si che naturalmente i pasti siano molto ravvicinati. Altra cosa è che di notte la prolattina, l`ormone che regola la produzione di latte, raggiunge concentrazioni più alte e proprio per questo i neonati tendono a mangiare più spesso di notte. Il latte formulato è molto meno digeribile, per questo i bambini allattati artificialmente hanno degli intervalli di sonno a volte più lunghi. Più diventerà grande più i vostri ritmi si coordineranno, ma per ora ti consiglio di non avere come obviettivo le poppate più lunghe ma di migliorare la tua qualità di riposo tenendotela vicino la notte (in modo da non svegliarti completamente fra una poppata e l`altra). Di giorno prova a portarla in un marsupio o in una fascia, così a volte si tranquillizzano, riesci a ricavare qualche minuto in più fra le poppate e, con le mani libere, puoi fare tante belle cose con la tua piccola addosso!
Spero di esserti stata utile

Elena Uga

UPPA-Un pediatra per Amico

Sto allattando a richiesta ma inizio ad essere stanca. Come posso allattare più comodamente?

Una premessa importante riguarda il grande bisogno di contatto che manifestano i neonati: non è solo legato la bisogno di poppare, tanto è vero che i bambini che utilizzano il ciuccio o che vengono alimentati artificialmente spesso richiedono di essere presi in braccio con la stessa frequenza degli altri. I bambini possono chiedere di stare in braccio/ciucciare per mille motivi. Questa consapevolezza dei biosgni fisiologici di un neonato aiuta spesso a tollerare la stanchezza. IN ogni caso, per rendere le poppate più rilassanti, è molto importante che sperimentare diverse posizioni, in modo da trovare quelle più comode e piacevoli. Molte mamme trovano tre posizioni “alternative” particolarmente utili:

Da sdraiata a letto

Da semisdraiata con il bimbo sdraiato sul tuo corpo in senso verticale
Con la fascia
Da sdraiata a letto

Questa posizione risulta per molte mamme di fondamentale importanza di notte perché consente, una volta avviata la poppata, di abbandonarsi al sonno in tutta sicurezza e senza la preoccupazione di dover spostare il piccolo una volta che ci si è riaddormentati. Imparare ad allattare da sdraiate può essere molto  utile anche di giorno, ogni volta che si sente l’esigenza di fare un pisolino o anche solo per rilassarsi un po’.

Da semisdraiata con il bimbo sdraiato sul corpo della mamma in senso verticale

Questa posizione è particolarmente rilassante perché la forza di gravità regge il bambino senza che la mamma debba sforzare le sue braccia. In questa posizione le mani sono libere e possono essere usate per accarezzare il bambino o sorreggere una rivista o una tazza ;-). Avere le mani libere è molto utile anche nel caso in cui la mamma abbia bisogno, durante le poppate, di usare tecniche specifiche, come massaggi al seno, compressione o nel caso in cui ci si debba tirare il latte dall’altro seno mentre il bambino è attaccato.

Con la fascia

Allattare con la fascia permette di risparmiare tantissimo tempo. Mentre si allatta in questo modo si hanno le mani libere, dunque si possono fare le faccende di casa (con la fascia lunga 5 metri legata adeguatamente ci si può anche sporgere molto in avanti in tutta sicurezza), si può passeggiare, fare la spesa, giocare con i fratellini più piccoli, addormentare il bambino. Il tutto tra l’altro è anche molto discreto – se questa è una esigenza della mamma – perché, allargando il tessuto, si può coprire perfettamente la visuale. Per imparare ad allattare con la fascia occorre prendere un po’ di pratica con questo strumento, ma le donne che l’hanno usata la considerano uno strumento indispensabile. Se hai difficoltà puoi anche cercare anche fra i tantissimi filmati su you tube. La cosa più efficace è sicuramente cercare la Consulente più vicina per sapere se lei o qualche mamma della zona possono insegnarti ad usarla correttamente durante un incontro.

Oltre a queste tre posizioni ne esistono tantissime altre: a rugby, scivolata, di transizione… La descrizione dettagliata e le foto di queste posizioni, definite  posizioni classiche, più le indicazioni per un corretto attacco del bambino al seno, si trovano qui. Puoi personalizzare ognuna di queste posizioni a seconda delle tue esigenze aggiungendo cuscini.  Sperimenta liberamente, l’importante è che tu verifichi sempre la presenza di queste condizioni generali, importanti non solo per la vostra comodità ma anche per favorire un attacco corretto.

