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Nostro figlio ci legge nel pensiero

I bambini, fin da piccolissimi, riescono a percepire l’intenzione degli adulti di riferimento, essendo in grado di sintonizzarsi con gli stati d’animo, con le emozioni e con le sensazioni di chi li accudisce e si prende cura di loro.

Qualche anno fa è stata scoperta nel cervello una nuova classe di neuroni, detti specchio (neuro mirror), i quali si attivano e fanno sì che ognuno di noi sia provvisto di un simulatore interno che gli consente di sentire quello che fa un nostro simile, percependone sensazioni, emozioni e intenzioni. Questi neuroni, insieme ad altre strutture neurofisiologiche del cervello, costituiscono probabilmente la base dell’empatia fin dai primi mesi di vita (scientificamente pare dal 4 mese).

Durante la crescita tali competenze possono svilupparsi o meno quindi in base alla qualità dell’interazione tra genitori e figli (l’incontro tra l’attaccamento e l’accudimento è cruciale per lo sviluppo di ogni futuro itinerario di vita).

 

Solamente attraverso rispecchiamenti nutrienti e sintonie decodificabili i figli, fin da piccolissimi, sono in grado di crescere forti e autonomi, sviluppando un attaccamento sicuro foriero di indipendenza, autostima e buona capacità di connettersi con gli altri lungo l’intero arco dell’esistenza.

Questi studi, confermati da sofisticate metodiche di indagine non invasiva quali la Risonanza magnetica funzionale (REM) o la Tomografia a emissione di positroni (PET), abbattono quindi una grande quantità di luoghi comuni sull’educazione e relativizzano numerose teorie psicologiche giudicate fino ad ora incrollabili: i bambini non sono una tabula rasa né possiedono alla nascita caratteri preformati ed ogni figlio, per sviluppare appieno la propria personalità, necessita di realizzare una buona sintonia con gli adulti che lo circondano, affinché possa sentire serenamente e chiaramente che gli altri sentono quello che lui sta percependo.

Una buona educazione emotiva appare quindi il migliore rapporto da istaurare con il proprio figlio per renderlo competente, efficace, autonomo, sicuro e in grado di affrontare con successo le inevitabili frustrazioni della vita. Una sorta di “vaccino” in grado di aiutare ciascun figlio ad evitare quei pericoli che soprattutto nella preadolescenza e nell’adolescenza diventano insidiosi (bullismo, tossicodipendenza, alcolismo, anoressia, bulimia, ecc…).

Articolo tratto da:

http://ilmondodialichia.com/2012/01/06/nostro-figlio-ci-legge-nel-pensiero/

“In principio era il suono”

Il feto sviluppa molto precocemente la capacità di ascoltare, di riconoscere e memorizzare le voci e i suoni. Già durante la gravidanza, attraverso la voce, il canto e la
musica, è possibile favorire una comunicazione tra la madre e il bambino; in particolare la modalità di esprimersi in motherese si è dimostrata in grado di attivare nel
neonato specifiche zone cerebrali normalmente interessate alla regolazione delle emozioni. Gli studi di neuroscienze stanno indicando che il suono, vocale o strumentale,
svolge un ruolo importante per lo sviluppo neurologico. La componente prosodica
della voce materna (cioè la parte ritmica e melodica) è quindi da considerare una vera
e propria forma di contatto emozionale, una forma di abbraccio non corporeo. La
grande plasticità cerebrale del periodo perinatale può trovare nella voce e nella musica un potente attivatore in grado di produrre contemporaneamente stimolo e piacere.
Per questi motivi i progetti “Nati per Leggere” e “Nati per la Musica” vanno considerati strettamente collegati e integrati.
Parole chiave Feto. Voce materna. Musica. Neuroscienze

“In principio era il suono, e il suono era
presso la madre, e il suono era la madre”
[1]. Con questa frase dello psicanalista Franco Fornari apriamo la porta della percezione uditiva del feto e del neonato ed entriamo in un mondo nuovo, il
mondo dell’inizio. Per almeno un terzo della gravidanza l’essere umano vive
immerso in un ambiente sonoro; come un cieco il feto vive ciò che sente, e la sua esistenza è completamente contenuta in un liquido che parla. Questa continua stimolazione uditiva e questo costante esercizio d’ascolto producono una veloce maturazione dell’udito, così che alla nascita questo appare come un’unico organo già completamente mielinizzato [2].

