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Pappe, biberon, compiti e cartelle Se il papà è bravo come la mamma

NON PORTANO il bimbo in grembo per nove mesi, ma quando arriva lo accudiscono come le mamme. Cambiano pannolini, si occupano di giochi, pappe e bagnetto, fino a cullarlo con dolci ninne nanne. Poi quando cresce lo portano a scuola, in palestra e lo aiutano a fare i compiti. Sono i nuovi padri, scesi in campo per aiutare le compagne nella crescita dei figli. Da un anno all’altro il giorno della Festa del papà racconta storie di uomini molto più partecipi alla vita familiare rispetto al passato. Anche loro, come le donne, sono spesso divisi tra doveri familiari e lavoro. Non tutti i padri si dedicano così alla crescita dei bambini, ma sono numerosi quelli sempre più in prima linea. “Poiché la famiglia si è trasformata e il ruolo della donna nella società e tra le mura domestiche è mutato, anche il ruolo paterno si è modificato, ciò non significa però che non si possa individuare un modello di riferimento”, dice Anna Oliverio Ferraris, ordinaria di Psicologia dello sviluppo all’università La Sapienza, e autrice di Padri alla riscossa. Crescere un figlio oggi.

Studio europeo boccia i padri italiani: stanno poco con i figli 1

Quando arriva il neonato. Il coinvolgimento del padre è importante fin dai primi giorni. Oggi dai papà non ci si aspetta solo che contribuiscano a sostenere materialmente la famiglia, ma che si impegnino anche nella crescita. Questo “crea con i figli un legame diverso dal passato e una maggiore comprensione dei loro bisogni di crescita”, dice Oliverio Ferraris. “La presenza attiva aiuta la madre nelle cure al neonato e crea un legame con il piccolo fin dai primi mesi. Il bambino differenzia il papà dalla mamma e questa duplice presenza gli servirà in seguito per non avere un legame troppo esclusivo con la mamma e riuscire quindi ad adattarsi a situazioni e persone diverse”, dice Oliverio Ferraris.

Ruoli diversi, ma vicini. 
“Questo anche perché la mamma dà radici alla vita di un figlio offrendogli protezione. Un padre regala un paio di ali a un figlio aiutandolo a diventare un esploratore della vita e del mondo”, spiega Alberto Pellai, autore del programma e del libro Questa casa non è un albergo! . Infatti “la maggiore vicinanza psicologica non implica però” che i padri debbano essere “iperprotettivi: una funzione tipicamente paterna è proprio quella di aiutare i figli a trovare gradualmente  la propria autonomia, la propria strada o vocazione”, aggiunge Oliverio Ferraris.

Libri e siti. Storicamente, la cura della prole è sempre stata tacitamente relegata alle donne. I padri erano distanti e meno coinvolti nei problemi quotidiani dei ragazzi. “Un tempo il papà pretendeva obbedienza da un figlio ed era un padre potente. Ora invece vuole essere amato dai figli e cerca di essere un padre competente”, aggiunge Pellai. Oggi anche i padri sono più coinvolti nella quotidianità. Aumenta la voglia di seguire i bambini e si moltiplicano siti, blog e manuali dedicati alla paternità. Fra i libri più recenti Genitori competenti, di Jesper Juul un libro con molti esempi pratici e schede per aiutare gli “insicuri” ad affrontare ogni fase della vita familiare. Spesso lo spunto sono storie di vita per trovare soluzioni a problemi quotidiani. Molte anche le iniziative e i siti dedicati ai separati o a quegli uomini che si ritrovano soli a gestire il figlio.

INTERATTIVO Le buone abitudini dei papà 2

Il gioco e lo sport. Spesso sono i padri a occuparsi dei giochi di movimento e a coinvolgere i ragazzi nella vita sportiva. Tutti in campo di Manuela Cantoia, per avviare i figli alla vita sportiva, compito spesso affidato ai padri. “Tendono a fare giochi di movimento che piacciono ai bambini, perché rispondono alle loro esigenze di crescita. Ma vanno adeguati all’età del bimbo, favorendo anche i giochi tra coetanei – dice Oliverio Ferraris – La competizione è connaturata allo sport. È quando diventa troppo seria e il genitore troppo esigente che rappresenta un problema, soprattutto se il figlio non riesce a soddisfare le attese”.

