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Asilo: 6-7 infezioni all’anno sono normali

Virus e batteri: le indicazioni per affrontare le immancabili «epidemie» scolastiche

MILANO – Ricomincia la scuola: fino a primavera sarà slalom fra raffreddori, mal di gola, influenza, tosse, diarree. La “condanna” è certa per i più piccoli, che si affacciano per la prima volta al nido o alla scuola dell’infanzia (la scuola materna, per intendersi); brutti incontri meno frequenti ma molto comuni anche per i più grandicelli delle elementari. La scuola sembra proprio il posto ideale per scambiarsi i germi. «I motivi sono vari – spiega Alberto Tozzi, responsabile di alta specializzazione in malattie infettive dell’unità di Epidemiologia e biostatistica dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma e direttore scientifico per la comunicazione della Società Italiana di Pediatria -. La scuola è un ambiente chiuso, dove i bambini vivono a stretto contatto per lunghi periodi: le condizioni ideali per il propagarsi di qualsiasi infezione. Il numero di bimbi che restano vittime di un contagio dipende dalla “cattiveria” del germe, dalle modalità di trasmissione e dal numero di contatti con gli altri».

«Il bimbo piccolo ha un sistema immune ancora “vergine”, che cioè non ha ancora incontrato i germi – spiega Pier Angelo Tovo, presidente della Società italiana di infettivologia pediatrica -. Venendo man mano in contatto coi microrganismi il bambino costruisce una memoria immunitaria che gli servirà poi per reagire contro le infezioni che ha già “visto”, quando le incontrerà di nuovo. La vita nella comunità scolastica aumenta le possibilità di questo contatto: un bimbo di due anni che sta a casa coi nonni può avere 3-4 infezioni respiratorie con tosse, raffreddore e febbre in un inverno; un bambino della stessa età che va al nido ne ha facilmente 6 o 7». Quasi sempre il responsabile è uno dei tantissimi virus respiratori che circolano nella stagione fredda. Spesso gli antibiotici non servono: «Esistono criteri specifici per decidere se è il caso di dare l’antibiotico, che va usato con buonsenso per non favorire la comparsa di resistenze – osserva Tozzi -. Se ci sono molti casi di infezioni virali e i sintomi suggeriscono l’assenza di una componente batterica, l’antibiotico non è necessario. In genere per decidere si aspetta da qualche ora a 1-2 giorni per vedere l’evoluzione della malattia».

Nella maggior parte dei casi bastano farmaci sintomatici e un po’ di pazienza perché tutto si risolva presto e bene. E sul “presto” c’è da ragionare: quanto bisogna aspettare prima di rimandare il bambino a scuola? «Se l’episodio è stato banale possono bastare 1-2 giorni di convalescenza senza febbre – consiglia Tovo -. L’importante è che il bimbo dia segno di avere recuperato: febbre a parte, ad esempio, non deve essere debilitato da una tosse eccessiva. Se il piccolo non si è ripreso bene infatti è più a rischio di ricadere in un nuovo episodio infettivo». Restare a casa qualche giorno serve anche a non diffondere il contagio: se il bimbo ha una semplice congiuntivite virale, ad esempio, deve restare a casa finché gli occhi non sono più arrossati o spargerà germi per tutta la classe. Per alcune malattie, come il morbillo o la varicella, la durata della convalescenza è stabilita da regole precise (si veda la tabella in questa pagina), in altri casi il rientro è condizionato dall’avvio della terapia antibiotica.
In ogni caso, nei primi anni di scuola le cose in genere vanno lisce per poco tempo. Ma quando ci si deve preoccupare? «Per esempio quando le malattie riguardano sempre o quasi un solo organo: otiti ripetute, frequenti bronchiti-broncopolmoniti, tonsilliti ricorrenti – interviene Giuseppe Di Mauro, presidente della Società italiana di pediatria preventiva e sociale -. In questi casi, o anche se il bimbo non cresce correttamente, non sta bene fra un episodio e l’altro o ha infezioni di una certa gravità, è utile discuterne con il pediatra».
Elena Meli 07 settembre 2011 Corriere della Sera