Ma cosa ascolta il bambino nella pancia? Ascolta soprattutto la madre, e come ricorda Fornari, per lui la madre è un suono, nel senso che è proprio attraverso il suono che ne può fare esperienza diretta. È stato molto enfatizzato il rumore del battito cardiaco, ma questo essendo un rumore ‘bianco’ (cioè costante e sempre uguale) probabilmente è percepito nel momento in cui sparisce (quindi subito dopo la nascita); è sicuramente più interessante il rumore del respiro materno, più variabile e ritmico e simile alla risacca sulla spiaggia; ma il concerto viene dai suoni degli organi addominali connessi alle numerose funzioni materne:
alimentazione, digestione, evacuazione (nelle ultime settimane la testa del feto è separata dalla vescica e dall’ampolla rettale materne soltanto dalla sottile parete dell’utero). Su questo ricco sfondo sonoro si inserisce la vera musica: la voce della mamma. Questa proviene al feto direttamente dall’interno, propagandosi attraverso gli organi, in particolare l’apparato scheletrico; dalla laringe la voce scende lungo la colonna vertebrale e giunge al bacino che funge da cassa di risonanza (ma anche il movimento del diaframma, direttamente collegato con l’emissione del suono soprattutto durante il canto, è in grado di produrre variazioni pressorie addominali percepibili dal feto). Nel liquido l’orecchio esterno e quello medio hanno una scarsa funzione uditiva e lo stimolo acustico arriva direttamente alla coclea (e per il feto anche l’olfatto è una percezione di natura liquida e non aerea) [2-3]. Nel corso della gravidanza i suoni vengono filtrati dal liquido amniotico che li trasforma in vibrazione; questo provoca un effetto di filtro sui suoni acuti, mentre vengono mantenuti quasi inalterati i suoni gravi (< 500 Hz). Ne consegue che le basse frequenze sono quelle per le quali il feto dimostra maggiore interesse (nel senso di risposta comportamentale specifica e selettiva); così a un concerto il feto sentirà meglio violoncello e contrabbasso, un po’ meno violini e flauti. I suoni esterni (comprese le voci del papà e dei fratellini) vengono percepiti in forma attenuata (soprattutto se di bassa entità, < 60 dB); anche per questi è sempre il corpo materno a garantire la loro trasmissione al feto (la madre cioè continua a svolgere una formidabile azione di filtro tra il mondo e il bambino) [4-5]. Sono numerosi gli studi che hanno documentato la capacità del feto di riconoscere un brano musicale o un testo letto ad alta voce dopo un ascolto reiterato dell’ultimo trimestre di gravidanza (lo studio di Hepper ha utilizzato brani musicali delle trasmissioni televisive delle soap opera; altre ricerche invece hanno usato la lettura di favole o filastrocche) [6-9]. Con queste ricerche è stato possibile documentare una preferenza per la voce femminile, soprattutto se cantata (nel liquido la voce cantata subisce una minore deformazione, mantenendo intonazione e ritmo); uno studio recente ha evidenziato la capacità nel feto (dopo le 33 settimane di gestazione) di distinguere la voce della propria madre rispetto a una voce femminile estranea e di riconoscere la lingua ‘madre’ rispetto a un altro idioma [10]. Il decremento di risposta (habituation) mostrato dal feto a seguito di uno stimolo uditivo ripetuto deve essere considerato una forma primitiva di apprendimento con funzioni adattive all’ambiente uterino [3-11]. Fin dalla gravidanza il bambino conosce e riconosce la voce materna; in particolare diventano familiari gli aspetti prosodici della voce. Sono il tono e la melodia a stimolare il bambino e a coinvolgerlo, perché per lui questa voce è prima di tutto musica e ritmo. Il ritmo vocale può tranquillizzarlo o eccitarlo, rassicurarlo o preoccuparlo; attraverso il suono il feto può riconoscere i sentimenti della madre ed entrare in sintonia con lei. L’ascolto e la conoscenza di questa voce sono per lui un’esperienza globale e profonda, in grado di coinvolgere tutti gli altri sensi e ren dere attiva la sua mente in formazione. Altre ricerche hanno evidenziato che anche i neonati pretermine (all’incirca dalla 32ª settimana) sono sensibili e reattivi alla voce materna; per loro è possibile predisporre esperienze positive utilizzando la voce dei genitori (anche l’ef fetto calmante e analgesico della voce è stato documentato e misurato) [12]. Secondo lo psicofonologo Alfred Tomatis “per un bambino