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Popò e pipì, tutte le FAQ di Stefano Gorini

FAQ 
Speciale Popò e pipì
A cura di Stefano Gorini pediatra di famiglia, Rimini e-mail stgorin@tin.it – ritratto

POPÓ
Quali sono le caratteristiche delle feci nel lattante?
Chi assume solo latte (materno o artificiale) emette feci semi-liquide o cremose di colore giallo-oro a volte tendente al verde. Il ritmo delle evacuazioni è naturalmente variabile da bambino a bambino: alcuni lattanti evacuano tutte le volte che prendono il latte, altri anche una volta ogni 5-6 giorni.
Un bambino che non evacua tutti i giorni è stitico?
La stipsi è l’emissione difficoltosa di feci dure; la caratteristica principale non è tanto la frequenza delle evacuazioni, ma la difficoltà di evacuare. Alcuni bimbi si liberano tutti i giorni o anche 2-3 volte al giorno, altri una volta ogni 3-4 giorni, ma se questo avviene senza fatica e le feci sono normali non c’è stipsi.
Quali sono le cause della stipsi?
La stipsi può essere dovuta a cause organiche, psicologiche e infine funzionali, le più frequenti. In questo caso si vede che il bambino tende “a trattenere” le feci, ad esempio perché queste sono dure a causa di una dieta povera di fibre (frutta e verdura) e vuole evitare il dolore legato all’evacuazione, oppure perché non riesce ad abituarsi al fatto che è stato tolto il pannolino.
Cosa fare?
Le buone abitudini alimentari si apprendono da piccoli ed è necessario abituare i bambini precocemente a mangiare frutta e verdura. Utili in particolare prugne e kiwi, verdure verdi, legumi e cibi integrali. Bisogna poi educare il bambino ad evacuare sempre allo stesso orario e a gambine ben aperte e appoggiate per terra. Se questo non è sufficiente sarà compito del medico ricorrere eventualmente ai farmaci.

PIPÍ
È normale trovare delle macchie rosse sul pannolino bagnato di pipì?
Nei neonati e dei bambini piccoli possono comparire delle macchie sul pannolino bagnato dovute alla presenza di sostanze contenute nell’urina (urati) che depositandosi sul pannolino danno una caratteristica colorazione rosata. È un fenomeno transitorio e non patologico.
È necessario curare l’enuresi?
Prima di decidere se curare e quale terapia sia più corretta occorre considerare che l’enuresi è un fenomeno che si risolve, nella quasi totalità dei casi, spontaneamente. Gli interventi che vengono attuati sono tesi ad accelerare la maturazione del controllo della vescica e/o a ridurre il volume totale di liquidi che arrivano alla vescica durante la notte. Il fine è quello di permettere al bimbo di condurre una vita normale e di evitare che possa manifestare un disagio. La terapia può essere farmacologica o comportamentale: sta al medico insieme alla famiglia decidere quale sia più adatta.
Quando togliere il pannolino anche la notte?
È del tutto normale che i bambini piccoli si bagnino durante la notte perché la vescica non ha ancora raggiunto una piena maturazione, sia riguardo al volume di urina che è in grado di contenere, sia riguardo ai meccanismi che permettono al bambino di controllare la fuoriuscita della pipì. Ma quando ci si accorge che la mattina il pannolino è quasi sempre asciutto vuol dire che questa maturazione è ormai completata e perciò il pannolino non serve più.
Cosa fare in caso di disturbi urinari diurni?
Si può fare la “rieducazione minzionale”, una specie di ginnastica per abituare la vescica a svuotarsi nei tempi e modi corretti. Se il bimbo trattiene la pipì la vescica tende a dilatarsi con la conseguenza di non funzionare correttamente.
Perciò spiegate al bambino che non appena sente il bisogno di fare pipì deve andare in bagno e, se lui non ci pensa da solo, programmare almeno 6 momenti della giornata in cui portarvelo. Insegnategli a gestire il suo bisogno suggerendogli di contare fino a 10 prima di iniziare a urinare; questo lo aiuta a prendere coscienza della propria capacità di controllare lo stimolo. Ditegli che è meglio svuotare completamente la vescica, non accontentandosi di fare solo un po’ di pipì: spesso il bimbo pensa di avere esaurito la minzione in modo rapido dopo la prima “spinta”, invece è meglio non avere fretta e rilassarsi aspettando che tutta la pipì sia uscita in modo spontaneo, senza sforzi. La minzione potrà concludersi con un’altra piccola spinta. Quindi: piccola spinta, rilassamento con fuoriuscita pressoché completa, un’altra piccola spinta, svuotamento! Insegnate alle bambine a urinare a gambe ben aperte senza mutandine o con queste ben abbassate.

