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Il pediatra di fronte ai problemi del sonno: un’occasione di riflessione sul nostro ruolo

A seguire una relazione della dott.ssa Maria Merlo, pubblicata sul sito ACP Ovest

La serata è nata dal desiderio di mettere in comune alcune riflessioni del gruppo genitorialità nate
dalla lettura delle conclusioni della ricerca (a cura delle dottoresse Zaltron e Favretto): “Genitori,
bambini e pratiche quotidiane di cura. Il ruolo della pediatria nella costruzione delle
rappresentazioni della genitorialità adeguata” . E dal desiderio di confrontare il nostro lavoro
medico con una visione antropologica, in grado forse di spiegare alcune contraddizioni in cui ci
troviamo immersi.
L’antropologia medica nasce in seno all’antropologia culturale, disciplina che mira ad analizzare
l’uomo nelle sue dimensioni socio-culturali; oggi in particolare esamina le interazioni fra i singoli e
il contesto in cui agiscono. Studia dunque come alcuni processi politici, economici e culturali
“macro” influenzino il livello “micro” e, viceversa, come le esperienze soggettive abbiano una
ricaduta sulle dinamiche sociali più ampie.
All’interno di questa prospettiva si costituisce l’antropologia medica, in origine con lo scopo di
studiare medicine “altre” che si credevano “credenze” magiche , religiose ed altro ancora. A partire
dagli anni settanta la disciplina si è rivolta anche allo studio della biomedicina, considerata
anch’essa una pratica socio-culturale.
L’antropologa che ci ha aiutato nella discussione dei temi proposti è la dottoressa Ilaria Lesmo.
Nell’attuale processo di trasformazione della società verso l’individualizzazione e quindi dei
cambiamenti rispetto al concetto di bambino, di autorità ecc, non dobbiamo stupirci della difficoltà
degli attuali genitori a fare i genitori:
1) in un periodo di transizione manca un modello culturale unitario a cui fare riferimento.
2) Questo modello manca ai genitori, ma anche ai pediatri e agli altri esperti
Prendiamo, come esempio, il problema del sonno, che è frequente e forse uno dei più controversi.
Nelle soluzioni che gli esperti propongono si rintracciano soluzioni diverse. Ci siamo chiesti se, pur
fra le diversità ben evidenti, era possibile rintracciare un nucleo comune.
In effetti tutti i testi iniziano con la fisiologia, spiegando le caratteristiche del sonno dei bambini
(fasi del sonno, addormentamento nei più piccoli in fase REM, durata delle varie fasi, fisiologia dei
microrisvegli nei passaggi di fase ecc) e i loro cambiamenti nel tempo.
Poi però differiscono fra loro anche profondamente nelle soluzioni.
Le differenze nascono da:
1) teorie di base differenti
2) una lettura diversa dei bisogni dei bambini
3) un peso diverso dato ai bisogni del bambino e a quelli della famiglia
4) diversità rispetto al problema se, come e quanto il bambino deve essere guidato (quanto
quindi viene valorizzato l’aspetto della competenza e quanto quello dell’immaturità; diverso
peso di autorità e negoziazione)
5) obiettivi dell’educazione
Vari autori analizzati secondo questi 5 punti:
W. Sears Genitori di giorno e…di notte.La Leache League International, 1985
1) La Lega del latte (di cui Sears è diventato uno degli ideologi) basa il suo approccio
sull’importanza di seguire la natura. Mamma e bambino sono mammiferi. La cultura non può
prescindere da questo, altrimenti fa danni. I problemi del sonno sono una conseguenza di richieste
al bambino “innaturali”, legate al tipo di organizzazione e di vita della nostra cultura che nontengono conto della natura. Riportare il sonno dei bambini alle sue condizioni naturali evita la
maggior parte dei problemi.
Non è naturale dormire a lungo di notte (l’allattamento notturno è indispensabile perché il latte
umano non è fatto per sonni prolungati; la specie umana richiede alto accudimento perchè il
neonato completa la sua maturazione fuori dall’utero; i microrisvegli hanno la funzione, importante
nell’evoluzione, di controllare l’ambiente per fronteggiarne i pericoli). Non è naturale dormire da
solo.
2) Sears mette in evidenza soltanto un tipo di bisogni del bambino: il bisogno di continuità con la
vita intrauterina, di fusionalità e di regolazione esterna. Il b perciò è bene che resti nel lettone (al
limite si allarga il lettone per far posto a tutti i figli), che mantenga il contatto e la suzione fino a
quando vuole. Si staccherà, dal seno e dal lettone, quando è pronto, senza la necessità di un
intervento o una pressione esterna. Questa impostazione trascura l’evoluzione del bambino, la
crescita delle sue capacità di autoregolazione e i suoi bisogni di autonomia che crescono con lui!
(diverso è il neonato e il bimbo di 3 anni).
3) Trascura anche i bisogni dei genitori. Le esigenze degli adulti (di sonno tranquillo, di intimità
coniugale ecc) sono negate o minimizzate (la mamma è contenta di poter avere il bambino con sé; i
ritmi REM e non REM di mamma e bambino arrivano a coincidere per cui i risvegli della mamma
non sono molto disturbanti; dopo la poppata la mamma si riaddormenta subito, anzi può allattare
anche senza svegliarsi completamente; se la coppia ha bisogno di intimità può trovare altri tempi e
spazi ecc).
4) Sears non ha bisogno né di imporre regole né di negoziare. Educare significa leggere e seguire
esclusivamente le richieste del bambino, adattandosi ad esse. Il bambino, soddisfatto nelle sue
esigenze di fusionalità, maturerà, diventerà autonomo coi suoi tempi e si svilupperà al meglio.
All’estremo opposto troviamo il metodo di Estivill: il bambino, dai 3 mesi, deve addormentarsi da
solo e deve gestirsi da solo i microrisvegli. Per ottenere ciò occorre lasciarlo piangere, accorrendo
da lui a intervalli sempre più lunghi e sempre senza prenderlo in braccio e senza dargli un aiuto
esterno (cullarlo ecc), ma solo facendo sentire la presenza dell’adulto.
1) Questo metodo si basa sulla teoria comportamentistica più arcaica, una teoria che non prende in
considerazione né gli aspetti cognitivi né quelli emotivi, ma si basa solo sul concetto: stimolorisposta (è’ il sistema utilizzato dagli addomesticatori di animali!)
2) Ignora completamente tutti i bisogni del bambino, tranne quello di riuscire a dormire e quindi di
riposare. Ignora inoltre anch’esso l’evoluzione dei bisogni del bambino (si tratta l’addormentamento
nello stesso modo, a tutte le età, qualsiasi sia il problema alla base).
3) Salvaguarda pienamente il bisogno degli adulti di dormire, di avere tempi e spazi per sé, dei ritmi
di vita prevedibili (a letto alle 21).
4 Sottintende che il bambino non è competente. Per crescere bene e per disturbare il meno possibile
deve essere guidato completamente e adattato al volere degli adulti. E’il genitore che pone le regole.
Educare il bambino significa imporgli delle regole assolute che non tengono conto del suo
temperamento (esempio: ore di sonno che sono necessarie a quel bambino lì, bambino ipereccitabile
che stenta a rilassarsi e ha più bisogno di altri di una regolazione esterna, bambino angosciato per
qualche motivo ecc), dei suoi desideri, dei suoi bisogni (di fusionalità, magari di stare qualche ora
coi genitori che lavorano…). E’ un metodo autoritario vecchio stile, che somiglia molto al
vecchio:”lascialo piangere, se no lo vizi; lascialo piangere e vedrai che impara; piangere fa bene,
sviluppa i polmoni”.
Vegetti Finzi (psicologa; docente di Psicologia Dinamica all’Università di Pavia) si richiama
invece alle teorie della Mahler e al conflitto edipico.
1) Tutti insieme nel lettone? No. E’ bene che il bambino dorma subito, dal primo giorno, non solo
nel suo letto, ma nella sua camera.
E’ infatti importante che ogni bambino abbia uno spazio per sé, come individuo distinto, nella
mente dei genitori. Ciò permette al bambino di imparare a percepirsi come persona non fusa coigenitori (percorso di individuazione-separazione). Separazione e esclusione sono inevitabili,
rappresentano “prove” da superare per crescere. Bisogna aiutare il bambino in questo percorso,
consolandolo quando piange, utilizzando pazienza e calma per aiutarlo a diventare autonomo.
Certo, il b ha bisogno di vicinanza corporea che gli comunichi affetto, tenerezza, ma sempre entro i
limiti del pudore e del rispetto dell’intimità dell’altro. Questi limiti vengono a cadere quando il
contatto diventa troppo intimo, stimolante, avvolgente.
Il b , perché la sua sessualità possa crescere in modo armonioso, deve capire che non si può
sostituire al padre o alla madre, non li può separare (conflitto edipico).
Anche Stephan Clerget, francese, psichiatra dell’infanzia ((Stephan Clerget, Anne Lamy. Adesso
torna nel tuo letto. EGA 2008) ha presente in primo piano la teoria dell’Edipo:
1) “il b. non ha nulla da guadagnare col cosleeping. Dopo i 3 anni il b che sta entrando nella fase
edipica avverte e capisce i legami di desiderio amoroso e sessuale fra i genitori e vorrebbe
parteciparvi. Educarlo significa insegnargli a rinunciare a questo legame incestuoso. Non è escluso
che la vicinanza corporea a 3 anni turbi il suo sviluppo affettivo. Fino a quando non dormirà notti
intere, verso i 6 mesi (!), può restare nella sua culla in camera coi genitori. Poi può andare in
camera sua”.
Cramer sottolinea, alla base dei disturbi del sonno, le angosce dei genitori che si traducono in un
disturbo della relazione.
1) I genitori inquieti e angosciati, che sentono il figlio ipervulnerabile, interpretano i normali
risvegli del bambino come segni di sofferenza fisica o psichica. Sviluppano perciò un’ipervigilanza,
accorrendo immediatamente (a volte anche prima dei risvegli!) a volte disturbamdo il bambino e
impedendogli comunque di imparare l’autoconsolazione
La maggior parte dei testi più recenti hanno in comune la teoria dell’intersoggettività e quella
dell’attaccamento.
1) Intersoggettività: Il bambino fin dalla nascita è una persona, con sue caratteristiche individuali, in
grado di essere in relazione cogli altri: all’inizio una relazione essenzialmente emotiva che poi
diventa una relazione anche mentale. Come persona va ascoltato e rispettato ed è soggetto attivo
nell’educazione (porta le sue esigenze). Educarlo non significa “inculcare” norme, ma aiutarlo a
svelare e realizzare se stesso.
Attaccamento: Nel corso dei primi 3 anni di vita, durante tutte le esperienze della sua giornata
(dunque anche durante la gestione del sonno) il bambino si forma un’idea del mondo, di sé e degli
altri e struttura il modello di attaccamento e i modelli operativi interni che lo caratterizzeranno per
tutta la vita. Se gli adulti sono sensibili alle sue esigenze, rispondono prontamente al suo pianto, ai
suoi bisogni, alle sue richieste, imparerà che si può fidare dei genitori, che il mondo è un luogo
ospitale e che lui è in grado di vivere bene nel mondo. Maturerà una fiducia di base e un
attaccamento sicuro che gli permetteranno, quando è necessario, di distaccarsi con facilità (quindi