perdere la voce della madre significa perdere l’immagine del proprio corpo”, perché questo suono all’inizio della vita è parte di lui e possiede una valenza identitaria [2]; in questa fase della vita la sua identità coincide con quanto è in grado di percepire: “egli pensa per emozione e sentimento”. Il ritmo della voce materna è probabilmente il principale attore di continuità tra la vita prenatale e quella postnatale; dobbiamo ricordarci che quando il bambino nasce ha già vissuto esperienze significative che ne determinano i comportamenti fin dai primi momenti dopo il parto. Le localizzazioni prosodiche prelinguistiche (prive quindi di significati simbolici e astratti) sono da considerare delle vere e proprie forme di contatto emozionale; la voce diventa una sorta di estensione non corporea dell’abbraccio e del contatto materno. Nel feto coclea e apparato vestibolare maturano insieme verso il 5° mese di gestazione, rendendo l’ascolto e il movimento interdipendenti [2]. Si può pensare che lo stimolo uditivo sia quindi al contempo anche uno stimolo tattile e la madre attraverso la voce possa in un certo qual modo “massaggiare” il bambino; le ninnenanne infatti sono vere e proprie forme di cullamento vocale che si sono selezionate nel corso di migliaia di anni; dobbiamo considerarle primitive abilità genitoriali, probabilmente vantaggiose anche dal punto di vista evolutivo (ed è per questo che sono simili in tutte le culture di ogni parte del mondo). La lingua materna è quindi il prodotto di una lunga selezione che permette una prima forma di legame madre-bambino, in grado di attivare quel processo di attaccamento che si affinerà col tempo. Il cosiddetto motherese o “mammese” è la modalità cantilenante caratteristica di chi si rivolge a un bambino piccolo; in maniera non consapevole vengono utilizzati vocali allungate, toni alti, ritmo lento, pause lunghe, ripetizioni, sottolineature e accentuazioni esagerate. Nel motherese il contenuto del messaggio è rappresentato dalla melodia stessa; in questa modalità di comunicazione vengono resi leggibili i sentimenti e le intenzioni di chi parla.  Attraverso la musicalità dell’espressione materna il neonato (e il feto) inizia a conoscere se stesso e a “sentirsi sentito”; questo tipo di comunicazione va considerata una profonda e raffinata modalità di “rispecchiamento” tra la mamma e il bambino. Recentemente alcuni studi di neuroscienze hanno evidenziato e documentato come la lettura di un testo in motherese, rispetto allo stesso testo letto dalla stessa persona con voce ordinaria, sia in grado di attivare nel neonato specifiche zone cerebrali normalmente interessate alla regolazione delle emozioni [13]. Sembra proprio che di questo stimolo primario il feto-neonato abbia bisogno, come fosse un cibo per la mente; e sembra che le mamme, senza esserne pienamente consapevoli, conoscano benissimo questo bisogno del bambino. Dal linguaggio sonoro primordiale, mano a mano che lo sviluppo cerebrale procede la propria maturazione, nasce quel linguaggio simbolico, ricco e articolato, che permette alla nostra specie una comunicazione raffinata e un pensiero elaborato. Si ritiene che la specializzazione per la lingua materna non sia innata ma acquisita, e quindi quella che appare come un’abilità innata è in realtà soltanto una competenza appresa molto precocemente. Ormai sappiamo che l’esperienza ha un ruolo fondamentale nel guidare la modulazione del potenziale genetico, ed esistono prove a favore della supremazia della funzione sulla struttura. È ormai noto che sono i neuroni mirror a generare una “rappresentazione interna” di quanto esperito, rendendo possibili la comprensione e l’apprendimento attraverso l’imitazione, ed è la selettività di risposta di queste cellule altamente specializzate a produrre quello ‘spazio condiviso’ che funge da base per l’inter soggettività e le relazioni sociali [14]. Nel prossimo futuro sarà possibile definire meglio l’ontogenesi dei neuroni specchio e quindi comprendere cosa li favorisce e cosa li inibisce; potremo quindi capire come si sviluppano e come agiscono i cosiddetti neuroni ‘eco’, cioè quel gruppo di cellule dedicate alla comprensione e alla produzione dei suoni [14]. Intanto che la ricerca prosegue, dobbiamo soltanto continuare a fare quanto da migliaia di anni le madri vanno facendo con i loro piccoli: parlare, cantare, ninnare.

