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NATI PER LEGGERE A SANT’ILARIO D’ENZA

Leggere ad un bambino è il miglior stimolo che il genitore può offrire per la pienezza dello sviluppo del proprio figlio. Quale mamma e papà non vorrebbe arrivare a questo obiettivo? La ricerca scientifica ha confermato i benefici della lettura non solo sul piano del linguaggio e dell’alfabetizzazione, ma anche per alcune abilità della mente come l’intelligenza emotiva, le capacità di narrare, l’empatia: abilità che fanno la differenza nelle relazioni umane e nel lavoro. Poi, condividere la lettura di un bel libro con il proprio figlio è una delle esperienze più divertenti che si possano fare!!

Per questi motivi, quest’anno ci saranno una serie di opportunità di lettura presso la Casa della Salute di Sant’Ilario d’Enza, a cura delle volontarie Nati per Leggere:”TI LEGGO UNA STORIA“. Ogni secondo martedì del mese, presso la palestra gestanti della Casa della Salute, ci sarà la possibilità di ascoltare, leggere storie per bambini dai……..pochi  mesi in su!!!

Inoltre, ogni primo giovedì del mese, presso la Biblioteca di Sant’Ilario d’Enza, ci saranno le “FILOSTROCCHE DEL GIOVEDI'”, storie ad alta voce sempre a cura delle volontarie Nati per Leggere in collaborazione con le volontarie de “Al Filos”

BUONA LETTURA A TUTTI!!!!

 

NplCasaDellaSalute

 

 

Prossimo incontro Mums4Mums: Leggimi forte: non è mai troppo presto per iniziare a leggere ai nostri bimbi

Il prossimo sabato, 15 febbrario, alle 10.00 ci sarà il nostro prossimo incontro. Sarà l’occasione per parlare dell’importanza della lettura ad alta voce fin dai primissimi mesi..avremo con noi una lettrice volontaria di Nati per Leggere, tanti libri da guardare, leggere e consigliarci, portare la nostra/vostra esperienza di lettrici e piccoli lettori. Partecipate!!! l’incontro, come sempre, aperto a tutti!!!

Questo sabato portiamo un libro che ci è piaciuto tanto quando eravamo piccoli noi, oppure che ci è piaciuto tanto leggere a nostro figlio o magari il libro preferito di nostro figlio, così potremo scambiarci idee, pareri ed esperienze di lettura!
Vi aspettiamo!!!!!!

 

Nati per leggere La lettura sin dai primi mesi di vita: un grande gesto d’amore

Abbiamo mai pensato che un libro potesse essere il migliore amico del nostro bambino, sin dalla tenera età di sei mesi e che trascorrere del tempo con i nostri figli leggendo loro pagine e pagine ad alta voce potesse essere un modo per entrare in relazione profonda, amarli e trascorrere del tempo di qualità, in relax, tutti insieme?

Giorgia Cozza, autrice del recentissimo Me lo leggi? (Il leone verde), ci racconta i mille benefici a doppio senso del leggere per e con i nostri bambini.

La lettura è attenzione, tempo che il genitore dedica al suo piccino, è un appuntamento speciale, una pausa affettuosa tra i mille impegni quotidiani

Perché è importante iniziare a leggere ad alta voce al proprio bambino sin dai primi mesi di vita? 

Prima di tutto perché… è un gesto d’amore! È un modo molto bello di stare insieme: il bimbo è in braccio alla mamma o al papà, insieme sfogliano le pagine colorate di un libro. La voce del genitore accompagna le immagini, dà un nome agli oggetti raffigurati, li indica al piccolo. Il libro è divertente e nell’abbraccio materno si sta bene… Quando il bimbo è tanto piccino, la lettura condivisa è soprattutto coccola, vicinanza, affetto. Si parte da qui e, di libro in libro, chissà dove si arriverà!

Cosa può dare al nostro bambino la lettura ad alta volte in termini di apprendimento e sviluppo delle capacità cognitive? 

