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È corretto dare sculacciate?

Riporto questo interessante articolo di Costantino Panza, pediatra (Quaderni acp 2010; 17(2): 83).

Cosa sono le punizioni corporali
Questo interrogativo è stato ampiamente studiato negli ultimi venti anni. Definiamo innanzitutto cosa intendiamo per punizioni corporali nell’intento di precisare e meglio comprendere ciò di cui stiamo parlando. Le punizioni corporali sono
l’utilizzo della forza fisica con l’inten zione di causare un’esperienza di dolore al bambino, ma non di provocare una lesione
fisica, allo scopo di correggere o contenere un cattivo comportamento del bambino. Picchiare con una sculacciata nel sedere, dare uno schiaffo, una spinta con forza, un brusco strattone, una bacchettata sulle mani, dare un pizzicotto, scuotere con forza un bambino sono azioni considerate come punizioni corporali ch i genitori (o chi accudisce il bambino) spesso adottano come atto educativo.
Statisticamente nel mondo occidentale la maggior parte dei genitori ha utilizzato o utilizza le punizioni corporali. In alcune
casistiche si è arrivati a stimare che an che più del 90% dei genitori ha usato la forza fisica verso i loro bambini.

Perché a volte scappano le sculacciate?
Alcuni fattori favoriscono l’uso della punizione fisica verso i nostri figli. Innanzitutto l’esperienza di essere stati picchiati dai propri genitori, la scarsa comprensione del livello di sviluppo del proprio figlio, un basso livello di stato socioeconomico, il credo religioso o una naturale predisposizione a usare la forza fisica come punizione. Spesso le punizioni fisiche sono impiegate a causa di particolari tipi di comportamento del bambino, come quando si mette in situazioni di pericolo fisico,
oppure quando picchia un altro bambino o se disobbedisce a una regola prestabilita (non mette in ordine la stanza, per
esempio) e, infine, se manca di rispetto o si oppone all’autorità dell’adulto.
Un sentimento di profonda tristezza o di rabbia, così come la mancanza di controllo sui nostri stati emotivi, sono stati d’animo associati all’utilizzo delle punizioni fisiche. Anche un sentimento di frustrazione rispetto ai nostri risultati educativi o una depressione materna sono fattori facilitanti le punizioni fisiche.

Quali sono le conseguenze delle punizioni fisiche?
L’intento della sculacciata è quello di correggere o fermare un comportamento non voluto. Tuttavia sono ormai diverse
centinaia gli studi scientifici che hanno valutato gli esiti sempre negativi e le conseguenze a distanza di tempo di questo
pesante comportamento educativo. Per esempio, la maggior parte dei bambini puniti fisicamente per il loro comportamento
aggressivo diventa ancora più aggressiva. Alcuni di questi rimangono aggressivi anche da adulti o con un disadattamento
sociale. Inoltre, c’è una evidente associazione tra educazione con le percosse e comportamento criminale da adulto. Un bambino che ha subìto una disciplina corporale avrà più facilmente una bassa autostima da adulto a differenza del bambino non picchiato. Una propensione alla depressione e all’alcolismo è stata associata a una educazione con punizioni fisiche. Una madre che utilizza sculacciate e altri tipi di percosse può facilmente portare a disturbi nella sfera delle emozioni e del comportamento del bambino e anche a costruire una cattiva relazione genitore-figlio anche nell’età adulta.

Che rischi ci sono per i bambini quando vengono picchiati?
Alcune ricerche mediche attualmente si orientano a considerare la punizione fisica adottata quale mezzo di disciplina come un rischio per il maltrattamento. Infatti, a causa della giovanissima età e della propria costituzione fisica, il bambino può avere un’esperienza non solo di dolore, come è nell’intento del genitore, ma anche di vero e proprio danno nel fisico, in quanto l’adulto pesa almeno tre o quattro volte di più e ha molta più forza fisica del proprio figlio. Inoltre, la punizione fisica è talvolta associata ad attacchi verbali da parte dell’adulto che favoriscono stress psicologici che gli specialisti dell’infanzia classificano come abusi emozionali e che possono la sciare disturbi psicopatologici evidenti anche nell’età adulta.

In conclusione
Il bambino che viene picchiato con l’intenzione di ottenere una correzione, di solito, impara una lezione molto più profonda: che i problemi possono essere risolti con la violenza. Se noi genitori utilizziamo tali sistemi con l’intento di insegnare ai bambini l’autocontrollo, non solo sbagliamo, ma incoraggiamo un comportamento opposto. Dobbiamo noi genitori imparare l’autocontrollo, perché picchiare i bambini tende a far aumentare la probabilità che da adulti abbiano meno autocontrollo, meno autostima e relazioni più disturbate, che siano più soggetti alla depressione e che maltrattino a loro volta i figli e il coniuge. Non ascoltiamo i cosiddetti “esperti” che dicono che una sculacciata fa bene: sono ignoranti o in malafede!

Come fare?
Ci sono molte alternative per l’educazione del proprio bambino senza dover adoperare la forza fisica. Ogni strategia educativa
deve essere calata nella singola realtà familiare, considerando il temperamento del bambino e il suo grado di sviluppo.
Proprio per questo motivo il pediatra di famiglia è il professionista più competente nel confronto con i genitori per una nuova sfida educativa che non contempli più la sculacciata come metodo educativo. Parliamone con lui.
Fonti bibliografiche
Strauss MA. Corporal punishment and primary Prevention of phisical abuse. Child Abuse Neglect 2000;24;1109-14.
Gershoff E. The short – and long-term effects of corporal punishment on children: a meta-analytical and Theoretical Review. Psychol Bull 2002;128:539-79.
Regalado M, Sareen, H, Inkelas M, et al. Parents’ Discipline of Young Children: Results From the National Survey of Early Child hood Health. Pediatrics 2004;113:1952-8.
Parenting Attitudes and Infant Spanking: The Influen ce of Childhood Experiences. Pediatrics 2009;124:e278-e286.

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Educare sì, ma a mani ferme

Episodi che ricordiamo, quale quello del genitore italiano fermato l’estate scorsa dalla Polizia locale durante un soggiorno di vacanza in Svezia, per aver schiaffeggiato il proprio bambino, riaccendono il dibattito sulle punizioni corporali quale metodo educativo per i figli. L’arresto del genitore in Svezia, seppur da molti giudicato assolutamente eccessivo (e a mio parere con ricadute potenzialmente molto negative riguardo all’immagine genitoriale agli occhi di quel figlio), non era tuttavia un sopruso legale, poiché in quel Paese, come in soli altri 32 Paesi nel mondo, di cui tuttavia 23 in Europa, vi è un esplicito divieto legislativo circa l’uso di punizioni fisiche e umilianti nei confronti dei bambini in tutti i contesti, compreso quello familiare.

