Archivio tag | Quaderni ACP

“In principio era il suono”

Il feto sviluppa molto precocemente la capacità di ascoltare, di riconoscere e memorizzare le voci e i suoni. Già durante la gravidanza, attraverso la voce, il canto e la
musica, è possibile favorire una comunicazione tra la madre e il bambino; in particolare la modalità di esprimersi in motherese si è dimostrata in grado di attivare nel
neonato specifiche zone cerebrali normalmente interessate alla regolazione delle emozioni. Gli studi di neuroscienze stanno indicando che il suono, vocale o strumentale,
svolge un ruolo importante per lo sviluppo neurologico. La componente prosodica
della voce materna (cioè la parte ritmica e melodica) è quindi da considerare una vera
e propria forma di contatto emozionale, una forma di abbraccio non corporeo. La
grande plasticità cerebrale del periodo perinatale può trovare nella voce e nella musica un potente attivatore in grado di produrre contemporaneamente stimolo e piacere.
Per questi motivi i progetti “Nati per Leggere” e “Nati per la Musica” vanno considerati strettamente collegati e integrati.
Parole chiave Feto. Voce materna. Musica. Neuroscienze

“In principio era il suono, e il suono era
presso la madre, e il suono era la madre”
[1]. Con questa frase dello psicanalista Franco Fornari apriamo la porta della percezione uditiva del feto e del neonato ed entriamo in un mondo nuovo, il
mondo dell’inizio. Per almeno un terzo della gravidanza l’essere umano vive
immerso in un ambiente sonoro; come un cieco il feto vive ciò che sente, e la sua esistenza è completamente contenuta in un liquido che parla. Questa continua stimolazione uditiva e questo costante esercizio d’ascolto producono una veloce maturazione dell’udito, così che alla nascita questo appare come un’unico organo già completamente mielinizzato [2].