anche di abbandonarsi al sonno) e di esplorare il mondo.
2) Questi libri considerano in modo simile i diversi bisogni dei bambini e tentano di equilibrarli: da
una parte il bisogno di fusionalità e di vicinanza, dall’altra di autonomia e di imparare a passare
dall’eteroregolazione all’autoregolazione (dunque di imparare a dormire da soli). Sono molto attenti
a non chiedere troppo al bambino (un’autonomia per cui non è ancora pronto) e a gestire i problemi
del sonno come tutti gli altri momenti della giornata, nell’ottica di aiutare il bambino a formarsi una
base sicura.
3) Cercano in modo simile di tener conto anche dei bisogni dei genitori (di dormire, di avere orari
prevedibili e tempi per sé).
Sono libri che in generale offrono meno ricette precise (per esempio non si schierano sul tema:
lettone si o no) in quanto richiedono di calibrarsi sul singolo bambino, sulla singola famiglia e sulle
diverse tappe del suo sviluppo.
Cercano di aiutare i genitori dicendo, in realtà, cose ovvie: preparare il bambino al sonno,
l’importanza dei rituali, non far addormentare il bambino al seno, aiutare e incoraggiarel’autonomia del bambino ma rispettandone con pazienza i ritmi di sviluppo ecc. Sono i più
equilibrati e ovvii, ma anche i più difficili da applicare.
Differiscono fra loro per sottolineature diverse riguardanti gli ultimi 2 punti: il 4), cioè il tema di
quanto è necessario guidare il bambino (autorità e negoziazione, peso diverso ai 2 poli:
competenza-immaturità del bambino) e il 5), cioè gli obiettivi dell’educazione
4) Procedendo dai più autoritari (maggior peso all’immaturità) ai meno autoritari (maggior peso alla
competenza):
Grazia Honegger Fresco (Facciamo la nanna, Il leone verde, 2006), allieva della Montessori. Il
bambino deve essere libero di svilupparsi, però entro binari molto precisi, rigidi e uguali per tutti,
formulati dai genitori per il benessere del bambino.
Il problema del sonno praticamente non esiste se si segue questa impostazione e si aiuta il bambino
ad avere una “buona” giornata, in quanto tutto ciò che rende ricca e interessante la veglia facilita il
sonno. Il bambino deve avere autonomia di movimento (non deve essere messo in seggiolini, infant
seat ecc, ma a terra fin dal primo mese); non aiuti inutili (che sono ostacoli allo sviluppo); deve
giocare da solo in modo da esplorare e vivere le sue esperienze, senza essere “plagiato” dal
pensiero e dall’immaginazione dell’adulto; non deve essere posto di fronte a scelte eccessive (è il
genitore che sceglie, non il bambino); deve avere regolarità nei ritmi di vita (a letto non oltre le
20,30 anche se il papà rientra tardi)
(Questo approccio, probabilmente rivoluzionario all’epoca della Montessori che è stata una delle
prime a considerare il bambino come individuo, mi sembra molto datato perché dimostra molto
interesse per le condizioni ambientali che favoriscono lo sviluppo, ma molto poco per la relazione).
Tracy Hogg (Il linguaggio segreto dei neonati, Mondatori, 2001). Infermiera inglese, specializzata
in puericultura, vive a Los Angeles dove ha fondato Baby Technique con cui offre consulenze a
genitori, tiene corsi, conferenze ecc.
E’ il genitore che detta il ritmo, non il bambino “che è solo un bambino”.
Però, rispetto all’autrice precedente, è attenta anche alle differenze fra bambino e bambino: li
distingue in vari gruppi secondo le loro caratteristiche (angelico, da manuale, sensibile, vivace,
scontroso).
La strutturazione della giornata è anche qui rigida, uguale per tutti, ma la proposta al bambino
viene fatta in modi differenti tenendo conto delle sue caratteristiche. La giornata deve seguire un
ritmo preciso: pasto, gioco, nanna, tempo per i genitori, in una cornice che dia ordine e regolarità
alla vita del bambino. Ciò aiuta la famiglia a non vivere nel caos, a gestire i vari problemi (non solo
del sonno, ma anche di alimentazione, coliche ecc). Aiuta anche il bambino a crescere e il bambino
non fa fatica a seguirla perché è rispettosa delle sue esigenze.
Rispetto al sonno utilizza i soliti consigli (attività tranquille serali, rituali ecc) sottolineando che è
importante non rendere il b dipendente da bisogni esterni (ciò significherebbe togliergli la
possibilità di calmarsi da solo e impedirgli di addormentarsi da solo) e che sostenere l’autonomia
non vuol dire lasciarlo piangere, ma soddisfare i suoi bisogni. Significa però anche rimetterlo giù
non appena i bisogni sono soddisfatti.
La Clerget suggerisce, per i bambini che si svegliano e chiamano nel cuore della notte, di fare “un
contratto: “io ti aiuto con orari regolari, con rituali, e tu non ci svegli e non vieni nel lettone”.
Un contratto: dunque il bambino è alla pari col genitore. Ma far rispettare il contratto, come si vede
successivamente, dipende dal genitore: “Se si sveglia ogni 2 ore: si ritarda un po’ alla volta il
momento in cui si risponde al suo pianto. Quando si va gli si dice solo: E’ notte, bisogna dormire,
senza coccole e discussioni”
Asha Philip (I no che aiutano a crescere, Feltrinelli, 1999) propone un modello di genitore che aiuta
attivamente il bambino a maturare e a crescere facendogli delle richieste ma anche fornendogli
amore e sostegno. Per quanto riguarda il momento del sonno la madre che mette il bambino a
dormire nella culla gli comunica che il disagio che lui sente è sonno e che la culla non è un posto
orribile. Crea in lui la sensazione che le cose andranno bene, gli permette di trovare i modi per
adattarsi, lo aiuta nel rafforzamento del senso di sé. E’ l’inizio di una crescita emotiva , un primopasso per attingere da sé le proprie risorse e per goderne. Il b però deve ricevere abbastanza amore
da avere il “carburante” necessario.
Pur con un’impostazione di questo genere non si scaglia contro il metodo Estevill. Porta l’esempio
di una madre spesso sola (il compagno lavorava lontano), incapace di lasciar piangere la bimba di 9
mesi, ma esausta per i suoi risveglio gni 2 ore. Con l’aiuto di un’amica, ha lasciato piangere la
bambina la prima sera per 1 ora, poi mezz’ora; in 5 giorni la b. non si è più svegliata. L’autrice la
definisce una soluzione drastica, ma dice che,”siccome avevano una solida base comune, il recupero
fu relativamente facile”.
Sara Letardi (Il mio bambino non mi dorme, Bonomi, 2007) propone un approccio ancora meno
direttivo, in cui la madre, quando ci sono problemi del sonno, non impone nulla, ma propone al
bambino cambiamenti nella gestione dell’addormentamento e dei risvegli.
Anzi, con l’idea che è il metodo che si deve adattare al bambino e non viceversa, l’autrice arriva a
suggerire di chiedere il consenso del bambino ai cambiamenti, lasciando a lui la libertà di scegliere
se accogliere o meno le richieste, che andranno sempre formulate con un: ”Per favore” e seguite da
un “Grazie”.
Ci sono poi differenze rispetto agli obiettivi della educazione:
5) Brazelton sottolinea molto il bisogno di autonomia del bambino. L’autonomia è un valore in sé,
uno degli obiettivi principali dell’educazione negli USA, come conseguenza dell’educazione a una
società individualista.
Prima dei 4 mesi, per l’immaturità del SNC, il bambino non è in grado di addormentarsi da solo e
di gestirsi i risvegli.
Ma già a 3 settimane si può cercare di intervenire sui ritmi sonno-veglia provando ad allungare gli
intervalli fra le poppate. Poi, via via, per condizionarlo a un lungo sonno notturno, si può intervenire
sempre di più, per esempio svegliandolo, se è necessario, alle 22. Successivamente si può agire sul
ritmo e la durata dei pisolini diurni.
Aiutare il b ad addormentarsi da solo è una modalità rispettosa del bambino, della sua autonomia e
delle sue possibilità.
Dai 4 mesi si può cominciare ad aiutarlo ad addormentarsi da solo. E’ infatti fisicamente pronto a
stare 6-8 ore senza mangiare e il suo cervello ha raggiunto una maturazione tale per cui può avere
un ruolo attivo nell’addormentamento.
Un b di 5 mesi deve aver già imparato a gestirsi da solo i risvegli notturni.
Alcuni consigli: non addormentarlo al seno o in braccio; metterlo nel lettino ancora sveglio,
dandogli buffetti, carezze e dicendogli: “Ce la fai, ce la fai…!” ; offrirgli il ciuccio; fargli trovare il
dito; ninne-nanne; suono “bianco”; rituali.; ai risvegli non accorrere al primo strillo.
Se si vuole si può metterlo nel lettone (sembra che secondo Brazelton sia un’esigenza più del
genitore che lavora e desidera il contatto col figlio che del bambino). Ma bisogna sapere che a 2 o 3
anni, quando si vorrà spostarlo, lui avrà inserito il lettone e il genitore nelle modalità di
addormentamento e il cambiamento potrà essere difficile.
Naturalmente ci saranno regressioni ai touch points. In quei momenti sarà come fare un passo
indietro, occorrerà nuovamente una maggiore presenza. Bisognerà però fare attenzione ai segnali
che dicono che il b è nuovamente pronto per una maggiore autonomia (spesso basta una settimana).
Puntando probabilmente molto anche lei sull’autonomia L. Moore, ricercatrice, docente di
Psicologia dello Sviluppo in Inghilterra (Il linguaggio prima delle parole), propone di insegnare ad
addormentarsi da solo anche al neonato. Per mediare fra il bisogno di fusionalità del b molto
piccolo e l’educazione all’autonomia, ripropone un metodo utilizzato in alcune culture: quello di
fasciare il bambino. Suggerisce cioè un contenimento artificiale (la fasciatura), invece di prendere
in considerazione un contenimento “naturale” (le braccia) anche per un neonato.
Carlo Gonzales, pediatra spagnolo, (Besame mucho, Coleman) sembra puntare invece ad una
educazione meno individualista. Abbiamo bisogno gli uni degli altri; gli esseri umani sono
interdipendenti. Il pianto è un segnale. Il bambino che piange sta esercitando una competenza
sociale, sta imparando a chiedere aiuto. Perciò occorre rispondere al suo pianto.Vediamo gli studi pediatrici.
Genitori più.
Si occupa dell’argomento solo dal punto di vista della prevenzione della SIDS.
Bene condividere la stanza da letto per permettere un “disturbo” fisiologico del sonno (cioè
impedire un sonno troppo profondo che inibisce l’automatismo del respiro quando il SNC è ancora
immaturo) in modo da ridurre il rischio di SIDS.
Fino al 2004 si riteneva sicuro il bed sharing (tranne che per genitori fumatori, obesi o sotto effetto
di sonniferi, alcool, o droghe). Studi recenti hanno evidenziato che il bed sharing aumenta
comunque il rischio di SIDS sotto le 11 settimane. Perciò sembrerebbe ammesso solo oltre le 11
settimane. Ma il problema è ancora in parte controverso.
(Quaderni ACP 2005, numero 4 e 6)
Nei cosleepers sono documentati maggiori disturbi del sonno. Si conferma cioè che il sonno nel
lettone ha periodi più brevi di sonno profondo e più frequenti risvegli.
Questo è valutato positivamente da alcuni (Moschetti, pediatra di base, superesperta della fisiologia