In Italia, da anni, le punizioni fisiche sono vietate in ambito scolastico e nell’ordinamento penitenziario. Non vi è invece un esplicito divieto in ambito familiare. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, nella quale viene sancito che tutte le persone, indipendentemente da etnia, sesso, lingua, colore, religione, opinioni, ricchezza o status sociale hanno gli stessi diritti, è stata arricchita nel 1989 dalla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, ratificata da 192 Paesi, cioè da tutti i Paesi del mondo ad eccezione di Stati Uniti e Somalia, riconoscendo a pieno titolo ai minori gli stessi diritti degli adulti. Tra questi vi è esplicito il riferimento (Articolo 19) al diritto che i bambini hanno di essere protetti contro ogni violenza fisica e mentale, che non è possibile giustificare in nessun caso o situazione. In gran parte del mondo, per molti genitori crescere un figlio riconoscendone i diritti come individuo e come cittadino è un concetto piuttosto nuovo e inusuale. Molti di essi infatti sono stati educati prima che la Convenzione fosse scritta e comunque in un clima familiare nel quale il mondo degli adulti e quello dei bambini avevano pochi momenti di incontro e nel quale le punizioni fisiche erano socialmente riconosciute come una prassi educativa.

Secondo una recente indagine commissionata da Save the Children ad IPSOS, tuttora nel nostro Paese il 27% dei genitori ricorre più o meno di frequente con i propri figli agli schiaffi e circa un quarto di questi lo fa, poiché ritiene che sia un metodo educativo efficace. Inoltre, sempre secondo l’indagine, per il 57% degli intervistati dare uno schiaffo una volta ogni tanto non provoca conseguenze negative ed anzi può avere un effetto benefico. A smentire questo convincimento, già dai primi anni ’90 sono iniziati a comparire studi che evidenziavano come le punizioni corporali ed umilianti rivolte ai bambini potessero comprometterne un armonico sviluppo psicoemotivo e attualmente a tale riguardo vi è una mole considerevole di letteratura scientifica, supportata dalle cresciute competenze della psicologia e della neuropsichiatria infantile. Studi neuroradiologici hanno addirittura evidenziato come aree specifiche del cervello, deputate all’apprendimento ed altre implicate nella propensione all’uso di droghe, siano modificate nei bambini sottoposti a punizioni fisiche. Sostenuti da robuste evidenze scientifiche, i principali punti a sfavore delle punizioni fisiche sono la capacità di condizionare una riduzione dell’autostima e della sicurezza in sé stessi, timori all’esplorazione del contesto ed alla sperimentazione delle proprie capacità, approccio violento alla risoluzione dei problemi e dei conflitti interpersonali con propensione a comportamenti antisociali, instabilità emotiva, depressione. Poiché chi le infligge tende spesso ad assumere atteggiamenti sempre più violenti, numerosi rilievi hanno poi evidenziato, come deriva delle punizioni corporali, il maltrattamento vero e proprio, anche in ambito familiare.

Il contesto nel quale oggi siamo genitori, affannati a mantenere il posto di lavoro, ad attendere ad impegni talvolta incompatibili con lo spazio per gli affetti, a conseguire performance sempre più sfidanti (e spesso lontane dai nostri bisogni più veri e profondi), non è certo semplice. Siamo sempre più soli nell’allevare i figli (il 12% dei bambini vive con un solo genitore), sempre più lontani da un modello familiare nel quale nonni, fratelli, zii erano parte di un nucleo affettivo vicino e presente, in grado di tener sempre “acceso il focolare”. In questo contesto l’educazione della prole per molti genitori si è probabilmente caricata di adempimenti che vengono vissuti con ansia, consapevoli del mondo complesso ed estremamente competitivo nel quale i loro figli dovranno farsi spazio, ricorrendo dunque alle punizioni corporali quale metodo educativo ritenuto “rapido ed efficace”. Tuttavia non è così! Le punizioni fisiche e le altre punizioni degradanti indeboliscono il legame tra genitori e figli, generando sentimenti di rancore e ostilità nei confronti dei genitori, che spesso non espressi, inducono i bambini ad avere paura e quindi a mentire per difendersi. Insegnano loro inoltre un modello violento di risoluzione dei problemi e delle conflittualità, che spesso applicheranno con fratelli, amici o partner futuri. Dunque rinunciare ad educare i figli? Assolutamente no. La risposta va cercata in un modello di genitorialità positiva che certamente passa attraverso il tentativo di comprendere realmente cosa pensino i nostri figli e cosa determini i loro convincimenti, attraverso una costante rappresentazione del nostro essere presenti per loro, attraverso l’individuazione di obiettivi educativi di “lungo termine”, sui quali essere però coerenti ed inflessibili.

Marcello Lanari
Pediatria e Neonatologia, Imola (BO)
Direttore di Conoscere per Crescere

Articolo tratto dal sito della Società Italiana di Pediatria http://www.sip.it

Prevenire o rispondere a un cattivo comportamento

Costantino Panza*, Antonella Brunelli**, Stefania Manetti***
*Pediatra di famiglia, Parma; **Direttore Distretto ASL Cesena, ACP Romagna; ***Pediatra di famiglia, ACP Campania

Un bambino che si comporta male mette a dura prova i suoi genitori e spesso bisogna prendere dei provvedimenti proprio quando si è arrabbiati e agitati. Ognuno di noi ha poi idee abbastanza diverse su quello che considera un buono o un cattivo comportamento. Per alcuni un bambino che crea tanto disordine nella sua stanza si comporta in maniera adeguata, per altri genitori invece questo può essere un comportamento non accettabile. In questo caso sono le regole che cambiano in base alle famiglie. Alcuni sono genitori più permissivi, altri meno, alcuni più pazienti altri meno, e questo dipende dal fatto che ognuno ha una suo modo di vedere, pensare, essere come persona; quindi è meglio stabilire ognuno le proprie regole. Ci sono momenti in cui nulla di tutto quello che si cerca  di fare sembra funzionare.

Cosa fare in questi casi?