Ma cosa ascolta il bambino nella pancia? Ascolta soprattutto la madre, e come ricorda Fornari, per lui la madre è un suono, nel senso che è proprio attraverso il suono che ne può fare esperienza diretta. È stato molto enfatizzato il rumore del battito cardiaco, ma questo essendo un rumore ‘bianco’ (cioè costante e sempre uguale) probabilmente è percepito nel momento in cui sparisce (quindi subito dopo la nascita); è sicuramente più interessante il rumore del respiro materno, più variabile e ritmico e simile alla risacca sulla spiaggia; ma il concerto viene dai suoni degli organi addominali connessi alle numerose funzioni materne:
alimentazione, digestione, evacuazione (nelle ultime settimane la testa del feto è separata dalla vescica e dall’ampolla rettale materne soltanto dalla sottile parete dell’utero). Su questo ricco sfondo sonoro si inserisce la vera musica: la voce della mamma. Questa proviene al feto direttamente dall’interno, propagandosi attraverso gli organi, in particolare l’apparato scheletrico; dalla laringe la voce scende lungo la colonna vertebrale e giunge al bacino che funge da cassa di risonanza (ma anche il movimento del diaframma, direttamente collegato con l’emissione del suono soprattutto durante il canto, è in grado di produrre variazioni pressorie addominali percepibili dal feto). Nel liquido l’orecchio esterno e quello medio hanno una scarsa funzione uditiva e lo stimolo acustico arriva direttamente alla coclea (e per il feto anche l’olfatto è una percezione di natura liquida e non aerea) [2-3]. Nel corso della gravidanza i suoni vengono filtrati dal liquido amniotico che li trasforma in vibrazione; questo provoca un effetto di filtro sui suoni acuti, mentre vengono mantenuti quasi inalterati i suoni gravi (< 500 Hz). Ne consegue che le basse frequenze sono quelle per le quali il feto dimostra maggiore interesse (nel senso di risposta comportamentale specifica e selettiva); così a un concerto il feto sentirà meglio violoncello e contrabbasso, un po’ meno violini e flauti. I suoni esterni (comprese le voci del papà e dei fratellini) vengono percepiti in forma attenuata (soprattutto se di bassa entità, < 60 dB); anche per questi è sempre il corpo materno a garantire la loro trasmissione al feto (la madre cioè continua a svolgere una formidabile azione di filtro tra il mondo e il bambino) [4-5]. Sono numerosi gli studi che hanno documentato la capacità del feto di riconoscere un brano musicale o un testo letto ad alta voce dopo un ascolto reiterato dell’ultimo trimestre di gravidanza (lo studio di Hepper ha utilizzato brani musicali delle trasmissioni televisive delle soap opera; altre ricerche invece hanno usato la lettura di favole o filastrocche) [6-9]. Con queste ricerche è stato possibile documentare una preferenza per la voce femminile, soprattutto se cantata (nel liquido la voce cantata subisce una minore deformazione, mantenendo intonazione e ritmo); uno studio recente ha evidenziato la capacità nel feto (dopo le 33 settimane di gestazione) di distinguere la voce della propria madre rispetto a una voce femminile estranea e di riconoscere la lingua ‘madre’ rispetto a un altro idioma [10]. Il decremento di risposta (habituation) mostrato dal feto a seguito di uno stimolo uditivo ripetuto deve essere considerato una forma primitiva di apprendimento con funzioni adattive all’ambiente uterino [3-11]. Fin dalla gravidanza il bambino conosce e riconosce la voce materna; in particolare diventano familiari gli aspetti prosodici della voce. Sono il tono e la melodia a stimolare il bambino e a coinvolgerlo, perché per lui questa voce è prima di tutto musica e ritmo. Il ritmo vocale può tranquillizzarlo o eccitarlo, rassicurarlo o preoccuparlo; attraverso il suono il feto può riconoscere i sentimenti della madre ed entrare in sintonia con lei. L’ascolto e la conoscenza di questa voce sono per lui un’esperienza globale e profonda, in grado di coinvolgere tutti gli altri sensi e ren dere attiva la sua mente in formazione. Altre ricerche hanno evidenziato che anche i neonati pretermine (all’incirca dalla 32ª settimana) sono sensibili e reattivi alla voce materna; per loro è possibile predisporre esperienze positive utilizzando la voce dei genitori (anche l’ef fetto calmante e analgesico della voce è stato documentato e misurato) [12]. Secondo lo psicofonologo Alfred Tomatis “per un bambino perdere la voce della madre significa perdere l’immagine del proprio corpo”, perché questo suono all’inizio della vita è parte di lui e possiede una valenza identitaria [2]; in questa fase della vita la sua identità coincide con quanto è in grado di percepire: “egli pensa per emozione e sentimento”. Il ritmo della voce materna è probabilmente il principale attore di continuità tra la vita prenatale e quella postnatale; dobbiamo ricordarci che quando il bambino nasce ha già vissuto esperienze significative che ne determinano i comportamenti fin dai primi momenti dopo il parto. Le localizzazioni prosodiche prelinguistiche (prive quindi di significati simbolici e astratti) sono da considerare delle vere e proprie forme di contatto emozionale; la voce diventa una sorta di estensione non corporea dell’abbraccio e del contatto materno. Nel feto coclea e apparato vestibolare maturano insieme verso il 5° mese di gestazione, rendendo l’ascolto e il movimento interdipendenti [2]. Si può pensare che lo stimolo uditivo sia quindi al contempo anche uno stimolo tattile e la madre attraverso la voce possa in un certo qual modo “massaggiare” il bambino; le ninnenanne infatti sono vere e proprie forme di cullamento vocale che si sono selezionate nel corso di migliaia di anni; dobbiamo considerarle primitive abilità genitoriali, probabilmente vantaggiose anche dal punto di vista evolutivo (ed è per questo che sono simili in tutte le culture di ogni parte del mondo). La lingua materna è quindi il prodotto di una lunga selezione che permette una prima forma di legame madre-bambino, in grado di attivare quel processo di attaccamento che si affinerà col tempo. Il cosiddetto motherese o “mammese” è la modalità cantilenante caratteristica di chi si rivolge a un bambino piccolo; in maniera non consapevole vengono utilizzati vocali allungate, toni alti, ritmo lento, pause lunghe, ripetizioni, sottolineature e accentuazioni esagerate. Nel motherese il contenuto del messaggio è rappresentato dalla melodia stessa; in questa modalità di comunicazione vengono resi leggibili i sentimenti e le intenzioni di chi parla.  Attraverso la musicalità dell’espressione materna il neonato (e il feto) inizia a conoscere se stesso e a “sentirsi sentito”; questo tipo di comunicazione va considerata una profonda e raffinata modalità di “rispecchiamento” tra la mamma e il bambino. Recentemente alcuni studi di neuroscienze hanno evidenziato e documentato come la lettura di un testo in motherese, rispetto allo stesso testo letto dalla stessa persona con voce ordinaria, sia in grado di attivare nel neonato specifiche zone cerebrali normalmente interessate alla regolazione delle emozioni [13]. Sembra proprio che di questo stimolo primario il feto-neonato abbia bisogno, come fosse un cibo per la mente; e sembra che le mamme, senza esserne pienamente consapevoli, conoscano benissimo questo bisogno del bambino. Dal linguaggio sonoro primordiale, mano a mano che lo sviluppo cerebrale procede la propria maturazione, nasce quel linguaggio simbolico, ricco e articolato, che permette alla nostra specie una comunicazione raffinata e un pensiero elaborato. Si ritiene che la specializzazione per la lingua materna non sia innata ma acquisita, e quindi quella che appare come un’abilità innata è in realtà soltanto una competenza appresa molto precocemente. Ormai sappiamo che l’esperienza ha un ruolo fondamentale nel guidare la modulazione del potenziale genetico, ed esistono prove a favore della supremazia della funzione sulla struttura. È ormai noto che sono i neuroni mirror a generare una “rappresentazione interna” di quanto esperito, rendendo possibili la comprensione e l’apprendimento attraverso l’imitazione, ed è la selettività di risposta di queste cellule altamente specializzate a produrre quello ‘spazio condiviso’ che funge da base per l’inter soggettività e le relazioni sociali [14]. Nel prossimo futuro sarà possibile definire meglio l’ontogenesi dei neuroni specchio e quindi comprendere cosa li favorisce e cosa li inibisce; potremo quindi capire come si sviluppano e come agiscono i cosiddetti neuroni ‘eco’, cioè quel gruppo di cellule dedicate alla comprensione e alla produzione dei suoni [14]. Intanto che la ricerca prosegue, dobbiamo soltanto continuare a fare quanto da migliaia di anni le madri vanno facendo con i loro piccoli: parlare, cantare, ninnare.

