Archivio tag | pianto

Dieci ragioni per rispondere a un bambino che piange

  1. I primi tentativi di comunicare da parte di un bambino non possono avvenire con le parole, ma possono essere solo non verbali. Non sa esprimere con parole le emozioni di felicità, ma può sorridere. Non è in grado di esprimere con parole le emozioni di tristezza o rabbia, ma può piangere. Se il suo sorriso riceve una risposta, mentre il suopianto viene ignorato, potrebbe ricevere il messaggio dannoso di poter essere amato e accudito solo quando è felice. I bambini che ricevono continuamente questo messaggio attraverso gli anni non si sentiranno mai veramente amati e accettati.
  2. Se i tentativi del bambino di comunicare tristezza o rabbia vengono sistematicamente ignorati, non può imparare in che modo esprimere quei sentimenti con le parole. Il pianto ha bisogno di ricevere una reazione appropriata e positiva affinché il bambino capisca che tutte le sue emozioni sono accettate. Se le sue emozioni non sono accettate, e viene ignorato o punito perché piange, egli riceve il messaggio che la tristezza e la rabbia sono inaccettabili, non importa come siano espresse. È impossibile per un bambino capire che le espressioni di tristezza o di rabbia potrebbero essere accettate con parole appropriate una volta che sia cresciuto e in grado di usare tali parole. Un bambino sa soltanto comunicare nei modi che gli sono possibili ad ogni età, può solo riuscire a fare quello che ha avuto l’opportunità di imparare. Ogni bambino fa il suo meglio secondo la sua età, l’esperienza, e le circostanze del momento. È decisamente sleale punire un bambino per non aver fatto più di quanto sappia fare.
  3. Un bambino al quale sia stato dato il messaggio che i suoi genitori gli risponderanno solo quando lui è “buono” inizierà a nascondere il “cattivo” comportamento e le “brutte” emozioni agli altri, e anche a se stesso. Rischia di diventare un adulto che sopprime le brutte emozioni e non è capace di comunicare la piena varietà di emozioni umane. infatti, ci sono molti adulti i quali trovano difficile esprimere rabbia, tristezza, o altre “brutte” emozioni nei modi appropriati.
  4. La rabbia che non può essere espressa nella prima infanzia non scompare semplicemente. Diventa repressa e si accumula col passare degli anni, fino a quando il bambino non è più capace di contenerla, ed è cresciuto abbastanza da non temere più una punizione fisica. Quando alla fine questo contenitore di rabbia si spalanca, i genitori possono essere scioccati e perplessi. Hanno dimenticato le centinaia o migliaia di momenti di frustrazione che hanno riempito questo contenitore durante gli anni. Il principio psicologico che “la frustrazione porta all’aggressività” non è mai così ben visibile quanto nella ribellione finale di un adolescente. I genitori dovrebbero essere aiutati a capire quanto sia frustrante per un bambino sentirsi invisibile quando il suo pianto è ignorato, o sentirsi indifeso e scoraggiato quando i suoi tentativi di esprimere i suoi bisogni e i suoi sentimenti vengono ignorati o puniti.
  5. Siamo tutti nati sapendo che ogni emozione che proviamo è legittima. Gradualmente perdiamo questa convinzione se solo la parte “buona” di noi stessi ci fornisce risposte positive. Questa è una tragedia, perché solo quando accettiamo pienamente noi stessi e gli altri, nonostante gli errori, possiamo avere relazioni davvero amorevoli. Se non siamo pienamente amati e accettati nell’infanzia, rischiamo di non imparare mai cosa si prova o come si comunica tale accettazione verso gli altri, non importa quanta terapia o letture o riflessioni facciamo. Quanto più serene sarebbero le nostre vite se semplicemente avessimo ricevuto amore incondizionato attraverso i nostri primi anni!
  6. I genitori che si chiedono se rispondere o no al pianto dovrebbero riflettere su quali sarebbero le loro reazioni in situazioni simili. Alcuni genitori considerano appropriato ignorare il pianto di un bambino, eppure, provano intensa rabbia se il loro partner li ignora quando tentano di fare conversazione. Molti nella nostra società sembrano credere che una persona debba avere una certa età per avere il diritto di essere ascoltata. Ma quale età sarebbe? Neonati e bambini non sono persone meno importanti solo perché sono piccoli e indifesi. Anzi, più qualcuno è indifeso, più merita la nostra compassione, attenzione e assistenza.
  7. Se ai bambini si insegna attraverso l’esempio che le persone indifese meritano di essere ignorate, rischiano di perdere quella compassione per gli altri con la quale tutti noi esseri umani siamo nati. Se, da neonati indifesi, i loro strilli vengono ignorati, iniziano a credere che questa sia la reazione appropriata verso quelli che sono più deboli di loro stessi, e alla “Legge del più forte”. Senza compassione, si prepara la fase della violenza che verrà in seguito. Quelli che si chiedono come un criminale abbia potuto non avere pietà per le sue vittime devono considerare le origini della perdita di quella compassione. La compassione non scompare improvvisamente. Viene rubata, attraverso un allevamento indifferente o punitivo, goccia dopo goccia, finché si esaurisce. La perdita della compassione è la tragedia più grande che possa capitare a un bambino.
  8. Quando un bambino impara dall’esempio dei suoi genitori che è giusto ignorare il pianto di un neonato, egli tratterà con naturalezza allo stesso modo i propri bambini, a meno che ci sia qualche intervento di altri. Essere inadatti come genitori è qualcosa che si tramanda per generazioni fino a quando delle circostanze fortuite cambiano quel modello. Quanto sarebbe stato molto più facile per un genitore aver imparato durante l’infanzia come si trattano i propri figli! Forse il circolo vizioso dei comportamenti sbagliati dei genitori può iniziare a cambiare quando mai più degli spettatori passino e si allontanino da un bambino che piange disperatamente senza fermarsi per aiutarlo. Questa potrebbe essere la prima volta che un bambino riceve il messaggio che i suoi sentimenti sono legittimi ed importanti, e questo messaggio cruciale sarà ricordato più tardi quando loro stessi avranno un bambino.
  9. Il pianto è un segnale provvisto dalla natura allo scopo di disturbare i genitori affinché vadano incontro ai bisogni del neonato. Ignorare il pianto di un bambino è come ignorare la sirena di un allarme antincendio perché ci da fastidio. Il segnale è stato progettato per disturbarci così che possiamo prestare attenzione a una situazione importante. Solo una persona sorda ignorerebbe un allarme antincendio, eppure molti genitori si fingono sordi al pianto del loro bambino. Il piangere, come il segnale d’allarme, serve a catturare la nostra attenzione così che possiamo soddisfare i bisogni importanti del bambino. La natura non avrebbe mai dotato i bambini di un richiamo ricorrente senza una ragione.
  10. Genitori che reagiscono solo a un “buon” comportamento possono essere convinti che stanno allevando il bambino a comportarsi “meglio”. Eppure loro stessi sentono di collaborare più volentieri con chi li tratta con gentilezza. È come se i bambini fossero percepiti come una specie diversa, che funziona secondo principi di comportamento diversi. Questo è assurdo, perché sarebbe impossibile identificare un momento nel quale il bambino cambia improvvisamente verso principi di comportamento “adulti”. La verità è molto più semplice: i bambini sono esseri umani che si comportano secondo gli stessi principi degli altri esseri umani. Come il resto di noi, reagiscono nel modo migliore alla gentilezza, pazienza e comprensione. I genitori che si chiedono perché un bambino sia “maleducato” dovrebbero soffermarsi a riflettere su questo punto: “Io me la sento di collaborare quando qualcuno mi tratta bene, oppure quando qualcuno mi tratta nel modo come ho appena trattato mio figlio?”