Ci sono numerosi studi a questo proposito ed è incredibile quanto bene possa fare un gesto così semplice, come leggere un libro per i nostri bambini. I tempi di attenzione pian piano si allungano, si crea l’abitudine all’ascolto, si sollecitano immaginazione e curiosità. Il linguaggio e la comprensione verbale si ampliano, grazie a nuovi termini che vanno ad arricchire il vocabolario del bambino e la struttura sintattica delle frasi. Si consolida l’intelligenza narrativa, ovvero la capacità innata di organizzare il pensiero in termini narrativi secondo sequenze logico-temporali. È stato inoltre dimostrato un collegamento tra questa consuetudine e, raggiunta l’età scolare, un apprendimento più rapido e meno difficoltoso della lettura. Non solo. La confidenza con il linguaggio letterario, più preciso rispetto al linguaggio parlato, e la dimestichezza con i ritmi narrativi che caratterizzano le storie lette dai genitori, possono favorire anche la produzione scritta, aiutando il bambino a esprimere pensieri, descrivere e raccontare eventi, sviluppando dei testi ricchi e ben strutturati. Per tutti questi motivi, la consuetudine di leggere ai più piccini viene considerata anche una forma di prevenzione nei confronti dell’insuccesso e quindi dell’abbandono scolastico. Infine, pare che la lettura condivisa sia la premessa ideale per crescere un “futuro lettore”.

Cosa dà al bambino in termini di relazione con i genitori e in generale con chi legge con continuità per lui? 

Tantissimo. Perché la lettura condivisa non è solo… lettura. È attenzione, tempo che il genitore dedica al suo piccino, è un appuntamento speciale, una pausa affettuosa tra i mille impegni quotidiani. Sfogliando insieme le pagine di un libro, leggendo una storia, raccontando una fiaba si entra in relazione con il proprio bambino, una relazione fatta di contatto, di sguardi e di voce. Il bimbo assapora la storia narrata e, ancor di più, l’attenzione esclusiva che gli viene riservata. Fiabe e racconti lo aiutano a comprendere meglio la realtà che lo circonda, ma anche i suoi stessi sentimenti, desideri e paure. E in questo percorso, l’adulto è con lui e la lettura condivisa diventa condivisione di emozioni, riflessioni, conoscenze…

Come si sceglie un libro adatto ad un bambino di 6 mesi, 18 mesi, 3 anni e 6 anni? 

Un suggerimento valido per ogni età: leggere un po’ di tutto, leggere libri che ci piacciono. Al nostro bambino e a noi. Detto questo, a sei mesi un bimbo è un lettore “multisensoriale”: per conoscere il libro deve manipolarlo, assaggiarlo, scoprire che rumore fa cadendo sul pavimento… Meglio scegliere libri in cartone, resistenti e facili da pulire, realizzati in materiali atossici (dato che il bimbo li porta alla bocca).

A diciotto mesi, il bimbo comprende e memorizza con facilità storie brevi, in cui il protagonista (un bimbo o un animale) compie una successione di azioni a lui note (giocare, pranzare, fare una passeggiata).

Dal terzo compleanno particolarmente apprezzate sono fiabe e racconti che spiegano il “perché”, l’origine e il funzionamento degli oggetti e dei fenomeni naturali.

A molti bimbi piacciono i libri che offrono informazioni sulla natura, gli animali, la terra, i vulcani. Ma in questa fase sono importanti anche i libri che raccontano la realtà interiore, dando voce alle emozioni del bambino (la preoccupazione di fronte a un’esperienza nuova, l’ingresso alla scuola materna, la paura di perdere l’attenzione dei genitori con la nascita di un fratellino).

A 6 anni la scelta del libro è guidata dal bambino stesso, dai suoi gusti in fatto di storie e dal suo stile di lettore: il suggerimento è di ascoltare e assecondare le sue preferenze.

Una domanda “personale”: qual è il tuo primo ricordo d’infanzia legato alla lettura? 