del sonno) in quanto diminuisce i rischi di SIDS) e negativamente da altri (Ciotti, neuropsichiatra
infantile di Cesena).
Inoltre Moschetti vede il cosleeping come conseguenza dei disturbi del sonno (non dorme, quindi lo
metto nel lettone) mentre Ciotti come causa (lo metto nel lettone e il sonno del bambino è più
disturbato).
Ciotti perciò consiglia ai pediatri di affrontare il problema del sonno prima che i bambini
raggiungano gli 8-9 mesi (età in cui i disturbi iniziano ad essere più frequenti per l’ansia da
separazione), spiegando ai genitori che il b. deve imparare ad addormentarsi da solo e non deve
stare nel lettone. Pur essendo un neuropsichiatra che sostiene la teoria dell’attaccamento non
demonizza il metodo Estivill (valorizzando il fatto che comunque c’è una risposta al pianto del
bambino e che tale risposta è prevedibile per lui).
Moschetti sottolinea come il sonno solitario crea ansia (aumento del cortisolo e della frequenza
cardiaca) e propone quindi, rispetto al lettone, di lasciar fare ai genitori come vogliono, spiegando
loro che comunque i disturbi sono transitori (fino ai 3 anni!).
Partendo da teorie diverse, diversa dunque è la posizione riguardo a: lettone sì, lettone no.
Ma anche riguardo ad altri aspetti:
Ciuccio
Sears: non serve; c’è la suzione al seno
Brazelton: si può
Hogg: si, ma solo prima dei 3 mesi e senza abusarne (aiuta il bambino a non utilizzare la mamma
come un ciuccio umano). Se un bambino di 3 mesi si sveglia piangendo perché ha perso il ciuccio,
significa che se ne è abusato.
Genitori più: ha effetto protettivo contro la SIDS, perciò sì’ dopo il primo mese (per non interferire
coll’allattamento; ma in nota si riportano recentissimi studi che sembrerebbero dimostrare che non
interferisce sull’allattamento) e fino all’anno.
Dentisti: no perché favorisce le malocclusioni
Dito
Hogg: si, in quanto iniziativa del bambino. Non c’è problema sul farlo smettere: smetterà di
succhiarlo quando è pronto.
Fresco: quando il bambino lo trova da solo, lasciarglielo, ma non attivarsi per farglielo trovare.
Brazelton e Murray: attivarsi per farglielo trovare, in modo che sia facilitato nella gestione
dell’autoconsolamento.
Dentisti: malocclusioni
Farlo addormentare al senoSears: si
Tutti gli altri: no, metterlo giù ancora sveglio
Correre subito ai risvegli
Estevill: no. Mantenere i tempi del metodo.
Brazelton: no, lasciargli il tempo di provare a riaddormentarsi
Letardi: si, in modo che non si svegli completamente
Sears: si, offrendogli subito il seno
Età a cui cominciare a insegnargli a dormire:
Estivill: dopo i 3 mesi
Murray: subito
Philips: subito
Brazelton: dopo i 4 mesi
Età a cui può sospendere le poppate notturne:
Brazelton: 4 mesi
Letardi: 1 anno
Sears: quando vuole
Età a cui ci si può aspettare che faccia una notte intera
Brazelton: 5 mesi
Clarget: 6 mesi
Estivill: 6 mesi
Cramer: all’anno il 60-70% dei bambini ha la capacità di addormentarsi da solo e di gestirsi i
risvegli
Ogni pediatra poi ha i suoi aggiustamenti personali di queste teorie, aggiustamenti che riflettono le
abitudini sue e della sua famiglia, le sue esperienze, le sue letture, le sue inclinazioni, le sue
preferenze. Quasi mai ha una chiarezza di fondo sui motivi che lo spingono a dare certi “consigli”
piuttosto che altri. Quasi sempre ha la convinzione che le sue idee siano le uniche giuste e, sotto
sotto, che i genitori che non le condividono o non riescono ad applicarle sono “strani” o
“inadeguati”.
Ciò che rende molto difficile la situazione è che le teorie di riferimento non sono esplicitate e
quindi è molto difficile discuterle. Si percepisce solo una differenza.
In questo quadro quale può essere il ruolo del pediatra?
Gli viene richiesto, come abbiamo visto dalla ricerca, di avere un ruolo per aiutare i genitori
nell’educazione del bambino. Ma su quali basi può dare dei “consigli”?
Consigliare un metodo autoritario o la negoziazione? Quanto tener conto dei bisogni del b e quanto
di quelli del genitore? Quanto valorizzare i bisogni di fusionalità e quanto di quelli di autonomia?
DISCUSSIONE
– La prima sensazione è di smarrimento. Alcuni dicono di aver sempre pensato di non saper
risolvere il problema del sonno per il fatto di avere scarse conoscenze, altri di aver letto sempre
molto sull’argomento confondendosi sempre di più le idee.
Adesso sembra che una certezza ci sia: non ci sono certezze.
– Alcuni dicono di non dare, in effetti, mai “consigli”. I genitori, che arrivano angosciati per il
problema del sonno del bambino, col tempo lo risolvono da soli.
– Altri sottolineano che in realtà di fatto si limitano ad ascoltare.
– Alcuni sottolineano che basi certe ci sono: la fisiologia. E’ importante che il pediatra la conosca e
la spieghi ai genitori, anche come linee anticipatorie. Questo riduce di molto i problemi successivi
(in effetti tutti i testi iniziano con le basi di fisiologia) anche se, secondo la maggioranza dei
presenti, ciò non sempre è sufficiente.- Importante, per porsi di fronte al paziente, è diventare consapevoli del nostro modello personale,
costruito negli anni, delle sue radici, delle sue motivazioni.
Lesmo. La contrapposizione che fa Sears fra natura e cultura è, a sua volta, una costruzione
culturale che presuppone che sia possibile scindere l’evoluzione biologica dell’essere umano da una
sovrapposizione socio-culturale. La natura dell’uomo è di essere un “essere culturale”. L’uomo, sin
dalla sua esistenza intrauterina è calato in un mondo culturale che lo informa. Dunque non si può
riportare il sonno dei bambini alla sua condizione “naturale”. Nessun bambino si stacca dal seno o
dal lettone senza pressioni esterne, perché nessun bambino è avulso da pressioni esterne,
consapevoli o inconsapevoli, volontarie o involontarie. Anche l’apparente assenza di “pressioni
esterne” è in realtà un elemento che plasma il soggetto. L’uomo è sempre relazionale. Gli stessi
bisogni del bambino prendono forma nel corso di rapporti interpersonali. Le sue richieste diventano
tali quando vengono interpretate come richieste, altrimenti sarebbero una serie di segnali
inascoltati.
Sears considera l’individuo una monade in grado di agire sulla base dei propri istinti,
indipendentemente dal contesto in cui è calato.
Estivill presuppone che la struttura sociale (qui per esempio l’organizzazione della vita famigliare)
si imponga sull’individuo, senza lasciargli margine per l’azione. Questa prospettiva è opposta a
quella individualista (è il singolo che determina la struttura, dunque, nel nostro caso, il bambino con
le sue esigenze e richieste che determina la struttura famigliare). Sono 2 prospettive opposte che da
sempre percorrono le scienze sociali.
La medicina punta sempre di più all’ enhancement del soggetto, al suo potenziamento. E’
interessante chiedersi quanto il singolo debba essere adeguato, anche mediante le pratiche mediche,
a certe categorie socio-culturali o quanto siano queste a doversi adattare all’individuo.
L’antropologia non individua pratiche “giuste” o “sbagliate”: tutte concorrono alla costruzione
dell’individuo. Però scegliendo di dare più peso a un modello piuttosto che a un altro il medico
influenza il soggetto, la società e la cultura.
Il medico è una figura socialmente legittimata a curare. Il medico “educa” comunque, anche quando
tenta di sottrarsi a questo ruolo, proprio per il suo stato sociale. Non rispondere alle richieste del
genitore o limitarsi ad ascoltarlo senza dare risposte sono comunque risposte, perché il medico
detiene il potere di cura.
Il genitore che viene ascoltato modifica il suo racconto secondo il tipo di interlocutore che ha di
fronte, opera delle scelte nella narrazione. Non esiste una verità da narrare.
Il medico deve essere consapevole del suo potere di curare, di interpretare i segnali e di fornire
risposte. Del potere di costruire l’individuo e quindi la società, del suo potere normativo e politico.
I modelli di fronte al problema del sonno corrispondono a modelli di individui e società diversi.
Per Brazelton l’autonomia è un valore in sé. L’autonomia in effetti nella cultura americana è
fondamentale ed è molto utile raggiungerla. Non è detto che in altre culture questo modello sia il
più utile ed efficace.
Quindi Brazelton è figlio della sua cultura e insieme, proponendo l’adeguazione a quella cultura
(senza, per esempio, criticarla) la rafforza.
Dobbiamo cercare di comprendere, attraverso la narrazione, la famiglia che abbiamo davanti, il suo
modello.
Il modello del medico non deve essere escluso. Anche se sul problema del sonno non ci sono
evidenze forti il medico ha una sua cultura, delle sue esperienze di vita e professionali che gli danno
sul tema una competenza (anche se non EBM fondata e non condivisa da altri operatori).
– Il medico può intervenire per far comprendere, non per imporre un altro punto di vista.
– Tutti gli autori colgono una parte di verità. Anche Estivill coglie che è importante guidare il
bambino, la Vegetti Finzi coglie che in certi casi l’intimità può essere eccessiva ecc.
– Il paternalismo significa voler influenzare. Diverso è fornire la propria chiave di lettura.Lesmo. La medicina non è una disciplina “forte”, ma è essa stessa dotata di una dimensione storica
e culturale (il modo biomedico è uno dei modi possibili di leggere la realtà che è comunque
complessa e non riducibile a un solo modello). Tanto più non è una disciplina forte in aree grigie
come questa del sonno (e la pluralità degli studi presentati lo dimostra)
La pratica medica diventa un lavoro di interpretazione e di negoziazione.
E’ possibile intervenire in modo consapevole nel processo di negoziazione esplicitando (almeno
verso se stessi) la scelta interpretativa adottata e non liquidando le interpretazioni fornite dagli
interlocutori come “strane” e “inadeguate”. Esse possono esserlo all’interno di quel paradigma
biomedico o entro le pratiche sociali di un particolare contesto, ma non in termini assoluti.
E’ da questi presupposti che si può elaborare un a risposta condivisa mediante una partecipazione
consapevole dei soggetti coinvolti nella relazione (ad esempio mediante la narrazione).
Lì i saperi si incontrano e si influenzano reciprocamente (dunque anche il paziente influenza il
medico!) col fine di costruire qualcosa di condiviso.
– Per una negoziazione e co-costruzione efficace il modello del medico non deve svanire, anzi deve
essere proposto in modo chiaro, anche se disponibile a modifiche (“Che ne dice di provare così?
Può provare e poi possiamo vedere se funziona”)
– Il sistema della negoziazione è superiore al sistema paternalistico perché è più efficace.
Le riflessioni sull’importanza di tener conto del punto di vista del paziente (della illness, ossia del
vissuto di malattia e non solo della desease, ossia della malattia organica) sono nate proprio
dall’esame dei ripetuti insuccessi della medicina paternalistica, cioè autoritaria, che tiene conto solo
del modello del medico.