In base a quanto esposto finora l’Autore ritiene che i progetti “Nati per Leggere” e “Nati per la Musica” in un certo senso si sovrappongano e si integrino. Inizialmente la parola è suono e il suono è il linguaggio, e pertanto fin dalla gravidanza, attraverso la voce e il canto, è possibile favorire una comunicazione tra la madre e il bambino. Anche l’ascolto della musica deve essere favorito: quello che ascolta la madre lo ascolta anche il feto, e i brani musicali già sperimentati in utero potranno essere usati per rilassare il bambino dopo la nascita. La musica vocale o strumentale può facilitare l’acquisizione di un ritmo e stimolare lo sviluppo neurologico. La grande elasticità cerebrale tipica del primo semestre di vita può trovare nel suono un potente attivatore, in grado di produrre contemporaneamente stimolo e piacere. Verrà il giorno in cui la voce si trasformerà in linguaggio, la parola in pensiero e il pensiero in conoscenza, ma la voce della mamma udita all’inizio del tempo rimarrà dentro nel profondo fino alla fine del tempo.

Articolo di Alessandro Volta tratto da Quaderni ACP:

http://db.acp.it/Quaderni2007.nsf/bb932302c16c9a9dc1256f430065da21/0c69b93a3b34fcb6c125772d004c9628/$FILE/89-91.pdf

Allattamento adottivo in Italia: reale e misconosciuto (tratto da Quaderni ACP)

Abstract
Adoptive breastfeeding in Italy: unrecognized and real
Pediatricians and health care operators are not aware that women can breastfeed an adoptee after ‘lactation induction’, as recommended by the AAP guidelines. This case reports about an adopted newborn breastfed by a mother couched through by an International Board Certified Lactation Consultant (IBCLC). This professional may follow adoptive mothers towards the chosen direction, as well as collaborate with pediatricians, obstetricians and other health care providers committed to support these special mothers.
Quaderni acp 2011; 18(3): 125-127 Key words Lactation induction. Adoptive mothers. International Board Certified Lactation Consultant (IBCLC)
Pediatri e operatori sanitari sono all’oscuro della possibilità di allattare al seno un bambino non biologico tramite l’induzione della lattazione, come raccomandato dalle linee guida AAP. Il caso descritto illustra come una neonata adottata sia stata allat- tata al seno da una madre guidata da una Consulente Professionale in Allattamento Materno (IBCLC). Tale professionista può accompagnare nel loro percorso le madri adottive e inoltre lavorare in squadra con pediatri, ginecologi e altri operatori sani- tari che si dedichino a sostenere queste mamme speciali.
Parole chiave Induzione della lattazione. Madri adottive. Consulente Professionale in Allattamento Materno (IBCLC)