Il mio babbo che, seduto accanto al letto, nella penombra dell’abatjour, mi leggeva le favole degli animali. Il librone di fiabe che era appartenuto alla mia mamma da bambina, con storie lette e rilette e oggi “tramandate” ai miei figli. Il volume di Zanna Bianca, dono della mia amatissima nonna, per festeggiare l’ingresso alla scuola elementare. Robinson Crusoe, quante ore trascorse a sognare di vivere su un’isola deserta! E la Zuppa di Bottoni di Paperina che mi torna in mente ogni volta che preparo la minestra… Ok, mi fermo qui!

I tempi di attenzione pian piano si allungano, si crea l’abitudine all’ascolto, si sollecitano immaginazione e curiosità

Abbiamo intervistato 

Giorgia Cozza

Giornalista comasca collabora con varie riviste specializzate (Donna&Mamma, Io e il mio Bambino, Dolce Attesa) occupandosi di gravidanza, allattamento, psicologia, salute della mamma e del bambino. È autrice di vari testi legati al settore materno-infantile: E adesso… cresco (Sfera-RCS, 2007), E adesso… regole (Sfera-RCS, 2012), Bebè a costo zero (Il leone verde, 2008 e Mondadori 2012), Quando l’attesa si interrompe (Il leone verde, 2010), Goccia di vita (Editrice AVE, 2010), Me lo leggi? (Il leone verde, 2012), Allattare e lavorare si può (Da mamma a mamma, 2012) e delle Storie di Alice, collana per bimbi da 0 a 6 anni (Il leone verde). È co-autrice di Allattamento al seno (De Agostini, 2011).

Per contatti: giorgia.cozza@giornaledisondrio.it

 

Articolo tratto dal sito:

http://www.viviconsapevole.it/articoli/nati-per-leggere.php

IMPARARE IL LINGUAGGIO DALLA TV O DA VIDEO DEDICATI?

Se lo scopo che ci prefiggiamo è quello di migliorare le competenze del bambino in riferimento al linguaggio recettivo ed espressivo, esporre il bambino alla TV o a programmi video interattivi tramite DVD potrebbe favorire un miglioramento del linguaggio? Per rispondere a questo interrogativo sono stati effettuati diversi studi di intervento realizzati con l’obiettivo di valutare l’efficacia dei diversi supporti multimediali e video rivolti ai bambini dei primi mesi o primi anni di vita. In uno dei più recenti studi sono stati testati 88 bambini tra i dodici e i venticinque mesi di età. Metà dei bambini utilizzarono per sei settimane il DVD “Baby Einstein”, mentre metà fungeva da gruppo di controllo. Alla fine del periodo di esposizione è risultato che i bambini del gruppo di intervento con il DVD non avevano presentato nessun arricchimento di vocabolario rispetto al gruppo di controllo.

Richert RA, Robb MB, Fender JG, Wartella E. Word learning from baby videos. Arch Pediatr Adolesc Med. 2010 May;164(5):432-7.

OBJECTIVE: To examine whether children between 12 and 25 months of age learn words from an infant-directed DVD designed for that purpose. DESIGN: Half of the children received a DVD to watch in their home over the course of 6 weeks. SETTING: All participants returned to a laboratory for testing on vocabulary acquisition every 2 weeks. PARTICIPANTS: Ninety-six 12- to 24-month-old children. MAIN EXPOSURE: Baby videos. MAIN OUTCOME MEASURES: Parent report and observational measures of vocabulary acquisition related to words highlighted in the DVD; parent report of general language development; and parent report of children’s media use. RESULTS: The age at first viewing of baby DVDs was related to children’s general language development. There was no evidence of learning words highlighted in the infant-directed DVD independent of parental intervention. CONCLUSIONS: Researchers should continue to examine whether infant-directed media are effective in teaching infants and toddlers content and consider the cognitive factors related to whether very young viewers should be expected to learn from a DVD.

Per imparare dal video è necessaria l’interazione sociale, ossia la presenza di un adulto che si relazioni affettivamente con il bambino: è questa la conclusione che tutti gli studi rivolti a valutare l’efficacia. Ormai sono numerosissimi gli studi che hanno valutato l’esposizione dei bambini verso i media e l’esito sul linguaggio. Non solo non vi è un miglioramento del linguaggio anche se l’esposizione al video è su programmi dedicati per la fascia di età, ma, più spesso, è presente una riduzione nello sviluppo del linguaggio, soprattutto se l’esposizione video è con contenuti per adulti. Di più, il peggioramento dell’esito sul linguaggio è associato proporzionalmente alla quantità di esposizione al contenuto mediale.