 

Tratto da:

http://www.acpovest.it/Blog/genitorialita_22_3_2011.pdf

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È pericoloso dormire con il proprio bambino?

La Leche League International e il Dott. James McKenna uno studioso delle pratiche di sonno condiviso commentano: lo studio pubblicato da Archives of Pediatric and Adolescent Medicine del 1999 non è accurato
Schaumburg, USA (30 settembre, 1999) – La Leche League International (LLLI), la principale autorità a livello mondiale nel campo dell’allattamento materno, mette in dubbio i risultati di uno studio pubblicato da Archives of Pediatric and Adolescent Medicine, in base al quale la pratica di dormire con i propri bambini non sarebbe sicura.

Molti studi in questo specifico campo hanno dimostrato che nel corso dell’allattamento, se la mamma ed il bambino dormono insieme, si sviluppa l’attaccamento madre-bambino, i ritmi del sonno della madre e del bambino si regolano armoniosamente, la madre acquista una maggiore esperienza nel cogliere e rispondere ai i bisogni del suo bambino, e sia la mamma sia il bambino riescono a riposare meglio. Dormendo insieme, inoltre, è più facile che la mamma continui ad allattare il bambino a richiesta – un aspetto tutt’altro che trascurabile per consentire che la produzione di latte si mantenga sempre adeguata.

Il Dott. James McKenna, Professore di Antropologia presso la University of Notre Dame, membro del Comitato di Consulenza Scientifica de LLLI ed esperto in materia di sonno condiviso, ritiene che si corrano maggiori rischi lasciando il bambino a dormire da solo nella sua culla piuttosto che prendendo le dovute precauzioni nell’approntare un ambiente sicuro nel quale bambini e adulti possono dormire insieme, e afferma: “Concordiamo con gli autori dello studio e con altri sul fatto che si devono prendere precauzioni particolari per minimizzare il rischio di incidenti irreparabili. Ma il fatto che tali precauzioni si rendano necessarie, non è un argomento contrario alla pratica del sonno condiviso, ed in particolare della pratica di dividere il letto con i bambini, più di quanto il fatto che si verifichino casi di morte accidentale di bambini strangolati, soffocati o uccisi dalla Sindrome della Morte Improvvisa (SIDS) mentre stanno dormendo da soli nella loro culla, sia un motivo sufficiente per mettere in guardia contro i rischi che si corrono lasciando dormire i bambini completamente da soli”. E aggiunge: “Mentre è vero che per un bambino certe caratteristiche strutturali di un letto pensato per il sonno di un adulto possono costituire un pericolo, il fatto che certe caratteristiche esistono non ci impedisce di modificarle né ci deve spingere a pensare che dormire insieme sia pericoloso di per sé.” Il Dott. McKenna considera inoltre non giustificate le conclusioni e le raccomandazioni avanzate dallo studio, dal momento che gli autori hanno basato il loro lavoro su prove incomplete o riferite e non su dati scientifici seri.

Il Dr. McKenna ritiene che il sonno condiviso sia un’esperienza positiva per tutti i membri della famiglia di un bambino allattato al seno e che non dovrebbe essere considerato fonte di alcun pericolo purché i genitori prendano le seguenti precauzioni:

* I genitori non dovrebbero dormire con i loro figli se sono fumatori e se hanno assunto alcol o droghe.
* Tra il materasso ed il bordo del letto non ci devono essere varchi
* Non ci dovrebbero essere cuscini soffici o coperte morbide vicino al viso del bambino
* Non ci dovrebbe essere spazio tra il letto ed il muro per evitare che il bambino rotoli in quella direzione e rimanga intrappolato
* Il bambino non dovrebbe essere messo a dormire a pancia in giù.

traduzione di Raffaella Brignardello

http://www.lllitalia.org/index.php?option=com_content&task=view&id=217&Itemid=26

 

Sonno condiviso e allattamento

Qui di seguito pubblichiamo la traduzione di un articolo apparso sulla rivista scientifica americana “Breastfeeding Medicine” riguardante il sonno condiviso in relazione all’allattamento al seno. Contiene suggerimenti per i genitori su questo dibattuto argomento.

I termini cosleeping (sonno condiviso o dormire insieme) e bed sharing(condividere il letto) sono spesso usati in modo intercambiabile. Tuttavia condividere il letto è solo una delle tante modalità per dormire insieme. Il sonno condiviso si riferisce ai modi in cui un bambino dorme in stretto contatto fisico o sociale con una persona che si prende cura di lui (di solito la madre).
Questa definizione si riferisce a bambino e adulto che dormono vicini su differenti supporti e comprende anche la pericolosa pratica di condividere un divano o una poltrona.
In tutto il mondo la pratica del dormire insieme può variare molto, così tanto da poter affermare che non tutte le forme di cosleeping portano gli stessi rischi o benefici.
Alcune forme di cosleeping genitore-bambino, comportano protezione fisica del bambino contro il freddo e aumento della durata dell’allattamento, migliorando così le possibilità di sopravvivenza del neonato. Il piccolo d’uomo, in confronto ad altri mammiferi, si sviluppa più lentamente, richiede pasti frequenti e nasce neurologicamente meno maturo. Nei casi di malaria, per esempio, il cosleeping è raccomandato così come può essere necessario in aree in cui letti e abitazioni sono inadeguati.
Condivisione del letto e sonno condiviso sono stati inoltre promossi come metodo per agevolare il legame di attaccamento tra bambino e chi si prende cura di lui e per facilitare l’allattamento al seno.
Condividere il letto e alcune forme di sonno condiviso sono questioni controverse nella letteratura medica e negli ultimi anni hanno ricevuto molte considerazioni negative. Alcune autorità pubbliche americane negli ultimi anni hanno sconsigliato a tutti i genitori di condividere il letto col loro piccolo.

CONDIVISIONE DEL LETTO E MORTALITA’ INFANTILE
Le implicazioni sospette tra la condivisione del letto e l’aumento della mortalità infantile si sono concentrate su cause di morte per soffocamento meccanico (asfissia) e di rischio di sindrome della morte in culla (SIDS-ovvero sudden infant death syndrome).

Rischio di asfissia
Molti studi con certificati di morte non validati concludono che un numero significativo di bambini muoiono asfissiati dormendo a causa delle coperte o perchè vengono schiacciati da un adulto o da un bambino più grande.
Una commissione americana di tutela dei consumatori sulla sicurezza degli oggetti (USCPSC, US consumer product safety commission), basandosi sui dati di questi studi, ha raccomandato di non ricorrere nella maniera più assoluta ad alcun tipo di sonno condiviso con i bambini.

Questa commissione ritiene infatti che non ci siano elementi per considerare il sonno condiviso un ambiente sicuro per dormire. Bisogna dire però che tutti questi studi mancano di dati importanti: lo stato di intossicazione (droga o alcol) degli adulti con cui i bambini condividono il letto e la posizione in cui i bambini sono messi a dormire la notte prima del decesso, nonostante ormai da molto tempo la comunità scientifica sia concorde nel ritenere che la posizione prona sia il più grande fattore di rischio per la SIDS.
La commissione inoltre raggruppa tutti i modi di condividere il letto in una sola categoria, senza separare elementi noti per essere fattori di rischio (come dormire insieme su un divano, su una poltrona o su un materasso ad acqua) rispetto ad altre superfici ritenute sicure.
In questi studi non c’è la sicurezza nè della qualità dei dati raccolti, nè dei criteri usati sull’uso dei termini e nessuna validazione delle conclusioni.
Pregiudizi degli esaminatori e dei medici legali potrebbero avere portato a classificare come morte per schiacciamento un caso in cui non esiste nessuna evidenza che sia avvenuto lo schiacciamento da parte di un adulto. Determinare la causa esatta del decesso è infatti impossibile in assenza di un esame della posizione in cui la morte è avvenuta, o in assenza di interviste dettagliate ai genitori o agli adulti presenti al momento della decesso. Non esiste un metodo per capire tramite l’autopsia se la morte sia avvenuta a causa della Sids oppure a causa di eventi accidentali o involontari come ad esempio un infanticidio tramite soffocamento con il cuscino. Per questo motivo le morti dei bambini che hanno luogo in una culla vengono di solito descritte come casi di Sids, mentre le morti in un divano o nel letto di un adulto vengono etichettate come casi di soffocamento. Ulteriori fattori che complicano le analisi per capire le morti infantili sono i differenti comportamenti di condivisione del letto tra differenti popolazioni e tra gli stessi membri della famiglia. Per esempio condividere il letto durante il giorno è diverso dal condividere il sonno durante la notte, o ancora: condividere il sonno quando il bambino è ammalato è diverso dal condividere il sonno quando il bambino sta bene. Questi fattori suggeriscono diversi livelli di rischio da tenere presente nelle analisi dei dati.
Uno studio basato sulla visita in casa di famiglie considerate a rischio per il loro status sociale ha evidenziato che queste famiglie erano più inclini a mettere i bambini a dormire in posizione prona e su superfici più morbide. Nello stesso modo uno studio retrospettivo basato su una popolazione trovò che i soggetti che condividevano il letto e allattavano al seno avevano un profilo di rischio distinto da quelli che non allattavano al seno.

