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Lo stress del bambino quando la mamma lavora

ROSALBA MICELI

Treno di pendolari. Mattina presto. Un gruppetto di donne – per lo più insegnanti – sta discutendo su come conciliare lavoro e vita familiare, soprattutto la cura dei figli. La più concitata ed agitata è Maria, ingegnere chimico, insegnante precaria di chimica e mamma di un bambino di non ancora tre anni. Quel mattino è uscita di casa prestissimo – saranno state le sei – lasciando il bambino alle cure del marito. «Dov’è mamma?», ha chiesto il bambino con gli occhi socchiusi, toccando con le manine il posto morbido e vuoto sul lettone matrimoniale, sistemandosi accanto al corpo del padre. Più tardi il papà lo accompagnerà al nido.

 

Maria è preoccupata. Non sa cosa troverà al ritorno a casa. Di che umore sarà il bambino? Ieri le è andato incontro tutto imbronciato e arrabbiato e l’ha presa a schiaffi. La donna non è preparata a questi comportamenti. È ancora sconvolta, quasi sul punto di piangere. L’hanno scorso insegnava in una scuola vicino casa, per alcune ore settimanali, ma adesso deve viaggiare, andare lontano, tornare a casa il pomeriggio inoltrato. Ha deciso di accettare qualsiasi incarico, anche il più lontano. «Andrei anche sulla Luna» – dice alle colleghe sul treno. Ma il pensiero del bambino la tormenta. Anche il bambino non è preparato a questo brusco cambiamento di abitudini. Come spiegargli che la mamma deve lavorare? Maria ha provato a dirgli che così la mamma avrà più soldini per comprargli dei regali, dei giocattoli. Ma il bambino ha ignorato completamente il discorso. «Ho sbagliato? – chiede la donna alle colleghe -. Che cosa posso dirgli? Che cosa posso fare?».

 

Anna, insegnante elementare, prova a sdrammatizzare: «Crescerà, vedrai, si abituerà». Ma Maria non è convinta, teme di perdere l’affetto del bambino, di essere rifiutata. Ma teme anche di restare senza lavoro, di finire completamente esclusa dal mondo del lavoro. «Forse – pensa ad alta voce -quella scuola è troppo distante da casa, forse dovrei trasferirmi in un’altra città, forse dovrei affidare il bambino a mia madre…», gli schiaffi del bambino le bruciano ancora, e poi «Sono una brava madre o una madre inadeguata?».

 

Luisa, biologa ed etologa, insegnante di scienze e madre di figli ormai grandi, prova a calmarla. «È normale che un bambino piccolo abbia reagito in quel modo all’assenza prolungata della madre. Fa parte di un sano legame di attaccamento», le dice. Persino il suo cane, Nico, che lei ha cresciuto quasi come un figlio, reagisce alle sue assenze prolungate. Nico conosce gli orari di Luisa, la aspetta tranquillo fin verso le due del pomeriggio, quando lei arriva le salta addosso felice e subito i due escono allegri per la passeggiata. Di solito il cane è molto educato e disciplinato sia in casa che fuori.

 

Ma se Luisa ritarda oltre misura ed in casa non c’è nessuno, il cane comincia a diventare nervoso, dal terrazzino al primo piano (che rappresenta la sua postazione di osservazione della strada sottostante) abbaia furiosamente contro qualsiasi cosa in movimento, e talvolta, quando lei finalmente arriva, non le viene incontro gioioso, ma si presenta ai richiami mogio mogio, con la coda bassa, fa i capricci per farsi mettere il collare e poi corre in strada come un pazzo, trascinandola quasi, sordo ad ogni richiamo, tentando di inseguire i gatti, di attaccare briga con gli altri cani, di mangiare avidamente e ansiosamente qualsiasi cosa che si trovi per terra. La sfuriata dura un po’, poi a mano a mano, la presenza amorevole di Luisa lo calma e Nico ritorna il cane affettuoso ed educato di sempre.

 

I legami di attaccamento sono alla base di qualsiasi relazione significativa. La teoria dell’attaccamento fu elaborata da John Bowlby, un ricercatore britannico di scuola psicoanalitica, in un contesto interdisciplinare arricchito dagli studi etologici di Lorenz, ed ha avuto un’influenza importante negli ultimi trenta anni non solo in ambito psicoanalitico. Se la psicoanalisi è potuta passare da teoria della psicopatologia a teoria dello sviluppo, buona parte del merito si deve agli psicoanalisti dell’infanzia e dell’adolescenza e ad educatori orientati alla psicoanalisi.