Da Uppa:

http://www.uppa.it/dett_articolo.php?ida=853&idr=56&idb=99

Il primo anno di vita dei neonati

Quando la mamma esce dalla stanza lui non si dispera. Sa che tornerà, che non è un abbandono. Se un coetaneo gli piange accanto, si unirà al coro non per spirito di emulazione ma perché è come se avvertisse «il suo stato d’animo». Quando il papà o una persona cara, che ha intravisto spesso, abbraccia o dedica le sue attenzioni a qualcun altro, avverte un senso di dispiacere. Sembrerebbero le emozioni di un adulto. Empatia, gelosia, paura, frustrazione. E invece a provarle sono i neonati. A tre mesi già posseggono un’ampia gamma di capacità; a quattro hanno già acquisito abilità deduttive, sanno distinguere le espressioni sui visi altrui e hanno una memoria di ferro tanto da provare rancore nei confronti di un fratello maggiore che li ha strapazzati. Fra i quattro e i sei mesi cominciano ad intuire il dolore o l’ansia di chi gli sta accanto. Insomma non sono semplici bambolotti da spupazzare. Perché è ormai provato da una lunga serie di ricerche. Il cervello dei bambini nella primissima infanzia è eclettico, ricco di sfaccettature, reattivo. Non la «tabula rasa» descritta dal francese Piaget che rimandava lo sviluppo delle emozioni alle esperienze.

PRECOCI — A dipingere i nostri neonati come mostri di precocità anche dal punto di vista cerebrale è il settimanale Newsweek che dedica all’argomento la copertina. Neuropsicologi e neurologi di tutto il mondo stanno intensificando queste ricerche non a scopo accademico ma in quanto ritengono che, una volta conosciuto meglio il cervello dei piccoli, sarà possibile individuare molto presto eventuali problemi. Già a tre mesi, ad esempio, è possibile captare i segnali di disturbi psicologici inclusi depressione, ansia, deficit dell’apprendimento e forse autismo. «Invece di aspettare il momento in cui si metteranno a sedere o muoveranno i primi passi, fin dai tre mesi dobbiamo fare attenzione a come vivono il loro mondo», dice Chet Johnson, coordinatore dell’Accademia americana della prima infanzia, intervistato dal settimanale. Una delle prime emozioni ad affiorare in un neonato è l’empatia. Secondo Martin Hoffman, psicologo all’università di New York, l’empatia è radicata fin dalla nascita anche se a livello rudimentale e ciò è stato dimostrato da uno studio italiano. Bambini di tre mesi cominciavano a piangere dopo aver sentito gli strilli di altri bimbi, ma restavano tranquilli nell’ascoltare la registrazione del loro pianto.

LINGUA — Per anni si è creduto che bastassero le cassette per insegnare precocemente una lingua straniera. Ora si scopre invece che già a 9 mesi il piccolo non si lascia ingannare. I suoni che escono dal registratore gli arrivano come un fruscio senza significato, mentre è ben diverso l’effetto che si ottiene se il bimbo ascolta la voce di un adulto. Molto diverso: il bimbo può imparare persino a riconoscere l’accento del cinese mandarino, se è una persona in carne e ossa a parlargli, perché è necessaria «la connessione emozionale», spiega Patricia Kuhl che da dieci anni studia questi comportamenti.

TEORIA — «La teoria del bambino che apprende solo con l’esperienza è totalmente superata. Le emozioni sono innate, programmate. Immaginiamo che un neonato trascorra l’infanzia in mezzo alla giungla. Anche in queste condizioni riuscirà ad acquisire parte del linguaggio perché possiede competenze comunicative», spiega Oliviero Bruni, neuropsichiatra infantile all’università la Sapienza, sostenendo la ricerca pubblicata da Newsweek . «Nei vecchi libri tutto era concentrato nelle funzioni motorie, oggi sull’emotività. Medici e genitori devono sapere che il primo anno di vita è fondamentale per la crescita. Queste conoscenze inoltre possono essere molto utili per mettere a punto test diagnostici che ci consentano di scoprire già da piccolissimi i bambini più esposti al rischio di patologie importanti, comel’autismo »», aggiunge Paolo Curatolo, ordinario di Neuropsichiatria infantile all’università romana di Tor Vergata e presidente della Società internazionale di neurologia infantile.

Margherita De Bac

08 agosto 2005