Un buon suggerimento è quello di contare fino a dieci, o pensare a qualcos’altro, in altre parole per 1-2 minuti far sedimentare l’accaduto e poi passare all’azione. Per prima cosa chiedersi se il tuo bambino ha fatto realmente qualcosa di non accettabile per cui è necessario intervenire. Chiedersi poi se il cattivo comportamento sia reale, cioè se il tuo bambino si è veramente comportato male in base alle regole che tu gli hai dato o se il suo comportamento potrebbe essere da te ignorato ma ha provocato reazioni non positive nelle altre persone presenti. Chiedersi poi se il comportamento non possa essere stato causato da qualcosa di specifico, spesso è così, e in questo caso è sempre bene capire la causa per poter intervenire meglio, Chiedersi poi se un cattivo comportamento non sia stato provocato  da te stesso: se per esempio, pur di far mangiare il tuo bimbo gli prometti caramelle o biscotti è possibile che ogni volta che lui si trova in questa situazione urli e strepiti  per ottenere quello che in momenti simili gli è stato dato. Qualsiasi comportamento hai deciso di adottare come genitore per correggere un comportamento non buono del tuo bambino bisogna portarlo avanti per un po’ di tempo, nulla funziona in pochi giorni, e essere in due, mamma e papà a lavorare insieme sul cambiamento è sicuramente meglio e meno stancante. Spesso, specie con i bimbi più piccini, non devi aspettarti una discussione, ciò non vuole dire però che non è necessario parlare con loro, solo che non ti devi aspettare da parte loro che il discorso continui. Non è facile! Quando il tuo bambino si comporta male con ostinazione più volte, specie se si è stanchi dopo una giornata dura, non è facile mantenere il controllo e la calma. Se si perde la pazienza abbiamo il diritto di esternare la nostra rabbia ricordandoci che stiamo esprimendo un sentimento rivolto ad una situazione e non verso il bambino. Se perdiamo il controllo in questi momenti, dovremo chiedere scusa al bambino.  

Cosa non fare? 

Se sculacci il tuo bambino spesso il cattivo comportamento si interrompe ma dopo poco riprende. Sculacciare non serve a imparare a comportarsi meglio e spesso i bambini che vengono picchiati imparano a picchiare specie i più piccoli di loro e ad adottare questo comportamento in futuro, da grandi, perché è un modo di fare che imparano dai genitori.  

Suggerimenti pratici. 

Nessuno conosce meglio di un genitore il suo bambino, impariamo quindi con calma a capire quali sono quelle situazioni che possono provocare in lui un comportamento non buono o rischioso: se per esempio sappiamo che la sera è il momento peggiore della giornata perché è molto stanco e irritabile cerchiamo di creare un ambiente rilassato e tranquillo, di fare con lui cose piacevoli come leggere un libro, un gioco calmo e piacevole… Questo aiuta a non trovarsi in situazioni difficili in cui bisogna reagire subito e in modo improvviso! Cerca nei limiti del possibile, specialmente quando il tuo bimbo è piccolo e comincia però ad esplorare, di creare in casa delle zone tranquille, senza troppi oggetti che si possono rompere, senza pericoli in modo che lui possa esplorare senza timore. Se per esempio il tuo bimbo è seriamente e totalmente impegnato in un gioco dagli un po’ di tempo prima di cambiare quello che sta facendo, proviamo a dare qualche preavviso: “…tra 5 minuti dobbiamo fare questa cosa….” Quando la situazione sta precipitando e te ne accorgi in tempo cerca una distrazione, una attività diversa che può essere altrettanto piacevole e più indicata oppure se la situazione è critica cerca di dedicarti completamente a lui per qualche minuto. Parla con lui anche se è piccolo, i bambini hanno bisogno di parole e di sapere perché si sono comportati male, in maniera comprensibile senza troppi discorsi; ricorda che il tono della tua voce è importante. Se sei arrabbiato/a per un cattivo comportamento è bene dirlo, spiega al tuo bimbo cosa ti ha ferito e come ti senti, questo lo aiuta a capire il sentimento degli altri! Cerca sempre di non dare giudizi negativi sul tuo bambino: “sei sempre stato un bambino stupido e cattivo…”, arrabbiati per quello che ha fatto ma non esprimere giudizi negativi sulla persona! Questo serve a fare in modo che lui abbia stima in se stesso diventando più sicuro di se. Ascolta il tuo  bambino che si comporta male, permetti a lui/lei di esprimere i suoi sentimenti, è un modo per capire meglio il suo malessere. I bambini hanno bisogno di amore incondizionato da parte dei genitori. È importante chiarire che sebbene un comportamento negativo è inappropriato e non sarà permesso, essi saranno sempre amati. Così come lo rimproveri se si comporta male, va ricompensato se si comporta bene sottolineando che sei molto contento di questo comportamento, abbracciandolo e reagendo in maniera molto positiva. Ricompensa il tuo bambino se si comporta bene per esempio esprimendo gioia per il suo comportamento e premiandolo per esempio preparando, meglio se insieme, per lui un dolcetto a merenda. Il tuo  bambino dovrebbe partecipare alle discussioni familiari quando si parla di regole e di comportamenti in tal modo impara a rispettare il ruolo che tu hai come genitore. L’empatia, ossia la capacità di comprendere quello che il nostro bambino sta provando, è una qualità che i genitori non dovrebbero  mai lasciarsi sfuggire quando stanno con il loro bambini. Ogni bambino ha un suo ben definito carattere. È normale quindi comportarsi diversamente con un figlio rispetto ad un altro perché ciò che può andare bene per uno potrebbe non funzionare con l’altro. Ma se sei in difficoltà, in un momento critico e difficile, e pensi di non farcela, cerca di non perdere il controllo e parla con qualcuno, come il pediatra, che ti può dare dei buoni consigli.  

Fonti Bibliografiche

American Academy of Pediatrics Committee on Pyschosocial Aspects of Child and Family Health. Guidance for effective discipline. Pediatrics 1998;101:723–7.

Ateah CA, Secco L, Woodgate RL. The Risk and Alternatives to Physical Punishment Use With Children. J Pediatr Health Care 2003; 17: 126-132.

Department of Health.  Birth to Five.  NHS 2009. Disponibile su:  http://www.dh.gov.uk/dr_consum_dh/groups/dh_digitalassets/documents/digitalasset/dh_107668.pdf  

 

Quaderni acp 2011; 18(1): 34  

Il pediatra di fronte ai problemi del sonno: un’occasione di riflessione sul nostro ruolo

A seguire una relazione della dott.ssa Maria Merlo, pubblicata sul sito ACP Ovest