Felicità è giocare all’aperto

Uno studio dell’american journal of play invita i genitori a far giocare i bimbi fuori casa
Diminuirebbe il rischio di depressione
MILANO – “Non correre che ti fai male”, “Scendi subito da quell’albero”, “Non ti allontanare”, “Non toccare”, sono ammonimenti che chiunque ha sentito rivolgere ai bambini ma, sebbene motivati dall’intenzione genitoriale di evitare traumi e cadute varie, soffocano il naturale istinto dei bimbi al gioco libero e, secondo uno studio commissionato dall’American Journal of Play che indaga l’impatto della diminuzione del gioco libero e en plain air, questo comporterebbe conseguenze negative sullo sviluppo fisico, mentale e sociale dei piccoli.
IPERPROTETTIVITA’ E DEPRESSIONE – Insomma l’ansia dei genitori di evitare qualunque brutta esperienza ai propri figli diventa un invalicabile impedimento al gioco libero e all’aperto. La paura dell’esterno e degli estranei fanno sì che un padre e una madre anziché vigilare giustamente sulle attività ludiche dei propri pargoli si trasformino in sorveglianti implacabili che precludono loro le utili e sane esperienze del gioco tra simili. Secondo Peter Gray, psicologo del Boston College e autore della ricerca che ha aggregato e analizzato gli studi sul gioco degli ultimi decenni, “negli ultimi cinquant’anni le possibilità di giocare liberamente per i bambini sono diminuite sensibilmente negli Usa e negli altri Paesi sviluppati” e proprio da questa carente attività giocosa deriverebbe l’aumento di depressione, suicidio e narcisismo tra i giovani e i giovanissimi.
GIOCARE PER VIVERE – Il gioco riveste un ruolo molto importante nello sviluppo dei bambini e rappresenta una sorta di addestramento alla vita sociale e di palestra per sviluppare e mettere alla prova le proprie capacità. Esplorazioni, risoluzione di problemi pratici, gestione delle proprie emozioni, accettazione delle regole e delle gerarchie sono esperienze che i più piccoli devono fare, o meglio dovrebbero, per imparare quelle che sono le regole base della vita e per migliorare la propria attitudine ai rapporti sociali.
LE PAURE CHE FERMANO IL GIOCO – Diversi studi nel corso degli anni hanno osservato il declino del gioco libero e hanno cercato di individuarne le cause. Crimini, molestie sessuali e traffico stradale sono i principali timori espressi dalla maggior parte dei genitori. Altri hanno individuato nella televisione, nei videogiochi e in internet le sirene che attraggono i bimbi, chiudendoli in casa. Ma è altrettanto vero che un bambino o un ragazzino al quale è vietato uscire a giocare trova in questi supporti una minima consolazione ludica. Un’altra pista è quella che porta alla scuola e all’elevato numero di ore che i giovanissimi vi trascorrono e alle attività indirizzate verso la vita adulta che occupano le loro giornate, che assomigliano sempre più a quelle di manager in miniatura che a quelle di bimbi spensierati.
Emanuela Di Pasqua – Corriere della sera  30.8.2011

Le etichette dei cibi aiutano a dimagrire

Studio della School of Economic Sciences della Washington State University

Sono le donne di mezza età le più attente alle proprietà degli alimenti e a consumarne meno se troppo calorici

MILANO – Grassi aggiunti, conservanti e coloranti, e poi quella scritta, “light” che spesso non corrisponde a un prodotto davvero leggero, o di scarso apporto calorico. Leggere le etichette dei cibi acquistati rivela sempre grandi sorprese, soprattutto a chi cerca di stare attento alla linea e magari di perdere qualche chilo di troppo. Tanto che una ricerca sostiene che chi legge bene le etichette già la prima volta che acquista un dato cibo, finisce per dimagrire più di chi passa oltre le scritte e si butta direttamente sul contenuto della scatola. Anzi, i ricercatori hanno dimostrato che chi non legge le etichette e fa comunque attività fisica, dimagrisce meno di chi – più stanziale – perde però tempo ad analizzare il contenuto delle pietanze, per poi decidere, magari, di non comprarle più o di mangiarne meno.