 

Bowlby opera un cambio di prospettiva: non è la pulsione sessuale a motivare il comportamento umano, ma il bisogno di sicurezza, che nel bambino si manifesta con la vicinanza alla figura che si prende cura di lui (caregiver). Il comportamento di attaccamento viene attivato durante le esperienze di separazione dalla madre. Le ricerche di Bowlby, gli esperimenti in situazioni controllate di Mary Ainsworth, una collaboratrice di Bowlby, e ricerche più recenti hanno messo in evidenza diverse tipologie di attaccamento. Un primo gruppo è quello dei bambini che mostrano un attaccamento «sicuro»: utilizzano la madre come una base sicura, hanno fiducia nella sua disponibilità a fornire aiuto e, grazie a questa sicurezza, sono in grado di esplorare l’ambiente; quando la madre si assenta per un breve periodo, al suo ritorno viene accolta con calore.

 

L’attaccamento dei bambini del secondo gruppo è definito di «resistenza angosciosa» o di «resistenza ambivalente»: questi bambini esplorano poco l’ambiente, sono costantemente angosciati per gli andirivieni della madre, sono incerti sulla disponibilità della madre a fornire aiuto e conforto, piangono molto in sua assenza, ma al suo ritorno si comportano in modo resistente, oppositivo o ambivalente. Lo stile «evitante» è tipico dei bambini che non si aspettano aiuto e conforto dalla madre, evitano attivamente la madre e la ignorano quando ritorna dopo un periodo di separazione.

 

L’attaccamento disorientato-disorganizzato si evidenzia durante il ricongiungimento dopo una separazione con un comportamento particolare: il bambino non saluta la madre, ma la evita deliberatamente, si avvicina brevemente ma voltando la faccia e poi ritraendosi, oppure, invece di avvicinarsi alla madre, volge la faccia verso un angolo della stanza, come aspettandosi una punizione, una reazione ostile.

 

Un modello comportamentale presente in un dato momento può cambiare con il variare della situazione familiare in cui il bambino cresce. Così un bambino con un comportamento «sicuro» all’età di un anno può manifestare un comportamento ansioso, o aggressivo in seguito ad eventi di vita che mutano la situazione familiare, come lunghe ed improvvise separazioni dalla madre, depressioni della madre o del padre, divorzi, lutti, o altre evenienze. Viceversa, sono stati osservati cambiamenti positivi se l’ambiente familiare diventa più disteso e accogliente verso i bisogni di sicurezza del bambino.

 

tratto da:

http://www.lastampa.it/2012/10/15/scienza/galassiamente/lo-stress-del-bambino-quando-la-mamma-lavora-ROYGIBfElgNUbja5wgpSlL/pagina.html

Sonno e cure prossimali

I MITI MODERNI
ο Lascialo piangere, che si deve abituare.
ο Deve imparare a dormire da solo il prima possibile.
ο A quest`età ancora attaccato al seno!
ο Non prenderlo in braccio perché se no ”si vizia” e dunque… sdraiette, carrozzini e seggiolini.
ο Deve acquisire il prima possibile l`indipendenza.

 

CURE PROSSIMALI
I comportamenti di attaccamento fra madre e bambino svolgono un`importante funzione, poiché fanno parte di un sistema finalizzato a garantire al bambino la vicinanza fisica con l`adulto, condizione necessaria per la sua sopravvivenza. Questi comportamenti sono geneticamente predeterminati e si dividono in “distali” (da lontano: piangere e seguire) e “prossimali” (da vicino: sorridere, succhiare e aggrapparsi). Anche il modo di accudire i piccoli può essere più o meno “ravvicinato” a seconda della specie animale; gli uomini accudiscono i piccoli molto “da vicino” e quindi praticano cure “prossimali”.

 

IL LETTONE NEL MONDO
Fra gli indigeni che vivono in riserve del Mato Grosso (Brasile) la percentuale di cosleeping con i bambini fino ai 10 anni di età sfiora il 100%!
In Corea i 3/4 delle madri approva il dormire nello stesso letto con i bambini fra 3 e 6 anni di età. I motivi principali sono: ”per vigilare sul bambino mentre dorme” e ”il bambino è troppo piccolo per dormire da solo”.
In Estremo Oriente si raggiungono le percentuali più alte di cosleeping: 93% in India, in Thailandia fino a pochi anni fa era quasi la regola e – fatto che può sembrare strano, ma si spiega alla luce delle attuali conoscenze – la ”morte in culla” era completamente sconosciuta.
In Europa ci sono percentuali molto diverse, dal 2% della Francia (1-2 anni) al 25% della Germania (5 anni), al 44% della Svizzera (2-7 anni) al 65% dell’Inghilterra.
In Italia la frequenza va dal 5% (5-11 anni) al 24% (2-4 anni)
Negli USA varia moltissimo dal 6% (bianchi di New York) al 22% (ispanici di New York) al 70% (neri di Cleveland) all’88% (New Orleans) ed è raddoppiata negli ultimi 13 anni fra i lattanti minori di un anno.