La serata è nata dal desiderio di mettere in comune alcune riflessioni del gruppo genitorialità nate
dalla lettura delle conclusioni della ricerca (a cura delle dottoresse Zaltron e Favretto): “Genitori,
bambini e pratiche quotidiane di cura. Il ruolo della pediatria nella costruzione delle
rappresentazioni della genitorialità adeguata” . E dal desiderio di confrontare il nostro lavoro
medico con una visione antropologica, in grado forse di spiegare alcune contraddizioni in cui ci
troviamo immersi.
L’antropologia medica nasce in seno all’antropologia culturale, disciplina che mira ad analizzare
l’uomo nelle sue dimensioni socio-culturali; oggi in particolare esamina le interazioni fra i singoli e
il contesto in cui agiscono. Studia dunque come alcuni processi politici, economici e culturali
“macro” influenzino il livello “micro” e, viceversa, come le esperienze soggettive abbiano una
ricaduta sulle dinamiche sociali più ampie.
All’interno di questa prospettiva si costituisce l’antropologia medica, in origine con lo scopo di
studiare medicine “altre” che si credevano “credenze” magiche , religiose ed altro ancora. A partire
dagli anni settanta la disciplina si è rivolta anche allo studio della biomedicina, considerata
anch’essa una pratica socio-culturale.
L’antropologa che ci ha aiutato nella discussione dei temi proposti è la dottoressa Ilaria Lesmo.
Nell’attuale processo di trasformazione della società verso l’individualizzazione e quindi dei
cambiamenti rispetto al concetto di bambino, di autorità ecc, non dobbiamo stupirci della difficoltà
degli attuali genitori a fare i genitori:
1) in un periodo di transizione manca un modello culturale unitario a cui fare riferimento.
2) Questo modello manca ai genitori, ma anche ai pediatri e agli altri esperti
Prendiamo, come esempio, il problema del sonno, che è frequente e forse uno dei più controversi.
Nelle soluzioni che gli esperti propongono si rintracciano soluzioni diverse. Ci siamo chiesti se, pur
fra le diversità ben evidenti, era possibile rintracciare un nucleo comune.
In effetti tutti i testi iniziano con la fisiologia, spiegando le caratteristiche del sonno dei bambini
(fasi del sonno, addormentamento nei più piccoli in fase REM, durata delle varie fasi, fisiologia dei
microrisvegli nei passaggi di fase ecc) e i loro cambiamenti nel tempo.
Poi però differiscono fra loro anche profondamente nelle soluzioni.
Le differenze nascono da:
1) teorie di base differenti
2) una lettura diversa dei bisogni dei bambini
3) un peso diverso dato ai bisogni del bambino e a quelli della famiglia
4) diversità rispetto al problema se, come e quanto il bambino deve essere guidato (quanto
quindi viene valorizzato l’aspetto della competenza e quanto quello dell’immaturità; diverso
peso di autorità e negoziazione)
5) obiettivi dell’educazione
Vari autori analizzati secondo questi 5 punti:
W. Sears Genitori di giorno e…di notte.La Leache League International, 1985
1) La Lega del latte (di cui Sears è diventato uno degli ideologi) basa il suo approccio
sull’importanza di seguire la natura. Mamma e bambino sono mammiferi. La cultura non può
prescindere da questo, altrimenti fa danni. I problemi del sonno sono una conseguenza di richieste
al bambino “innaturali”, legate al tipo di organizzazione e di vita della nostra cultura che nontengono conto della natura. Riportare il sonno dei bambini alle sue condizioni naturali evita la
maggior parte dei problemi.
Non è naturale dormire a lungo di notte (l’allattamento notturno è indispensabile perché il latte
umano non è fatto per sonni prolungati; la specie umana richiede alto accudimento perchè il
neonato completa la sua maturazione fuori dall’utero; i microrisvegli hanno la funzione, importante
nell’evoluzione, di controllare l’ambiente per fronteggiarne i pericoli). Non è naturale dormire da
solo.
2) Sears mette in evidenza soltanto un tipo di bisogni del bambino: il bisogno di continuità con la
vita intrauterina, di fusionalità e di regolazione esterna. Il b perciò è bene che resti nel lettone (al
limite si allarga il lettone per far posto a tutti i figli), che mantenga il contatto e la suzione fino a
quando vuole. Si staccherà, dal seno e dal lettone, quando è pronto, senza la necessità di un
intervento o una pressione esterna. Questa impostazione trascura l’evoluzione del bambino, la
crescita delle sue capacità di autoregolazione e i suoi bisogni di autonomia che crescono con lui!
(diverso è il neonato e il bimbo di 3 anni).
3) Trascura anche i bisogni dei genitori. Le esigenze degli adulti (di sonno tranquillo, di intimità
coniugale ecc) sono negate o minimizzate (la mamma è contenta di poter avere il bambino con sé; i
ritmi REM e non REM di mamma e bambino arrivano a coincidere per cui i risvegli della mamma
non sono molto disturbanti; dopo la poppata la mamma si riaddormenta subito, anzi può allattare
anche senza svegliarsi completamente; se la coppia ha bisogno di intimità può trovare altri tempi e
spazi ecc).
4) Sears non ha bisogno né di imporre regole né di negoziare. Educare significa leggere e seguire
esclusivamente le richieste del bambino, adattandosi ad esse. Il bambino, soddisfatto nelle sue
esigenze di fusionalità, maturerà, diventerà autonomo coi suoi tempi e si svilupperà al meglio.
All’estremo opposto troviamo il metodo di Estivill: il bambino, dai 3 mesi, deve addormentarsi da
solo e deve gestirsi da solo i microrisvegli. Per ottenere ciò occorre lasciarlo piangere, accorrendo
da lui a intervalli sempre più lunghi e sempre senza prenderlo in braccio e senza dargli un aiuto
esterno (cullarlo ecc), ma solo facendo sentire la presenza dell’adulto.
1) Questo metodo si basa sulla teoria comportamentistica più arcaica, una teoria che non prende in
considerazione né gli aspetti cognitivi né quelli emotivi, ma si basa solo sul concetto: stimolorisposta (è’ il sistema utilizzato dagli addomesticatori di animali!)
2) Ignora completamente tutti i bisogni del bambino, tranne quello di riuscire a dormire e quindi di
riposare. Ignora inoltre anch’esso l’evoluzione dei bisogni del bambino (si tratta l’addormentamento
nello stesso modo, a tutte le età, qualsiasi sia il problema alla base).
3) Salvaguarda pienamente il bisogno degli adulti di dormire, di avere tempi e spazi per sé, dei ritmi
di vita prevedibili (a letto alle 21).
4 Sottintende che il bambino non è competente. Per crescere bene e per disturbare il meno possibile
deve essere guidato completamente e adattato al volere degli adulti. E’il genitore che pone le regole.