Rischio e profili di situazione possono essere usati per identificare le famiglie che hanno molto bisogno di una prima guida per la cura dei bambini e per definire contenuti educativi per promuovere un sonno sicuro.

Prevenzione della Sids e rischi
Molti studi epidemiologici e meta-analisi hanno trovato un’associazione significativa tra l’allattamento al seno e una riduzione del rischio di Sids, specialmente quando l’allattamento avviene in forma esclusiva nei primi 4 mesi di vita.
Tuttavia non c’è sufficiente evidenza scientifica che dimostri un nesso di causa effetto tra l’allattamento al seno e la prevenzione della Sids.
Molti studi hanno dimostrato in modo consistente un aumento del rischio di Sids quando i bambini condividono il letto con madri fumatrici. L’esposizione al fumo di sigaretta del feto e del bambino sembra contribuire al rischio di Sids ed è una variabile indipendente rispetto ad altri fattori di rischio, compresa la classe sociale. Questo ha portato ad esprimere la raccomandazione, ben supportata dalla letteratura medica, che i neonati i cui genitori fumano non devono condividere il letto con i loro genitori. Una vasta ricerca basata su oltre 40 studi, conclude che “consistenti evidenze scientifiche suggeriscono che si può associare il condividere il letto con la Sids tra i fumatori, ma questa evidenza non è così consistente tra i non fumatori. Questo non significa che non ci sia nessuna associazione tra Sids e condivisione del letto tra i non fumatori, ma che i dati esistenti non stabiliscono in modo convincente tale associazione”.

DIFFERENZE ETNICHE
Il numero di morti per Sids è basso nelle culture asiatiche in cui il dormire insieme è pratica comune. Tuttavia qualcuno afferma che il dormire insieme di queste culture sia molto diverso dal dormire insieme degli Stati Uniti. Come notano Blair e i suoi colleghi nei loro studi sulle culture asiatiche è diverso parlare di un bambino che dorme accanto alla madre a distanza di un braccio su un letto rigido, come accade spesso ad Hong Kong, oppure nelle isole del Pacifico in cui il bambino dorme sul letto e non nel letto, rispetto ad un bambino che dorme con la madre negli Stati uniti dove spesso dormire insieme significa utilizzare un materasso molto morbido, coprirsi con un piumino spesso e ingombrante e stare in stretto contatto con la madre. Allo stesso modo anche nelle culture occidentali ci sono diversi modi di condividere il letto che si basano sulla cultura o sulla razza. Un importante studio basato su analisi multivariate sul condividere il letto trovò che la razza o l’etnia sembrano essere fortemente associate con la condivisione del letto in tutti i follow up eseguiti con madri nere, asiatiche o ispaniche che hanno una probabilità che va da 4 a 6 volte maggiore di condividere il letto rispetto alle madri bianche.
In uno studio svolto in Alaska dove la percentuale di cosleeping è molto alta nei popoli nativi, i ricercatori trovarono che praticamente tutti i casi di morte per SIDS erano associati con il condividere il letto con i genitori in concomitanza con storie di abuso di sostanze o alcune volte in associazione con la posizione prona o ancora con il dormire su superfici morbide come divani o materassi ad acqua. In un altro studio basato sul PRAM (Pregnancy Risk Assessment Monitoring System) in Oregon trovò che le donne che avevano più probabilità di condividere il letto erano non bianche, single, allattavano al seno e avevano basso reddito.
I fattori non economici sono inoltre importanti in modo particolare tra neri e ispanici. Le campagne per diminuire l’abitudine di condividere il letto offrendo delle culle alle famiglie, possono avere avuto efficacia limitata se le madri condividevano il letto in virtù di norme culturali.

STUDI CONTROLLATI IN LABORATORIO
McKenna e i suoi colleghi hanno studiato la condivisione del letto nel più grande rigore scientifico in laboratorio ed hanno trovato che i bambini che condividevano il letto con la loro madre hanno più risvegli e trascorrono meno tempo nello stadio 3 e 4 del sonno. Questo può essere considerato un fattore protettivo contro la SIDS dal momento che il sonno profondo e i risvegli poco frequenti sono stati considerati come un possibile fattore di rischio per la SIDS.

Un altro studio che è stato condotto nell’ambiente naturale della casa invece che in un laboratorio ha messo a confronto due differenti modi di dormire cioè condividere il letto e dormire nel lettino quantificando i fattori che possono essere considerati come potenziali rischi o benefici.
Video notturni e dati di bambini che condividevano il letto e bambini nel lettino sono stati raccolti direttamente nelle abitazioni. Questo studio concluse che bambini che condividono il letto, privi di fattori riconosciuti come fattori di rischio SIDS, sperimentano un maggior numero di sguardi, un numero maggiore di contatti con la madre e di episodi di allattamento, risposte materne più veloci e più frequenti. Questa maggiore interazione tra la madre e il bambino può essere un fattore di protezione.

FATTORI LEGATI ALLE CARATTERISTICHE DEI GENITORI
Il contributo di altre caratteristiche legate ai genitori nei rischi nel condividere il letto non è chiaro.
Blair e i suoi colleghi in un’analisi multivariata trovarono che il consumo da parte della madre di due o più bicchieri di alcool (un bicchiere equivale a 350 gr di birra, 140 gr di vino, 42 gr di alcool distillato) o la stanchezza dei genitori erano associati con morti causate da SIDS.
Uno studio condotto in Nuova Zelanda non ha tuttavia dimostrato un collegamento chiaro con il consumo di alcool.
Il ruolo dell’obesità fu esaminato in uno studio sulla cause della SIDS. Fu trovato che la media del peso pre-gravidanza delle madri che condividevano il letto era maggiore di quelle che non condividevano il letto. Se lo schiacciamento è considerato il meccanismo del soffocamento infantile potrebbe sembrare plausibile che gli stati fisici e psicologici di coloro che condividono il letto con un bambino potrebbero essere importanti.
Condividere la stanza con i genitori (in opposizione al fatto di stare in stanze separate) sembra essere un fattore di protezione contro la SIDS.

FATTORI LEGATI ALLE CARATTERISTICHE DEL BAMBINO
Ci sono alcune evidenze scientifiche che mostrano come il condividere il letto con bambini di età inferiore ad 8 – 14 settimane possa aumentare il rischio di SIDS.

ALLATTAMENTO AL SENO E CONDIVISIONE DEL LETTO
Le ricerche dimostrano chiaramente la forte relazione tra l’allattamento al seno e la condivisione del letto. In particolare uno studio statunitense su questo argomento trovò che i bambini che condividevano il letto con le loro madri venivano allattati 3 volte più a lungo durante la notte rispetto a quelli che dormivano di routine separati dalle madri. Gli episodi di allattamento raddoppiavano e duravano il 39% più a lungo. La prossimità e il contatto sensoriale con la madre durante il sonno facilita una risposta pronta ai segnali del bisogno del bambino di essere allattato e fornisce un conforto psicologico e rassicurazione sia al bambino che ai genitori. Uno studio che ha coinvolto più di 10000 bambini negli Stati Uniti trovò che il 22% dei bambini di un mese condividevano il letto e che le madri che allattavano avevano una probabilità tre volte maggiore di condividere il letto rispetto a quelle che non allattavano al seno.
Il 95% dei bambini che condividevano il letto lo facevano con un genitore. Allo stesso modo uno studio in Inghilterra trovò che l’allattamento al seno è fortemente associato con la condivisione del letto sia alla nascita che a 3 mesi.

RACCOMANDAZIONI

Basandosi sulla letteratura scientifica l’ABM (Academy of Breastfeeding Medicine) detta le seguenti raccomandazioni per chi si prende cura del bambino:

a. Dal momento che l’allattamento al seno è la migliore forma di nutrimento per il bambino, ogni raccomandazione che impedisce il suo inizio o ostacola la sua durata deve essere attentamente valutata tenendo in considerazione i benefici riconosciuti che riguardano il bambino, la madre e la società.

b. non bisogna dare per scontato che tutte le famiglie pratichino solo un modo di dormire tutta la notte, ogni notte e durante il giorno. Chi si occupa di salute dovrebbe tenere conto del modo in cui il bambino si nutre, delle condizioni etniche, socio economiche e altre circostanze familiari quando deve avere un quadro completo delle pratiche relative al sonno del bambino.

c. i genitori devono essere incoraggiati ad esprimere il loro punto di vista e cercare informazioni e supporto da parte di chi si occupa della loro salute. La sensibilità alle differenze sociali è necessaria quando si vogliono capire le modalità di sonno di un bambino.

d. non c’è al momento alcuna evidenza scientifica sufficiente a supportare raccomandazioni di routine contro il dormire insieme. I genitori dovrebbero essere informati sui rischi e benefici del sonno condiviso e sulle pratiche non sicure di sonno condiviso, dovrebbero poi essere messi nelle condizioni di prendere le loro decisioni in modo consapevole.

Condividere il letto e dormire insieme sono delle pratiche complesse. I consigli ai genitori sugli ambienti in cui far dormire i loro bambini dovrebbero includere le seguenti informazioni:

1. alcune pratiche potenzialmente poco sicure collegate alla condivisione del letto e al dormire insieme sono state identificate sia sulla base della letteratura scientifica sia sulla base del consenso di esperti sul tema:
– esposizione al fumo dell’ambiente e madre fumatrice
– condividere sofa, poltrone e divani con il bambino
– condividere materassi ad acqua o materassi fatti in materiale soffice
– condividere il letto con degli spazi adiacenti in cui il bambino potrebbe rimanere incastrato
– mettere il bambino a dormire nel letto dell’adulto nella posizione prona o di fianco
– uso di sostanze alcoliche o droghe che alterano i sensi da parte dell’adulto che condivide il letto
– condividere il letto con altri bambini
– condividere il letto con neonati di età inferiore a 8-14 settimane, può essere più fortemente collegato con casi di SIDS.