Introduzione
La diffusione in Italia dei corsi OMS/Unicef sul counselling in allattamento materno ha reso molti operatori sanitari capaci di aiutare le madri a ripristinare un allattamento interrotto. Riportare al seno i bambini dopo un periodo di alimentazione artificiale, cui si è fatto ricorso per sospensione intempestiva, ospedalizzazione del lattante o nascita pretermine, separazione per malattia materna o motivi di lavoro, cioè la ripresa della produzione lattea anche a distanza di tempo, si definisce rilattazione [1]. Viceversa è molto più raro che gli operatori assistano le madri a raggiungere l’obiettivo di allattare in assenza di gravidanza, o induzione della lattazione, nonostante la pratica sia riconosciuta e avallata da un Policy Statement dell’American Academy of Pediatrics [2]. Pertanto c’è il rischio che le famiglie siano tenute all’oscuro di questa possibilità e che madri già avviate lungo un simile percorso si trovino in difficoltà a rintracciare un operatore che le accompagni nella direzione voluta, una delle prime tappe dell’empowerment. Il caso descritto riguarda una madre adottiva che aveva incominciato ad allattare con successo nel suo paese d’origine, e ha potuto seguitare a farlo in Italia grazie al sostegno di una Consulente Professionale in Allattamento Materno (IBCLC).
Il caso
Paula (nome fittizio) ha 32 anni, è sana e non ha mai avuto figli. Suo marito è sterile e insieme decidono di adottare un neonato subito dopo il parto, secondo un percorso legale riconosciuto in Oregon (USA). Entrambi credono che le qualità del latte materno e l’intimità della relazione d’allattamento fra madre e figlio rappresentino valori per cui valga la pena investire tempo ed energie. Si documentano sulla possibilità di una madre adottiva di allattare al seno su un noto sito web che fornisce vari percorsi di lattazione e, fra i piani d’allattamento, scelgono il percorso che impiega tiralatte e farmaco galattogogo [3]. Quattro settimane prima del parto Paula noleggia un tiralatte professionale a doppio attacco e lo applica 6 volte al giorno, per 10 minuti a seduta. Allo stesso tempo incomincia ad assumere domperidone 10 mg, 4 volte al giorno. Un mattino, alla fine della terza settimana, compaiono le prime gocce di latte. Il secreto mammario delle prime due sedute al tiralatte corrisponde a qualche millilitro, che diventano 15 ml alla fine della giornata. Da quel momento la produzione aumenta giorno per giorno. Alice (nome fittizio) nasce a termine da parto eutocico, pesa 2,750 kg ed è in buona salute. Non riesce però ad attaccarsi al seno della madre adottiva, la cui presenza è ammessa nel Punto Nascita. Dal secondo giorno incomincia a ricevere con il biberon, su suggerimento della Consulente IBCLC, anch’essa presente nella struttura, piccole quantità di latte artificiale e di latte che Paula aveva in precedenza raccolto e conservato. Nell’ambito di una strategia di passaggio dal biberon al seno, la Consulente IBCLC consiglia l’uso temporaneo del succhietto.
Già con l’arrivo a casa alla fine della seconda giornata Alice incomincia ad attaccarsi al seno ogni 2 ore di giorno e 2 volte di notte, totalizzando 8 poppate nelle 24 ore.
Per incrementare la produzione di latte la madre applica il tiralatte ogni due poppate, per un totale di 4 sedute. Il latte così tirato, insieme al latte artificiale, è fornito alla bimba con un dispositivo di allattamento integrativo mentre succhia al seno materno. Questo si compone di un contenitore appeso al collo, da cui fuoriescono due sondini che terminano in corrispondenza dei capezzoli [4]. Sod- disfacendo così il suo fabbisogno con 2/3 di latte umano, al seno e tirato, e 1/3 di latte artificiale, la bambina recupera il peso della nascita dopo 1 settimana e raggiunge i 3,700 kg alla fine del mese di vita. Il domperidone è stato portato a 80 mg (20 mg 4 volte al giorno).