In base a quanto esposto finora l’Autore ritiene che i progetti “Nati per Leggere” e “Nati per la Musica” in un certo senso si sovrappongano e si integrino. Inizialmente la parola è suono e il suono è il linguaggio, e pertanto fin dalla gravidanza, attraverso la voce e il canto, è possibile favorire una comunicazione tra la madre e il bambino. Anche l’ascolto della musica deve essere favorito: quello che ascolta la madre lo ascolta anche il feto, e i brani musicali già sperimentati in utero potranno essere usati per rilassare il bambino dopo la nascita. La musica vocale o strumentale può facilitare l’acquisizione di un ritmo e stimolare lo sviluppo neurologico. La grande elasticità cerebrale tipica del primo semestre di vita può trovare nel suono un potente attivatore, in grado di produrre contemporaneamente stimolo e piacere. Verrà il giorno in cui la voce si trasformerà in linguaggio, la parola in pensiero e il pensiero in conoscenza, ma la voce della mamma udita all’inizio del tempo rimarrà dentro nel profondo fino alla fine del tempo.

Articolo di Alessandro Volta tratto da Quaderni ACP:

http://db.acp.it/Quaderni2007.nsf/bb932302c16c9a9dc1256f430065da21/0c69b93a3b34fcb6c125772d004c9628/$FILE/89-91.pdf

Come le coccole cambiano il DNA

Una grave carenza di attenzioni parentali può agevolare lo sviluppo di disturbi mentali: la cosa è ben nota a livello clinico, ma per la prima volta una ricerca ha individuato i meccanismi molecolari – di carattere epigenetico – che sottostanno a questa correlazione. Nel corso degli ultimi decenni sono state trovate prove del fatto che le esperienze possono indurre nel DNA cambiamenti che alterano la capacità di espressione dei geni. Quando questo cambiamenti avvengono nella primissima infanzia hanno la potenzialità di produrre un impatto a lunga scadenza sul comportamento e sulla salute: studi recenti hanno già mostrato la possibile presenza di meccanismi epigenetici nello sviluppo dell’obesità e dei tumori.

In un nuovo studio pubblicato su The Journal of Neuroscience un gruppo di ricercatori della McGill University diretti da Tie-Yuan Zhang ha studiato se questi cambiamenti possono interessare anche i geni attivi a livello cerebrale. In particolare, gli autori hanno esaminato come l’attenzione materna influisca sul gene GAD1, che controlla la produzione di un neurotrasmettitore di primaria importanza, il GABA, che modula la capacità di controllare le emozioni e che nelle persone affetta da schizofrenia è deficitaria.