2. Alle famiglie dovrebbero essere date tutte le informazioni sulle norme di sicurezza del luogo in cui far dormire i propri bambini, ecco quali:

– mettere i bambini a dormire nella posizione supina
– usare una superficie piatta e rigida evitando materassi ad acqua, poltrone, sofa, cuscini, materiali soffici o coperte non fissate al bordo del letto
– se devono essere usate le coperte, esse dovrebbero essere fissate tutto intorno al bordo del materasso in modo che non coprano accidentalmente il viso del bambino.
– assicurarsi che la testa del bambino non sia coperta. In una stanza fredda si potrebbe vestire il bambino con un’apposita tutina pesante che sostituisce la coperta per evitare che quest’ultima copra il viso del bambino
– evitare l’uso di trapunte, piumini, imbottite, cuscini, animali di stoffa nell’ambiente in cui dorme il bambino.
– Non mettere mai il bambino a dormire sopra un cuscino o nelle vicinanze di un cuscino
– Non lasciare mai il bambino da solo nel letto di un adulto
– Informare le famiglie che i letti degli adulti hanno dei rischi potenziali e non sono fatti per soddisfare gli standard di sicurezza per il sonno dei bambini
– assicurarsi che non ci siano spazi tra il materasso e la testiera del letto, le mura e altre superfici che possono intrappolare il bambino e soffocarlo.
– mettere un materasso rigido direttamente sul pavimento lontano dai muri può essere un’alternativa sicura. Un’altra alternativa al condividere il letto degli adulti o un materasso è l’uso di un letto per bambini che si attacca al bordo del letto degli adulti e assicura prossimità e facile accesso al bambino ma su due superfici separate. Attualmente non ci sono studi sulla sicurezza o efficacia di tali dispositivi.
– Condividere la stanza con i genitori può essere un fattore di protezione contro la SIDS.

Tratto da “Breastfeeding Medicine” volume 3, n. 1, 2008
Traduzione di Elena Dal Prà con la supervisione di Adriano Cattaneo

 Tratto dal sito:

Sonno e cure prossimali

I MITI MODERNI
ο Lascialo piangere, che si deve abituare.
ο Deve imparare a dormire da solo il prima possibile.
ο A quest`età ancora attaccato al seno!
ο Non prenderlo in braccio perché se no ”si vizia” e dunque… sdraiette, carrozzini e seggiolini.
ο Deve acquisire il prima possibile l`indipendenza.

 

CURE PROSSIMALI
I comportamenti di attaccamento fra madre e bambino svolgono un`importante funzione, poiché fanno parte di un sistema finalizzato a garantire al bambino la vicinanza fisica con l`adulto, condizione necessaria per la sua sopravvivenza. Questi comportamenti sono geneticamente predeterminati e si dividono in “distali” (da lontano: piangere e seguire) e “prossimali” (da vicino: sorridere, succhiare e aggrapparsi). Anche il modo di accudire i piccoli può essere più o meno “ravvicinato” a seconda della specie animale; gli uomini accudiscono i piccoli molto “da vicino” e quindi praticano cure “prossimali”.

 

IL LETTONE NEL MONDO
Fra gli indigeni che vivono in riserve del Mato Grosso (Brasile) la percentuale di cosleeping con i bambini fino ai 10 anni di età sfiora il 100%!
In Corea i 3/4 delle madri approva il dormire nello stesso letto con i bambini fra 3 e 6 anni di età. I motivi principali sono: ”per vigilare sul bambino mentre dorme” e ”il bambino è troppo piccolo per dormire da solo”.
In Estremo Oriente si raggiungono le percentuali più alte di cosleeping: 93% in India, in Thailandia fino a pochi anni fa era quasi la regola e – fatto che può sembrare strano, ma si spiega alla luce delle attuali conoscenze – la ”morte in culla” era completamente sconosciuta.
In Europa ci sono percentuali molto diverse, dal 2% della Francia (1-2 anni) al 25% della Germania (5 anni), al 44% della Svizzera (2-7 anni) al 65% dell’Inghilterra.
In Italia la frequenza va dal 5% (5-11 anni) al 24% (2-4 anni)
Negli USA varia moltissimo dal 6% (bianchi di New York) al 22% (ispanici di New York) al 70% (neri di Cleveland) all’88% (New Orleans) ed è raddoppiata negli ultimi 13 anni fra i lattanti minori di un anno.

 

UN MODO TIPICAMENTE GIAPPONESE
“Sa dottore, di notte mia figlia insiste a mettere il bambino da solo in una stanza diversa da quella dei genitori.Il bambino dovrebbe dormire tra i genitori nel modo tipicamente giapponese, nella forma che assume la parola giapponese kawa. (che significa “fiume“ e si rappresenta con un’ideogramma composto da tre linee verticali). Gliel’ho detto ma non ha voluto ascoltarmi “
Da “La trasmissione transgenerazionale dell’abbandono“, Hisako Watanabe, in J. Martín Maldonado-Durán “Infanzia e salute mentale“, Ed. Raffaello Cortina, 2005.

 

L’ANSIA DA SEPARAZIONE
Quando il bambino cresce acquisisce la capacità di spostarsi prima gattonando e poi camminando e quindi è capace sia di esplorare l’ambiente che di seguire la madre. In quel momento il piccolo è più attivo nel mantenere la vicinanza alla madre, e lo fa perché un istinto arcaico, geneticamente determinato, instilla in lui l’ansia da separazione. Il piccolo ha paura di allontanarsi e si mantiene attivamente vicino. Continua a richiamare col pianto la madre se la vede allontanarsi e non può raggiungerla e si tranquillizza appena lei si riavvicina: è questa la fase in cui si manifesta la paura dell’estraneo. Questa fase inizia verso gli 8 mesi e termina intorno ai 3 anni. Non è forse un caso che l’inserimento all’asilo storicamente viene collocato dopo il 3 anno di vita. La madre tenendosi vicina al figlio, e rispondendo prontamente al suo richiamo, lo tranquillizza e così facendo lo incoraggia ad esplorare il mondo senza paura rassicurandolo della sua presenza e del suo pronto accorrere in caso di bisogno. Se una madre si mostra poco affidabile ed incostante nel rispondere ai richiami, il bambino può ridurre la sua esplorazione perché è preoccupato. Se invece la madre frustra ripetutamente il bisogno di vicinanza del bambino, questo può rinunciare alla sua protezione soffocando le sue emozioni e rinunciando a piangere e a chiamare esibendo così una falsa precoce ”autonomia”.

 

L’ATTACCAMENTO SICURO
Col tempo il bambino, via via che diviene più maturo ed autosufficiente, ha sempre minore bisogno del contatto stretto con la madre e, soprattutto se ha acquisito per esperienza fiducia nella sua pronta risposta in caso di bisogno, riesce ad emanciparsi quasi completamente dal bisogno dello stretto contatto fisico che aveva caratterizzato le prime fasi del suo sviluppo.
In questo lungo percorso di crescita dei bambini la vicinanza è ottenuta tramite meccanismi prevalentemente indipendenti dalla volontà e determinati biologicamente. Furono questi a consentire la sopravvivenza della specie e per questo sono profondamente radicati negli esseri umani.
Per tutta l’infanzia la separazione produce una reazione di allarme nei bambini. Le madri sono esse stesse preordinate biologicamente alla cura ottimale della loro prole e quindi a rispondere alle richieste di vicinanza e dunque a rispondere al pianto e a calmare i loro bambini. Una cura sensibile dei propri figli implica da parte della madre la riduzione costante e coerente degli stati di stress dei piccoli come accade corrispondendo al bisogno di vicinanza dei piccoli.
Tale tipo di accudimento è correlato alla creazione di un”attaccamento sicuro” nei bambini e cioè ad una maggiore sicurezza interiore, una maggiore empatia e una più efficace autoregolazione degli stati emotivi. Tale patrimonio di emozioni positive caratterizzerà per sempre la vita adulta dei bambini accuditi sensibilmente, costituendo un fattore forte di resistenza ad un certo numero di malattie fisiche e mentali e preparandoli ad essere a loro volta genitori sensibili con figli più sicuri.

 

Articolo tratto da UPPA:

http://www.uppa.it/dett_articolo.php?ida=210&idr=13&idb=76

Vengo anche io? Si, tu, si!!!

L’istinto materno, che porta a rispondere immediatamente al pianto del proprio bambino va completamente controcorrente rispetto ai ”diktat” dell’educazione moderna. I comportamenti di accudimento appropriati, selezionatisi nel corso di milioni di anni, proprio non riescono ad adattarsi alle ”mode” sviluppatesi negli ultimi secoli. Mode che, è importante notare, hanno un presupposto solo ”filosofico” (e forse, di nascosto, anche politico) ma nulla hanno di scientifico. Non uno studio che dimostri i benefici di interrompere l’allattamento materno precocemente, di far piangere il bambino finché non si addormenta da solo, di farlo stare ore nella sdraietta, di farlo dormire sin da subito solo in cameretta. Al contrario, tutti gli studi attuali vanno esattamente nella direzione opposta.
Proviamo ad andare a ritroso incontro alla nostra storia biologica e a rintracciare il significato dei comportamenti di accudimento delle madri umane.

Un po’ di etologia. I mammiferi allevano in maniera differenziata i loro piccoli in relazione al loro grado di sviluppo alla nascita. I cuccioli che alla nascita sono estremamente immaturi (come i topolini) vengono tenuti dalla madre in un nido. La madre se ne allontana per provvedere al cibo e torna di tanto in tanto per allattarli. I piccoli tenuti nel nido non usano chiamare, perché segnalerebbero così la loro presenza ai predatori mentre la madre è lontana. Se invece, come capita per la pecora col suo agnellino, il piccolo nasce abbastanza maturo, segue la madre da subito ed essa impara a riconoscerlo tra i tanti agnelli del gregge, a differenza della madre dei topolini che potrebbe accudire un topolino estraneo, se lo trova nel nido. I primati (scimmie e uomini) godono di un tipo intermedio di accudimento: la madre non provvede ad un nido, né può essere seguita dal piccolo (ci vorranno alcuni mesi perchè impari a camminare), ma lo porta con sé. I piccoli delle scimmie crescono aggrappati al corpo della madre o tenuti in braccio, così come molti popoli nel mondo portano il piccolo sulla schiena durante tutta la giornata. Gli occidentali usano i passeggini, o il marsupio, o portano in braccio il neonato.
Anche il tipo di latte prodotto dalle diverse specie di mammiferi si differenzia nella composizione in base al tipo di accudimento della madre. Il latte dei piccoli che rimangono nel nido è più ricco di grassi e di proteine, sazia di più e così i cuccioli si alimentano poche volte al giorno e possono attendere il ritorno della madre senza piangere per non attirare i predatori. Le specie che praticano cure prossimali, e che portano i loro cuccioli sempre con sé hanno un latte che sazia meno: i piccoli possono nutrirsi quando ne sentono il bisogno, non avendo la necessità di aspettare. Così è fatto il latte di donna che viene velocemente digerito e deve essere assunto spesso nel corso della giornata.
I piccoli delle specie che godono di cure prossimali segnalano immediatamente col pianto la separazione dalla madre per evitare di essere dispersi da questa e dal gruppo. Così fa l’agnellino disperso dal gregge e dalla madre che bela disperatamente, così fanno i neonati umani ed i bambini piccoli che piangono se non sono vicini alla mamma o non la trovano. Il richiamo è pronto ed insistente perché la madre il prima possibile possa recuperare il piccolo. Se il piccolo avesse una certa tolleranza alla separazione, la madre potrebbe allontanarsi troppo, non sentirlo e trovarlo più.