di Jan Hunt, M.Sc.

Tratto da:

http://rcarlo.interfree.it/naturalchild/jan_hunt/crying_italian.html

Quando il mio bimbo piange

Articolo interessante su come affrontare le “famigerate coliche”, terrore di tutti i neo-genitori!

Il pianto
Il pianto è una manifestazione tipica delbambino nei primi mesi di vita; compare già nei primi giorni, inizia a aumentare dalla seconda settimana per arrivare a un massimo al secondo mese. Poi le crisi di pianto diminuiscono fino a scomparire al quarto. Normalmente un bambino nei primi mesi di vita può piangere anche fino a due/due ore e mezzo al giorno.
Questo comportamento del bimbo è universalmente presente in ogni cultura. Vie ne chiamato anche colica se il pian to è mol toprolungato o difficile da controllare.
La colica Il pianto della colica non indica l’incapacità del genitore a un buon accudimento: an che con le migliori cure del genitore il bambino può piangere in modo incontrollato. Spesso le crisi di pianto compaiono di po meriggio o alla sera. Il bambino inizia ad a ve re un pianto “rabbioso”, flette le gambe e agita le braccia, cambia l’espressione del volto e appare come inconsolabile. Spesso le crisi sono intervallate da momenti di quie te. Il pianto, o colica, è un’attività del lattante spontanea e ha la funzione di co municare.
Molto raramente la colica indica un dolore, una malattia o un disturbo organico. Negli studi eseguiti su lattanti che piangevano
inconsolabilmente o erano irritati o agitati, solamente meno del 5% presentava una malattia. Di norma, tutti i bam bini che hanno le coliche sono sani e forti.

