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Il cibo del bambino

Con grande piacere ospitiamo la trasposizione, fatta da ravanello curioso, mamma, blogger e cuoca volontaria del progetto  cascina rosa,  della conferenza su cibo e bambini tenuta dal dottor Berrino, dell’istituto nazionale tumori di Milano.

Un’occasione unica per riflettere su:

  • Obesità e proteine
  • Omogeneizzati, latte materno, mensa scolastica
  • Colazione e cibo dei genitori
  • Sindrome ADHD, cibo bio e latte vaccino
  • Dieta mediterranea, disbiosi intestinale e raccomandazioni ufficiali

Il testo completo è disponibile presso questo link:

http://ravanellocurioso.files.wordpress.com/2012/11/11_09_07_conferenza-berrino.pdf

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Crema alla Sogliola e verdure

 

Ingredienti (per 4 porzioni di pappa… poi dipende dall’appetito del vostro cucciolo)

1 sogliola piccola

1 carota piccola

1 zucchina

1 gamba di sedano

1 patata grande (o tre piccole)

3-4 foglie di salvia

Dopo aver tolto la pelle alla sogliola cuocetela intera al vapore insieme a tutte le verdure.

Una volta cotta pulite la sogliola, stando attente a togliere tutte le lische e le spine (io, per essere certa che non ne fossero rimaste, ho spezzato la sogliola con le mani) e omogeneizzate tutto – pesce e verdure- compresa la salvia.

Servite con un cucchiaino di olio d’oliva e, mi raccomando, NON aggiungete il parmigiano!!! Voi di solito mangiate il pesce con il formaggio?

Mangia meglio, il mondo te ne sarà grato

Una dieta sana è anche «ecosostenibile»: non spreca le risorse della Terra

MILANO – Bisognerebbe guardare un po’ al di là del nostro piatto (e del nostro naso). E capire che ogni nostra scelta alimentare non ha effetto solo sulla nostra salute, ma anche su quella della nostra bistrattatissima «Madre Terra». Che ci sarà grata se preferiamo, ad esempio, prodotti di stagione che non macinano migliaia di chilometri stipati in container prima di arrivare sulla nostra tavola. È solo un piccolo esempio di dieta ecosostenibile portato dagli esperti dell’Associazione Nazionale Dietisti (Andid, ) che ne hanno parlato a Rimini, durante il convegno annuale. I pregi dell’alimentazione che ha un occhio di riguardo per l’ambiente? «Alleggerisce» il nostro peso sul mondo e ci avvia sulla strada di un’alimentazione sana e sufficiente per tutti, poveri e non. Per di più promette di farci risparmiare qualcosa, e in tempi di crisi di certo non guasta.

SPRECHI – Tutto nasce anche da un’amara constatazione: sulle nostre tavole c’è di tutto e di più, spendiamo un sacco di soldi per generi alimentari e bevande (nel 2007, secondo l’ISTAT, 466 euro al mese, pari a poco meno di un quinto di tutte le spese familiari), ma spesso e volentieri buttiamo un sacco di cibo nella spazzatura. «Ogni giorno i supermercati d’Italia gettano tra i rifiuti 170 tonnellate di cibi ancora buoni; ogni anno finiscono in discarica sei milioni di tonnellate di alimenti consumabili – spiega Stefania Vezzosi, responsabile regionale Andid Toscana –. Ciascuno di noi butta nella pattumiera 27 chili di cibo commestibile ogni anno: il 5 per cento del pane, il 18 per cento della carne, il 12 per cento della frutta e della verdura. Ben 584 euro sprecati. E la tendenza è in crescita perché il nostro stile di vita sta inesorabilmente cambiando: abbiamo sempre peno tempo da dedicare alla preparazione dei pasti, non recuperiamo gli avanzi». Così, mentre oltre sette milioni di italiani vivono sotto la soglia di povertà relativa, buttiamo al macero cibi buoni perché ne abbiamo comprati troppi (nel 40 per cento dei casi; nel 21 per cento perché ci siamo fatti convincere dall’allettante prendi tre paghi due senza riflettere sulle nostre reali necessità), perché sono scaduti o sono andati a male (24 per cento dei casi), perché non ci sono piaciuti (9 per cento) o perché non ci servivano proprio (7 per cento).