Una scelta sorprendente. Gli studiosi che per primi studiarono il legame alla madre scoprirono, non senza stupore, che una piccola scimmia separata dalla madre, dovendo scegliere un sostituto materno tra un pupazzo di filo di ferro che sosteneva un biberon pieno di latte, e un altro senza biberon, ma fatto di morbida pelliccia, preferiva sempre il pupazzo di pelliccia a cui si teneva fortemente aggrappata. Fu una scoperta sconcertante ed importante in un tempo in cui si riteneva che il bisogno primario del lattante fosse il cibo. Ma non è difficile capire che per una piccola scimmia è più pericoloso essere abbandonata, che digiunare per un po’ di tempo e che quindi il bisogno di contatto fisico, garanzia della vicinanza della madre, è superiore a tutti gli altri.
Ancora oggi, parlando di neonati ci capita di sentire dire: ”È pulito, ha dormito, è sazio, non riesco a capire perchè continua a piangere!” La risposta è: ”Perchè vuole essere preso in braccio”.
La funzione del pianto. Negli esseri umani, che non vengono allevati nel nido, ma stanno a contatto stretto con la madre, numerosi meccanismi biologici innati, sia nella madre che nel bambino, concorrono ad evitare la pericolosa evenienza della separazione. Il pianto è uno di questi. Gli studiosi hanno dimostrato che i neonati umani alla nascita, anche se sono riscaldati e nutriti, hanno una reazione da stress e piangono se separati dalla madre e si calmano una volta ottenuto il contatto fisico. Le madri peraltro rispondono con una reazione da stress al pianto del proprio bambino. Il pianto del bambino è un comportamento biologicamente determinato che tende al recupero della vicinanza. Il contatto fisico tra la madre e il suo neonato, per l’azione dell’ossitocina (un ormone prodotto dal cervello che si libera col contatto fisico e con la suzione al seno), provoca una sensazione di calma nella madre e nel bambino. Questo ormone, presente in tutti i mammiferi perché coinvolto nella produzione del latte, è implicato inoltre nella formazione del legame affettivo tra la madre e il piccolo.

Ma perché il contatto fisico è così importante? Se il piccolo è vicino alla madre è protetto dai pericoli esterni, è vicino alla fonte del suo nutrimento ed inoltre risultano regolati alcuni parametri vitali, come ad esempio la temperatura del corpo. Si è infatti osservato che quando i neonati vengono allontanati dalla madre aumentano le reazioni neuroendocrine da stress, aumentano la tendenza all’ipoglicemia e all’acidosi metabolica, il pianto e il dispendio energetico. Il contatto pelle a pelle prolungato dopo la nascita facilita la sopravvivenza di bambini nati pretermine, anche senza il ricorrere alle incubatrici, grazie all’effetto regolatore del contatto epidermico. Inoltre il precoce contatto fisico con la madre e la precoce suzione al seno, si sono dimostrati efficaci nel ridurre gli abbandoni del neonato, nelle regioni del mondo in cui questa evenienza era tristemente frequente.
Studi sulle popolazioni occidentali hanno mostrato che i bambini che vengono tenuti in braccio molto tempo al giorno, coccolati, e dormono insieme ai genitori, piangono di meno e vengono allattati al seno più a lungo dei bambini allevati in maniera più “distante”.

Dove dormono i bambini. Mantenere il contatto col proprio bambino durante la notte fa parte delle cure prossimali. Tale consuetudine, denominata scientificamente cosleeping, è praticata dal 90% delle popolazioni e, fino al secolo scorso, era molto diffusa anche da noi.
Si potrebbe obiettare che il neonato moderno può cambiare tranquillamente le sue abitudini e dormire separato dalla madre, perché ormai non viviamo più nelle foreste e sugli alberi e l’ambiente domestico è sicuro e privo di predatori e rischi, e inoltre consentire un po’ di privacy a mamma e papà non può che far bene. Ma noi sappiamo che la prossimità alla madre nel cucciolo immaturo dell’uomo non serve solo alla protezione dai pericoli del mondo esterno, ma anche a regolare le funzioni biologiche. Questo spiega perchè i bambini che dormono da soli nei primi mesi di vita vanno incontro più frequentemente alla SIDS (morte improvvisa in culla).
In che maniera una madre, che pure dorme essa stessa, riesce a proteggere il figlio dalla morte improvvisa in culla? Le madri hanno un sonno più leggero e questo consente loro di monitorare il neonato che, a sua volta, se dorme vicino alla madre ha un sonno più leggero. Ma questa situazione non è stressante, perché dormire vicini favorisce l’allattamento al seno e la suzione provvede, attraverso l’effetto antistress dell’ossitocina, a calmare la madre e ne favorisce il riaddormentamento.

Nel lettone: raramente è pericoloso. Il dormire insieme nello stesso letto può costituire un rischio per il bambino piccolo ed è da evitarsi solo in alcuni casi: madri fumatrici, dedite alle droghe, sottoposte a farmaci pesantemente sedativi, obese con disturbi del sonno o quando si dorme insieme su divani, poltrone o letti ad acqua. In questi casi è meglio che il piccolo dorma nella culletta a fianco al lettone fino alle 11 settimane di vita.
Vorremmo sollecitare i genitori a fare attenzione ai suggerimenti di certi libretti, molto diffusi, che a loro dire insegnano ai genitori il sistema per aiutare bambini ad imparare dormire. Vi si dice che i piccoli devono essere educati a dormire da soli, nella loro cameretta al massimo dal 3 mese di vita e se possibile anche prima. Queste sono indicazioni in netta contraddizione con quanto affermano molti studi scientifici oggi disponibili.

Articolo tratto da UPPA:

http://www.uppa.it/dett_articolo.php?ida=210&idr=13&idb=76

 

Così la nanna è sicura

Quali sono le condizioni per garantire al nostro bambino una nanna sicura? Ci sono alcuni semplici accorgimenti che possono proteggere il bebè, riducendo il rischio di SIDS, ovvero la Sindrome della morte improvvisa del lattante (Sudden Infant Death Syndrome).

Un evento che ad oggi la scienza non è riuscito a spiegare, ma che si può “combattere” con l’informazione, infatti, se le cause non sono ancora del tutto chiare, lunghi anni di ricerca hanno però permesso di evidenziare alcuni fattori di rischio e, di conseguenza, i comportamenti che è bene adottare per una nanna sicura. Vediamoli insieme.

In camera con mamma e papà

Il luogo ideale per la nanna dei primi mesi è sicuramente la camera dei genitori. “Le recentissime linee guida (dell’ottobre 2011) dell’Accademia Americana di Pediatria includono tra i fattori ambientali di prevenzione della SIDS l’abitudine di dormire nella stessa camera dei genitori” commenta Riccardo Davanzo, neonatologo presso l’Ospedale Burlo Garofolo di Trieste. “Questa collocazione permette, tra l’altro, di gestire con maggior comodità le poppate notturne, la mamma, infatti, avendo il bimbo vicino non è costretta ad alzarsi per raggiungerlo in un’altra camera, allattarlo e poi ritornare a letto. Evitando questi spostamenti, per lei è più facile riaddormentarsi e il bimbo è più tranquillo dato che la mamma coglie rapidamente i suoi primi richiami e interviene prima che lui arrivi ad agitarsi”.

Sempre sulla schiena!

La prima regola da seguire, che ha già portato una drastica riduzione dei casi di SIDS, riguarda la posizione della nanna. “Il bambino deve essere sempre messo a dormire in posizione supina, ovvero sdraiato sulla schiena” spiega il neonatologo. No quindi alla nanna a pancia in giù o sul fianco.

No al fumo, prima e dopo la nascita 

L’associazione tra fumo di sigaretta e SIDS è ampiamente provata da numerosi studi: l’esposizione in utero, ovvero il fatto che la futura mamma fumi, risulta particolarmente pericolosa per il bambino. Gli studi hanno evidenziato anche una correlazione tra il numero di sigarette fumate e l’aumento del rischio (più sigarette corrispondono a un rischio maggiore). Da abolire anche l’esposizione al fumo passivo dopo la nascita: gli adulti non devono fumare in casa e/o nell’auto dove viaggia il piccolo.

Attenzione al calore eccessivo!

L’ambiente dove riposa il bebè non dovrebbe mai essere troppo caldo: la temperatura andrebbe mantenuta intorno ai 18-20°. E il piccolo non dovrebbe essere coperto troppo, quindi non “eccediamo” con coperte e abiti pesanti. E quando ha la febbre andrà coperto di meno, non di più.

Un lettino “sicuro”

Culla e lettino, quali caratteristiche devono avere? Il materasso dovrà essere della misura esatta della culla/lettino e non eccessivamente soffice e non si dovrà usare il cuscino. Lenzuola e copertine dovranno essere ben rimboccate sotto il materasso. Sono sconsigliate lenzuola di tessuti gommosi o plastificati, in quanto impediscono una corretta aerazione e provocano surriscaldamento. No a cuscini, piumini, peluche. Nella culla e/o nel lettino non dovrebbero esserci oggetti soffici quali cuscini, trapunte, piumini d’oca, paracolpi, salami di stoffa di contenimento, o giocattoli di peluche.

Il latte di mamma lo protegge

La revisione di tutti gli studi sul tema è stata pubblicata nel corso di quest’anno ed ha definitivamente dimostrato l’azione protettiva dell’allattamento materno nei confronti della SIDS. Tra le ipotesi che cercano di spiegare le cause della riduzione del rischio c’è quella che il sonno del bambino nutrito al seno sia più leggero, per cui si sveglia più spesso e più facilmente, senza cadere in un sonno profondo (che è lo stato in cui si verifica la SIDS). “È doveroso quindi includere l’allattamento nella lista dei fattori protettivi” spiega il dottor Davanzo, “senza mal riposti intenti ‘protettivi’ nei confronti di chi non può o non desidera allattare al seno. L’informazione alle famiglie non può che essere completa e corretta”.