Cosa fare?
Si possono provare diversi metodi per calmare un bimbo che piange: parlargli; cantare; massaggiarlo; cullarlo dolcemente; fargli ascoltare musica, suoni o rumori ovattati; oppure cambiare la temperatura della stanza o modificare i l suo vestiario. Si può consolare il bimbo facendogli succhiare il ciuccio anche se è allattato al seno,perché questo comportamento, se offerto a partire dalla seconda settimana di vita quando si è già stabilita una buona abitudine al seno, non riduce la durata dell’allattamento.
Si può provare anche a ridurre le stimolazioni (visive, uditive o tattili), così da offrire un ambiente più tranquillo. Si tratta di
strategie possibili da discutere fra genitori e pediatra del bambino.

Si può prevenire con le cure prossimali?
Fasciare, avvolgere, abbastanza stretto, il bimbo è stato visto essere molto efficace nel ridurre le crisi di pianto se si inizia questa
pratica entro le prime settimane di vita.
Anche questo è un argomento da discutere fra genitori e pediatra del bambino. Un altro intervento di provata efficacia è quello di prenderlo in braccio molto spesso durante la giornata, oppure di tenerlo sul grembo o contro il petto, o nel marsupio o fasciato al proprio corpo. Questi comportamenti sono definiti “cura prossimale” per distinguerli dal comportamento tradizionale dei genitori, oramai tipico della nostra cultura, di tenere spesso il bambino nella culla, nel seggiolino o nel lettino in una stanza appartata anche se dorme. Se le cure prossimali sono praticate dal momento della nascita, il pianto si riduce in modo sensibile, anche se non scompare, per tutto il periodo delle coliche: una vera e propria prevenzione. Se queste pratiche vengono offerte quando le crisi di pianto inconsolabile sono già presenti, difficilmente riusciranno a ridurre la colica.

Cosa non fare
Le coliche dei primi mesi mettono a dura prova la pazienza e le capacità di cura dei genitori. L’impegno a essere un buon genitore s’infrange contro un bambino che non risponde agli sforzi, sfociando talvolta in un sentimento di avvilimento e frustrazione.
Questi stati d’animo sono normali. Tuttavia, può succedere che in questi momenti si rischi di scuotere il bambino nel tentativo
di farlo smettere. Non si deve scuotere il bambino nel tentativo di calmarlo. Scuotere, scrollare, dondolare con molta
forza il bambino può provocare danni biologici irreparabili al corpo e al cervello.
Non si deve mai farlo. Quando ci si accorge di stare per perdere il
controllo si può:
— appoggiare il bimbo nella culla o nel suo box;
— vedere se un amico, un parente o un vicino di casa possono sostituirci per accudire temporaneamente il bambino;
— allontanarci;
— guardare la tv, leggere un libro, ascoltare musica, fare della ginnastica, parlare con un amico con l’intento di calmarsi;
— solo quando si è di nuovo calmi, si può ritornare vicino al bambino.
Insomma quando si è frustrati o arrabbiati occorre calmarsi ma mai scuotere il bambino.

Fonti bibliografiche
Brazelton TB. Crying in infancy. Pediatrics 1962;29:579-88.
Deyo G, Skybo T, Carroll A. Secondary analysis of the “Love Me… Never Shake Me” SBS education program. Child A buse Negl 2008;32:1017-25.
Evanoo G. Infant Crying: a clinical Conundrum. J Pediatr Health Care 2007;21:333-8.
Jenik AG, Vain NE, Gorestein AN, et al. Does the recommendation to use a pacifier influence the prevalence of breastfeeding? J Pe diatr, 2009;155:350-4.
St James-Roberts I, Alvarez M, Csipke E, et al. Infant crying and sleeping in London, Copenhagen and when parents adopt a “pro ximal” form of care.
Pediatrics 2006;117:e1146-e1155.
van Sleuwen BE, L’hoir MP, Engelberts AC, et al.Comparison of behavior mo di fication with and without swaddling as interventions for excessive crying. J Pediatr 2006;149:512-7.

Costantino Panza, Quaderni acp 2011; 18(2): 92

http://db.acp.it/Quaderni2007.nsf/dc7b105f0a98f12dc125786c002ac9b7/cb724d0ccd2f5f54c125789b003450b4/$FILE/Quaderni%20acp%202011_18%282%29_92.pdf