Robb MB, Richert RA, Wartella EA. Just a talking book? Word learning from watching baby videos. Br J Dev Psychol. 2009 Mar; 27(Pt 1):27-45.

This study examined the relationship between viewing an infant DVD and expressive and receptive language outcomes. Children between 12 and 15 months were randomly assigned to view Baby Wordsworth, a DVD highlighting words around the house marketed for children beginning at 12 months of age. Viewings took place in home settings over 6 weeks. After every 2 weeks and five exposures to the DVD, children were assessed on expressive and receptive communication measures.

Results indicated there was no increased growth on either outcome for children who had viewed the DVD as compared to children in the control group, even after multiple exposures. After controlling for age, gender, cognitive developmental level, income, and parent education, the most significant predictor of vocabulary comprehension and production scores was the amount of time children were read to.

Nelle ultime decadi la quantità di tempo libero dedicato dai genitori ai loro figli è diminuita in termini consistenti, mentre cresce a dismisura il fatturato plurimiliardario dell’industria dei prodotti video che promettono un miglior sviluppo dell’intelligenza dei bambini. Lo studio di Zimmerman e coll. sulla valutazione dell’efficacia di uno tra questi prodotti video DVD per bambini, il più reclamizzato e venduto sul mercato, portò alla conclusione che non solo non vi era un miglioramento delle capacità linguistico cognitive nei bambini, ma si associava ad un peggioramento delle abilità comunicative rispetto al gruppo di controllo. La presenza di familiari adulti non migliorava l’esito all’esposizione del DVD. La Walt Disney Company, proprietaria del marchio e del prodotto video chiese ufficialmente all’Università di Washigton una ritrattazione dello studio, contestando numerose inesattezze. (v. Walt Disney domanda ritrattazione ). Dopo una consultazione con gli autori dello studio, l’Università emise un comunicato stampa in cui rifiutava di accettare le richieste della Company, confermando i risultati dello studio (v. risposta Univ. Washington )

Zimmerman FJ, Chirstakis, DA, Melzoff, AN. Associations between Media Viewing and Language Development in Children Under Age 2 Years. J Pediatr 2007;151:364-8

Objective To test the association of media exposure with language development in children under age 2 years. Study design A total of 1008 parents of children age 2 to 24 months, identified by birth certificates, were surveyed by telephone in February 2006. Questions were asked about child and parent demographics, child-parent interactions, and child’s viewing of several content types of television and DVDs/videos. Parents were also asked to complete the short form of the MacArthur-Bates Communicative Development Inventory (CDI). The associations between normed CDI scores and media exposure were evaluated using multivariate regression, controlling for parent and child demographics and parent–child interactions. Results Among infants (age 8 to 16 months), each hour per day of viewing baby DVDs/videos was associated with a 16.99-point decrement in CDI score in a fully adjusted model (95% confidence interval__26.20 to _7.77). Among toddlers (age 17 to 24 months), there were no significant associations between any type of media exposure and CDI scores. Amount of parental viewing with the child was not significantly associated with CDI scores in either infants or toddlers. Conclusions Further research is required to determine the reasons for an association between early viewing of baby DVDs/videos and poor language development.

Schmidt ME, , Rich M,  Rifas-Shiman SL,  Emily Oken E,  Taveras EM. Television Viewing in Infancy and Child Cognition at 3 Years of Age in a US Cohort. Pediatrics 2009;123:e370–e375