LO STUDIO – Pubblicata sul , la ricerca di marketing alimentare è stata svolta dalla School of Economic Sciences della Washington State University e ha indagato sulla corretta informazione circa i cibi acquistati, concentrandosi sulla generazione oggi di mezza età. Il campione è di 12mila persone, uomini e donne, nati dal 1957 al 1964. Le loro abitudini sono state analizzate a partire dal 1979 e poi confrontate con i dati raccolti tra il 2002 e il 2006. Il risultato più sorprendente è che, specialmente per le donne tra i 37 e i 50 anni, la lettura cosciente degli ingredienti dei cibi è nel tempo un fattore di rilievo nel loro dimagrimento. E anzi in molti casi questa attenzione alle etichette (e dunque, di conseguenza, la scelta di una alimentazione più salubre) supera in benefici ai fini dietetici anche l’esercizio fisico. Il professor Bidisha Mandal, che ha coordinato la ricerca, sostiene infatti che se le persone abituate a controllare le etichette aggiungono anche alle loro buone abitudini alcuni esercizi fisici ogni giorno, il loro dimagrimento è superiore a quello di chi si muove sì, ma non presta attenzione a percentuali di grassi e zuccheri nelle pietanze.

CORRETTA INFORMAZIONE – Lo studio suggella la decisione (in Europa proprio lo scorso giugno è stata migliorata la legislazione sulle etichette alimentari) di rendere trasparenti i contenuti dei viveri e dimostra dunque come una corretta informazione circa gli ingredienti consumati possa aiutare a vivere in salute. Il tema, secondo i ricercatori di Washington, è ancor più importante con l’arrivo della mezza età e con l’aumentare dei rischi di attacchi di cuore e diabete, e di altre patologie strettamente legate anche a una corretta alimentazione e al controllo del proprio peso corporeo.

Eva Per asso  9/9/20010   Corriere della Sera

Pasti in famiglia e ortaggi: la ricetta per bambini in linea

Alcune abitudini salutari a tavola sarebbero associate
a un minor rischio di sovrappeso nei piccoli

MILANO – I bambini che mangiano regolarmente a tavola con i genitori e fanno il pieno di verdure tendono ad essere più magri dei coetanei che non hanno queste abitudini salutari. Lo rivela uno studio della Harokopio University di Atene pubblicato sul J. of Pediatrics.

NUOVI DATI – Finora, fanno notare i ricercatori greci, pochi studi hanno esaminato la relazione tra il peso dei bambini e il loro modo di alimentarsi e, quindi, tenuto in considerazione non solo la quantità di zuccheri e grassi o più in generale di calorie introdotte. Sebbene in genere si ritenga che quella di sedersi a tavola coi genitori sia una buona abitudine, pochi sono i dati disponibili che evidenziano come questo accorgimento possa avere ricadute positive anche sulla linea dei ragazzini. Per cercare di chiarire queste dinamiche i ricercatori greci hanno intervistato più di 1.000 bambini di età compresa tra i 9 e i 13 anni, ponendo, tra le altre, domande sulla dieta, sull’attività fisica, sullo stile di vita in generale. I dati raccolti hanno permesso di identificare cinque tipologie di dieta e stile di vita, ma solo nel caso della categoria definita «pranzi preparati e mangiati in famiglia e tanti ortaggi» è stata evidenziata una relazione positiva sul fronte del peso. Rispetto agli altri coetanei coinvolti nello studio solo i bambini che rientravano in questa tipologia sono risultati più inclini ad avere un indice di massa corporea più basso, un giro vita minore e meno grasso corporeo.

SPIEGAZIONE – Se si può facilmente capire perché l’assunzione di tanta verdura possa avere ricadute positive sulla linea (poche calorie ed effetto saziante), è meno chiaro l’effetto positivo sulla bilancia associato al mangiare a tavola coi genitori. Gli stessi ricercatori greci non hanno individuato una spiegazione specifica, ma hanno fatto un’ipotesi: è possibile che consumare pasti in famiglia cucinati dai genitori e non preconfezionati o comprati in un fast food porti a seguire maggiormente i canoni della dieta mediterranea, ricca di vegetali, cereali integrali, pesce e con l’olio d’oliva come condimento principale, con conseguenti ricadute positive anche sul fronte del peso corporeo.