Educare il bambino significa imporgli delle regole assolute che non tengono conto del suo
temperamento (esempio: ore di sonno che sono necessarie a quel bambino lì, bambino ipereccitabile
che stenta a rilassarsi e ha più bisogno di altri di una regolazione esterna, bambino angosciato per
qualche motivo ecc), dei suoi desideri, dei suoi bisogni (di fusionalità, magari di stare qualche ora
coi genitori che lavorano…). E’ un metodo autoritario vecchio stile, che somiglia molto al
vecchio:”lascialo piangere, se no lo vizi; lascialo piangere e vedrai che impara; piangere fa bene,
sviluppa i polmoni”.
Vegetti Finzi (psicologa; docente di Psicologia Dinamica all’Università di Pavia) si richiama
invece alle teorie della Mahler e al conflitto edipico.
1) Tutti insieme nel lettone? No. E’ bene che il bambino dorma subito, dal primo giorno, non solo
nel suo letto, ma nella sua camera.
E’ infatti importante che ogni bambino abbia uno spazio per sé, come individuo distinto, nella
mente dei genitori. Ciò permette al bambino di imparare a percepirsi come persona non fusa coigenitori (percorso di individuazione-separazione). Separazione e esclusione sono inevitabili,
rappresentano “prove” da superare per crescere. Bisogna aiutare il bambino in questo percorso,
consolandolo quando piange, utilizzando pazienza e calma per aiutarlo a diventare autonomo.
Certo, il b ha bisogno di vicinanza corporea che gli comunichi affetto, tenerezza, ma sempre entro i
limiti del pudore e del rispetto dell’intimità dell’altro. Questi limiti vengono a cadere quando il
contatto diventa troppo intimo, stimolante, avvolgente.
Il b , perché la sua sessualità possa crescere in modo armonioso, deve capire che non si può
sostituire al padre o alla madre, non li può separare (conflitto edipico).
Anche Stephan Clerget, francese, psichiatra dell’infanzia ((Stephan Clerget, Anne Lamy. Adesso
torna nel tuo letto. EGA 2008) ha presente in primo piano la teoria dell’Edipo:
1) “il b. non ha nulla da guadagnare col cosleeping. Dopo i 3 anni il b che sta entrando nella fase
edipica avverte e capisce i legami di desiderio amoroso e sessuale fra i genitori e vorrebbe
parteciparvi. Educarlo significa insegnargli a rinunciare a questo legame incestuoso. Non è escluso
che la vicinanza corporea a 3 anni turbi il suo sviluppo affettivo. Fino a quando non dormirà notti
intere, verso i 6 mesi (!), può restare nella sua culla in camera coi genitori. Poi può andare in
camera sua”.
Cramer sottolinea, alla base dei disturbi del sonno, le angosce dei genitori che si traducono in un
disturbo della relazione.
1) I genitori inquieti e angosciati, che sentono il figlio ipervulnerabile, interpretano i normali
risvegli del bambino come segni di sofferenza fisica o psichica. Sviluppano perciò un’ipervigilanza,
accorrendo immediatamente (a volte anche prima dei risvegli!) a volte disturbamdo il bambino e
impedendogli comunque di imparare l’autoconsolazione
La maggior parte dei testi più recenti hanno in comune la teoria dell’intersoggettività e quella
dell’attaccamento.
1) Intersoggettività: Il bambino fin dalla nascita è una persona, con sue caratteristiche individuali, in
grado di essere in relazione cogli altri: all’inizio una relazione essenzialmente emotiva che poi
diventa una relazione anche mentale. Come persona va ascoltato e rispettato ed è soggetto attivo
nell’educazione (porta le sue esigenze). Educarlo non significa “inculcare” norme, ma aiutarlo a
svelare e realizzare se stesso.
Attaccamento: Nel corso dei primi 3 anni di vita, durante tutte le esperienze della sua giornata
(dunque anche durante la gestione del sonno) il bambino si forma un’idea del mondo, di sé e degli
altri e struttura il modello di attaccamento e i modelli operativi interni che lo caratterizzeranno per
tutta la vita. Se gli adulti sono sensibili alle sue esigenze, rispondono prontamente al suo pianto, ai
suoi bisogni, alle sue richieste, imparerà che si può fidare dei genitori, che il mondo è un luogo
ospitale e che lui è in grado di vivere bene nel mondo. Maturerà una fiducia di base e un
attaccamento sicuro che gli permetteranno, quando è necessario, di distaccarsi con facilità (quindi
anche di abbandonarsi al sonno) e di esplorare il mondo.
2) Questi libri considerano in modo simile i diversi bisogni dei bambini e tentano di equilibrarli: da
una parte il bisogno di fusionalità e di vicinanza, dall’altra di autonomia e di imparare a passare
dall’eteroregolazione all’autoregolazione (dunque di imparare a dormire da soli). Sono molto attenti
a non chiedere troppo al bambino (un’autonomia per cui non è ancora pronto) e a gestire i problemi
del sonno come tutti gli altri momenti della giornata, nell’ottica di aiutare il bambino a formarsi una
base sicura.
3) Cercano in modo simile di tener conto anche dei bisogni dei genitori (di dormire, di avere orari
prevedibili e tempi per sé).
Sono libri che in generale offrono meno ricette precise (per esempio non si schierano sul tema:
lettone si o no) in quanto richiedono di calibrarsi sul singolo bambino, sulla singola famiglia e sulle
diverse tappe del suo sviluppo.
Cercano di aiutare i genitori dicendo, in realtà, cose ovvie: preparare il bambino al sonno,
l’importanza dei rituali, non far addormentare il bambino al seno, aiutare e incoraggiarel’autonomia del bambino ma rispettandone con pazienza i ritmi di sviluppo ecc. Sono i più
equilibrati e ovvii, ma anche i più difficili da applicare.
Differiscono fra loro per sottolineature diverse riguardanti gli ultimi 2 punti: il 4), cioè il tema di
quanto è necessario guidare il bambino (autorità e negoziazione, peso diverso ai 2 poli:
competenza-immaturità del bambino) e il 5), cioè gli obiettivi dell’educazione
4) Procedendo dai più autoritari (maggior peso all’immaturità) ai meno autoritari (maggior peso alla
competenza):
Grazia Honegger Fresco (Facciamo la nanna, Il leone verde, 2006), allieva della Montessori. Il
bambino deve essere libero di svilupparsi, però entro binari molto precisi, rigidi e uguali per tutti,
formulati dai genitori per il benessere del bambino.
Il problema del sonno praticamente non esiste se si segue questa impostazione e si aiuta il bambino
ad avere una “buona” giornata, in quanto tutto ciò che rende ricca e interessante la veglia facilita il
sonno. Il bambino deve avere autonomia di movimento (non deve essere messo in seggiolini, infant
seat ecc, ma a terra fin dal primo mese); non aiuti inutili (che sono ostacoli allo sviluppo); deve