All’inizio del secondo mese la famiglia si trasferisce a Roma, dove il ginecologo e l’ostetrica cui si rivolge non sanno di allattamento adottivo né a chi inviarla. La madre allatta Alice ogni 2-3 ore di giorno e 2 volte di notte. Per difficoltà legate al trasloco, ha smesso di tirare il latte e di usare il dispositivo e sta adoperando un biberon di circa 90 ml di latte artificiale al dì. Tramite internet si rivol- ge a una pediatra e Consulente IBCLC di Roma, che la riporta all’uso regolare del tiralatte e aumenta il domperidone a 90 mg (30 mg 3 volte al giorno).
Dopo 4-5 giorni la quantità di latte materno estratta si attesta intorno a 120- 180 ml, rendendo superflua l’aggiunta di latte artificiale. Dalla fine del secondo mese Alice, che ha sempre trascorso le notti nella culla accanto al lettone, dorme 6-7 ore a notte. Nei mesi seguenti la madre smette di tirare il latte, reintroducendo così un biberon di 60 ml di latte artificiale al dì. Questo rimane anche quando Alice compie il sesto mese e inizia a mangiare alimenti solidi. Pure il domperidone è mantenuto, anche se ridotto gradualmente a 60 mg al dì. A nove mesi di vita Alice si alimenta rego- larmente con cibi solidi e continua a poppare al seno. La produzione di latte materno è associata all’uso saltuario sia di un biberon da 90-120 ml di latte artificiale sia del succhietto, che mordicchia – nota la madre – quando ha fame. All’inizio del dodicesimo mese di vita Alice si attacca al seno per cibo e per conforto. La madre ha progressivamente, ma definitivamente sospeso l’assunzione di domperidone e si appresta a sospendere l’allattamento, paga di aver raggiunto l’obiettivo di allattare per un anno. Alice accetta lo svezzamento di buon grado. La sua crescita in peso e lunghezza, misura- ta sulle curve OMS per i bambini allattati al seno, ha oscillato dal 15° pct (primo mese) al 50° pct (secondo-dodicesimo mese di vita) [5]. La circonferenza cranica e lo sviluppo neuro-comportamentale sono sempre stati adeguati e non ci sono state patologie.

Discussione

L’ ormone    chiave  dell’allattamento è la prolattina, che promuove lo sviluppo dell’ epitelio    ghiandolare    e    la    secrezione    di colostro, ed è sintetizzata nell’adenoipofisi dopo stimolazione del capezzolo da parte del lattante [4]. Per produrre latte è quindi necessario che la mammella di una donna dotata di un asse ipotalamo- ipofisario-mammario intatto riceva frequenti suzioni da parte di un bambino affamato o, in mancanza di questo, adeguata spremitura meccanica o manuale. Quest’ ultima    strategia,    insieme    a    un opportuno sostegno familiare e professionale, funziona egregiamente nell’induzione della lattazione nei Paesi non occidentali in cui l’allattamento è norma culturale [6]. Nei Paesi occidentali sembra invece che la donna, oltre a richiedere counselling competente e frequenti stimolazioni mammarie, abbia anche bisogno di un supporto farmacologico. Nel caso non sia mai stata gravida, si prescrivono ormoni estroprogestinici che simulano i cambiamenti ormonali della gravidanza e dello sviluppo mammario [3]. La produzione di latte appare dopo pochi giorni dall’interruzione della terapia, che si fa coincidere con l’arrivo del piccolo. Non solo non ci sono studi controllati a sostegno di tale pratica, ma il latte può arrivare, come in questo caso, solamente con spremitura mammaria e assunzione di domperidone. Tale farmaco, che innalza la prolattina sierica agendo come antagonista periferico della dopamina, è l’unico il cui effetto galattogogo sia stato provato con uno studio controllato e in doppio cieco in puerpere con difficoltà a produrre latte [7]. Da qui il suo uso è stato estrapolato all’allattamento non puerperale. Sebbene la sua sicurezza in termini di salute del lattante e qualità del latte estratto sia stata testata solo per periodi brevi non sono stati notati effetti indesiderati né nella madre né nella bimba [8]. Fermo restando che occorrono altri studi per identificare quali protocolli terapeutici siano indicati e in quali madri adottive (mai gravide, puerpere che non hanno mai allattato o che l’hanno fatto in passato), lo scopo di questo case report è di sollevare l’interesse dei pediatri e degli altri operatori sanitari verso la plasticità della funzione lattea delle donne e la fattibilità dell’allattamento in molteplici occasioni (analogo è il caso della bambina abbandonata in ospedale per un mese, poi adottata e allattata al seno, oggetto della comunicazione personale della dott.ssa B. Dalla Barba, Padova). Inoltre è importante che gli operatori sanitari siano a conoscenza della presenza sul territorio dei Consulenti IBCLC, professionisti che hanno le competenze per seguire tali percorsi di lattazione [9]. Nel caso riportato i diversi tentativi di ridurre il dosaggio del domperidone comportavano l’apparente diminuzione della disponibilità di latte. Questo spiega il ricorso al latte artificiale per gran parte del    percorso    d’ allattamento.    Non    sappiamo però se una più intensa stimolazione del seno, come avviene nel contatto pelle-a-pelle, e la condivisione del sonno, suggerite ma declinate dai genitori,    e    l’ eliminazione    dell’ uso    sia    pure moderato del succhietto avrebbero potuto ovviare a questa duplice dipendenza. Benché questo caso sembri dimostrare, in linea con le affermazioni di molti Autori, che per una madre adottiva produrre latte in quantità tale da sostenere un allattamento esclusivo sia irrealizzabile, Gribble afferma il contrario. Mentre per una madre biologica è possibile produrre latte a sufficienza anche allattando poche volte, per la madre adottiva la piena produzione di latte comporta l’adozione di uno stile d’allattamento più congruo con la fisiologia della lattazione [5]. Nel caso in questione i genitori adottivi, informati dalla Consulente IBCLC sul comportamento alimentare normale e fisiologico dei lattanti e dei pro e dei contro dello stile d’allattamento e accudimento prescelti, si reputavano pienamente soddisfatti di essere riusciti ad allattare al seno in modo parziale e a bassa intensità di aggiunte di latte artificiale, ma fino all’anno di vita. Allattare al seno a sufficienza un bambino adottivo probabilmente è associato con esiti rilevanti nella relazione d’attaccamento con la madre, oltre che con quelli già noti di salute fisica materno-infantile [10].