La ricerca. Nella crescita il ruolo paterno ha un ruolo fondamentale. Secondo una ricerca della New York University pubblicata su Maternal and Child Health Journal quando a soffrire di depressione è un padre, le conseguenze sullo sviluppo e autonomia dei figli possono essere pesanti. La ricerca, condotta su un campione di 22mila famiglie americane lungo l’arco di quattro anni  ha evidenziato come le possibilità dei bambini e ragazzi di sviluppare problemi emotivi o comportamentali aumentano se vivono con un padre che mostra sintomi depressivi.

L’adolescenza. Negli anni dell’adolescenza i genitori, con ruoli diversi, si completano e la presenza di un padre è ancora più importante. “Adolescenza e preadolescenza sono periodi di trasformazioni e metamorfosi importanti che richiedono da parte dei genitori sensibilità e fermezza. Bisogna vincere il desiderio di abbandonare il campo e di lasciare tutta la responsabilità alla madre, perché sia il figlio che la figlia, anche se protestano e si ribellano, sono in linea di massima avvantaggiati dalla presenza della figura paterna, sempre che questa sia valida, a cui sono spesso più inclini ad obbedire. C’è  in casa un secondo adulto con cui confrontarsi”, spiega Oliverio Ferraris.

Le regole. Anche se i padri di oggi sono più affettuosi e meno distanti di un tempo, non va dimenticato il rispetto delle regole. “Le regole svolgono un ruolo importante nella regolazione del comportamento – dice Maria Carmen Usai, coautrice di Diamoci una regolata!, in uscita ad aprile – . Con le regole diamo loro informazioni su quali comportamenti siano più accettabili. Sono efficaci se sono realmente accessibili e alla portata delle capacità  del bambino. Per assicurarsi ciò l’adulto deve individuarne poche, ma essere fermo e coerente nel farle rispettare. Spesso pensiamo che i papà  con un atteggiamento più severo abbiano maggiori possibilità di successo nel regolare il comportamento dei bambini. Il problema non è essere più o meno severi, ma essere efficaci nel comunicare al bambino ciò che da lui ci si aspetta”.

Una guida per il futuro. “Le regole rappresentano una guida, una protezione e consentono ai figli di pianificare i propri comportamenti e di fare delle previsioni. Bisogna parlarne e  spiegarle. La differenza con il passato è che i padri autoritari di un tempo non davano spiegazioni, oggi invece si dà molto più spazio al dialogo e se ne vedono gli effetti benefici”, conclude Oliverio Ferraris.

(17 marzo 2012)

L’articolo è tratto da:

http://www.repubblica.it/salute/prevenzione/2012/03/17/news/pannolini_pappe_e_biberon_la_rivoluzione_dei_nuovi_pap-31730560/?ref=HRERO-1

Piccoli geni già a quattro anni s´impara di più prima della scuola

I neuroscienziati: “Sfruttiamo meglio l´età fertile del cervello”.   

 La rivista “Science” spiega perché un´educazione precoce garantisce successo nella vita. L´Associazione culturale pediatri suggerisce di leggere ad alta voce libri ai bimbi di sei mesi