PROBLEMA AMBIENTALE – «Non possiamo però limitarci a considerare tutto questo un semplice spreco alimentare – continua Vezzosi –. Il cibo gettato via è un problema ambientale, sociale ed economico enorme in un momento in cui i prezzi delle materie prime aumentano (il riso è triplicato e il frumento raddoppiato durante il 2008), le riserve alimentari mondiali si assottigliano e pure il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha espresso forti preoccupazioni sulla sicurezza alimentare e sull’effetto sui livelli globali di povertà. Con quello che gettiamo nei Paesi ricchi non solo si azzererebbe il problema della malnutrizione nei Paesi poveri (in 28 nazioni, soprattutto africane, la quota di popolazione che soffre la fame supera il 40 per cento), ma addirittura si “rischierebbe” di portare anche quei Paesi alle soglie della sovra-alimentazione e obesità».

SOSTENIBILITÀ– Mangiare con più criterio, insomma, farebbe del bene al nostro portafoglio ma soprattutto al mondo. Anche perché l’uso quasi indiscriminato che facciamo delle risorse alimentari comporta effetti collaterali non da poco sull’ambiente: altro punto dolente che, sottolineano i dietisti, non è mai abbastanza considerato. E infatti la nostra «vita all’occidentale» è assai poco ecosostenibile, tanto che Jennifer Wilkins, un’esperta di politiche nutrizionali e sociali della Cornell University intervenuta al congresso riminese, ha addirittura fatto pubblica ammenda per le colpe degli Stati Uniti nell’aver diffuso fast food e cibi-spazzatura nel mondo. Aggiungendo una definizione chiara e comprensibile di ecosostenibilità alimentare: «Arriva dal summit di Rio del 1992, e ci indica che l’ecosostenibilità è la capacità di venire incontro alle necessità del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i loro bisogni». In altri termini, è la necessità di avere un “piede lieve” su questo mondo, lasciandolo possibilmente migliore di come l’abbiamo trovato e di certo non impoverendolo: significa scegliere di non sprecare le risorse naturali, facendo attenzione a cosa (e quanto) si mette nel carrello della spesa».

COSTI – «Dobbiamo pensare che ogni alimento ha un prezzo, che è quello che paghiamo quando lo acquistiamo, e un costo: quest’ultimo include la perdita di cose che hanno un valore non misurabile numericamente (come l’impoverimento del suolo) o un valore che non siamo in grado di riconoscere finché non lo abbiamo definitivamente perduto – osserva la Wilkins –. L’agricoltura moderna, ad esempio, fa largo uso di antibiotici che poi ritroviamo nei cibi o nelle acque potabili; allevatori e agricoltori stanno riducendo la biodiversità animale e vegetale perché privilegiano solo le specie meglio gestibili, trasportabili, utilizzabili. Dovremmo invece pensare di più all’impatto ambientale e sulla salute pubblica del cibo che consumiamo, passando dal produrre sempre di più senza pensare alle conseguenze (tanto che oggi nei supermercati del mondo ci sono 47.000 tipi diversi di cibo, secondo alcune stime) alla produzione “ecologicamente integrata” che badi alla salute del suolo, degli animali e in ultima analisi dell’uomo. L’Italia offre buoni esempi: in Toscana Andid ha creato una guida ai prodotti locali e stagionali e si stanno modificando i menu delle mense scolastiche a favore del biologico; all’Ospedale di Asti, in Piemonte, il cibo per i degenti è quasi tutto biologico e non fa più di 30 chilometri prima di arrivare alle cucine». Angie Tagtow, del Dipartimento di nutrizione e Salute Pubblica dell’università dell’Iowa, aggiunge: «I processi attuali di produzione del cibo possono degradare le nostre risorse naturali: suolo, aria, acqua, fonti di energia non rinnovabili. E quando queste si degradano, si deteriora anche il cibo stesso e la società. Se invece la produzione del cibo è “integrata” con la comunità e l’ambiente, come spesso ancora accade in Italia, aumenta l’accesso agli alimenti freschi e prodotti localmente che sono più sicuri e fanno meglio alla salute». Non è una rinuncia al gusto, anzi. E un po’ di austerità in materia di consumi non guasterebbe di certo: ce lo stiamo ripetendo da quando è iniziata la crisi, forse ora (magari per paura che scompaia la possibilità di mangiare bene) inizieremo davvero a metterla in pratica.