Un aiuto dal ciuccio

Si è visto infine, che l’uso del succhiotto può avere un effetto protettivo, ma va proposto dopo il primo mese di vita per evitare possibili interferenze con il buon avvio dell’allattamento al seno. Se si decide di utilizzarlo, si dovranno inoltre osservare alcune precauzioni, come quella di tenerlo sempre ben pulito ed evitare di immergerlo in sostanze edulcoranti. Se il bambino non gradisce il ciuccio, come spesso accade ai piccoli allattati, ovviamente non è il caso di insistere, così come non è necessario reintrodurlo in bocca ai bambini che lo perdono durante il sonno.

Articolo di Giorgia Cozza   su “Io e il mio bambino”

 Ottobre 2011

http://www.ioeilmiobambino.it/bambino/nanna/cosi-la-nanna-e-sicura-5832

Sogni e bisogni

Cosa è normale aspettarsi da un bambino che dorme
nel lettone

I bisogni che sono stati compresi e appagati da piccoli
non chiedono più di essere risolti da adulti
(William Sears)

Tutti i bambini dormono altrimenti non sopravviverebbero, solo che dormono in modo molto diverso da ciò che ci si aspetta.

Dormire è un’esigenza fisiologica come respirare e nutrirsi, eppure molti genitori stremati dai risvegli notturni dei propri bambini cercano metodi e soluzioni pensando che se il bimbo si sveglia durante la notte, questo rappresenti un problema di sonno. Ciò accade perché non sono sufficientemente diffuse le indicazioni che riguardano la fisiologia del sonno dei neonati e dei bimbi nella prima infanzia.

In realtà il sonno infantile è qualitativamente e quantitativamente molto diverso da quello degli adulti. Tutto si decide nei primi tre anni di vita circa.

Non è questo lo spazio per potersi addentrare approfonditamente sull’argomento ma vorrei comunque dare alcune notizie su ciò che è normale, quando si parla di sonno infantile.

La maggior parte dei problemi nasce in quanto le aspettative culturali e i falsi miti della società in cui viviamo condizionano i genitori circa la propria libertà di scelta sul come accudire i propri figli di notte. William Sears (1) afferma che “la sistemazione migliore è quella dove tutta la famiglia dorme meglio”, suggerendo che dormire e gestire il sonno di tutta la famiglia è un atto comune che deve essere inteso come aspetto specifico di ogni famiglia, dando quindi piena autonomia nella decisione su tempi, modalità e luoghi di riposo.

Credo, inoltre, che un genitore possa essere agevolato e sostenuto

nell’affrontare questo tema da una valida informazione circa la normalità del sonno dei bambini.

Per analizzare in maniera corretta questo argomento occorre adottare una prospettiva transculturale ed etnoantropologica; è necessario cioè scoprire cosa fanno i neonati di tutto il mondo. Ebbene nella maggior parte dei paesi della Terra, i bambini dormono insieme ai loro genitori, vengono allattati se si svegliano e questi comportamenti di accudimento NON sono considerati un problema.

Questo succede perché TUTTI i neonati hanno bisogno di contatto e di rassicurazione e utilizzano il pianto come segnale non verbale per richiamare i genitori in caso di bisogno, visto che non parleranno almeno fino al primo anno di vita.

Nella nostra cultura, basata sulla separazione fra madre e bambino e su modelli a basso contatto fisico, si pensa, invece, che il bambino debba imparare a dormire da solo il prima possibile, che non debba essere allattato di notte, che non debba essere addormentato in braccio sennò lo si vizia e che debba acquisire il prima possibile la tanto agognata indipendenza.

Ebbene non una di queste affermazioni trova un riscontro scientifico né antropologico. Inoltre questi comportamenti non sono stati tramandati dalla selezione naturale come comportamenti che risultano adattivi per la specie umana. Cioè non servono per la sopravvivenza.

E allora perché persiste l’idea che un bambino abbia problemi di sonno se ha frequenti risvegli notturni? Perché pochi diffondono i dati oggettivi che riguardano la normalità del sonno infantile.

Forse potrà essere d’aiuto un piccolo schema che riassuma ciò che è scientificamente dimostrato riguardo alla fisiologia del sonno dei bambini:

È normale e fisiologico che i bambini abbiano risvegli notturni di solito fino ai tre, quattro anni di vita.
I neonati e i bambini hanno innate tutte le competenze necessarie per acquisire spontaneamente ritmi fisiologici di sonno/veglia. Basta non interferire e conoscere la fisiologia per accompagnarli serenamente verso questo atto di crescita.

Quando nasce un bambino i suoi ritmi di sonno sono sincronizzati con quelli della madre e continuano ad esserlo nei mesi seguenti, se questi dormono vicini. Perciò la madre avrà un sonno migliore e più ristoratore se dorme vicino al suo bambino e se lo allatta al seno.

In molte culture è normale che i bambini dormano con i genitori senza conseguenze patologiche di nessun genere sia a breve che a lungo termine, anche il rischio di SIDS risulta minore. (2)

L’allattamento al seno a richiesta è tale se effettuato anche di notte, anzi di notte il latte di mamma è ancora più facile da assumere perchè aumentano le concentrazioni materne di prolattina e ossitocina, gli ormoni dell’allattamento.

Fino al terzo mese di vita il bambino non attraversa stadi di sonno profondo né secerne dosi stabili di melatonina (un ormone che induce il riconoscimento e l’instaurarsi dei ritmi luce/buio), per cui non ha senso pensare che “scambia il giorno per la notte”.

Esistono libri in commercio che suggeriscono metodi per far dormire i bambini: sono privi di qualsiasi riscontro scientifico e molte associazioni di pediatri si sono espresse sulla loro pericolosità. Nessun bambino è uguale a un altro e il miglior modo di dormire uguale per tutti non esiste!

I genitori sono liberi di scegliere modalità e luoghi in cui tutta la famiglia dorme meglio.

Il sonno è un’esigenza fisiologica come mangiare, bere e muoversi: tutti i bambini, a loro modo, prima o poi, mangiano, e bevono da soli, camminano e dormono senza bisogno del sostegno dei genitori. Si tratta di una conquista di autonomia graduale e rispettosa dei tempi di ogni bambino e della fisiologia.

I bambini che hanno effettivi disturbi del sonno non sono quelli che si svegliano durante la notte ma quelli che non riescono a riaddormentarsi anche per ore al loro risveglio notturno.

Rispondere prontamente ai bisogni del bambino ed ai suoi segnali sia di notte che di giorno non lo vizia ma costituisce la base per la sua autostima e per la fiducia negli altri anche in età adulta.

Dormire con i propri figli fa parte delle cosiddette cure prossimali e cioè di quei comportamenti di attaccamento fra madre e bambino che servono anche come regolatori delle funzioni biologiche del bambino quali respirazione, temperatura e della secrezione ormonale materna (3).

Vorrei, infine, ricordare che numerose associazioni di pediatri (vedi nota 5) hanno segnalato i rischi dei metodi che prescrivono di ignorare il pianto notturno dei bambini.
Lo stress protratto nei bambini, infatti, può provocare rilascio eccessivo di cortisolo (4), un ormone che può essere responsabile in alcuni casi di grosse patologie.

Da un punto di vista psicologico, le difficoltà notturne necessitano di rassicurazione e contatto fisico esattamente come di giorno, e il pianto DEVE rappresentare un segnale per il bambino che, ancora ancorato alla comunicazione NON verbale, esprime disagio e richiama l’attenzione di chi si prende cura di lui.

Non si deve mai ignorare il pianto dei bambini, casomai la difficoltà è quella di interpretarlo, ma questa è un’altra cosa. Purtroppo, l’atteggiamento di chi (5) fornisce un metodo senza citare neanche una fonte bibliografica, né fornire in 11 anni dalla pubblicazione neanche uno studio scientifico che ne provi la validità, dimostra che il suo suggerimento NON ha valore scientifico e che si tratta soltanto di una delle tante operazioni commerciali che vengono rifilate a genitori perlopiù ignari dei rischi connessi, iniziative forti dei pregiudizi culturali di appartenenza e di una società che non tutela la necessità di una presenza costante dei genitori accanto ai loro figli, almeno nei primi anni di vita.

Penso che la soluzione non sia quella di ignorare i bisogni dei bambini o di rileggerli in termini di presunta conquista di autonomia e indipendenza, ma piuttosto quella di cominciare a domandarsi che costo hanno queste pratiche di accudimento a basso contatto sia a livello affettivo individuale, che come esempio sociale.

Nei paesi dove i bambini dormono con i genitori e ven

gono allattati a lungo i genitori lavorano e hanno attività fuori di casa come abbiamo noi, quindi con una buona dose di informazione, buonsenso e organizzazione, tutti ce la possiamo fare se decidiamo di adottare queste scelte di accudimento per i nostri figli.

Alessandra Bortolotti

Bibliografia:

1. W. Sears, (2007) Genitori di giorno e di notte, La Leche Legue

2. Balsamo E. (2007), Sono qui con te, Il leone verde Edzioni, Torino.
Moschetti A.M., Tortorella M.L. (2009), Come dormono i bambini del mondo, articolo scaricabile dal link:
http://www.uppa.it/dett_articolo.php?ida=667&idr=45&idb=0

3. Moschetti A.M., Tortorella M.L (2006), Vengo anch’io? Sì, tu sì,articolo scaricabile al link:
http://www.uppa.it/dett_articolo.php?ida=210&idr=13&idb=76

4. Gerhardt S. (2006), Perché si devono amare i bambini, Raffaello Cortina Editore, Milano.

5. Mi riferisco al metodo per far dormire i bambini esposto nel libro di Estivill e De Bèjar (1999),”Fate la nanna”, Mandragora Edizioni.
Questo metodo suggerisce di far piangere il bambino ad intervalli sempre crescenti per “disabituarlo al pianto notturno”. È un metodo potenzialmente pericoloso che è sconsigliato da numerose associazioni di pediatri e psicologi si vedano a tal proposito i seguenti link:

http://db.acp.it/Quaderni.nsf/b5bdb283b7bfdc6bc12570d500606dc5/9af08d4ad404b472c125722e0035d269/$FILE/LEGGEREFARE.pdf

http://www.aaimhi.org/documents/position%20papers/controlled_crying.pdf

http://www.pediatric.it/crudele_lasciar_piangere.htm

aggiornata il 07.03.2010 a cura di Redazione bambinonaturale