Conclusioni
Molte madri e operatori sanitari pensano che allattare al seno un bambino non biologico sia impossibile. Le evidenze scientifiche mostrano il contrario. I metodi    per    arrivare    a    un’ adeguata    produzione di latte includono la motivazione materna e un adeguato sostegno professionale, uniti a un opportuno piano di stimolazione dei capezzoli, semplice o abbinata a galattogoghi, o preceduta dall’uso preparatorio di estro-progestinici. Chiaramente sono necessari nuovi studi controllati al riguardo.
È auspicabile che anche in Italia l’allattamento adottivo sia incluso nelle linee guida di pediatri e ginecologi e che questa raccomandazione sia disseminata fra tutti gli operatori che vengono in contat- to con le donne, cioè medici, ostetriche, infermiere, psicologi, educatrici d’infanzia. La neonata professione di IBCLC è la professionalità cui possono fare riferimento sia le donne desiderose di allattare in queste circostanze speciali, sia gli altri operatori sanitari o i consulenti volontari o i peer counselors.

Non conflitti di interesse da parte degli Autori.

M. Ersilia Armeni*, Giulia Bellettini** *Pediatra, IBCLC, Roma; **Pediatra, IBCLC, ASL Milano, Milano

http://www.quaderniacp.it/
Bibliografia
[1] World Health Organisation Relactation: Review of Experience and Recommendations for Practice. World Health Organisation 1998, Geneva. [2] American Academy of Pediatrics. Policy Sta- tement. Breastfeeding and the use of human milk. Pediatrics 2005;115:496-506 (in italiano: Al- lattamento al seno-manuale per i medici, a cura di G. Bona. Minerva Medica, 2008).
[3] http://www.asklenore.info Accesso maggio 2010. [4] Lawrence RA. Beastfeeding. A guide for the medical profession. Sixth Ed, Mosby 2005. [5] http://www.who.int/childgrowth/standards/wei- ght_for_age/en/index.html Accesso maggio 2010. [6] Gribble KD. The influence of context on the success of adoptive breastfeeding: developing countries and the west. Breastfeeding Rev 2004;12 (1):5. [7] da Silva OP, Knoppert DC, Angelini MM, For- ret PA. Effect of domperidone on milk production in mothers of premature newborns: a randomized, double-blind, placebo-controlled trial. CMAJ 2001; 164:17-21. [8] Campbell-Yeo ML, Allen AC, Joseph KS, et al. Effect of domperidone on the composition of pre- term human breast milk pediatrics 2010;125; e107-14. [9] http://www.aicpam.org/. [10] Gribble KD. Mental health, attachment and breastfeeding: implications for adopted children and their mothers. Int Breastfeed J 2006,1:5.