A questo scopo i ricercatori hanno preso in esame il comportamento di ratti appositamente selezionati per manifestare o cure parentali eccezionalmente intense, o al contrario, una ridotta attenzione alla prole. Hanno così scoperto che nei piccoli di ratto che erano stati allevati con un scarso contatto materno, specifiche regioni del DNA che hanno a che fare con la modulazione dell’espressione di GAD1 apparivano “ostruite”, determinando una minor produzione di GABA. Per contro i ratti adulti che da piccoli erano stati accuditi e “coccolati” in modo particolarmente intenso mostravano un aumento dell’espressione del gene GAD1.

“Una caratteristica critica degli effetti sul gene GAD1 è che, per quanto l’influenza immediata delle cure materne sia limitata a un breve periodo successivo alla nascita, i cambiamenti che ne seguono sono di lunga durata, persistendo anche da adulti”, ha osservato Zhang.

Questi risultati suggeriscono che l’ambiente del periodo iniziale della vita può determinare cambiamenti molecolari che influenzano l’attività cerebrale e che possono determinare una predisposizione a disturbi mentali.

“Già si sapeva che le cure materne influenzano la risposta stressoria del piccolo attraverso un meccanismo analogo, ma questa è la prima volta che le cure materne sono collegate, via un meccanismo epigenetico, con un enzima chiave che provoca un disturbo maggiore nell’uomo”, ha commentato Jonathan Seckl. (gg)

Articolo tratto da:

http://www.lescienze.it/news/2010/09/29/news/come_le_coccole_cambiano_il_dna-554569/

Piccoli geni già a quattro anni s´impara di più prima della scuola

I neuroscienziati: “Sfruttiamo meglio l´età fertile del cervello”.   

 La rivista “Science” spiega perché un´educazione precoce garantisce successo nella vita. L´Associazione culturale pediatri suggerisce di leggere ad alta voce libri ai bimbi di sei mesi