Le neuroscienze li chiamano “gli anni che durano per sempre”, l´età fertile del cervello in cui si pongono le basi del successo futuro. Per questo lasciare i bambini da zero a 6 anni senza scuola né educazione è come lasciare una spugna senz´acqua e un campo senza aratro. “Probabilmente le avete dimenticate, ma le esperienze che avete fatto prima della scuola influenzano ancora oggi molti aspetti della vostra vita. A partire dalla confidenza con la matematica fino ad arrivare all´entità dello stipendio” scrive la rivista Science nello speciale “Investire presto nell´educazione”. L´oggetto del contendere non è nuovo: a quale età sia meglio iniziare la scuola. Gli studi scientifici però lasciano ormai pochi dubbi. Da zero a 6 anni la mente di un bambino vive le fasi più tumultuose e decisive della sua formazione, quelle in cui l´apprendimento avviene con più naturalezza e ha effetti più duraturi. Le ultime ricerche rivelano capacità di manipolare numeri e parole insospettate fin dai primissimi mesi di vita. E la ricchezza del vocabolario di un bambino di prima elementare è in grado di dire molto sui suoi successi futuri all´università e sul lavoro.
«Chi ha architettato il sistema scolastico dell´infanzia non conosceva come si sviluppa il cervello» conferma Pier Paolo Battaglini, direttore del centro per le neuroscienze “Brain” dell´università di Trieste. «Nei primi 4 anni si raggiunge il picco di connessioni fra i neuroni. Il loro numero supera quello del cervello adulto. A quell´età saremmo esseri straordinari, se non fossimo partiti da zero. Dai 4 anni in poi le connessioni diminuiscono. Si ha il fenomeno della cosiddetta “potatura”. Si mantengono solo le sinapsi più importanti». Già nel momento in cui un bambino inizia a parlare, appaiono le differenze di classe sociale. «I figli di genitori della classe media a 4 anni conoscono in media il 54% dei nomi delle lettere, mentre quelli delle classi sociali più basse ne conoscono solo quattro» spiega Marco Carrozzi, che dirige la neuropsichiatria all´ospedale infantile Burlo Garofolo di Trieste». E dal momento – sostiene Science – che “l´educazione precoce pone basi così importanti per l´apprendimento futuro, andrebbe presa sul serio almeno quanto il periodo della scuola”.
Non così avviene in Italia, dove le strutture di nidi e materne sono ridotte all´osso. Di uno «spreco degli anni migliori per imparare» parla Benedetto Vertecchi, docente di pedagogia sperimentale all´università di Roma Tre. «Nei confronti dell´infanzia abbiamo un atteggiamento custodiale: i bambini piccoli vanno tenuti buoni e basta. Come quando, alla fine del ´700, i genitori iniziarono ad andare in fabbrica in Gran Bretagna e con i figli piccoli usavano uno straccetto imbevuto di gin. L´immagine oggi ci fa inorridire, ma non è poi così diversa dai grandi schermi degli asili. In Francia, al contrario, già le materne si pongono l´obiettivo di educare attraverso curricula speciali per la prima infanzia. I risultati si vedono. A 3 anni i bambini sono più autonomi, sanno allacciarsi le scarpe e usare la forchetta». Tanto gli Stati Uniti credono nella scuola anticipata, che per mantenere in classe un milione di bambini disagiati di 3 e 4 anni l´amministrazione spende ogni anno 7,5 miliardi di dollari. Anche in tempi di crisi nera. Il programma si chiama “Head Start”: vantaggio in partenza. L´approccio americano, molto cognitivo, sfrutta spesso programmi al computer che misurano performance e incrementano competenze. In Italia la strada è diversa. Fra le poche iniziative per la prima infanzia spicca il programma “Nati per leggere” dell´Associazione culturale pediatri: una mamma o un papà con in braccio il bambino (a partire da 6 mesi) e un libro aperto da leggere ad alta voce e sfogliare. Tanto successo ha avuto il progetto, che recentemente l´Associazione gli ha affiancato “Nati per la musica”.
L´idea trova entusiasta Italo Farnetani, professore alla Bicocca di Milano e autore di “Da zero a tre anni” e “L´enciclopedia del genitore”: «Se incontrano la musica nei primi anni di vita, i bambini non la lasceranno più. È anche un ottimo sistema per farli tornare di buon umore». A differenza di videogiochi e software per apprendere, libri colorati e canzoni «non tolgono la gioia di essere bambini». Quanto alla scuola «sarebbe bene rendere universale l´asilo e iniziare le elementari con un anno di anticipo». Un bambino da 3 a 5 anni è infatti, secondo Farnetani, «come la memoria di un computer, che assorbe tutto ciò che vi viene immesso. Per questo ha bisogno di vivere in mezzo alla gente, ascoltare racconti, vedere volti e colori, vivere sensazioni. Non vuole rilassarsi nella solitudine e nel silenzio come un adulto stressato, ma ricevere stimoli di ogni tipo. Più gli si parla, meglio è».
L´importanza del dialogare con i bambini è stata confermata da una catena di studi degli ultimi 5 anni. “Tra la nascita e i 6 anni lo sviluppo del linguaggio è rapidissimo. La conoscenza delle parole e della sintassi a 3 anni è un indice della comprensione di un testo al liceo” spiega David Dickinson della Vanderbilt University di Nashville. Perfino la ricchezza di gesti ed espressioni del viso che i genitori usano con il figlio a 14 mesi influenzano la ricchezza del suo vocabolario a 6 anni. Da quanto un bambino ascolta gli adulti attorno a sé, spiega Science, dipenderà la sua capacità di comprendere le frasi a 18 mesi. E la varietà dei termini usati da madre o maestra a 30 mesi avrà effetto sulla ricchezza del vocabolario un anno più tardi. «Senza contare – aggiunge Carrozzi – che tra il 15 e il 20% dei bambini arriva alle elementari con alcune difficoltà, ma solo il 3% ha un vero disturbo come la dislessia. Intervenire prima dell´inizio della scuola permette spesso di risolvere i problemi alla radice».

