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Educare sì, ma a mani ferme

Episodi che ricordiamo, quale quello del genitore italiano fermato l’estate scorsa dalla Polizia locale durante un soggiorno di vacanza in Svezia, per aver schiaffeggiato il proprio bambino, riaccendono il dibattito sulle punizioni corporali quale metodo educativo per i figli. L’arresto del genitore in Svezia, seppur da molti giudicato assolutamente eccessivo (e a mio parere con ricadute potenzialmente molto negative riguardo all’immagine genitoriale agli occhi di quel figlio), non era tuttavia un sopruso legale, poiché in quel Paese, come in soli altri 32 Paesi nel mondo, di cui tuttavia 23 in Europa, vi è un esplicito divieto legislativo circa l’uso di punizioni fisiche e umilianti nei confronti dei bambini in tutti i contesti, compreso quello familiare.

In Italia, da anni, le punizioni fisiche sono vietate in ambito scolastico e nell’ordinamento penitenziario. Non vi è invece un esplicito divieto in ambito familiare. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, nella quale viene sancito che tutte le persone, indipendentemente da etnia, sesso, lingua, colore, religione, opinioni, ricchezza o status sociale hanno gli stessi diritti, è stata arricchita nel 1989 dalla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, ratificata da 192 Paesi, cioè da tutti i Paesi del mondo ad eccezione di Stati Uniti e Somalia, riconoscendo a pieno titolo ai minori gli stessi diritti degli adulti. Tra questi vi è esplicito il riferimento (Articolo 19) al diritto che i bambini hanno di essere protetti contro ogni violenza fisica e mentale, che non è possibile giustificare in nessun caso o situazione. In gran parte del mondo, per molti genitori crescere un figlio riconoscendone i diritti come individuo e come cittadino è un concetto piuttosto nuovo e inusuale. Molti di essi infatti sono stati educati prima che la Convenzione fosse scritta e comunque in un clima familiare nel quale il mondo degli adulti e quello dei bambini avevano pochi momenti di incontro e nel quale le punizioni fisiche erano socialmente riconosciute come una prassi educativa.

Secondo una recente indagine commissionata da Save the Children ad IPSOS, tuttora nel nostro Paese il 27% dei genitori ricorre più o meno di frequente con i propri figli agli schiaffi e circa un quarto di questi lo fa, poiché ritiene che sia un metodo educativo efficace. Inoltre, sempre secondo l’indagine, per il 57% degli intervistati dare uno schiaffo una volta ogni tanto non provoca conseguenze negative ed anzi può avere un effetto benefico. A smentire questo convincimento, già dai primi anni ’90 sono iniziati a comparire studi che evidenziavano come le punizioni corporali ed umilianti rivolte ai bambini potessero comprometterne un armonico sviluppo psicoemotivo e attualmente a tale riguardo vi è una mole considerevole di letteratura scientifica, supportata dalle cresciute competenze della psicologia e della neuropsichiatria infantile. Studi neuroradiologici hanno addirittura evidenziato come aree specifiche del cervello, deputate all’apprendimento ed altre implicate nella propensione all’uso di droghe, siano modificate nei bambini sottoposti a punizioni fisiche. Sostenuti da robuste evidenze scientifiche, i principali punti a sfavore delle punizioni fisiche sono la capacità di condizionare una riduzione dell’autostima e della sicurezza in sé stessi, timori all’esplorazione del contesto ed alla sperimentazione delle proprie capacità, approccio violento alla risoluzione dei problemi e dei conflitti interpersonali con propensione a comportamenti antisociali, instabilità emotiva, depressione. Poiché chi le infligge tende spesso ad assumere atteggiamenti sempre più violenti, numerosi rilievi hanno poi evidenziato, come deriva delle punizioni corporali, il maltrattamento vero e proprio, anche in ambito familiare.

Il contesto nel quale oggi siamo genitori, affannati a mantenere il posto di lavoro, ad attendere ad impegni talvolta incompatibili con lo spazio per gli affetti, a conseguire performance sempre più sfidanti (e spesso lontane dai nostri bisogni più veri e profondi), non è certo semplice. Siamo sempre più soli nell’allevare i figli (il 12% dei bambini vive con un solo genitore), sempre più lontani da un modello familiare nel quale nonni, fratelli, zii erano parte di un nucleo affettivo vicino e presente, in grado di tener sempre “acceso il focolare”. In questo contesto l’educazione della prole per molti genitori si è probabilmente caricata di adempimenti che vengono vissuti con ansia, consapevoli del mondo complesso ed estremamente competitivo nel quale i loro figli dovranno farsi spazio, ricorrendo dunque alle punizioni corporali quale metodo educativo ritenuto “rapido ed efficace”. Tuttavia non è così! Le punizioni fisiche e le altre punizioni degradanti indeboliscono il legame tra genitori e figli, generando sentimenti di rancore e ostilità nei confronti dei genitori, che spesso non espressi, inducono i bambini ad avere paura e quindi a mentire per difendersi. Insegnano loro inoltre un modello violento di risoluzione dei problemi e delle conflittualità, che spesso applicheranno con fratelli, amici o partner futuri. Dunque rinunciare ad educare i figli? Assolutamente no. La risposta va cercata in un modello di genitorialità positiva che certamente passa attraverso il tentativo di comprendere realmente cosa pensino i nostri figli e cosa determini i loro convincimenti, attraverso una costante rappresentazione del nostro essere presenti per loro, attraverso l’individuazione di obiettivi educativi di “lungo termine”, sui quali essere però coerenti ed inflessibili.

Marcello Lanari
Pediatria e Neonatologia, Imola (BO)
Direttore di Conoscere per Crescere

Articolo tratto dal sito della Società Italiana di Pediatria http://www.sip.it

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Per educare i bambini basta metodi: sono persone!