OBJECTIVE. To examine the extent to which infant television viewing is associated with language and visual motor skills at 3 years of age. MEASURES.We studied 872 children who were participants in Project Viva, a prospective cohort. The design used was a longitudinal survey, and the setting was a multisite group practice in Massachusetts. At 6 months, 1 year, and 2 years, mothers reported the number of hours their children watched television in a 24-hour period, from which we derived a weighted average of daily television viewing. We used multivariable regression analyses to predict the independent associations of television viewing between birth and 2 years with Peabody Picture Vocabulary Test III and Wide-Range Assessment of Visual Motor Abilities scores at 3 years of age. RESULTS. Mean daily television viewing in infancy (birth to 2 years) was 1.2 (SD: 0.9) hours, less than has been found in other studies of this age group. Mean Peabody Picture Vocabulary Test III score at age 3 was 104.8 (SD: 14.2); mean standardized total Wide-Range Assessment of Visual Motor Abilities score at age 3 was 102.6 (SD: 11.2). After adjusting for maternal age, income, education, Peabody Picture Vocabulary Test III score, marital status, and parity, and child’s age, gender, birth weight for gestational age, breastfeeding duration,  ace/ethnicity, primary language, and average daily sleep duration, we found that each additional hour of television viewing in infancy was not associated with Peabody Picture Vocabulary Test III or total standardized Wide-Range Assessment of Visual Motor Abilities scores at age 3. CONCLUSION. Television viewing in infancy does not seem to be associated with language or visual motor skills at 3 years of age.

DeLoache JS, Chiong C, Sherman K, Islam N, Vanderborght M, Troseth GL, Strouse GA, O’Doherty K.  Do Babies Learn From Baby Media? Psychological Science 21(11) 1570 –1574

Abstract In recent years, parents in the United States and worldwide have purchased enormous numbers of videos and DVDs designed and marketed for infants, many assuming that their children would benefit from watching them. We examined how many new words 12- to 18-month-old children learned from viewing a popular DVD several times a week for 4 weeks at home. The most important result was that children who viewed the DVD did not learn any more words from their monthlong exposure to it than did a control group. The highest level of learning occurred in a no-video condition in which parents tried to teach their children the same target words during everyday activities. Another important result was that parents who liked the DVD tended to overestimate how much their children had learned from it. We conclude that infants learn relatively little from infant media and that their parents sometimes overestimate what they do learn.

Uno studio prospettico che ha coinvolto 253 coppie madre-figlio di bassa estrazione sociale ha voluto misurare l’impatto dell’esposizione al video di bambini di sei mesi di età associando questa all’interazione con il genitore. I dati sui tempi di esposizione ai media (televisione, DVD, cinema, video games) così come i momenti di interazione con il genitore sono stati raccolti tramite intervista o per mezzo di un diario ed è stata eseguita una misurazione del linguaggio al bambino all’età di quattordici mesi. I risultati dello studio hanno dimostrato che l’interazione verbale durante l’esposizione al video riduce l’impatto negativo sul linguaggio, confermando altresì l’impatto negativo del video in assenza di interazione ma non un impatto positivo sul linguaggio dovuto all’interazione verbale tra genitore e bambino durante l’esposizione video. In alcuni casi l’impatto della relazione verbale genitore-bambino può migliorare l’esito sul linguaggio anche se questo non può essere completamente confermato in quanto possono essere presenti altri tipi di stimolazione cognitiva ed educativa nel contesto ambientale in cui vive la famiglia (Fig 3).

Alan L. Mendelsohn AL,  Brockmeyer CA, Dreyer BP, Fierman AH, Berkule-Silberman SB and Tomopoulos S. Do Verbal Interactions with Infants During Electronic Media Exposure Mitigate Adverse Impacts on their Language Development as Toddlers? Inf. Child. Dev. 2010; 19: 577–593

The goal of this study was to determine whether verbal interactions between mothers and their 6-month-old infants during media exposure (‘media verbal interactions’) might have direct positive impacts, or mitigate any potential adverse impacts  of media exposure, on language development at 14 months. For 253 low-income mother–infant dyads participating in a longitudinal study, media exposure and media verbal interactions were assessed using 24-hour recall diaries. Additionally, general level of cognitive stimulation in the home [StimQ] was assessed at 6 months and language development [Preschool Language Scale-4] was assessed at 14 months. Results suggest that media verbal interactions play a role in the language development of infants from low-income, immigrant families. Evidence showed that media verbal interactions moderated adverse impacts of media exposure found on 14-month language development, with adverse associations found only in the absence the these interactions. Findings also suggest that media verbal interactions may have some direct positive impacts on language development, in that media verbal interactions during the co-viewing of media with educational content (but not other content) were predictive of 14-month language independently of overall level of cognitive stimulation in the home.