·         Non indossare vestiti che ostacolino un allattamento comodo

·         La mamma deve sentirsi ben sostenuta in modo da mantenere con facilità la posizione. Possono essere utili cuscini grandi e piccoli, asciugamani o coperte da posizionare dietro la schiena, sotto le ginocchia o sotto le braccia, sgabelli e tavolini per i piedi… Ci si può trovare comodi su una sedia con schienale dritto e braccioli, su una sedia a dondolo, su una sdraio, su una poltrona… Combinando in maniera diversa questi oggetti si può ottenere una posizione molto dritta o molto adagiata all’indietro a seconda delle preferenze individuali

·         Il bambino deve essere alto e ben accostato al petto

·         Portare il bambino al seno e non viceversa

·         Il bambino deve avere il corpo rivolto verso quello della mamma, pancia contro pancia, inclinato quel tanto che basta per permettere il contatto visivo

·         Il bambino può essere in asse, con orecchio, spalla e fianco in linea, ma anche completamente sdraiato sul corpo della mamma parallelo ad essa, se la mamma è in posizione semisdraiata

·         La mamma può tenere il sederino o la coscia con il palmo della mano all’insù, senza spingere. Se hai bisogno di accostare il bambino puoi spingere sulla schiena, tra le spalle

·         IMPORTANTE: è meglio preparare un tavolino con acqua, asciugamani, riviste, in modo da non doversi alzare durante la poppata o – peggio – patire la sete!

 Valentina Safadi

Articolo tratto da:

http://www.lllitalia.org/index.php?option=com_content&task=view&id=292&Itemid=26

Allattare non è solo alimentare

Mamma = Mammifero: tutti i mammiferi dopo il parto producono latte per alimentare i propri cuccioli. Il nostro corpo produce latte, tutti i corpi femminili producono latte, ma i nostri corpi sono fatti anche di anima e testa e se una donna non riesce ad allattare ci sono ragioni importanti che comunemente si ritrovano in questioni emozionali e non fisiche.
La mancanza di sostegno e d’informazioni adeguate o d’informazioni contrastanti può impedire al latte di fluire.
Spesso succede ancora in ospedale, dove le madri ricevono le primissime informazioni: “con quei capezzoli non potrai mai allattare”, “attaccalo cinque minuti per seno”, “non è capace di attaccarlo le faccio vedere io come deve fare”, “non vede che così lo fa morir di fame”!
Tutti questi consigli nella maggior parte dei casi non richiesti, non aiutano nessuna mamma, si trasformano in un senso di fallimento, di rabbia: ma come, tutte possono allattare ed io no? Non sono una brava mamma?
A casa poi ci si sente sole, ci si sente sopraffatte da tutto questo, il bambino piange ed io non ho latte perché altrimenti non piangerebbe. E allora arriva l’aggiuntina, “magari la sera così dorme di più e lei può riposare Signora”. E aggiuntina dopo aggiuntina l’allattamento al seno finisce.
Ibu Robin Lim dice “una donna che non ha allattato è una donna che è stata lasciata sola”: allattare non sempre è facile, non sempre è poesia, non sempre è uno scorrere placido, ma gli intoppi, le crisi si possono superare con le informazioni corrette e il giusto sostegno.
Siamo abituate a ragionare, ma forse siamo più stupide di quello che crediamo e ci complichiamo la vita negando i nostri istinti; alle mamme si dovrebbe ricordare ancora in gravidanza, che allattare non è solo alimentare, non è orari o bilance, che il latte materno non è solo alimento, ma è amore, comunicazione, appoggio, calore, accoglimento.
Per molti questa è retorica, ma solo così può funzionare l’allattamento; solo ponendoci in ascolto del nostro bambino, solo tenendolo accanto a noi, annusandolo, continuando a essere un tutt’uno con il lui, trascurando tutto il resto: questo non significa trasformarsi in mucche o fattrici, ma prestare attenzione solo al miracolo che noi stesse abbiamo creato.
E quando arriva l’intoppo, la difficoltà ricordiamoci che la parola d’ordine è pazienza, restiamo con il nostro bambino, non separiamoci da lui, limitiamo le interferenze non richieste, piuttosto creiamoci una rete di sostegno e cerchiamo la condivisione di queste esperienze. Cerchiamo i gruppi di sostegno, le associazioni che si occupano di allattamento e chiediamo.
E se poi non fa per me? Una collega, ma soprattutto una cara amica mi ricorda sempre che tutte le donne possono allattare, ma allattare non è per tutte le donne.
Doula – Consulente Allattamento IBCLC Georgia
tratto da:

Latte materno: la scelta migliore per il bambino. Le nuove scoperte

Sono tre importanti tipi di cellule staminali che promuovono la formazione di ossa e muscoli del bambino, e sono state scoperte da una nuova ricerca. Queste cellule possono permettere al bambino di «compiere il suo destino genetico» ha dichiarato il dr. Mark Cregan, direttore del Swiss healthcare e della Medela baby equipment company – un’azienda che produce accessori per l’allattamento al seno.

Secondo quanto riportato dal quotidiano inglese “Indipendent” il dr. Cregan avrebbe sottolineatol’importanza della scoperta e come «il latte materno sia il solo tessuto adulto dove più di un tipo di cellule staminali è stato scoperto».
«Questo è molto singolare e ha grandi implicazioni riguardo l’impressionante bioattività del latte materno e i conseguenti benefici per il neonato allattato al seno. Vi è una risorsa abbondante di cellule staminali tessuto-specifiche nel latte materno, le quali sono prontamente disponibili e da una non-invasiva e completamente etica fonte» ha poi aggiunto Cregan.

La scoperta della presenza di queste cellule staminali è stata molto emozionante, hanno dichiarato i ricercatori, poiché è assai probabile che queste cellule possano sopravvivere alla digestione e finire in circolazione nell’organismo del bambino. Questo processo, che è già stato dimostrato in studi condotti su modelli animali, non è improbabile che avvenga allo stesso modo nei neonati umani.
Sulla base di questa scoperta, i ricercatori si augurano che le neomamme abbiano un motivo in più, oltre i molti già conosciuti, per preferire l’allattamento naturale al seno. Ulteriori studi di approfondimento potranno seguire per aiutare le madri che hanno difficoltà nella produzione di latte.
(lm&sdp)

Source: Indipendent e

http://www.equazioni.org/index.php/2009/12/11/cellule-staminali-scoperte-nel-latte-materno/

Allattamento, come partire con il piede giusto

Desideri nutrire al seno il tuo bambino? Ecco come partire con il piede giusto e garantire un buon avvio dell’allattamento in cinque semplici mosse.

1 Informati in gravidanza

Per partire con il piede giusto, è importante “prepararsi” già in gravidanza. Come? Informandosi sulla fisiologia dell’allattamento stesso, per scoprire qual è la normalità delle poppate al seno e come gestirle. Un tempo non era necessario leggere manuali sull’allattamento o partecipare agli incontri organizzati dalle associazioni e dai gruppi di auto aiuto tra mamme, ma oggi abbiamo perso la “confidenza” con questo gesto naturale e non possiamo contare sull’esperienza e sull’esempio delle altre donne della famiglia come accadeva in passato. Oggi, molte donne diventano madri senza aver mai visto un’altra donna allattare e in questa situazione i dubbi e le incertezze possono essere molto numerosi! Per questo il suggerimento è di raccogliere più informazioni possibili – confrontandosi con l’ostetrica del corso preparto e/o partecipando agli incontri organizzati dalle associazioni che promuovono l’allattamento – per arrivare preparate a questo appuntamento e prevenire o superare eventuali difficoltà iniziali.

2 È nato subito al seno!

Subito dopo la nascita, se mamma e bimbo hanno la possibilità di stare insieme in un ambiente tranquillo e intimo, al riparo da interferenze e interventi non necessari, il neonato – posato sul petto della madre – è in grado di ‘trovare’ il seno e succhiare le prime gocce di colostro, senza bisogno di aiuti esterni. Anche la situazione ormonale del post parto è particolarmente favorevole: ossitocina, prolattina e endorfine, aiutano la mamma a prendersi cura del bebè e garantiscono un buon avvio della produzione di latte. “Per questo, tutti gli interventi previsti dalla routine ospedaliera, come le misurazioni di peso e lunghezza e il primo bagnetto possono aspettare. E se il bebè è nato con un cesareo? “L’allattamento, se l’intervento si è svolto in anestesia spinale o epidurale, può iniziare già sul lettino della sala operatoria” rassicura Paola Paschetto, consulente presso il Centro Allattamento di Biella. “Se invece il cesareo si è svolto in anestesia totale la mamma potrà far succhiare il suo piccino non appena si sarà svegliata e si sentirà pronta”.