giocare da solo in modo da esplorare e vivere le sue esperienze, senza essere “plagiato” dal
pensiero e dall’immaginazione dell’adulto; non deve essere posto di fronte a scelte eccessive (è il
genitore che sceglie, non il bambino); deve avere regolarità nei ritmi di vita (a letto non oltre le
20,30 anche se il papà rientra tardi)
(Questo approccio, probabilmente rivoluzionario all’epoca della Montessori che è stata una delle
prime a considerare il bambino come individuo, mi sembra molto datato perché dimostra molto
interesse per le condizioni ambientali che favoriscono lo sviluppo, ma molto poco per la relazione).
Tracy Hogg (Il linguaggio segreto dei neonati, Mondatori, 2001). Infermiera inglese, specializzata
in puericultura, vive a Los Angeles dove ha fondato Baby Technique con cui offre consulenze a
genitori, tiene corsi, conferenze ecc.
E’ il genitore che detta il ritmo, non il bambino “che è solo un bambino”.
Però, rispetto all’autrice precedente, è attenta anche alle differenze fra bambino e bambino: li
distingue in vari gruppi secondo le loro caratteristiche (angelico, da manuale, sensibile, vivace,
scontroso).
La strutturazione della giornata è anche qui rigida, uguale per tutti, ma la proposta al bambino
viene fatta in modi differenti tenendo conto delle sue caratteristiche. La giornata deve seguire un
ritmo preciso: pasto, gioco, nanna, tempo per i genitori, in una cornice che dia ordine e regolarità
alla vita del bambino. Ciò aiuta la famiglia a non vivere nel caos, a gestire i vari problemi (non solo
del sonno, ma anche di alimentazione, coliche ecc). Aiuta anche il bambino a crescere e il bambino
non fa fatica a seguirla perché è rispettosa delle sue esigenze.
Rispetto al sonno utilizza i soliti consigli (attività tranquille serali, rituali ecc) sottolineando che è
importante non rendere il b dipendente da bisogni esterni (ciò significherebbe togliergli la
possibilità di calmarsi da solo e impedirgli di addormentarsi da solo) e che sostenere l’autonomia
non vuol dire lasciarlo piangere, ma soddisfare i suoi bisogni. Significa però anche rimetterlo giù
non appena i bisogni sono soddisfatti.
La Clerget suggerisce, per i bambini che si svegliano e chiamano nel cuore della notte, di fare “un
contratto: “io ti aiuto con orari regolari, con rituali, e tu non ci svegli e non vieni nel lettone”.
Un contratto: dunque il bambino è alla pari col genitore. Ma far rispettare il contratto, come si vede
successivamente, dipende dal genitore: “Se si sveglia ogni 2 ore: si ritarda un po’ alla volta il
momento in cui si risponde al suo pianto. Quando si va gli si dice solo: E’ notte, bisogna dormire,
senza coccole e discussioni”
Asha Philip (I no che aiutano a crescere, Feltrinelli, 1999) propone un modello di genitore che aiuta
attivamente il bambino a maturare e a crescere facendogli delle richieste ma anche fornendogli
amore e sostegno. Per quanto riguarda il momento del sonno la madre che mette il bambino a
dormire nella culla gli comunica che il disagio che lui sente è sonno e che la culla non è un posto
orribile. Crea in lui la sensazione che le cose andranno bene, gli permette di trovare i modi per
adattarsi, lo aiuta nel rafforzamento del senso di sé. E’ l’inizio di una crescita emotiva , un primopasso per attingere da sé le proprie risorse e per goderne. Il b però deve ricevere abbastanza amore
da avere il “carburante” necessario.
Pur con un’impostazione di questo genere non si scaglia contro il metodo Estevill. Porta l’esempio
di una madre spesso sola (il compagno lavorava lontano), incapace di lasciar piangere la bimba di 9
mesi, ma esausta per i suoi risveglio gni 2 ore. Con l’aiuto di un’amica, ha lasciato piangere la
bambina la prima sera per 1 ora, poi mezz’ora; in 5 giorni la b. non si è più svegliata. L’autrice la
definisce una soluzione drastica, ma dice che,”siccome avevano una solida base comune, il recupero
fu relativamente facile”.
Sara Letardi (Il mio bambino non mi dorme, Bonomi, 2007) propone un approccio ancora meno
direttivo, in cui la madre, quando ci sono problemi del sonno, non impone nulla, ma propone al
bambino cambiamenti nella gestione dell’addormentamento e dei risvegli.
Anzi, con l’idea che è il metodo che si deve adattare al bambino e non viceversa, l’autrice arriva a
suggerire di chiedere il consenso del bambino ai cambiamenti, lasciando a lui la libertà di scegliere
se accogliere o meno le richieste, che andranno sempre formulate con un: ”Per favore” e seguite da
un “Grazie”.
Ci sono poi differenze rispetto agli obiettivi della educazione:
5) Brazelton sottolinea molto il bisogno di autonomia del bambino. L’autonomia è un valore in sé,
uno degli obiettivi principali dell’educazione negli USA, come conseguenza dell’educazione a una
società individualista.
Prima dei 4 mesi, per l’immaturità del SNC, il bambino non è in grado di addormentarsi da solo e
di gestirsi i risvegli.
Ma già a 3 settimane si può cercare di intervenire sui ritmi sonno-veglia provando ad allungare gli
intervalli fra le poppate. Poi, via via, per condizionarlo a un lungo sonno notturno, si può intervenire
sempre di più, per esempio svegliandolo, se è necessario, alle 22. Successivamente si può agire sul
ritmo e la durata dei pisolini diurni.
Aiutare il b ad addormentarsi da solo è una modalità rispettosa del bambino, della sua autonomia e
delle sue possibilità.
Dai 4 mesi si può cominciare ad aiutarlo ad addormentarsi da solo. E’ infatti fisicamente pronto a
stare 6-8 ore senza mangiare e il suo cervello ha raggiunto una maturazione tale per cui può avere
un ruolo attivo nell’addormentamento.
Un b di 5 mesi deve aver già imparato a gestirsi da solo i risvegli notturni.
Alcuni consigli: non addormentarlo al seno o in braccio; metterlo nel lettino ancora sveglio,
dandogli buffetti, carezze e dicendogli: “Ce la fai, ce la fai…!” ; offrirgli il ciuccio; fargli trovare il
dito; ninne-nanne; suono “bianco”; rituali.; ai risvegli non accorrere al primo strillo.
Se si vuole si può metterlo nel lettone (sembra che secondo Brazelton sia un’esigenza più del
genitore che lavora e desidera il contatto col figlio che del bambino). Ma bisogna sapere che a 2 o 3
anni, quando si vorrà spostarlo, lui avrà inserito il lettone e il genitore nelle modalità di
addormentamento e il cambiamento potrà essere difficile.
Naturalmente ci saranno regressioni ai touch points. In quei momenti sarà come fare un passo
indietro, occorrerà nuovamente una maggiore presenza. Bisognerà però fare attenzione ai segnali
