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Un abbraccio che fa crescere

La nascita prematura di un bambino è un evento sempre più comune. Ciò nonostante tale situazione sconvolge sempre i genitori che si trovano, senza preavviso, ad affrontare un dolore immenso legato alla paura per la sopravvivenza del proprio figlio ed una profonda sensazione di inadeguatezza a volte correlata ad un senso di colpa della madre.

Passata la vera e propria emergenza, nella quale viene data priorità assoluta alle manovre per salvare la vita del piccolo, spesso i genitori si ritrovano a fare da meri spettatori di tutto ciò che accade al loro bambino durante il ricovero.
 Anche nei casi in cui il bambino è ancora in condizioni critiche, le cure dei genitori rivestono, o dovrebbero rivestire, un ruolo di primo piano. Diversericerche scientifiche dimostrano che il contatto tra i genitori e il loro bambino è indispensabile e benefico per entrambe e fa parte di quelle cure tempestive e globali che tutti gli ospedali dovrebbero poter proporre il prima possibile.
Che cosa significa dare spazio alle cure affettive? Cosa possono realisticamente fare i genitori di un bambino prematuro che appare così fragile e irritabile? All’inizio basterà la sola presenza silenziosa a fianco dell’incubatrice, poi, quando le condizioni del bambino lo permetteranno, il genitore potrà fargli sentire il proprio tocco fermo e contenitivo. Le cure diventeranno man mano più globali e la relazione bilaterale, ma il seme viene gettato in quei primi momenti, in quel primo “esserci” che riconosce l’altro come figlio.
Questo riconoscimento è fondamentale per l’instaurarsi di una buona relazione tra i genitori e il bambino e potrà far loro superare lo shock della nascita prematura permettendo la creazione di un buon legame d’attaccamento.
Il progetto “Un abbraccio che fa crescere”, nato dopo un lungo periodo di studio e grazie ad una fruttuosa collaborazione tra la Cooperativa Focus e L’Associazione Italiana per la Care in Perinatologia  va in questa direzione: ridare valore alle relazioni parentali subito dopo la nascita di un bambino prematuro.
L’intento è quello di portare un sostegno concreto ai genitori di bambini nati prematuri attraverso un processo di sensibilizzazione sull’importanza del contatto corporeo all’interno delle unità di Terapia Intensiva Neonatale.
L’obiettivo  è dare valore alla “cura affettiva” del neonato prematuro come parte integrante della terapia neonatale, sostenendo i genitori e riconoscendo il loro ruolo terapeutico. Intuizione  già del primo neonatologo della storia, Pierre Boudin, che nel 1898 sosteneva:
“Primo salva il bambino, secondo salvalo in modo che poi, quando lascerà l’ospedale abbia una madre in grado di accudirlo”.

foto di Raffaella Doni

Per l’instaurarsi di una relazione fatta di ascolto e rispetto dei tempi di ognuno è fondamentale accettare che il bambino possa non essere pronto a ricevere stimoli complessi e la madre possa sentirsi inadeguata a relazionarsi con il piccolo.
Superato questo momento i genitori devono essere accompagnati dagli operatori ad avvicinarsi al loro bambino passo dopo passo. Un esempio tra tutti è quello di integrare la marsupio terapia con l’utilizzo di una fascia lunga porta bambini che permetta ai genitori non solo di rilassarsi insieme al bambino ma anche di spostarsi e di acquisire  una competenza utile anche dopo le dimissioni.
Il progetto per realizzare tutto questo è stato sviluppato in tre fasi, la prima delle quali ha  visto  lo studio di tutto il materiale disponibile in merito  ai benefici del contatto per i bambini prematuri.
La seconda fase prevede la formazione degli operatori delle Unità di Terapia Intensiva Neonatale e la consegna del materiale: un manuale tecnico-pratico riassuntivo dei temi trattati durante il corso destinato agli operatori, unabrochure dedicata ai genitori con una storia che parla un linguaggio emotivo e che mira a sciogliere quello che gli esperti chiamano “freezeringrappresentazionale” dei genitori (lo stato d’animo nel quale i genitori potrebbero trovarsi dopo la nascita del bimbo: fissano dentro di sé un’ immagine del bimbo che non riescono a modificare anche quando questo cresce e migliora) e una fascia porta bebè, pensata appositamente per i bambini prematuri, per ogni posto letto dell’U.T.I.N. (unità di terapia intensiva neonatale).
La terza fase del progetto è l’accompagnamento dei genitori. Questa fase è seguita giorno per giorno dagli operatori del reparto che sostengono  i genitori stimolandoli a ritrovare fiducia in se stessi e nelle proprie risorse.