ELENA DUSI – la Repubblica | 24 Agosto 2011

Quei tre mesi di latte materno che formano il gusto per la vita

Secondo una ricerca dell’Università di Philadelphia, il periodo dai 2 ai 5 mesi è determinante per “costruire” il palato del neonato e l’abitudine ai sapori, anche quelli più “difficili”. Così la mamma è in grado di orientare le scelte alimentari future del figlio

di SARA FICOCELLI

ROMA – I sapori assorbiti attraverso il latte materno formano i gusti del bambino, in particolar modo tra i 2 e i 5 mesi di vita. Lo afferma uno studio dell’Università di Philadelphia presentato al meeting dell’American Association for the Advancement of Science, in corso a Washington. I ricercatori hanno dimostrato la loro teoria dando sistematicamente ai neonati un latte artificiale arricchito dal sapore amarognolo e acido, che però i piccoli hanno continuato a cercare ed apprezzare anche nei mesi successivi e fino all’adolescenza. Bambini a cui questo latte era stato dato dopo i sei mesi di vita, invece, lo hanno rifiutato.

”Abbiamo dimostrato che il periodo tra i 2 e i 5 mesi di vita è fondamentale per formare il gusto – ha spiegato Gary Beauchamp, uno degli autori della ricerca – e crediamo che la madre sia in grado di orientare questo processo, ad esempio mangiando molta frutta e verdura durante la gravidanza e l’allattamento”.

Lo studio conferma l’importanza del latte materno, il cui valore non è sempre stato riconosciuto da tutti. “Quando mi sono laureato – ricorda il dietologo Ciro Vestita dell’università di Pisa, esperto di alimentazione infantile – alcuni autorevoli professori sostenevano che il latte artificiale fosse meglio di quello naturale. Una teoria sbagliata. Il latte materno conferisce un apporto nutritivo pazzesco: basti pensare al fatto che i bambini allattati al seno sviluppano asma e allergie solo in rarissimi casi, al contrario di quelli cresciuti con quello artificiale”.

Il dietologo Vestita è d’accordo con la possibilità che il sapore del latte della madre influenzi i gusti del bambino: “Durante la gravidanza e subito dopo – spiega – la mamma assorbe attraverso il cibo sostanze che vengono percepite dal bambino e gli permettono di accettare o meno un certo alimento. Se, ad esempio, una donna incinta mangia molti calvolfiori, assorbirà delle molecole solforate che, trasmesse attraverso il latte, permetteranno al figlio di apprezzare un alimento non sempre amato durante l’infanzia”. La composizione nutritiva del latte materno però è tanto preziosa quanto delicata e alterabile. “Se una madre beve alcolici o fuma – conclude l’esperto – il figlio assorbirà sostanze tossiche. Bisogna insomma stare molto attenti”.

La possibilità di produrre latte scarsamente nutritivo dipende anche da fattori indipendenti dalla volontà dei genitori. Proprio in questi giorni i ricercatori dell’Università di Granada e dell’Ospedale San Cecilio, in Spagna, hanno scoperto che il parto prematuro impoverisce il latte materno, in questi casi carente dell’enzima Q10. Lo studio, pubblicato su Free Radical Research, ha messo a confronto trenta donne che allattavano al seno (di cui quindici avevano partorito prematuramente) riscontrando che le madri con bambini nati “regolarmente” avevano un latte con livelli di Q10 più alti del 75% rispetto a quelle che avevano avuto figli prematuri; e lo stesso valeva per il tocoferolo e altri antiossidanti.

NOTA DELL’ADMIN: A fronte di queste ultime righe ribadiamo la necessità di sostenere un parto naturale per le donne incinta da parte di tutti gli attori coinvolti (personale sanitario, medici e ostetriche) limitando, se possibile, le nascite con cesarei programmati. Ribadiamo inoltre, per evitare confusione, che il latte materno rimane il miglior alimento per ogni bambino, anche prematuro.

Da: “la Repubblica” 22 febbraio 2011