Da una relazione del Dott.Panza Costantino

“In principio era il suono”

Il feto sviluppa molto precocemente la capacità di ascoltare, di riconoscere e memorizzare le voci e i suoni. Già durante la gravidanza, attraverso la voce, il canto e la
musica, è possibile favorire una comunicazione tra la madre e il bambino; in particolare la modalità di esprimersi in motherese si è dimostrata in grado di attivare nel
neonato specifiche zone cerebrali normalmente interessate alla regolazione delle emozioni. Gli studi di neuroscienze stanno indicando che il suono, vocale o strumentale,
svolge un ruolo importante per lo sviluppo neurologico. La componente prosodica
della voce materna (cioè la parte ritmica e melodica) è quindi da considerare una vera
e propria forma di contatto emozionale, una forma di abbraccio non corporeo. La
grande plasticità cerebrale del periodo perinatale può trovare nella voce e nella musica un potente attivatore in grado di produrre contemporaneamente stimolo e piacere.
Per questi motivi i progetti “Nati per Leggere” e “Nati per la Musica” vanno considerati strettamente collegati e integrati.
Parole chiave Feto. Voce materna. Musica. Neuroscienze

“In principio era il suono, e il suono era
presso la madre, e il suono era la madre”
[1]. Con questa frase dello psicanalista Franco Fornari apriamo la porta della percezione uditiva del feto e del neonato ed entriamo in un mondo nuovo, il
mondo dell’inizio. Per almeno un terzo della gravidanza l’essere umano vive
immerso in un ambiente sonoro; come un cieco il feto vive ciò che sente, e la sua esistenza è completamente contenuta in un liquido che parla. Questa continua stimolazione uditiva e questo costante esercizio d’ascolto producono una veloce maturazione dell’udito, così che alla nascita questo appare come un’unico organo già completamente mielinizzato [2].