SUGGERIMENTI – «In linea generale mangiare coi genitori è un’abitudine positiva, a patto però che mamma e papà diano il buono esempio ai figli – osserva Michele Carruba, direttore del Centro di studio e ricerca sull’obesità dell’Università di Milano -. Diversi studi mostrano che genitori obesi hanno spesso figli obesi e non solo per una questione di geni. Se i genitori mangiano troppo e male di solito lo fanno anche i figli. Al contrario se i genitori cercano di mangiare in modo equilibrato e stimolano i figli a fare altrettanto gettano le basi per una corretta educazione alimentare. In particolare è importante promuovere il consumo di frutta e verdura, oggi assunte sempre meno dalle nuove generazioni. Frutta e verdura hanno il vantaggio di essere poco caloriche, di contenere fibre che rallentano l’assorbimento, di essere ricche di sali minerali, vitamine e sostanze antiossidanti che aiutano a rafforzare i meccanismi di difesa dell’organismo. Educare i figli a mangiare frutta e verdura è il più importante investimento che si possa fare per la loro salute futura».

Antonella Sparsoli      10 agosto 2010   Corriere della Sera

Mangia meglio, il mondo te ne sarà grato

Una dieta sana è anche «ecosostenibile»: non spreca le risorse della Terra

MILANO – Bisognerebbe guardare un po’ al di là del nostro piatto (e del nostro naso). E capire che ogni nostra scelta alimentare non ha effetto solo sulla nostra salute, ma anche su quella della nostra bistrattatissima «Madre Terra». Che ci sarà grata se preferiamo, ad esempio, prodotti di stagione che non macinano migliaia di chilometri stipati in container prima di arrivare sulla nostra tavola. È solo un piccolo esempio di dieta ecosostenibile portato dagli esperti dell’Associazione Nazionale Dietisti (Andid, ) che ne hanno parlato a Rimini, durante il convegno annuale. I pregi dell’alimentazione che ha un occhio di riguardo per l’ambiente? «Alleggerisce» il nostro peso sul mondo e ci avvia sulla strada di un’alimentazione sana e sufficiente per tutti, poveri e non. Per di più promette di farci risparmiare qualcosa, e in tempi di crisi di certo non guasta.

SPRECHI – Tutto nasce anche da un’amara constatazione: sulle nostre tavole c’è di tutto e di più, spendiamo un sacco di soldi per generi alimentari e bevande (nel 2007, secondo l’ISTAT, 466 euro al mese, pari a poco meno di un quinto di tutte le spese familiari), ma spesso e volentieri buttiamo un sacco di cibo nella spazzatura. «Ogni giorno i supermercati d’Italia gettano tra i rifiuti 170 tonnellate di cibi ancora buoni; ogni anno finiscono in discarica sei milioni di tonnellate di alimenti consumabili – spiega Stefania Vezzosi, responsabile regionale Andid Toscana –. Ciascuno di noi butta nella pattumiera 27 chili di cibo commestibile ogni anno: il 5 per cento del pane, il 18 per cento della carne, il 12 per cento della frutta e della verdura. Ben 584 euro sprecati. E la tendenza è in crescita perché il nostro stile di vita sta inesorabilmente cambiando: abbiamo sempre peno tempo da dedicare alla preparazione dei pasti, non recuperiamo gli avanzi». Così, mentre oltre sette milioni di italiani vivono sotto la soglia di povertà relativa, buttiamo al macero cibi buoni perché ne abbiamo comprati troppi (nel 40 per cento dei casi; nel 21 per cento perché ci siamo fatti convincere dall’allettante prendi tre paghi due senza riflettere sulle nostre reali necessità), perché sono scaduti o sono andati a male (24 per cento dei casi), perché non ci sono piaciuti (9 per cento) o perché non ci servivano proprio (7 per cento).