 

UN MODO TIPICAMENTE GIAPPONESE
“Sa dottore, di notte mia figlia insiste a mettere il bambino da solo in una stanza diversa da quella dei genitori.Il bambino dovrebbe dormire tra i genitori nel modo tipicamente giapponese, nella forma che assume la parola giapponese kawa. (che significa “fiume“ e si rappresenta con un’ideogramma composto da tre linee verticali). Gliel’ho detto ma non ha voluto ascoltarmi “
Da “La trasmissione transgenerazionale dell’abbandono“, Hisako Watanabe, in J. Martín Maldonado-Durán “Infanzia e salute mentale“, Ed. Raffaello Cortina, 2005.

 

L’ANSIA DA SEPARAZIONE
Quando il bambino cresce acquisisce la capacità di spostarsi prima gattonando e poi camminando e quindi è capace sia di esplorare l’ambiente che di seguire la madre. In quel momento il piccolo è più attivo nel mantenere la vicinanza alla madre, e lo fa perché un istinto arcaico, geneticamente determinato, instilla in lui l’ansia da separazione. Il piccolo ha paura di allontanarsi e si mantiene attivamente vicino. Continua a richiamare col pianto la madre se la vede allontanarsi e non può raggiungerla e si tranquillizza appena lei si riavvicina: è questa la fase in cui si manifesta la paura dell’estraneo. Questa fase inizia verso gli 8 mesi e termina intorno ai 3 anni. Non è forse un caso che l’inserimento all’asilo storicamente viene collocato dopo il 3 anno di vita. La madre tenendosi vicina al figlio, e rispondendo prontamente al suo richiamo, lo tranquillizza e così facendo lo incoraggia ad esplorare il mondo senza paura rassicurandolo della sua presenza e del suo pronto accorrere in caso di bisogno. Se una madre si mostra poco affidabile ed incostante nel rispondere ai richiami, il bambino può ridurre la sua esplorazione perché è preoccupato. Se invece la madre frustra ripetutamente il bisogno di vicinanza del bambino, questo può rinunciare alla sua protezione soffocando le sue emozioni e rinunciando a piangere e a chiamare esibendo così una falsa precoce ”autonomia”.

 

L’ATTACCAMENTO SICURO
Col tempo il bambino, via via che diviene più maturo ed autosufficiente, ha sempre minore bisogno del contatto stretto con la madre e, soprattutto se ha acquisito per esperienza fiducia nella sua pronta risposta in caso di bisogno, riesce ad emanciparsi quasi completamente dal bisogno dello stretto contatto fisico che aveva caratterizzato le prime fasi del suo sviluppo.
In questo lungo percorso di crescita dei bambini la vicinanza è ottenuta tramite meccanismi prevalentemente indipendenti dalla volontà e determinati biologicamente. Furono questi a consentire la sopravvivenza della specie e per questo sono profondamente radicati negli esseri umani.
Per tutta l’infanzia la separazione produce una reazione di allarme nei bambini. Le madri sono esse stesse preordinate biologicamente alla cura ottimale della loro prole e quindi a rispondere alle richieste di vicinanza e dunque a rispondere al pianto e a calmare i loro bambini. Una cura sensibile dei propri figli implica da parte della madre la riduzione costante e coerente degli stati di stress dei piccoli come accade corrispondendo al bisogno di vicinanza dei piccoli.
Tale tipo di accudimento è correlato alla creazione di un”attaccamento sicuro” nei bambini e cioè ad una maggiore sicurezza interiore, una maggiore empatia e una più efficace autoregolazione degli stati emotivi. Tale patrimonio di emozioni positive caratterizzerà per sempre la vita adulta dei bambini accuditi sensibilmente, costituendo un fattore forte di resistenza ad un certo numero di malattie fisiche e mentali e preparandoli ad essere a loro volta genitori sensibili con figli più sicuri.

 

Articolo tratto da UPPA:

http://www.uppa.it/dett_articolo.php?ida=210&idr=13&idb=76