3 Allatta su segnale

A differenza dell’alimentazione artificiale, l’allattamento non segue schemi e tabelle e non prevede orari. Ma come regolarsi allora per gestire i pasti del bebè? In realtà è semplice, è sufficiente seguire i segnali del proprio bambino. Ciò significa che la mamma offrirà il seno al bebè ogni volta che si mostra interessato a poppare, ovvero quando apre e chiude le labbra, volta la testolina come se ‘cercasse’, si porta le manine alla bocca, è inquieto. Attenzione, il pianto è un segnale tardivo di fame e può ostacolare la poppata stessa, perchè se il bimbo è molto agitato può faticare ad attaccarsi correttamente. Lo stesso discorso vale per la durata della poppata. Un tempo si suggeriva di lasciar succhiare il bimbo “dieci minuti per seno”, oggi sappiamo che facendo in questo modo c’è il rischio di privare il bebè del latte più sostanzioso che viene assunto nella seconda parte della poppata. Molto meglio, ancora una volta, osservare il bambino e considerare terminata la poppata quando si stacca dal seno o si addormenta.

4 Interferenze? No, grazie!

La lattazione si basa su un meccanismo di domanda e offerta: più il bimbo succhia e più latte viene prodotto. Ma perchè questo meccanismo funzioni al meglio, nelle prime settimane di vita, ovvero nella fase di calibrazione in cui il seno “impara” quanto latte deve produrre, è meglio evitare ciucci, biberon, tisane. Infatti, se il bebé distanzia le poppate perché ha ricevuto altri liquidi o perchè si è consolato succhiando il ciuccio, si crea un’interferenza con il meccanismo di domanda ed offerta. Questa interferenza può impedire al neonato di assumere la giusta quantità di latte e la minor richiesta può portare una diminuzione della produzione e/o contribuire al verificarsi di un ingorgo mammario, poiché il seno non viene drenato con adeguata frequenza.

5 Fidati di te e del tuo latte

Quando nasce un bimbo, “piovono” consigli, commenti e pareri non richiesti. Uno degli argomenti più “gettonati” è proprio l’allattamento al seno. Il bebè piange? Vuole poppare spesso? Fa poppate lunghe? Ecco che subito vengono messe in dubbio quantità e qualità del latte di mamma. Sappiamo che non è facile ignorare i commenti altrui, soprattutto quando vanno ad alimentare dubbi e incertezze che sono comuni nel primo periodo successivo alla nascita, quando per la mamma è tutto nuovo e da imparare, ma… fidati di te stessa e delle tue potenzialità di nutrire il tuo bambino! E soprattutto: il tuo latte non è troppo leggero/troppo grasso/troppo poco/troppo… Il tuo latte è semplicemente perfetto. È l’alimento ideale per garantire al tuo bambino una crescita sana ed equilibrata.

articolo di Giorgia Cozza

Articolo tratto da:

http://www.ioeilmiobambino.it/allattamento/consigli-pratici/allattamento-come-partire-con-il-piede-giusto-5942

BONDING: IL NUOVO LEGAME

Come molte parole della lingua inglese, anche questa ha il dono della sintesi. In una parolina così breve sono racchiusi significati molto importanti per ogni adulto che diventa genitore e per ogni neonato che viene al mondo. Si tratta di un termine moderno, ma il suo significato ha già alcune migliaia di anni di evoluzione; senza il bonding forse la razza umana non sarebbe stata possibile. Ciononostante pochi conoscono e usano questa parola; anche tra coloro che per professione contribuiscono a far nascere bambini, questo termine è poco noto o non viene considerato importante per il loro lavoro.

 

Dicevamo che è una parola moderna, ma ha già compiuto vent’anni (anche se pochi se ne sono accorti): è nata negli Stati Uniti nel 1982. In inglese bond significa attaccare, vincolare, incollare, cementare; il bonding è infatti il processo di formazione del legame tra i genitori e il loro bambino. E’ questo legame profondo, specifico, permanente (fisico e psicologico insieme), che permette di allattare, di cullare, di giocare col proprio bambino, ma anche di proteggerlo, di non trascurarlo, di non abbandonarlo. Il bonding permette di far emergere nei genitori istinti nascosti utilizzando il loro ‘periodo sensibile’; viene così favorita quella grande sensibilità comunicativa necessaria ad attivare risposte efficaci alle diverse necessità del bambino.