PROBLEMA AMBIENTALE – «Non possiamo però limitarci a considerare tutto questo un semplice spreco alimentare – continua Vezzosi –. Il cibo gettato via è un problema ambientale, sociale ed economico enorme in un momento in cui i prezzi delle materie prime aumentano (il riso è triplicato e il frumento raddoppiato durante il 2008), le riserve alimentari mondiali si assottigliano e pure il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha espresso forti preoccupazioni sulla sicurezza alimentare e sull’effetto sui livelli globali di povertà. Con quello che gettiamo nei Paesi ricchi non solo si azzererebbe il problema della malnutrizione nei Paesi poveri (in 28 nazioni, soprattutto africane, la quota di popolazione che soffre la fame supera il 40 per cento), ma addirittura si “rischierebbe” di portare anche quei Paesi alle soglie della sovra-alimentazione e obesità».

SOSTENIBILITÀ– Mangiare con più criterio, insomma, farebbe del bene al nostro portafoglio ma soprattutto al mondo. Anche perché l’uso quasi indiscriminato che facciamo delle risorse alimentari comporta effetti collaterali non da poco sull’ambiente: altro punto dolente che, sottolineano i dietisti, non è mai abbastanza considerato. E infatti la nostra «vita all’occidentale» è assai poco ecosostenibile, tanto che Jennifer Wilkins, un’esperta di politiche nutrizionali e sociali della Cornell University intervenuta al congresso riminese, ha addirittura fatto pubblica ammenda per le colpe degli Stati Uniti nell’aver diffuso fast food e cibi-spazzatura nel mondo. Aggiungendo una definizione chiara e comprensibile di ecosostenibilità alimentare: «Arriva dal summit di Rio del 1992, e ci indica che l’ecosostenibilità è la capacità di venire incontro alle necessità del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i loro bisogni». In altri termini, è la necessità di avere un “piede lieve” su questo mondo, lasciandolo possibilmente migliore di come l’abbiamo trovato e di certo non impoverendolo: significa scegliere di non sprecare le risorse naturali, facendo attenzione a cosa (e quanto) si mette nel carrello della spesa».

COSTI – «Dobbiamo pensare che ogni alimento ha un prezzo, che è quello che paghiamo quando lo acquistiamo, e un costo: quest’ultimo include la perdita di cose che hanno un valore non misurabile numericamente (come l’impoverimento del suolo) o un valore che non siamo in grado di riconoscere finché non lo abbiamo definitivamente perduto – osserva la Wilkins –. L’agricoltura moderna, ad esempio, fa largo uso di antibiotici che poi ritroviamo nei cibi o nelle acque potabili; allevatori e agricoltori stanno riducendo la biodiversità animale e vegetale perché privilegiano solo le specie meglio gestibili, trasportabili, utilizzabili. Dovremmo invece pensare di più all’impatto ambientale e sulla salute pubblica del cibo che consumiamo, passando dal produrre sempre di più senza pensare alle conseguenze (tanto che oggi nei supermercati del mondo ci sono 47.000 tipi diversi di cibo, secondo alcune stime) alla produzione “ecologicamente integrata” che badi alla salute del suolo, degli animali e in ultima analisi dell’uomo. L’Italia offre buoni esempi: in Toscana Andid ha creato una guida ai prodotti locali e stagionali e si stanno modificando i menu delle mense scolastiche a favore del biologico; all’Ospedale di Asti, in Piemonte, il cibo per i degenti è quasi tutto biologico e non fa più di 30 chilometri prima di arrivare alle cucine». Angie Tagtow, del Dipartimento di nutrizione e Salute Pubblica dell’università dell’Iowa, aggiunge: «I processi attuali di produzione del cibo possono degradare le nostre risorse naturali: suolo, aria, acqua, fonti di energia non rinnovabili. E quando queste si degradano, si deteriora anche il cibo stesso e la società. Se invece la produzione del cibo è “integrata” con la comunità e l’ambiente, come spesso ancora accade in Italia, aumenta l’accesso agli alimenti freschi e prodotti localmente che sono più sicuri e fanno meglio alla salute». Non è una rinuncia al gusto, anzi. E un po’ di austerità in materia di consumi non guasterebbe di certo: ce lo stiamo ripetendo da quando è iniziata la crisi, forse ora (magari per paura che scompaia la possibilità di mangiare bene) inizieremo davvero a metterla in pratica.

Elena Meli – Corriere della Sera 14 aprile 2009