che dicono che il b è nuovamente pronto per una maggiore autonomia (spesso basta una settimana).
Puntando probabilmente molto anche lei sull’autonomia L. Moore, ricercatrice, docente di
Psicologia dello Sviluppo in Inghilterra (Il linguaggio prima delle parole), propone di insegnare ad
addormentarsi da solo anche al neonato. Per mediare fra il bisogno di fusionalità del b molto
piccolo e l’educazione all’autonomia, ripropone un metodo utilizzato in alcune culture: quello di
fasciare il bambino. Suggerisce cioè un contenimento artificiale (la fasciatura), invece di prendere
in considerazione un contenimento “naturale” (le braccia) anche per un neonato.
Carlo Gonzales, pediatra spagnolo, (Besame mucho, Coleman) sembra puntare invece ad una
educazione meno individualista. Abbiamo bisogno gli uni degli altri; gli esseri umani sono
interdipendenti. Il pianto è un segnale. Il bambino che piange sta esercitando una competenza
sociale, sta imparando a chiedere aiuto. Perciò occorre rispondere al suo pianto.Vediamo gli studi pediatrici.
Genitori più.
Si occupa dell’argomento solo dal punto di vista della prevenzione della SIDS.
Bene condividere la stanza da letto per permettere un “disturbo” fisiologico del sonno (cioè
impedire un sonno troppo profondo che inibisce l’automatismo del respiro quando il SNC è ancora
immaturo) in modo da ridurre il rischio di SIDS.
Fino al 2004 si riteneva sicuro il bed sharing (tranne che per genitori fumatori, obesi o sotto effetto
di sonniferi, alcool, o droghe). Studi recenti hanno evidenziato che il bed sharing aumenta
comunque il rischio di SIDS sotto le 11 settimane. Perciò sembrerebbe ammesso solo oltre le 11
settimane. Ma il problema è ancora in parte controverso.
(Quaderni ACP 2005, numero 4 e 6)
Nei cosleepers sono documentati maggiori disturbi del sonno. Si conferma cioè che il sonno nel
lettone ha periodi più brevi di sonno profondo e più frequenti risvegli.
Questo è valutato positivamente da alcuni (Moschetti, pediatra di base, superesperta della fisiologia
del sonno) in quanto diminuisce i rischi di SIDS) e negativamente da altri (Ciotti, neuropsichiatra
infantile di Cesena).
Inoltre Moschetti vede il cosleeping come conseguenza dei disturbi del sonno (non dorme, quindi lo
metto nel lettone) mentre Ciotti come causa (lo metto nel lettone e il sonno del bambino è più
disturbato).
Ciotti perciò consiglia ai pediatri di affrontare il problema del sonno prima che i bambini
raggiungano gli 8-9 mesi (età in cui i disturbi iniziano ad essere più frequenti per l’ansia da
separazione), spiegando ai genitori che il b. deve imparare ad addormentarsi da solo e non deve
stare nel lettone. Pur essendo un neuropsichiatra che sostiene la teoria dell’attaccamento non
demonizza il metodo Estivill (valorizzando il fatto che comunque c’è una risposta al pianto del
bambino e che tale risposta è prevedibile per lui).
Moschetti sottolinea come il sonno solitario crea ansia (aumento del cortisolo e della frequenza
cardiaca) e propone quindi, rispetto al lettone, di lasciar fare ai genitori come vogliono, spiegando
loro che comunque i disturbi sono transitori (fino ai 3 anni!).
Partendo da teorie diverse, diversa dunque è la posizione riguardo a: lettone sì, lettone no.
Ma anche riguardo ad altri aspetti:
Ciuccio
Sears: non serve; c’è la suzione al seno
Brazelton: si può
Hogg: si, ma solo prima dei 3 mesi e senza abusarne (aiuta il bambino a non utilizzare la mamma
come un ciuccio umano). Se un bambino di 3 mesi si sveglia piangendo perché ha perso il ciuccio,
significa che se ne è abusato.
Genitori più: ha effetto protettivo contro la SIDS, perciò sì’ dopo il primo mese (per non interferire
coll’allattamento; ma in nota si riportano recentissimi studi che sembrerebbero dimostrare che non
interferisce sull’allattamento) e fino all’anno.
Dentisti: no perché favorisce le malocclusioni
Dito
Hogg: si, in quanto iniziativa del bambino. Non c’è problema sul farlo smettere: smetterà di
succhiarlo quando è pronto.
Fresco: quando il bambino lo trova da solo, lasciarglielo, ma non attivarsi per farglielo trovare.
Brazelton e Murray: attivarsi per farglielo trovare, in modo che sia facilitato nella gestione
dell’autoconsolamento.
Dentisti: malocclusioni
Farlo addormentare al senoSears: si
Tutti gli altri: no, metterlo giù ancora sveglio
Correre subito ai risvegli
Estevill: no. Mantenere i tempi del metodo.
Brazelton: no, lasciargli il tempo di provare a riaddormentarsi
Letardi: si, in modo che non si svegli completamente
Sears: si, offrendogli subito il seno
Età a cui cominciare a insegnargli a dormire:
Estivill: dopo i 3 mesi
Murray: subito
Philips: subito
Brazelton: dopo i 4 mesi
Età a cui può sospendere le poppate notturne:
Brazelton: 4 mesi
Letardi: 1 anno
Sears: quando vuole
Età a cui ci si può aspettare che faccia una notte intera
Brazelton: 5 mesi
Clarget: 6 mesi
Estivill: 6 mesi
Cramer: all’anno il 60-70% dei bambini ha la capacità di addormentarsi da solo e di gestirsi i
risvegli
Ogni pediatra poi ha i suoi aggiustamenti personali di queste teorie, aggiustamenti che riflettono le
abitudini sue e della sua famiglia, le sue esperienze, le sue letture, le sue inclinazioni, le sue
preferenze. Quasi mai ha una chiarezza di fondo sui motivi che lo spingono a dare certi “consigli”
piuttosto che altri. Quasi sempre ha la convinzione che le sue idee siano le uniche giuste e, sotto
sotto, che i genitori che non le condividono o non riescono ad applicarle sono “strani” o
“inadeguati”.
Ciò che rende molto difficile la situazione è che le teorie di riferimento non sono esplicitate e
quindi è molto difficile discuterle. Si percepisce solo una differenza.
In questo quadro quale può essere il ruolo del pediatra?
Gli viene richiesto, come abbiamo visto dalla ricerca, di avere un ruolo per aiutare i genitori
nell’educazione del bambino. Ma su quali basi può dare dei “consigli”?
Consigliare un metodo autoritario o la negoziazione? Quanto tener conto dei bisogni del b e quanto
di quelli del genitore? Quanto valorizzare i bisogni di fusionalità e quanto di quelli di autonomia?
DISCUSSIONE
– La prima sensazione è di smarrimento. Alcuni dicono di aver sempre pensato di non saper
risolvere il problema del sonno per il fatto di avere scarse conoscenze, altri di aver letto sempre
molto sull’argomento confondendosi sempre di più le idee.
Adesso sembra che una certezza ci sia: non ci sono certezze.
– Alcuni dicono di non dare, in effetti, mai “consigli”. I genitori, che arrivano angosciati per il