Elena Meli – Corriere della Sera 14 aprile 2009

Quei tre mesi di latte materno che formano il gusto per la vita

Secondo una ricerca dell’Università di Philadelphia, il periodo dai 2 ai 5 mesi è determinante per “costruire” il palato del neonato e l’abitudine ai sapori, anche quelli più “difficili”. Così la mamma è in grado di orientare le scelte alimentari future del figlio

di SARA FICOCELLI

ROMA – I sapori assorbiti attraverso il latte materno formano i gusti del bambino, in particolar modo tra i 2 e i 5 mesi di vita. Lo afferma uno studio dell’Università di Philadelphia presentato al meeting dell’American Association for the Advancement of Science, in corso a Washington. I ricercatori hanno dimostrato la loro teoria dando sistematicamente ai neonati un latte artificiale arricchito dal sapore amarognolo e acido, che però i piccoli hanno continuato a cercare ed apprezzare anche nei mesi successivi e fino all’adolescenza. Bambini a cui questo latte era stato dato dopo i sei mesi di vita, invece, lo hanno rifiutato.

”Abbiamo dimostrato che il periodo tra i 2 e i 5 mesi di vita è fondamentale per formare il gusto – ha spiegato Gary Beauchamp, uno degli autori della ricerca – e crediamo che la madre sia in grado di orientare questo processo, ad esempio mangiando molta frutta e verdura durante la gravidanza e l’allattamento”.

Lo studio conferma l’importanza del latte materno, il cui valore non è sempre stato riconosciuto da tutti. “Quando mi sono laureato – ricorda il dietologo Ciro Vestita dell’università di Pisa, esperto di alimentazione infantile – alcuni autorevoli professori sostenevano che il latte artificiale fosse meglio di quello naturale. Una teoria sbagliata. Il latte materno conferisce un apporto nutritivo pazzesco: basti pensare al fatto che i bambini allattati al seno sviluppano asma e allergie solo in rarissimi casi, al contrario di quelli cresciuti con quello artificiale”.

Il dietologo Vestita è d’accordo con la possibilità che il sapore del latte della madre influenzi i gusti del bambino: “Durante la gravidanza e subito dopo – spiega – la mamma assorbe attraverso il cibo sostanze che vengono percepite dal bambino e gli permettono di accettare o meno un certo alimento. Se, ad esempio, una donna incinta mangia molti calvolfiori, assorbirà delle molecole solforate che, trasmesse attraverso il latte, permetteranno al figlio di apprezzare un alimento non sempre amato durante l’infanzia”. La composizione nutritiva del latte materno però è tanto preziosa quanto delicata e alterabile. “Se una madre beve alcolici o fuma – conclude l’esperto – il figlio assorbirà sostanze tossiche. Bisogna insomma stare molto attenti”.

La possibilità di produrre latte scarsamente nutritivo dipende anche da fattori indipendenti dalla volontà dei genitori. Proprio in questi giorni i ricercatori dell’Università di Granada e dell’Ospedale San Cecilio, in Spagna, hanno scoperto che il parto prematuro impoverisce il latte materno, in questi casi carente dell’enzima Q10. Lo studio, pubblicato su Free Radical Research, ha messo a confronto trenta donne che allattavano al seno (di cui quindici avevano partorito prematuramente) riscontrando che le madri con bambini nati “regolarmente” avevano un latte con livelli di Q10 più alti del 75% rispetto a quelle che avevano avuto figli prematuri; e lo stesso valeva per il tocoferolo e altri antiossidanti.

NOTA DELL’ADMIN: A fronte di queste ultime righe ribadiamo la necessità di sostenere un parto naturale per le donne incinta da parte di tutti gli attori coinvolti (personale sanitario, medici e ostetriche) limitando, se possibile, le nascite con cesarei programmati. Ribadiamo inoltre, per evitare confusione, che il latte materno rimane il miglior alimento per ogni bambino, anche prematuro.

Da: “la Repubblica” 22 febbraio 2011