 

Gli effetti a breve e a lungo termine di un bonding adeguato sono stati studiati da diversi gruppi di ricerca che hanno misurato la qualità del rapporto madre-bambino nei primi mesi dopo la nascita e hanno valutato, nell’età successiva, le caratteristiche comportamentali e relazionali di quelle coppie.

Come tutti i processi umani, anche il bonding è un processo complesso e articolato, ricco di variabili (condizionato dall’ambiente, dalle caratteristiche dei genitori, dal tipo di parto, dallo stato di salute della mamma o del bambino, ecc.). E’ stato però valutato come sia possibile favorire il bonding e come invece questo può essere ostacolato o reso più difficile.

 

Il mezzo più semplice ed efficace per creare un legame stabile e positivo tra i genitori e il bambino è risultato quello di mettere il neonato ancora nudo nelle braccia della mamma in contatto pelle-pelle nelle due ore successive al parto, senza attuare nessuna separazione se il loro stato di salute lo permette. Qualcuno potrebbe domandarsi se non sia sufficiente che la mamma prenda in braccio il suo bambino più tardi, dopo che è stato lavato, pulito e vestito. La risposta è da cercare nella magia e nel mistero dei primi minuti di vita.

 

Subito dopo la nascita il bambino inizia a sedurre la mamma e la mamma inizia ad innamorarsi del suo bambino; non il bambino immaginato durante la gravidanza, ma quello reale che la mamma vede per la prima volta, che annusa e che tocca per la prima volta. Prendere in braccio un bambino pulito, profumato e vestito è un po’ come prendere in braccio un bambolotto o un bambino qualunque. Il neonato non ancora lavato, nel contatto pelle-pelle con la mamma, innesca una relazione potente e intima, che permette ad entrambi di sentire l’odore e il calore l’uno dell’altro. La madre, senza esserne consapevole, deve elaborare il lutto di trovarsi improvvisamente con la pancia vuota, il neonato deve ritrovare l’utero che l’ha nutrito e protetto fino a quel momento.

 

Nel corso della gravidanza la madre, attraverso i movimenti fetali, percepisce il bambino come una parte di sé; dopo il parto deve cominciare ad accettarlo come individuo separato da lei. E’ probabile che la percezione che la madre ha del suo bambino nei primi minuti di vita possa condizionare il loro rapporto per gli anni successivi o addirittura per il resto della vita; effettivamente molte donne già anziane ricordano e raccontano il loro parto come se fosse avvenuto da poche ore.

 

La nascita è qualcosa che forse accade troppo velocemente, occorre pertanto, nei minuti successivi, tentare di riappropriarsi di un tempo normale, e il contatto pelle-pelle è in grado di favorire il recupero del giusto ritmo; dopo la tempesta giunge il sereno, così mamma e neonato possono cominciare a ragionare…

Cercando di vedere il parto con gli occhi del neonato è intuitivo che, dopo l’avvio della respirazione autonoma, egli cerchi di ritornare allo stato rassicurante che ha preceduto la nascita; egli ricerca cioè quello che è stato definito ‘l’abbraccio pulsante’ dell’utero. Il contatto pelle-pelle è il mezzo privilegiato per ritrovare quell’abbraccio perso improvvisamente.

 

Dopo la nascita il neonato è sconvolto dal freddo, dalla luce e dai rumori, ma in particolare dal vuoto; avendo vissuto fino a quel momento in acqua, per la prima volta sperimenta la forza di gravità ed è terrorizzato dalla sensazione di precipitare; la pancia calda della mamma è il suo nido naturale, è lo spazio che lui stesso ha lasciato libero e che ora può a buon diritto rioccupare.

E’ stato dimostrato che se nella prima ora dopo il parto il neonato viene tenuto a contatto pelle-pelle con la mamma la conoscenza di entrambi sarà facilitata, la mamma sarà tanto gratificata da percepire in misura minore stanchezza e dolore, il neonato sarà così tranquillo da aprire gli occhi e cercare il seno.