problema del sonno del bambino, col tempo lo risolvono da soli.
– Altri sottolineano che in realtà di fatto si limitano ad ascoltare.
– Alcuni sottolineano che basi certe ci sono: la fisiologia. E’ importante che il pediatra la conosca e
la spieghi ai genitori, anche come linee anticipatorie. Questo riduce di molto i problemi successivi
(in effetti tutti i testi iniziano con le basi di fisiologia) anche se, secondo la maggioranza dei
presenti, ciò non sempre è sufficiente.- Importante, per porsi di fronte al paziente, è diventare consapevoli del nostro modello personale,
costruito negli anni, delle sue radici, delle sue motivazioni.
Lesmo. La contrapposizione che fa Sears fra natura e cultura è, a sua volta, una costruzione
culturale che presuppone che sia possibile scindere l’evoluzione biologica dell’essere umano da una
sovrapposizione socio-culturale. La natura dell’uomo è di essere un “essere culturale”. L’uomo, sin
dalla sua esistenza intrauterina è calato in un mondo culturale che lo informa. Dunque non si può
riportare il sonno dei bambini alla sua condizione “naturale”. Nessun bambino si stacca dal seno o
dal lettone senza pressioni esterne, perché nessun bambino è avulso da pressioni esterne,
consapevoli o inconsapevoli, volontarie o involontarie. Anche l’apparente assenza di “pressioni
esterne” è in realtà un elemento che plasma il soggetto. L’uomo è sempre relazionale. Gli stessi
bisogni del bambino prendono forma nel corso di rapporti interpersonali. Le sue richieste diventano
tali quando vengono interpretate come richieste, altrimenti sarebbero una serie di segnali
inascoltati.
Sears considera l’individuo una monade in grado di agire sulla base dei propri istinti,
indipendentemente dal contesto in cui è calato.
Estivill presuppone che la struttura sociale (qui per esempio l’organizzazione della vita famigliare)
si imponga sull’individuo, senza lasciargli margine per l’azione. Questa prospettiva è opposta a
quella individualista (è il singolo che determina la struttura, dunque, nel nostro caso, il bambino con
le sue esigenze e richieste che determina la struttura famigliare). Sono 2 prospettive opposte che da
sempre percorrono le scienze sociali.
La medicina punta sempre di più all’ enhancement del soggetto, al suo potenziamento. E’
interessante chiedersi quanto il singolo debba essere adeguato, anche mediante le pratiche mediche,
a certe categorie socio-culturali o quanto siano queste a doversi adattare all’individuo.
L’antropologia non individua pratiche “giuste” o “sbagliate”: tutte concorrono alla costruzione
dell’individuo. Però scegliendo di dare più peso a un modello piuttosto che a un altro il medico
influenza il soggetto, la società e la cultura.
Il medico è una figura socialmente legittimata a curare. Il medico “educa” comunque, anche quando
tenta di sottrarsi a questo ruolo, proprio per il suo stato sociale. Non rispondere alle richieste del
genitore o limitarsi ad ascoltarlo senza dare risposte sono comunque risposte, perché il medico
detiene il potere di cura.
Il genitore che viene ascoltato modifica il suo racconto secondo il tipo di interlocutore che ha di
fronte, opera delle scelte nella narrazione. Non esiste una verità da narrare.
Il medico deve essere consapevole del suo potere di curare, di interpretare i segnali e di fornire
risposte. Del potere di costruire l’individuo e quindi la società, del suo potere normativo e politico.
I modelli di fronte al problema del sonno corrispondono a modelli di individui e società diversi.
Per Brazelton l’autonomia è un valore in sé. L’autonomia in effetti nella cultura americana è
fondamentale ed è molto utile raggiungerla. Non è detto che in altre culture questo modello sia il
più utile ed efficace.
Quindi Brazelton è figlio della sua cultura e insieme, proponendo l’adeguazione a quella cultura
(senza, per esempio, criticarla) la rafforza.
Dobbiamo cercare di comprendere, attraverso la narrazione, la famiglia che abbiamo davanti, il suo
modello.
Il modello del medico non deve essere escluso. Anche se sul problema del sonno non ci sono
evidenze forti il medico ha una sua cultura, delle sue esperienze di vita e professionali che gli danno
sul tema una competenza (anche se non EBM fondata e non condivisa da altri operatori).
– Il medico può intervenire per far comprendere, non per imporre un altro punto di vista.
– Tutti gli autori colgono una parte di verità. Anche Estivill coglie che è importante guidare il
bambino, la Vegetti Finzi coglie che in certi casi l’intimità può essere eccessiva ecc.
– Il paternalismo significa voler influenzare. Diverso è fornire la propria chiave di lettura.Lesmo. La medicina non è una disciplina “forte”, ma è essa stessa dotata di una dimensione storica
e culturale (il modo biomedico è uno dei modi possibili di leggere la realtà che è comunque
complessa e non riducibile a un solo modello). Tanto più non è una disciplina forte in aree grigie
come questa del sonno (e la pluralità degli studi presentati lo dimostra)
La pratica medica diventa un lavoro di interpretazione e di negoziazione.
E’ possibile intervenire in modo consapevole nel processo di negoziazione esplicitando (almeno
verso se stessi) la scelta interpretativa adottata e non liquidando le interpretazioni fornite dagli
interlocutori come “strane” e “inadeguate”. Esse possono esserlo all’interno di quel paradigma
biomedico o entro le pratiche sociali di un particolare contesto, ma non in termini assoluti.
E’ da questi presupposti che si può elaborare un a risposta condivisa mediante una partecipazione
consapevole dei soggetti coinvolti nella relazione (ad esempio mediante la narrazione).
Lì i saperi si incontrano e si influenzano reciprocamente (dunque anche il paziente influenza il
medico!) col fine di costruire qualcosa di condiviso.
– Per una negoziazione e co-costruzione efficace il modello del medico non deve svanire, anzi deve
essere proposto in modo chiaro, anche se disponibile a modifiche (“Che ne dice di provare così?
Può provare e poi possiamo vedere se funziona”)
– Il sistema della negoziazione è superiore al sistema paternalistico perché è più efficace.
Le riflessioni sull’importanza di tener conto del punto di vista del paziente (della illness, ossia del
vissuto di malattia e non solo della desease, ossia della malattia organica) sono nate proprio
dall’esame dei ripetuti insuccessi della medicina paternalistica, cioè autoritaria, che tiene conto solo
del modello del medico.

 

Tratto da:

http://www.acpovest.it/Blog/genitorialita_22_3_2011.pdf