Ma cosa ascolta il bambino nella pancia? Ascolta soprattutto la madre, e come ricorda Fornari, per lui la madre è un suono, nel senso che è proprio attraverso il suono che ne può fare esperienza diretta. È stato molto enfatizzato il rumore del battito cardiaco, ma questo essendo un rumore ‘bianco’ (cioè costante e sempre uguale) probabilmente è percepito nel momento in cui sparisce (quindi subito dopo la nascita); è sicuramente più interessante il rumore del respiro materno, più variabile e ritmico e simile alla risacca sulla spiaggia; ma il concerto viene dai suoni degli organi addominali connessi alle numerose funzioni materne:
alimentazione, digestione, evacuazione (nelle ultime settimane la testa del feto è separata dalla vescica e dall’ampolla rettale materne soltanto dalla sottile parete dell’utero). Su questo ricco sfondo sonoro si inserisce la vera musica: la voce della mamma. Questa proviene al feto direttamente dall’interno, propagandosi attraverso gli organi, in particolare l’apparato scheletrico; dalla laringe la voce scende lungo la colonna vertebrale e giunge al bacino che funge da cassa di risonanza (ma anche il movimento del diaframma, direttamente collegato con l’emissione del suono soprattutto durante il canto, è in grado di produrre variazioni pressorie addominali percepibili dal feto). Nel liquido l’orecchio esterno e quello medio hanno una scarsa funzione uditiva e lo stimolo acustico arriva direttamente alla coclea (e per il feto anche l’olfatto è una percezione di natura liquida e non aerea) [2-3]. Nel corso della gravidanza i suoni vengono filtrati dal liquido amniotico che li trasforma in vibrazione; questo provoca un effetto di filtro sui suoni acuti, mentre vengono mantenuti quasi inalterati i suoni gravi (< 500 Hz). Ne consegue che le basse frequenze sono quelle per le quali il feto dimostra maggiore interesse (nel senso di risposta comportamentale specifica e selettiva); così a un concerto il feto sentirà meglio violoncello e contrabbasso, un po’ meno violini e flauti. I suoni esterni (comprese le voci del papà e dei fratellini) vengono percepiti in forma attenuata (soprattutto se di bassa entità, < 60 dB); anche per questi è sempre il corpo materno a garantire la loro trasmissione al feto (la madre cioè continua a svolgere una formidabile azione di filtro tra il mondo e il bambino) [4-5]. Sono numerosi gli studi che hanno documentato la capacità del feto di riconoscere un brano musicale o un testo letto ad alta voce dopo un ascolto reiterato dell’ultimo trimestre di gravidanza (lo studio di Hepper ha utilizzato brani musicali delle trasmissioni televisive delle soap opera; altre ricerche invece hanno usato la lettura di favole o filastrocche) [6-9]. Con queste ricerche è stato possibile documentare una preferenza per la voce femminile, soprattutto se cantata (nel liquido la voce cantata subisce una minore deformazione, mantenendo intonazione e ritmo); uno studio recente ha evidenziato la capacità nel feto (dopo le 33 settimane di gestazione) di distinguere la voce della propria madre rispetto a una voce femminile estranea e di riconoscere la lingua ‘madre’ rispetto a un altro idioma [10]. Il decremento di risposta (habituation) mostrato dal feto a seguito di uno stimolo uditivo ripetuto deve essere considerato una forma primitiva di apprendimento con funzioni adattive all’ambiente uterino [3-11]. Fin dalla gravidanza il bambino conosce e riconosce la voce materna; in particolare diventano familiari gli aspetti prosodici della voce. Sono il tono e la melodia a stimolare il bambino e a coinvolgerlo, perché per lui questa voce è prima di tutto musica e ritmo. Il ritmo vocale può tranquillizzarlo o eccitarlo, rassicurarlo o preoccuparlo; attraverso il suono il feto può riconoscere i sentimenti della madre ed entrare in sintonia con lei. L’ascolto e la conoscenza di questa voce sono per lui un’esperienza globale e profonda, in grado di coinvolgere tutti gli altri sensi e ren dere attiva la sua mente in formazione. Altre ricerche hanno evidenziato che anche i neonati pretermine (all’incirca dalla 32ª settimana) sono sensibili e reattivi alla voce materna; per loro è possibile predisporre esperienze positive utilizzando la voce dei genitori (anche l’ef fetto calmante e analgesico della voce è stato documentato e misurato) [12]. Secondo lo psicofonologo Alfred Tomatis “per un bambino perdere la voce della madre significa perdere l’immagine del proprio corpo”, perché questo suono all’inizio della vita è parte di lui e possiede una valenza identitaria [2]; in questa fase della vita la sua identità coincide con quanto è in grado di percepire: “egli pensa per emozione e sentimento”. Il ritmo della voce materna è probabilmente il principale attore di continuità tra la vita prenatale e quella postnatale; dobbiamo ricordarci che quando il bambino nasce ha già vissuto esperienze significative che ne determinano i comportamenti fin dai primi momenti dopo il parto. Le localizzazioni prosodiche prelinguistiche (prive quindi di significati simbolici e astratti) sono da considerare delle vere e proprie forme di contatto emozionale; la voce diventa una sorta di estensione non corporea dell’abbraccio e del contatto materno. Nel feto coclea e apparato vestibolare maturano insieme verso il 5° mese di gestazione, rendendo l’ascolto e il movimento interdipendenti [2]. Si può pensare che lo stimolo uditivo sia quindi al contempo anche uno stimolo tattile e la madre attraverso la voce possa in un certo qual modo “massaggiare” il bambino; le ninnenanne infatti sono vere e proprie forme di cullamento vocale che si sono selezionate nel corso di migliaia di anni; dobbiamo considerarle primitive abilità genitoriali, probabilmente vantaggiose anche dal punto di vista evolutivo (ed è per questo che sono simili in tutte le culture di ogni parte del mondo). La lingua materna è quindi il prodotto di una lunga selezione che permette una prima forma di legame madre-bambino, in grado di attivare quel processo di attaccamento che si affinerà col tempo. Il cosiddetto motherese o “mammese” è la modalità cantilenante caratteristica di chi si rivolge a un bambino piccolo; in maniera non consapevole vengono utilizzati vocali allungate, toni alti, ritmo lento, pause lunghe, ripetizioni, sottolineature e accentuazioni esagerate. Nel motherese il contenuto del messaggio è rappresentato dalla melodia stessa; in questa modalità di comunicazione vengono resi leggibili i sentimenti e le intenzioni di chi parla.  Attraverso la musicalità dell’espressione materna il neonato (e il feto) inizia a conoscere se stesso e a “sentirsi sentito”; questo tipo di comunicazione va considerata una profonda e raffinata modalità di “rispecchiamento” tra la mamma e il bambino. Recentemente alcuni studi di neuroscienze hanno evidenziato e documentato come la lettura di un testo in motherese, rispetto allo stesso testo letto dalla stessa persona con voce ordinaria, sia in grado di attivare nel neonato specifiche zone cerebrali normalmente interessate alla regolazione delle emozioni [13]. Sembra proprio che di questo stimolo primario il feto-neonato abbia bisogno, come fosse un cibo per la mente; e sembra che le mamme, senza esserne pienamente consapevoli, conoscano benissimo questo bisogno del bambino. Dal linguaggio sonoro primordiale, mano a mano che lo sviluppo cerebrale procede la propria maturazione, nasce quel linguaggio simbolico, ricco e articolato, che permette alla nostra specie una comunicazione raffinata e un pensiero elaborato. Si ritiene che la specializzazione per la lingua materna non sia innata ma acquisita, e quindi quella che appare come un’abilità innata è in realtà soltanto una competenza appresa molto precocemente. Ormai sappiamo che l’esperienza ha un ruolo fondamentale nel guidare la modulazione del potenziale genetico, ed esistono prove a favore della supremazia della funzione sulla struttura. È ormai noto che sono i neuroni mirror a generare una “rappresentazione interna” di quanto esperito, rendendo possibili la comprensione e l’apprendimento attraverso l’imitazione, ed è la selettività di risposta di queste cellule altamente specializzate a produrre quello ‘spazio condiviso’ che funge da base per l’inter soggettività e le relazioni sociali [14]. Nel prossimo futuro sarà possibile definire meglio l’ontogenesi dei neuroni specchio e quindi comprendere cosa li favorisce e cosa li inibisce; potremo quindi capire come si sviluppano e come agiscono i cosiddetti neuroni ‘eco’, cioè quel gruppo di cellule dedicate alla comprensione e alla produzione dei suoni [14]. Intanto che la ricerca prosegue, dobbiamo soltanto continuare a fare quanto da migliaia di anni le madri vanno facendo con i loro piccoli: parlare, cantare, ninnare.