 

Nei primi 60-90 minuti dopo la nascita il neonato si trova infatti nello stato di veglia tranquilla durante il quale può aprire gli occhi, guardare (e conoscere) i genitori, ascoltare la loro voce, cercare (da solo) il seno della mamma, sentirsi rassicurato. In questa fase il neonato è molto attento e riesce a percepire ciò che lo circonda; è in questo momento che ha il suo primo contatto col mondo (e spesso la prima impressione è quella che conta…); bisognerebbe evitare che queste prime percezioni avvenissero attraverso persone estranee, in luoghi diversi dal corpo della mamma (dalla sua voce e dal suo odore).

 

Dopo circa due ore dal parto il neonato passa in uno stadio di sonnolenza o di vero e proprio sonno, recupera le forze e la sua percezione del mondo si riduce fin quasi ad annullarsi: questo è il momento per portarlo al nido e sottoporlo alle routine assistenziali senza temere di disturbarlo troppo (ormai il miracolo del bonding è iniziato e nulla può fermarlo).

Le ricerche sugli stati comportamentali del neonato hanno evidenziato che nella prima settimana di vita la fase di veglia tranquilla è molto breve, circa due ore al giorno, pertanto perdere questo momento privilegiato subito dopo il parto, significa rimandare di almeno ventiquattro ore la possibilità di far conoscere al neonato noi stessi e il mondo.

 

In queste prime due ore i genitori vivono un loro speciale ‘periodo sensibile’ e senza esserne completamente consapevoli fanno conoscenza con il loro bambino reale, dimenticando quello immaginato e forse anche temuto. Rimandare questo momento significa lasciare i genitori emotivamente sospesi, rischiando di produrre in loro inutili insicurezze e paure inconsce. Ricordiamoci inoltre che per il papà il ‘suo parto’ si realizza quando può (finalmente) avere il figlio in braccio, vederlo negli occhi e convincersi di essere a sua volta visto e ri-conosciuto. Quando si attende la fuoriuscita della placenta o quando occorre dare qualche punto di sutura alla mamma, quando tutti sono ancora indaffarati e soltanto il neonato e il papà sono liberi da impegni, perché non sfruttare la situazione per fare conoscenza ?…

 

Nei primi minuti di vita l’unica necessità per un neonato sano è di essere asciugato e avvolto in un telino tiepido, ogni altra routine oltre a non essere utile è di ostacolo al bonding e pertanto dovrebbe essere rimandata. Lasciando in intimità genitori e bambino, quest’ultimo generalmente smette di piangere a pochi secondi dalla nascita e si tranquillizza con grande velocità, viceversa i neonati separati dalla mamma subito dopo il parto piangono più a lungo e si tranquillizzano con difficoltà.

Esistono situazioni nelle quali un immediato contatto pelle-pelle non è possibile per problemi di salute della madre o del neonato (prematuro o con difficoltà respiratoria). In questi casi occorrerà recuperare successivamente il momento del contatto madre-bambino utilizzando ogni strumento utile a favorire il recupero di una relazione profonda e intima; anche in questi casi particolari le azioni più efficaci rimangono l’allattamento al seno, il contatto pelle-pelle, il massaggio, il tenere e il portare in braccio.

 

Favorire il bonding ogni volta che questo sia possibile aiuta a vivere i giorni e le settimane successive al parto in maniera un po’ più semplice e naturale, e il passaggio tra l’utero e il mondo sarà vissuto da entrambi in maniera meno violenta e complicata. Ad eccezione del neonato e dei suoi genitori nessun altro adulto è in grado di partecipare fisicamente ed emotivamente alla relazione che si crea con il loro contatto intimo, e chi ha il compito di fornire assistenza durante il parto dovrebbe fare attenzione a non ostacolare questo delicato momento.

 

Se abbiamo scoperto che la parola bonding è tanto importante e tanto ricca di significati, potremmo cominciare a considerarla come facciamo con la parola respirazione o la parola alimentazione e chiederci ogni tanto: come va oggi il bonding di questo bambino?

L’inizio del dialogo tra il neonato e la mamma dovrebbe avvenire come se in quel momento al mondo ci fossero soltanto loro, o come se in quel momento loro fossero il mondo.

Dal sito:

http://nasceregenitori.net/perche-questo-blog/bonding-il-nuovo-legame/