foto Daniele Portanome

Al momento delle dimissioni viene consegnata ai genitori che ne hanno fatto uso in reparto, una fascia porta bebè per bambini prematuri identica a quella usata durante il ricovero. Agli stessi è offerta l’opportunità di richiedere la visita domiciliare di un’ostetrica che possa aiutarli nell’utilizzo della fascia e possa rispondere a comuni domande sull’accudimento del bambino. I genitori sono inoltre invitati ad incontri mensili, condotti da una pedagogista e da un’ostetrica. Questi appuntamenti hanno lo scopo di stimolare il confronto tra genitori che hanno vissuto la stessa esperienza per facilitare l’instaurarsi di nuove relazioni nei luoghi in cui vivono.
La durata di questa fase del progetto è assolutamente indicativa perché ci si augura che questo modo di operare diventi una buona pratica dell’Ospedale e che poi proceda spontaneamente nella sensibilizzazione dei genitori in merito a queste tematiche.
La Regione Lombardia, attraverso un bando, ha finanziato parte del progetto che è stato attuato, anche grazie al lavoro volontario del personale, nell’Ospedale Del Ponte di Varese e Buzzi di Milano. L’impegno  per il futuro è quello di riuscire ad attivarlo in molte altre Unità di Terapia Intensiva in Italia.

Alessia Motta
alessia@focuscoop.it

Raffaella Doni
raffaella@focuscoop.it 

Pedagogiste della Cooperativa Sociale Focus

Tratto da:

http://unpediatraperamico.blogspot.it/2012/02/un-abbraccio-che-fa-crescere.html

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Sonno e cure prossimali

I MITI MODERNI
ο Lascialo piangere, che si deve abituare.
ο Deve imparare a dormire da solo il prima possibile.
ο A quest`età ancora attaccato al seno!
ο Non prenderlo in braccio perché se no ”si vizia” e dunque… sdraiette, carrozzini e seggiolini.
ο Deve acquisire il prima possibile l`indipendenza.

 

CURE PROSSIMALI
I comportamenti di attaccamento fra madre e bambino svolgono un`importante funzione, poiché fanno parte di un sistema finalizzato a garantire al bambino la vicinanza fisica con l`adulto, condizione necessaria per la sua sopravvivenza. Questi comportamenti sono geneticamente predeterminati e si dividono in “distali” (da lontano: piangere e seguire) e “prossimali” (da vicino: sorridere, succhiare e aggrapparsi). Anche il modo di accudire i piccoli può essere più o meno “ravvicinato” a seconda della specie animale; gli uomini accudiscono i piccoli molto “da vicino” e quindi praticano cure “prossimali”.

 

IL LETTONE NEL MONDO
Fra gli indigeni che vivono in riserve del Mato Grosso (Brasile) la percentuale di cosleeping con i bambini fino ai 10 anni di età sfiora il 100%!
In Corea i 3/4 delle madri approva il dormire nello stesso letto con i bambini fra 3 e 6 anni di età. I motivi principali sono: ”per vigilare sul bambino mentre dorme” e ”il bambino è troppo piccolo per dormire da solo”.
In Estremo Oriente si raggiungono le percentuali più alte di cosleeping: 93% in India, in Thailandia fino a pochi anni fa era quasi la regola e – fatto che può sembrare strano, ma si spiega alla luce delle attuali conoscenze – la ”morte in culla” era completamente sconosciuta.
In Europa ci sono percentuali molto diverse, dal 2% della Francia (1-2 anni) al 25% della Germania (5 anni), al 44% della Svizzera (2-7 anni) al 65% dell’Inghilterra.
In Italia la frequenza va dal 5% (5-11 anni) al 24% (2-4 anni)
Negli USA varia moltissimo dal 6% (bianchi di New York) al 22% (ispanici di New York) al 70% (neri di Cleveland) all’88% (New Orleans) ed è raddoppiata negli ultimi 13 anni fra i lattanti minori di un anno.