Le neuroscienze li chiamano “gli anni che durano per sempre”, l´età fertile del cervello in cui si pongono le basi del successo futuro. Per questo lasciare i bambini da zero a 6 anni senza scuola né educazione è come lasciare una spugna senz´acqua e un campo senza aratro. “Probabilmente le avete dimenticate, ma le esperienze che avete fatto prima della scuola influenzano ancora oggi molti aspetti della vostra vita. A partire dalla confidenza con la matematica fino ad arrivare all´entità dello stipendio” scrive la rivista Science nello speciale “Investire presto nell´educazione”. L´oggetto del contendere non è nuovo: a quale età sia meglio iniziare la scuola. Gli studi scientifici però lasciano ormai pochi dubbi. Da zero a 6 anni la mente di un bambino vive le fasi più tumultuose e decisive della sua formazione, quelle in cui l´apprendimento avviene con più naturalezza e ha effetti più duraturi. Le ultime ricerche rivelano capacità di manipolare numeri e parole insospettate fin dai primissimi mesi di vita. E la ricchezza del vocabolario di un bambino di prima elementare è in grado di dire molto sui suoi successi futuri all´università e sul lavoro.
«Chi ha architettato il sistema scolastico dell´infanzia non conosceva come si sviluppa il cervello» conferma Pier Paolo Battaglini, direttore del centro per le neuroscienze “Brain” dell´università di Trieste. «Nei primi 4 anni si raggiunge il picco di connessioni fra i neuroni. Il loro numero supera quello del cervello adulto. A quell´età saremmo esseri straordinari, se non fossimo partiti da zero. Dai 4 anni in poi le connessioni diminuiscono. Si ha il fenomeno della cosiddetta “potatura”. Si mantengono solo le sinapsi più importanti». Già nel momento in cui un bambino inizia a parlare, appaiono le differenze di classe sociale. «I figli di genitori della classe media a 4 anni conoscono in media il 54% dei nomi delle lettere, mentre quelli delle classi sociali più basse ne conoscono solo quattro» spiega Marco Carrozzi, che dirige la neuropsichiatria all´ospedale infantile Burlo Garofolo di Trieste». E dal momento – sostiene Science – che “l´educazione precoce pone basi così importanti per l´apprendimento futuro, andrebbe presa sul serio almeno quanto il periodo della scuola”.
Non così avviene in Italia, dove le strutture di nidi e materne sono ridotte all´osso. Di uno «spreco degli anni migliori per imparare» parla Benedetto Vertecchi, docente di pedagogia sperimentale all´università di Roma Tre. «Nei confronti dell´infanzia abbiamo un atteggiamento custodiale: i bambini piccoli vanno tenuti buoni e basta. Come quando, alla fine del ´700, i genitori iniziarono ad andare in fabbrica in Gran Bretagna e con i figli piccoli usavano uno straccetto imbevuto di gin. L´immagine oggi ci fa inorridire, ma non è poi così diversa dai grandi schermi degli asili. In Francia, al contrario, già le materne si pongono l´obiettivo di educare attraverso curricula speciali per la prima infanzia. I risultati si vedono. A 3 anni i bambini sono più autonomi, sanno allacciarsi le scarpe e usare la forchetta». Tanto gli Stati Uniti credono nella scuola anticipata, che per mantenere in classe un milione di bambini disagiati di 3 e 4 anni l´amministrazione spende ogni anno 7,5 miliardi di dollari. Anche in tempi di crisi nera. Il programma si chiama “Head Start”: vantaggio in partenza. L´approccio americano, molto cognitivo, sfrutta spesso programmi al computer che misurano performance e incrementano competenze. In Italia la strada è diversa. Fra le poche iniziative per la prima infanzia spicca il programma “Nati per leggere” dell´Associazione culturale pediatri: una mamma o un papà con in braccio il bambino (a partire da 6 mesi) e un libro aperto da leggere ad alta voce e sfogliare. Tanto successo ha avuto il progetto, che recentemente l´Associazione gli ha affiancato “Nati per la musica”.
L´idea trova entusiasta Italo Farnetani, professore alla Bicocca di Milano e autore di “Da zero a tre anni” e “L´enciclopedia del genitore”: «Se incontrano la musica nei primi anni di vita, i bambini non la lasceranno più. È anche un ottimo sistema per farli tornare di buon umore». A differenza di videogiochi e software per apprendere, libri colorati e canzoni «non tolgono la gioia di essere bambini». Quanto alla scuola «sarebbe bene rendere universale l´asilo e iniziare le elementari con un anno di anticipo». Un bambino da 3 a 5 anni è infatti, secondo Farnetani, «come la memoria di un computer, che assorbe tutto ciò che vi viene immesso. Per questo ha bisogno di vivere in mezzo alla gente, ascoltare racconti, vedere volti e colori, vivere sensazioni. Non vuole rilassarsi nella solitudine e nel silenzio come un adulto stressato, ma ricevere stimoli di ogni tipo. Più gli si parla, meglio è».
L´importanza del dialogare con i bambini è stata confermata da una catena di studi degli ultimi 5 anni. “Tra la nascita e i 6 anni lo sviluppo del linguaggio è rapidissimo. La conoscenza delle parole e della sintassi a 3 anni è un indice della comprensione di un testo al liceo” spiega David Dickinson della Vanderbilt University di Nashville. Perfino la ricchezza di gesti ed espressioni del viso che i genitori usano con il figlio a 14 mesi influenzano la ricchezza del suo vocabolario a 6 anni. Da quanto un bambino ascolta gli adulti attorno a sé, spiega Science, dipenderà la sua capacità di comprendere le frasi a 18 mesi. E la varietà dei termini usati da madre o maestra a 30 mesi avrà effetto sulla ricchezza del vocabolario un anno più tardi. «Senza contare – aggiunge Carrozzi – che tra il 15 e il 20% dei bambini arriva alle elementari con alcune difficoltà, ma solo il 3% ha un vero disturbo come la dislessia. Intervenire prima dell´inizio della scuola permette spesso di risolvere i problemi alla radice».

ELENA DUSI – la Repubblica | 24 Agosto 2011