Perché tutta questa ossessione nel cercare e diffondere metodi per allevare i bambini?

Scorrere gli scaffali delle librerie o vedere trasmissioni televisive che trattano di puericultura è diventato un festival di chiacchiere senza alcun valore scientifico né pedagogico.

È davvero triste pensare quanto tutto questo renda i bambini soltanto “oggetti da impostare” tanto quanto gli elettrodomestici di casa.

Perché poi dovremmo farlo? Per non disturbare i genitori naturalmente! Ma anche per poter commercializzare i suddetti metodi attraverso operazioni di mercato che arricchiscono gli autori e impoveriscono gli affetti.

Sì, perché nella nostra società fatta di genitori che vanno di fretta – figli della cultura in cui “se i bambini piangevano si facevano i polmoni” -, lavoratori indefessi che devono sbarcare il lunario a causa di una situazione economica generale davvero preoccupante, i bambini non sono compresi.

Tutto questo offusca i valori familiari, i bebè sono considerati un intralcio, il tempo da passare con loro è sempre meno e i genitori sono sempre più stanchi.

C’è da capirli davvero.

Ma c’è anche da capire quei genitori (e sono sempre di più) che, pur lavorando e magari senza aiuti pratici, invece, riescono con gioia e soddisfazione a farcela da soli senza un metodo, senza un esperto pronto a sfornare prescrizioni dittatoriali sul sonno o sulla pappa dei piccoli, ma “soltanto” stando insieme ai propri figli e considerandoli persone capaci di sentimenti e meritevoli di rispetto e ascolto.

Sono sempre di più coloro che si informano e danno valore ai bisogni affettivi dei bambini e allo stesso modo sono sempre di più le fonti autorevoli a cui attingere. Basta volerlo e mettersi in gioco in profondità.

Mi spaventa molto questo annullamento della capacità critica dei genitori, situazione per altro voluta fortemente dal mercato che ruota intorno al genitore/consumatore.

Pochi si accorgono di quanto la maniera in cui sono stati allevati condizioni il modo in cui adesso allevano i propri figli.

I genitori trovano più familiarità con una “Tata” che prescriva così come è stato prescritto loro, piuttosto che compiere un salto generazionale che porti semplicemente ad una scelta informata.

Gli argomenti in questione sono infiniti: come gestire la gravidanza, il parto, l’allattamento, l’alimentazione complementare, il pannolino, il ritorno al lavoro della mamma, le crisi adolescenziali.

Ma l’argomento principe è, come sempre, il sonno infantile.

Ho già discusso nei miei due precedenti contributi a questa rubrica questo tema e perciò vi invito a dar loro un’occhiata, se siete interessati.

Ciò che desidero, invece, sottolineare in questa riflessione è che allevare i figli senza metodi altrui è possibile.

Si può ragionare con la propria testa ma ancora di più ascoltare il proprio cuore e il proprio istinto.

Si può dormire vicino ai bambini in sicurezza(1) e ciò gioverà alla loro autonomia e al sonno di tutti.

Si può allattare al seno quanto si desidera(2) e i bambini saranno autonomi e felici.

Si può dare ai bambini piccoli il cibo di famiglia con piccoli accorgimenti, senza riempirli di alimenti industriali.

Si può spengere la televisione o limitare i videogiochi.

Si possono fare lunghe passeggiate all’aria aperta portandosi il cestino da casa e lasciando stare la pila di panni da stirare.

I nostri bambini sono piccoli per poco tempo: un giorno chiuderanno la porta di casa e non sapremo dove sono né con chi usciranno.

Si può cominciare a cambiare il mondo cominciando a cambiare il proprio piccolo mondo.

Nel nostro Paese mancano gli esempi visivi, le mamme che allattano bambini grandicelli si vergognano di farlo in pubblico. Molti genitori non dicono a nessuno che dormono insieme ai propri figli perché temono il giudizio.

Siamo tutti ostaggi della paura di essere catalogati come cattivi genitori di bambini viziati.

Ma non è omologandoci ai metodi del momento o alle tate televisive che cresceremo figli felici o che saremo genitori modello.

I nostri bambini hanno bisogno di NOI e basta: anche i nostri errori serviranno a crescere, sia a loro che a noi.

I figli sono una grande occasione di consapevolezza, non lasciamocela scippare da estranei interessati a venderci un prodotto.

Recuperiamo la nostra capacità critica e le nostre competenze affettive ascoltando i bisogni irrinunciabili dei nostri bambini.

Confrontiamo la nostra cultura a basso contatto e i nostri adulti dipendenti, con le culture ad alto contatto dove bambini e adulti convivono serenamente.

Non sarà che forse è giunta l’ora di credere in noi stessi come genitori e di avere il coraggio di andare controcorrente educando alla molteplicità delle soluzioni, al rispetto reciproco fra genitori e figli senza mettere in mezzo il prodotto commerciale, la gerarchia ed il potere che fa paura e basta?

Non sarà che la nostra società non è più a misura di bambino?

Guardiamoci intorno, i bambini cresciuti ad alto contatto fisico ci sono anche dalle nostre parti… sono viziati, dipendenti e mancano di autonomia?

Fatemi sapere, penso di conoscere già le vostre risposte.

Alessandra Bortolotti

Per approfondire leggi il libro della dott.ssa Bortolotti E se poi prende il vizio?

Note:
1. J.J. McKenna, Di notte con tuo figlio, Torino, Il leone verde Edizioni, 2011
2. P. Negri, Sapore di mamma, Torino, Il leone verde Edizioni, 2009

Articolo tratto dal sito http://www.bambinonaturale.it