 

UN MODO TIPICAMENTE GIAPPONESE
“Sa dottore, di notte mia figlia insiste a mettere il bambino da solo in una stanza diversa da quella dei genitori.Il bambino dovrebbe dormire tra i genitori nel modo tipicamente giapponese, nella forma che assume la parola giapponese kawa. (che significa “fiume“ e si rappresenta con un’ideogramma composto da tre linee verticali). Gliel’ho detto ma non ha voluto ascoltarmi “
Da “La trasmissione transgenerazionale dell’abbandono“, Hisako Watanabe, in J. Martín Maldonado-Durán “Infanzia e salute mentale“, Ed. Raffaello Cortina, 2005.

 

L’ANSIA DA SEPARAZIONE
Quando il bambino cresce acquisisce la capacità di spostarsi prima gattonando e poi camminando e quindi è capace sia di esplorare l’ambiente che di seguire la madre. In quel momento il piccolo è più attivo nel mantenere la vicinanza alla madre, e lo fa perché un istinto arcaico, geneticamente determinato, instilla in lui l’ansia da separazione. Il piccolo ha paura di allontanarsi e si mantiene attivamente vicino. Continua a richiamare col pianto la madre se la vede allontanarsi e non può raggiungerla e si tranquillizza appena lei si riavvicina: è questa la fase in cui si manifesta la paura dell’estraneo. Questa fase inizia verso gli 8 mesi e termina intorno ai 3 anni. Non è forse un caso che l’inserimento all’asilo storicamente viene collocato dopo il 3 anno di vita. La madre tenendosi vicina al figlio, e rispondendo prontamente al suo richiamo, lo tranquillizza e così facendo lo incoraggia ad esplorare il mondo senza paura rassicurandolo della sua presenza e del suo pronto accorrere in caso di bisogno. Se una madre si mostra poco affidabile ed incostante nel rispondere ai richiami, il bambino può ridurre la sua esplorazione perché è preoccupato. Se invece la madre frustra ripetutamente il bisogno di vicinanza del bambino, questo può rinunciare alla sua protezione soffocando le sue emozioni e rinunciando a piangere e a chiamare esibendo così una falsa precoce ”autonomia”.

 

L’ATTACCAMENTO SICURO
Col tempo il bambino, via via che diviene più maturo ed autosufficiente, ha sempre minore bisogno del contatto stretto con la madre e, soprattutto se ha acquisito per esperienza fiducia nella sua pronta risposta in caso di bisogno, riesce ad emanciparsi quasi completamente dal bisogno dello stretto contatto fisico che aveva caratterizzato le prime fasi del suo sviluppo.
In questo lungo percorso di crescita dei bambini la vicinanza è ottenuta tramite meccanismi prevalentemente indipendenti dalla volontà e determinati biologicamente. Furono questi a consentire la sopravvivenza della specie e per questo sono profondamente radicati negli esseri umani.
Per tutta l’infanzia la separazione produce una reazione di allarme nei bambini. Le madri sono esse stesse preordinate biologicamente alla cura ottimale della loro prole e quindi a rispondere alle richieste di vicinanza e dunque a rispondere al pianto e a calmare i loro bambini. Una cura sensibile dei propri figli implica da parte della madre la riduzione costante e coerente degli stati di stress dei piccoli come accade corrispondendo al bisogno di vicinanza dei piccoli.
Tale tipo di accudimento è correlato alla creazione di un”attaccamento sicuro” nei bambini e cioè ad una maggiore sicurezza interiore, una maggiore empatia e una più efficace autoregolazione degli stati emotivi. Tale patrimonio di emozioni positive caratterizzerà per sempre la vita adulta dei bambini accuditi sensibilmente, costituendo un fattore forte di resistenza ad un certo numero di malattie fisiche e mentali e preparandoli ad essere a loro volta genitori sensibili con figli più sicuri.

 

Articolo tratto da UPPA:

http://www.uppa.it/dett_articolo.php?ida=210&idr=13&idb=76