In base a quanto esposto finora l’Autore ritiene che i progetti “Nati per Leggere” e “Nati per la Musica” in un certo senso si sovrappongano e si integrino. Inizialmente la parola è suono e il suono è il linguaggio, e pertanto fin dalla gravidanza, attraverso la voce e il canto, è possibile favorire una comunicazione tra la madre e il bambino. Anche l’ascolto della musica deve essere favorito: quello che ascolta la madre lo ascolta anche il feto, e i brani musicali già sperimentati in utero potranno essere usati per rilassare il bambino dopo la nascita. La musica vocale o strumentale può facilitare l’acquisizione di un ritmo e stimolare lo sviluppo neurologico. La grande elasticità cerebrale tipica del primo semestre di vita può trovare nel suono un potente attivatore, in grado di produrre contemporaneamente stimolo e piacere. Verrà il giorno in cui la voce si trasformerà in linguaggio, la parola in pensiero e il pensiero in conoscenza, ma la voce della mamma udita all’inizio del tempo rimarrà dentro nel profondo fino alla fine del tempo.

Articolo di Alessandro Volta tratto da Quaderni ACP:

http://db.acp.it/Quaderni2007.nsf/bb932302c16c9a9dc1256f430065da21/0c69b93a3b34fcb6c125772d004c9628/$FILE/89-91.pdf